Il Super Bowl sarà tra Tampa Bay Buccaneers e Kansas City Chiefs

Il Super Bowl sarà tra Tampa Bay Buccaneers e Kansas City Chiefs

Il Super Bowl, la finale della NFL, si giocherà domenica 7 febbraio alle 18.30 EST (mezzanotte e mezzo italiana) e vedrà sfidarsi Tampa Bay Buccaneers e Kansas City Chiefs.

Nella notte tra domenica e lunedì si è giocata la semifinale contro i Green Bay Packers vinta da Tampa Bay per 31 a 26, che adesso sfiderà Kansas City per il titolo di vincitore della NFL (National Football League). Il calcio d’inizio del Super Bowl avverrà alle 18.30, orario della costa orientale americana, proprio al Raymond James Stadium di Tampa, Florida, lo stadio dei Tampa Bay Buccaneers che diventerà così la prima squadra di NFL a giocare il Super Bowl “in casa”.

La partita, come tanti altri eventi sportivi nel 2021, si svolge in un periodo complicato che ne compromette l’organizzazione e la resa commerciale. Il Super Bowl è l’evento sportivo e televisivo più seguito negli Stati Uniti ed è anche il più remunerativo. I biglietti vanno esauriti nel giro di pochi minuti dalla messa in vendita a cifre elevatissime. Lo stadio di Tampa può contenere fino a 65857 spettatori ma durante la stagione ne ha accolti un massimo di 16301. Roger Goodell, l’Amministratore Delegato della NFL, ha detto che potranno accedere quanti più tifosi possibile nel rispetto della loro sicurezza ma che sarà comunque un evento speciale.

Tampa Bay è arrivata ai playoff dopo 13 anni dall’ultima volta e dopo aver ingaggiato Tom Brady, lo storico quarterback dei New England Patriots (che quest’anno non sono riusciti a qualificarsi ai playoff) detentore già di 6 Super Bowl e che giocherà la sua decima finale. Kansas City era la vincitrice dello scorso campionato e dovrà quindi difendere il titolo nello stadio di Tampa Bay, anche se l’atmosfera non sarà quella tipica delle partite casalinghe.

Oltre all’aspetto sportivo il Super Bowl è molto seguito dai non-tifosi e dalle persone all’estero per la sua rilevanza nella cultura popolare americana. Un appuntamento immancabile è l’Halftime Show, il breve concerto organizzato sul campo da gioco durante l’intervallo e accompagnato da elaboratissime coreografie. Quest’anno l’artista chiamato a esibirsi sarà The Weeknd, popstar canadese che ha avuto enorme successo negli ultimi anni.

L’altro aspetto caratterizzante del Super Bowl sono le sue pubblicità. Trattandosi dell’evento televisivo più seguito negli Stati Uniti, e con una risonanza globale attraverso i social network, gli spot trasmessi durante le pause di gioco sono diventati un’attrattiva a sé. Durante la scorsa edizione era stato raccolto quasi mezzo miliardo dalla vendita degli slot pubblicitari. Quest’anno si teme che gli introiti diminuiranno nettamente.

In Italia l’evento sarà visibile in streaming su DAZN. Resta ancora da capire se Mediaset deciderà di trasmetterlo.

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Le Olimpiadi di Tokyo continuano a essere un problema

Le Olimpiadi di Tokyo continuano a essere un problema

Il Comitato Olimpico Internazionale continua a ribadire che le Olimpiadi di Tokyo si svolgeranno regolarmente la prossima estate, ma il Governo e i dati sul coronavirus lasciano dei dubbi. Per la frustrazione degli atleti.

Le Olimpiadi di Tokyo che si sarebbero dovuto svolgere nell’estate 2020 e che a marzo scorso erano state rimandate al 2021 sono di nuovo a rischio. L’aumento dei contagi da coronavirus in tutto il mondo e i ritardi nella campagna vaccinale in Giappone hanno fatto sollevare dubbi sulle effettive possibilità di realizzazione dell’evento. A Tokyo è stato dichiarato di nuovo lo stato d’emergenza e il Governo ha annunciato che la campagna di vaccinazione nazionale non comincerà prima della fine di febbraio.

Thomas Bach, il presidente del Comitato Olimpico Internazionale, sostiene che “non esiste un Piano B” e che le Olimpiadi di Tokyo si svolgeranno a partire dal 23 luglio 2021. Queste dichiarazioni hanno suscitato l’indignazioni da parte di molti, che hanno fatto notare l’incompatibilità di un evento del genere con l’attuale situazione giapponese.

Il Paese non ha ancora ricevuto le dosi di vaccino necessarie ad avviare la somministrazione. Nel frattempo, i test positivi continuano a crescere nonostante il Giappone sia al 147esimo posto su 222 Paesi come numero di tamponi effettuati, facendo venire il sospetto legittimo che la situazione sia più grave di quanto appaia.

Robert Maes, uno degli organizzatori dell’evento e la persona che tieni i rapporti con 30 dei Comitati Olimpici Nazionali, dice che non esistono possibilità che l’evento venga realizzato. Senza contare il pubblico, le Olimpiadi di Tokyo vedrebbero la partecipazione di 15000 persone tra atleti, tecnici e entourage. Oltre a trattarsi di numeri elevati di persone provenienti da tutto il mondo e da Paesi con tassi di contagio diversi, non è detto che al momento dell’evento ricevano la disponibilità a viaggiare da parte dei rispettivi Governi.

Anche il Primo Ministro Yoshihide Suga ha confermato l’intenzione a procedere con la scadenza di luglio 2021. Secondo un recente sondaggio però, circa l’80% dei giapponesi è dell’idea che sarebbe meglio rimandare nuovamente l’evento o cancellarlo del tutto.

In tutto questo cresce anche la frustrazione e la confusione degli atleti, che hanno a disposizione meno di 200 giorni per allenarsi e per i quali un ulteriore rinvio significherebbe una grave compromissione dei programmi di allenamento.

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Donald Trump ha graziato 70 persone nel suo ultimo giorno da Presidente

Donald Trump ha graziato 70 persone nel suo ultimo giorno da Presidente

Donald Trump ha passato le ultime ore del suo mandato a dare la grazia a decine di persone. Da imprenditori a rapper, ecco la lista.

Uno dei principali poteri conferiti al Presidente degli Stati uniti consiste nel “pardon”, ovvero la possibilità di far decadere ogni accusa pendente su qualcuno o modificare la pena comminata. Tanto che nell’ultimo periodo ci si era chiesti se un Presidente potesse perdonare sé stesso in via preventiva, per evitare processi una volta terminata l’immunità presidenziale.

Fino al momento dell’insediamento ufficiale di Joe Biden avvenuto il 20 gennaio, il Presidente uscente Donald Trump ha approfittato di tutti i poteri concessi dall’incarico per dare la grazia a 73 persone e a commutare la pena di altre 70.

Il comportamento di Donald Trump non è una novità per un Presidente a fine mandato. Quasi sempre le iniziative presidenziali più controverse vengono lasciate verso la fine e la decisione di graziare personalità vicine al Presidente non fa molto scalpore. Nel caso di Trump colpisce la quantità di persone a lui vicine finite sotto processo per corruzione o falsa testimonianza.

Tra i pardon più attesi e discussi c’era quello di Steve Bannon, ex-consulente di Donald Trump poi finito fuori dalle sue simpatie, graziato dalle accuse di truffa per le questioni riguardanti il finanziamento del muro al confine tra Messico e Stati Uniti.

Tra gli imprenditori graziati c’è Tommaso Buti, fiorentino di 54 anni, accusato di frode per la gestione di alcuni ristoranti. Era stato processato anche in Italia e prosciolto nel 2007 ma il Governo Statunitense non aveva aggiornato il suo stato di accusa fino ad adesso.

I due rapper che hanno ricevuto la grazia sono Lil Wayne e Kodak Black, entrambi incriminati per reati legati al possesso di armi da fuoco. Anche Bob Zangrillo è riuscito a evitare la propria pena per il coinvolgimento nello scandalo delle ammissioni truccate ai college, ma è stato l’unico a essere perdonato per quella questione. Nessuno dei genitori ha ricevuto la grazia.

Si è fatto notare anche il caso di Anthony Levandowsky, ex-dirigente e ingegnere di Google, uscito dall’azienda insieme ad alcuni colleghi per fondare una società acquisita da Uber dopo neanche otto mesi, valsagli una condanna per furto di segreti industriali.

Oltre ai casi di concessione della grazia considerati “prevedibili”, la peculiarità è che Donald Trump abbia privilegiato la lealtà dei suoi alleati, come chi ha evitato di testimoniare contro di lui durante il processo per il primo impeachment.

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I New York Cosmos, l’altra squadra di Commisso

I New York Cosmos, l’altra squadra di Commisso

I New York Cosmos, la squadra americana di proprietà di Rocco Commisso, hanno annunciato la temporanea sospensione delle attività e non parteciperanno ai prossimi due campionati.

A inizio gennaio Jeff Rueter, cronista del The Athletic, aveva riportato che la società dei New York Cosmos avrebbe interrotto momentaneamente la propria attività per ragioni legate alla pandemia. Benchè non siano arrivate conferme da parte dello staff, risulta che alcuni giocatori abbiano ricevuto la comunicazione che la squadra non parteciperà alle previste edizioni primaverili e autunnali del campionato NISA, la lega nazionale delle squadre indipendenti, ovvero le squadre a livello professionistico che non partecipano alla MLS.

La richiesta di chiarimenti ha ricevuto solo una risposta istituzionale che non contiene dettagli e ha fatto aumentare i preesistenti sospetti che l’attuale proprietà sia interessata a vendere la franchigia.

I New York Cosmos sono stati acquistati da Rocco Commisso nel dicembre del 2016 con ambizioni di ritorno ai massimi livelli del campionato americano e la promessa di un nuovo stadio nell’area di New York. Le cose non sono andate secondo i piani anche a causa della scarsa apertura della MLS, che non prevede un sistema di accesso basato su promozioni/retrocessioni bensì sul pagamento di una quota associativa (le ultime ammontavano a 150 milioni di dollari) e la proprietà di uno stadio.

Il fatto che la squadra di Commisso si sia presa due stagioni di pausa presta il fianco a facili battute sull’attuale andamento della sua altra squadra, l’ACF Fiorentina. In realtà, tra le accuse arrivate alla proprietà c’è anche quella di essersi disinteressata alla sorte dei New York Cosmos una volta acquisita la Fiorentina e aver dichiarato per questa progetti ambiziosi.

Nonostante la pandemia, I New York Cosmos sono l’unica società partecipante alla NISA ad aver preso una decisione simile e la sensazione tra le persone che seguono la squadra è che la vendita della società sia solo questione di tempo.

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Cosa succederà ai social network in Europa

Cosa succederà ai social network in Europa

La sospensione di Donald Trump dai social network ha riacceso il dibattito sul ruolo delle piattaforme e sulla responsabilità della loro gestione. Anche nell’Unione Europea.

La decisione di Twitter per primo, e degli altri social network poi, di eliminare o sospendere il profilo del Presidente degli Stati Uniti è stata accolta da molti come la tanto attesa assunzione di responsabilità dei gestori di queste piattaforme.

In realtà si tratta di una scelta eccezionale e per certi versi unica. Resta fondamentale capire in che misura la mai celata disapprovazione nei confronti di Trump abbia influenzato la decisione delle aziende coinvolte nella sua sospensione, dopo che si erano a lungo dichiarate super partes sui temi politici. In occasione di episodi paragonabili, come le Primavere Arabe, erano stati riconosciuti a social network come Facebook dei meriti nell’offrire uno spazio di condivisione libero dalle imposizioni governative capace perfino di portare all’abbattimento di regimi dittatoriali.

Il dibattito è vivace e sembra non essere più di natura etica ma pratica, perlomeno in Europa. Sembra passato il tempo in cui la discussione ruotava attorno al diritto all’anonimato online. Sia il trasferimento di alcuni servizi essenziali della pubblica amministrazione sulla rete, sia la maggior propensione degli utenti a condividere spontaneamente i propri dati, hanno reso meno prioritario il tema dell’identificazione online, che sembra ormai stare a cuore soltanto ad alcuni pionieri di internet. L’argomento attuale è quale grado di penetrazione debbano avere le leggi dei singoli Stati nelle attività online e come possano essere applicate ad aziende multinazionali.

Finora erano spiccati due modelli di gestione: quello statunitense e quello cinese, con l’UE che faceva da spettatore interessato. Il primo prevede un certo lassismo e molta discrezione alle singole società, per due ragioni sopra tutte le altre: perché le più grandi aziende digitali hanno sede in USA dove pagano miliardi di tasse al Governo e danno lavoro a decine di migliaia di cittadini, e per il Primo Emendamento (quello sulla libertà d’espressione). Le cose sembrano però essere cambiate dopo i fatti di Washington, soprattutto per quanto riguarda la seconda ragione.

Il modello cinese invece è agli antipodi. Nel 2014, in occasione della prima riunione del Gruppo Centrale per l’Informatizzazione e la Sicurezza di Internet, l’organo preposto alla censura della rete, Xi Jinping aveva detto: “Non c’è sicurezza nazionale senza sicurezza online”. Finora la Cina non era mai stata presa come un esempio virtuoso di gestione della libertà di espressione, con critiche anche dall’UE, non ultimo riguardo alle repressione delle proteste di Hong Kong effettuata in larga parte grazie al controllo dei dati dei cittadini.

L’Unione Europea, che finora era intervenuta solo su situazioni specifiche e principalmente di natura finanziaria, correggendo l’abuso di posizione dominante di alcune aziende statunitensi, ha presentato lo scorso dicembre l’introduzione di due nuovi protocolli di gestione.

Il DSA, Digital Services Act, prevede delle linee guida per i social network riguardanti la gestione dell’incitamento alla violenza e la violazione di copyright. Il DSA farà anche sì che alle piattaforme come Google e Facebook venga riconosciuto il ruolo di editore e che siano quindi obbligati a moderare i contenuti e fornire informazioni su alcune scelte come i criteri dietro l’offerta pubblicitaria online. L’Unione Europea si riserva il potere di infliggere multe che possono ammontare fino al sei per cento del fatturato globale delle aziende. Tuttavia il DSA non modifica l’immunità legale dei social network, perciò a essere punibili saranno solo i singoli utenti.

Il DMA, DIgital Market Act, introduce delle normative per il controllo e la limitazione delle quote di mercato delle aziende statunitensi che sono accusate di aver ostacolato la crescita dei fornitori di servizi digitali europei attraverso strategie monopolistiche.

La Commissione Europea ha annunciato che il DSA e il DMA non entreranno in vigore prima del 2023, quando dovrebbe concludersi l’iter legislativo.

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