Disco della Settimana: Ben Harper & Charlie Musselwhite

Disco della Settimana: Ben Harper & Charlie Musselwhite

Ben Harper & Charlie Musselwhite tornano con un nuovo album dal titolo No Mercy in This Land. Il precedente album Get Up! del 2013, che entrò in classifica al No. 1 della  Billboard  Blues Album Chart, vinse il prestigioso Grammy Award nel 2014 come “Best Blues Album”.

Espressione musicale dell’amicizia tra i due, l’album non racconta solo le storie personali di Ben e Charlie, ma anche la storia americana fatta di sacrifici e sopravvivenza. “Con Charlie Musselwhite il blues del passato, quello del presente e quello del futuro entrano in collisione” afferma Ben sul suo amico e collaboratore. “E’ in grado di trasformare le note in emozioni, che sono straordinariamente familiari e nuove allo stesso tempo. E’ una leggenda vivente: il suono della sua fisarmonica dovrebbe essere inviata nello spazio ed utilizzata per cercare altre forme di vita!

E se Ben Harper non ha bisogno di presentazioni solo gli appassionati conoscono lo spessore di un personaggio come Charlie Musselwhite. 74 anni, armonicista e cantante, è un nome storico del blues bianco statunitense, ha suonato con John Lee Hooker, ma anche con B.B. King e altri mostri sacri del blues, la leggenda vuole che sia stato proprio lui a ispirare il personaggio di Dan Aykroyd nei Blues brothers. Musselwhite ha alle spalle una vita difficile, suo padre l’ha abbandonato da piccolo, sua madre è stata uccisa durante una rapina nel 2005 e lui ha dovuto combattere per anni con problemi di alcolismo.

Lavorare con Ben Harper sul palco e in studio, mi da le stesse emozioni che provavo lavorando a Chicago con le leggende del blues” dice Charlie. “Penso che sia vero dire che Ben ha reinventato il blues in modo straordinario: suonare con modernità, preservando quella sensazione tipica del blues. Sono onorato di partecipare a questo progetto.”

Ben e Charlie celebreranno  l’uscita  del nuovo album il 30 marzo 2018 e partiranno per un tour internazionale dal Fillmore di San Francisco, raggiungendo poi l’Europa. Il lungo tour mondiale toccherà l’Italia Lunedì 23 Aprile al Fabrique di Milano.

Così accoglie l’album Sentireascoltare:

Nonostante i Grammy Awards vinti e una produzione non sempre perfettamente a fuoco, Ben Harper è rimasto tutto sommato sul pezzo, nel senso che si coglie ancora in quello che fa e dice un certo attaccamento alla materia prima, ovvero la musica e in particolare il blues. Quest’ultimo è sempre stato il punto di partenza per un artista capace poi di rielaborare alla sua maniera le personali ispirazioni e che tuttora non esita un momento a mettere in mostra una filosofia di vita lineare e basale almeno quanto il blues stesso: Che cosa è il successo? «Continuare ad amare quello che fai». Qual è la formula magica per la longevità in un ambiente difficile come quello della discografia? «Avere abbastanza disciplina da non farsi intimidire dal silenzio o da un foglio bianco. Suonare live è meglio che non suonare live. Ascoltare solo le critiche che arrivano da persone di cui ti fidi». Consigli per i giovani musicisti? «Leggete tanto quanto scrivete. Leggete giornali, libri, biografie, narrativa. Non abbiate paura di far uscire troppo di voi stessi. Siate più onesti possibile». Dall’altra parte c’è un Charlie Musselwhite la cui armonica a bocca è diventata una leggenda a furia di incrociare la strada con altrettante leggende, da John Lee Hooker a Sonny Boy Williamson, da Muddy Waters a Howlin’ Wolf, fino a Paul Butterfield. Un musicista che dagli anni sessanta in poi non è stato solo un sideman di lusso, ma ha contribuito a definire il significato stesso della parola “blues” anche attraverso la sua produzione solista. No Mercy In This Land segue il Get Up! condiviso e pubblicato dai due nel 2013, e lo perfeziona – Harper sostiene, non a torto, di essere «sceso più in profondità» in questo disco e di essersi confrontato alla pari con i suoi «blues heroes» – con dieci brani alla cui scrittura Musselwhite non mette mano, limitandosi a scorticare le melodie con la sua spigolosissima armonica. Quel che riesce qui al chitarrista statunitense, invece, è di distanziarsi ancora di più dal suo riconoscibile stile – pur non rinnegandolo, ad esempio nell’introduttiva When I Go – per mettersi al servizio di un linguaggio tradizionale e con le sue regole. Emotive, prima che stilistiche. Il Nostro, insomma, passa idealmente da Chicago e la omaggia con ottimi blues elettrici come Bad Habits e Movin’ On, maneggia un soul atipico e sudista in episodi come Love And Trust, riscopre Muddy Waters e Buddy Guy grazie alle frizioni chitarristiche di The Bottle Wins Again, torna ai fasti di un Ray Charles prima maniera con le malinconie di When Love Is Not Enough, senza dimenticare il Delta del Mississippi di brani splendidi come la title track (in cui canta anche Musselwhite) e Trust You To Dig My Grave. No Mercy In This Land alla fine è un ottimo disco di blues che evita la maniera, appropriandosi dei fonemi e delle strutture di base del linguaggio senza portarsi dietro tutto il dizionario. Da questo punto di vista, Harper fa un gran lavoro, personalizza a dovere, confezionando dieci brani che sono tutto tranne che un esercizio di stile. E poi c’è la voce del Nostro a battezzare il suono, profondamente calata in un mood tagliato sui contenuti (e ben definito anche dai testi) e veicolo per un soul che non si compra un tanto al chilo nei mercatini dell’usato ma è innato. È forse questa “trasparenza” di fondo, questa aderenza a certi valori del blues che ci pare di cogliere nella scrittura, sommata alla grande esperienza di Musselwhite, l’aspetto che valorizza di più questo disco.

Questa la recensione su Ondarock:

Il blues racconta sempre una storia. E ogni strofa di quel blues ha un significato. (John Lee Hooker)

La storia di “No Mercy In This Land” inizia nella mente del veterano del blues, ormai scomparso, John Lee Hooker. Il leggendario musicista riteneva infatti che Ben Harper e Charlie Musselwhite fossero destinati a suonare insieme. Come prima tappa del suo “piano”, li porta quindi in studio a registrare il remake di “Burnin’ Hell”, finita poi nell’album “The Best Of Friends” di Hooker nel 1998. I due da quell’incontro rimangono amici, incrociando periodicamente le loro strade fino al 2013, quando si ritrovano a condividere ancora la sala di registrazione per l’album di coppia “Get Up!” (2013), rinforzando in tour il loro già saldo legame. Ad accomunare due musicisti distanti per tradizione e generazione è la passione mai sopita per il buon vecchio blues. Se Ben Harper, artista ormai affermatosi a livello internazionale, è partito da Claremont (California) dove i suoi nonni avevano fondato il Folk Music Center, Charlie è invece cresciuto in totale povertà a Memphis, patria del rockabilly e terra d’adozione di Elvis Presley. Tuttavia, ognuno di loro si è ritrovato, in epoche diverse, a trascorrere interi pomeriggi nei negozi di musica alla bramosa ricerca di vinili blues. Negli anni questa fede è rimasta una costante nella lunga carriera del superstite armonicista Charlie Musselwhite (classe 1944), talmente ligio al verbo da essere stato l’uomo che ha ispirato Dan Aykroyd per il personaggio di Elwood Blues dei Blues Brothers. Dal canto suo, Ben Harper ha invece lavorato per sottrazione, dapprima allargando i confini del blues verso la musica reggae, folk e funk, poi scoprendo se stesso in un viaggio a ritroso verso le radici del genere.”No Mercy In This Land” è quel tipo di disco che racconta storie di sofferenze e perseveranza, una catarsi ruggente dove le vicende personali di Ben e Charlie si incrociano, fino a mescolarsi, con quelle di milioni  di cittadini americani. Impossibile, infatti, non cogliere i riferimenti a Trump presenti nella title track, come altrettanto impossibile è non essere toccati dall’ultima strofa cantata direttamente da Musselwhite, dove esorcizza il dolore per l’abbandono del padre e la morte prematura della madre (“Father left us down here all alone/ My poor mother is under a stone”). Soltanto qualche nota d’organo si intromette nel formidabile connubio tra l’armonica di Musselwhite e la chitarra di Ben Harper, mentre altrove l’accompagnamento è dato dal piano e dalla sezione ritmica, che segue alla lettera lo struggente ululato del loro blues al chiaro di luna. Il passato dell’armonicista torna a galla inaspettatamente anche nei brani “The Bottle Wins Again” e “Bad Habits”, dove alla voce di Harper si mescolano gli sbalorditivi fraseggi dell’armonica di Musselwhite, capace persino di portare alla mente certe atmosfere tipiche del disinibito jazz di Charlie Parker.Nel corso del disco, a momenti più duri si mescolano altri più introspettivi, come nel caso del soul à-la Otis Redding di “When Love Is Not Enough” e della ballata per pianoforte di “Nothing At All”, che evoca la contemplazione di una notte solitaria. Grazie a questo espediente l’album di Musselwhite e Harper, che sulla carta potrebbe risultare un disco “passatista” e prevedibile, riesce nell’impresa di tenere sempre viva l’attenzione dell’ascoltatore, attraverso febbrili brani di blues rock come “Found The One”, accuratamente collocata a metà dell’opera, e l’energica opening track di “When I Go”.
Insomma, se vale la regola che il blues racconta sempre una storia – come sosteneva il buon John Lee Hooker – si può dire che il duo riesca ancora a trovare le parole giuste per farlo, seppur senza rocamboleschi cambi di abito e di scena.

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Disco della Settimana: Motta “Vivere o Morire”

Disco della Settimana: Motta “Vivere o Morire”

Anticipato da “Ed è quasi come essere felice” e “La nostra ultima canzone“ (già tra i brani italiani più trasmessi), è uscito su etichetta Sugar “Vivere o Morire”, il nuovo album del cantautore pisano Francesco Motta.

“Vivere o Morire”, disponibile in cd, vinile, su Spotify e tutte le piattaforme digitali, è il secondo album del polistrumentista e cantautore toscano che ha esordito con “La fine dei vent’anni”, TARGA TENCO per la miglior Opera Prima. La storia di Francesco Motta sì è più volte intrecciata con quella di Controradio: dagi esordi con i Criminal Jokers, poi tra i 108 selezionati per il progetto Toscana100Band, infine ospite della grande finale sold out del Rock Contest 2016 (quella di Manitoba, Ros e Handlogic). è per questo con grande piacere che eleggiamo anche questo “Vivere o Morire” a nostro Album della Settimana.

“Vivere o Morire” è stato prodotto, registrato e mixato tra Roma, New York e Milano, da Francesco Motta e Taketo Gohara. “Il segreto di questo disco è che non ha segreti e per scrivere le nuove canzoni ho messo il mio cuore sul tavolo. Questo lavoro è la perfetta fotografia di quello che sono oggi – ha spiegato Francesco Motta da Livorno – perché mi sono raccontato nei miei tanti modi. E’ il lavoro che mi ha fatto scoprire la sintesi, non so se in termini di maturità o consapevolezza, grazie alla quale ho messo nel disco niente di più rispetto a quello che ci andava messo”. L’album vede la collaborazione di Pacifico, ma c’è anche lo zampino di Riccardo Sinigallia, vero e proprio mentore di Motta e questa volta nei panni di produttore, oltre a quello dell’ingegnere del suono Taketo Gohara con il quale la voce delle nuove ‘Quello che siamo diventati’, ‘Ed è quasi come essere felice’ e tutte le altre, è andato a New York per registrare negli studi dove un tempo era di casa Jimi Hendrix. “Dopo dieci anni di gavetta vera – ha detto Motta – ho avuto la possibilità di lavorare in un certo modo e di incontrare alcuni personaggi importanti per questo lavoro da studio”

Subito dopo l’uscita del disco, Motta sarà impegnato con una serie di incontri con i fan che toccheranno le principali città italiane (l’appuntamento toscano è per il 10 Aprile alla Feltrinelli RED di Piazza della Repubblica, Firenze ore 18:30), la data toscana del tour live è invece fissata per il 29 maggio all’OBIHALL di Firenze.

Ma intanto diamo una veloce occhiata alle reazioni della stampa specializzata italiana. Così se ne parla su Rockol: “A guardarlo così, con quel volto dall’aria rude e severa, non lo diresti mai. Ma sotto sotto Motta è un vero romanticone. Soprattutto in questo periodo: è innamoratissimo dell’attrice Carolina Crescentini, alla quale è legato sentimentalmente da qualche mese, e per sua stessa ammissione nelle canzoni che ha scritto negli ultimi tempi l’amore gioca un ruolo di primo piano. “Vivere o morire” è un album sentimentale, nella migliore accezione del termine. È un disco che parla di sentimenti e di emozioni, che ci racconta Motta più di quanto non avesse fatto il precedente “La fine dei vent’anni”: “Ho messo il mio cuore sul tavolo”, dice lui. “Vivere o morire? Aver paura di tuffarsi e di lasciarsi andare”, canta l’ex Criminal Jokers nel ritornello della canzone che dà il titolo all’intero album. È il verso più emblematico del disco, forse: “Vivere o morire” è un inno a buttarsi nella mischia, a perdere il controllo. La naturale conseguenza di “La fine dei vent’anni”, insomma: lì Motta provava a mettere da parte le sue turbe e le sue inquietudini, ma c’era sempre qualcosa che lo tratteneva, che non gli permetteva di smarcarsi del tutto dall’irrequietezza. “Sarebbe bello finire così, lasciare tutto e godersi l’inganno”, cantava in “Del tempo che passa la felicità”. Adesso si lascia andare e mostra il dito medio ai demoni, complice anche l’aiuto di Pacifico, che ha collaborato alla stesura dei testi di buona parte delle nuove canzoni: “Mi ha fatto da psicanalista, ha avuto un ruolo maieutico. Mi sono ritrovato a scrivere di cose che non avrei mai tirato fuori senza di lui. Ho visto il mio passato in maniera più lucida e consapevole”, racconta il cantautore toscano. In confronto a “La fine dei vent’anni”, “Vivere o morire” è un album meno rumoroso: se già con l’album del 2016 Motta aveva fatto un bel passo in avanti dal punto di vista strettamente sonoro, almeno rispetto al punk rock dei Criminal Jokers (la produzione era di Riccardo Sinigallia, uno che con i suoni ci sa fare – ascoltate, se non lo avete già fatto, “Musiche ribelli” di Luca Carboni o “Non erano fiori” di Coez, tra i suoi lavori più recenti), stavolta il passo è ancora più lungo. Anche se Sinigallia è rimasto di lato e il suo ruolo se lo sono diviso Motta e Taketo Gohara. I suoni sono limpidi, cristallini. Il cantautore ha raccontato di aver lavorato molto per sottrazione: non ha messo di più di quel che doveva mettere. Canzoni come “Quello che siamo diventati”, “Vivere o morire”, “La nostra ultima canzone”, “La prima volta” (impreziosita pure da un quartetto d’archi) si prestano benissimo ad essere riproposte dal vivo semplicemente chitarra e voce: l’essenziale. “La fine dei vent’anni” era il racconto onesto di un momento di passaggio critico, non solo anagrafico ma anche artistico, con cui Motta delimitava il passato (l’esperienza come fonico di palco, i Criminal Jokers, il punk rock) dal presente (la carriera solista). Le canzoni di “Vivere o morire” rappresentano un sequel perfetto di quel racconto, che continua ad emozionare soprattutto per il modo con cui il loro autore – per citare una bella descrizione che la sua discografica, Caterina Caselli, ha fatto di lui – esibisce le sue fragilità (l’ultima traccia, “Mi parli di te”, una lettera scritta a suo papà, è un vero colpo al cuore). C’è molta urgenza espressiva, dentro questo disco, il desiderio di farsi sentire, di far sentire la propria voce. Ma senza scalpitare, senza urlare. Semplicemente, mettendo il cuore sul tavolo.

Così su Sentireascoltare:La fine dei vent’anni, il disco dell’esordio solista che due anni fa è valso a Francesco Motta la Targa Tenco e un’affermazione nazionale, si chiudeva fissando un punto con la conclusiva Abbiamo vinto un’altra guerra, ultimo residuale di una battaglia tutta personale condotta sulla propria esistenza giunta ad un momento cruciale tra interrogativi, incertezze e un futuro precario e indistinguibile. Vivere o morire riparte esattamente da lì ma alterando completamente la prospettiva, l’approccio: stavolta il cantautore toscano si concentra su sé stesso, operando un’autoanalisi profonda e stratificata in cui ci sono scelte da prendere e bivi da imboccare, senza mezze misure né compromessi, solo acqua o fuoco. A fare da gancio Ed è quasi come essere felice, utile a tracciare una linea di confine che musicalmente c’entra poco con il resto dell’album, ma che apre alla perfezione il nuovo orizzonte buttandoci dentro un vortice incendiario, un frullatore in crescendo alimentato dalle percussioni di Mauro Refosco (Atoms for Peace, Red Hot Chili Peppers). Al ritorno ritroviamo l’arpeggio acustico e sognante di Quello che siamo diventati che rimbalza sull’io pacificato di chi la sua decisione l’ha finalmente presa e sta guardando già altrove («è arrivata l’ora di restare»). La lunga riflessione che il cantautore compie nella canzone che dà il titolo all’album è il manifesto programmatico di una filosofia di vita che anche a costo di sbagliare, di fallire, ha bisogno del coraggio e della vitalità di una presa di posizione chiara e netta, a cominciare dall’amore (è di qualche mese la notizia comunicata con una foto su Instagram della relazione con l’attrice romana Carolina Crescentini), un tema che ritorna prepotente e ingombrante a più riprese nel disco, con il riflesso dell’urgenza di chiudere una storia e iniziarne un’altra, come ben delinea in Per amore e basta. Ha scelto di fare (quasi) tutto da solo, Motta, per questo secondo album; non c’è stavolta con lui Riccardo Sinigallia a produrre il disco (presente comunque insieme a Pacifico come autore di La prima volta), e così il Nostro si è diviso tra le varie strumentazioni allo storico Brooklin Recording Studio di New York affidando i suoni alle mani di Taketo Gohara, e in termini di arrangiamenti le differenze si percepiscono. Se La fine dei vent’anni vantava una versatilità di soluzioni pop che faceva brillare il suo cantautorato sbilenco tra atmosfere diverse, il mood di Vivere o morire è più costante, omogeneo e asciutto, ricordandoci lo spirito dei tempi busker con i Criminal Jokers. Ancora un vibrante fingerpicking, stavolta sostenuto da claps, in La nostra ultima canzone, aggiunge un altro punto su una storia d’amore giunta alla conclusione e con cui il cantautore fa i conti in maniera diretta, vis-à-vis, proseguendo in una Chissà dove sarai con la sua voce determinata e tagliente a fare il paio a un testo oscenamente diretto, sincero e franco, e con gli archi che arrivano in soccorso a darci ossigeno e ad ampliare il respiro del brano. Un’ampiezza che viene confermata nei fiati della già citata Per amore e basta o nei ritmi tribali di una E poi ci pensi un po’ che aggiunge un pizzico di leggerezza ad un lavoro fortemente malinconico e introspettivo. La chiusura è affidata ad una narrazione familiare ancora una volta affrontata senza reticenze e mettendo a nudo tutto sé stesso, a cominciare dal linguaggio intimo utilizzato nel rivolgersi al padre. Vivere o morire è il Rimmel di Motta, un disco che probabilmente piacerà meno del suo predecessore, più difficile e impegnativo da digerire, forse ancor di più per chi l’ha scritto che per chi l’ascolta. Ma è un disco che conferma lo spessore, la qualità e la bontà di un autore che in barba a mode e tendenze ora in voga e domani chissà, ci conferma che un altro cantautorato italiano è ancora possibile ed è in ottima forma.”

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Disco della Settimana: Gizelle Smith “Ruthless Day”

Disco della Settimana: Gizelle Smith “Ruthless Day”

Dopo quasi 8 anni di assenza, Gizelle Smith torna in scena con il secondo esplosivo album “Ruthless Day”, armata di una crew di musicisti jazz, il collaboratore fidato Def Stef alle produzioni e composizioni ed il soul man americano Eric Boss di scuderia Stones Throw Records come ospite speciale su 2 tracce.


“Ruthless Day” è un disco di ampio respiro, morbido ma potente, armonicamente ricco e con arrangiamenti che rimandano alla scuola dei Rotary Connection o dei Cymande. Allo stesso tempo il nuovo disco della cantante da Manchester suona moderno e attuale, posizionandosi nel filone di funk progressivo rappresentato da artisti come Childish Gambino, Thundercat e Mr. Jukes. con inedite sonorità psichedeliche e progressioni jazz.

Il disco ha ricevuto supporto da varie radio tra cui JazzFM, KCRW e BBC 6Music. Craig Charles, Dj della BBC e campione del Funk & Soul ha dichiarato: “È entusiasmante ascoltare il nuovo album di Gizelle Smith, la mia cantante inglese preferita”, mentre Eddie Piller (Acid Jazz Records) ha detto: “Una cantante cosi potente… Un vero e proprio talento del soul britannico “.

Il disco, appena uscito, ha avuto la segnalazione del buon Tony “Face” Baciocchi che così ne parla sulla sua pagina: “Un album di raffinato soul funk (Gizelle è tra l’altro figlia d’arte visto che il padre suonava nella band dei Four Tops). “Ruthless day” si muove sicuro tra vintage e modern soul, funk, blues e si avvale di una voce bella, limpida e riconoscibile. Disco sincero che arriva al cuore.”

RUTHLESS DAY è disponibile su vinile e in formato digitale dal 30.03.18 via Jalapeno Records.

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Disco della Settimana: Nathaniel Rateliff & The Night Sweats (LINK ASCOLTO)

Disco della Settimana: Nathaniel Rateliff & The Night Sweats (LINK ASCOLTO)

Pubblicato dalla leggendario Stax Records è appena uscito Tearing at the Seams, l’atteso nuovo album di Nathaniel Rateliff & The Night Sweats.

Nathaniel Rateliff & The Night SweatsAnticipato dal singolo You Worry Me, Tearing at the Seams segue la scia dell’omonimo album di debutto, vincitore del disco d’Oro negli Stati Uniti, Belgio, Svizzera e Paesi Bassi, del disco di Platino in Canada e del disco d’Argento nel Regno Unito.

Racconta Rateliff: “Per il primo disco, ho creato e provato la maggior parte dei brani. Questa volta sentivo che avevamo tutti trascorso così tanto tempo in tour che dovevamo fermarci e andarcene da qualche parte insieme. È un’esperienza che avremmo dovuto fare tutti insieme”.

Tearing at the Seams  è dunque un disco d’insieme, composto e registrato dall’intera band a Rodeo, nel New Mexico. Aggiunge Rateliff sul nuovo album: “Voglio, e ho bisogno, che tutti si sentano parte di questo gruppo. Voglio che si sentano di contribuire artisticamente ed emotivamente alla scrittura e alla creazione di questa musica. Tutti noi abbiamo dovuto fare dei sacrifici per entrare a far parte dei The Night Sweats e voglio che tutti sappiano che ne è valsa la pena”. Grazie al produttore Richard Swift, che aveva già curato il loro album di debutto e in precedenza i lavori di The Shins e Foxygen, il gruppo ha creato un album intenso ed emotivo.

Negli ultimi due anni la band, di base a Denver, si è esibita come headliner nei maggiori festival mondiali, inclusi Coachella, Bonnaroo, New Orleans Jazz Fest, Newport Folk Festival, Glastonbury, Monterey International Pop Festival e molti altri. La band si è anche esibita in alcuni dei programmi televisivi di maggiore successo quali The Tonight Show starring Jimmy Fallon (due volte), The Late Show with Stephen Colbert, Jimmy Kimmel LIVE!, CONAN, The Late Late Show with James CordenAustin City Limits e A Prairie Home Companion. Recentemente ha anche pubblicato il suo primo album live, intitolato Live at Red Rocks, con la collaborazione della Preservation Hall Jazz Band. Il singolo “S.O.B.” ha vinto il disco di Platino negli Stati Uniti e in Canda, e il disco d’Oro in Svizzera.

Qui puoi ascoltare l’intero album:

Nathaniel Rateliff & The Night Sweats sono: Rateliff (voce, chitarra), Joseph Pope III (basso), Patrick Meese (batteria), Luke Mossman (chitarra), Mark Shusterman (piano), Andy Wild (sassofono), Scott Frock (tromba) e Jeff Dazey (sassofono).

Così accoglie l’album Roots Highway:

Di un fatto può stare certo Nathaniel Rateliff: la mossa di reinventarsi artisticamente attraverso il connubio con The Night Sweats e di capovolgere così l’impostazione musicale sino ad allora inseguita come autore è stata vincente. Lo hanno dimostrato, in questi tre anni seguiti alla pubblicazione dell’omonimo album del 2015, il successo di pubblico sulle due sponde dell’Atlantico, i dischi d’oro, i concerti sempre più affollati e una formula sonora che grazie alla recente uscita del doppio dal vivo Live at Red Rocks ha confermato la sua forza di attrazione. Di tutti i “visi pallidi” alle prese con la rielaboraizone dei canoni classici della canzone soul e r&b che fu della Stax e degli studi di Muscle Shoals, Rateliff ribadisce di essere il più attento al groove e alla passionalità, evitando di lavare il sound del gruppo, semmai mantenendolo saldo dentro i binari dell’elettricità d’annata.

Tearing at the Seams è il naturale secondo tempo di questa storia, ancora prodotto con Richard Swift e ancora imbevuto di atmosfere sudiste, ballate country soul e bassi pulsanti, magari senza il mordente di un singolo piacione come S.O.B., ma sostenuto da una cooerenza interna e anche da una maturazione degli arrangiamenti che tutto sommato lo rende il disco della definitiva consacrazione. Qualcuno, statene certi, lo troverà un ripiego o una semplice ripetizione, ma superati i fuochi d’artificio di Shoe Boot, con il suo grasso battere ritmico, e Be There, accoppiata iniziale che non ci fa sentire orfani del lavoro precedente, Tearing at the Seams cresce sulla distanza e costruisce una parte centrale e una coda dove un senso del classico, in fatto di melodie e commistioni rock & soul, promuove a pieni voti la proposta di Nathaniel Rateliff. Egli stesso afferma di avere voluto un coinvolgimento maggiore di tutta la band nella stesura dei brani, assemblati in uno studio di Rodeo, nel New Mexico, con una carica emotiva che li portasse in una direzione unica.

Ed è un po’ l’effetto evidente di questa miscela di chitarre swamp e fiati soul, di tastiere dal timbro caldo e southern, con la sezione ritmica di Joseph Pope III (basso) e Patrick Meese (batteria) in risalto e i ricami di Luke Mossman (chitarre) e Mark Shusterman (piano) dietro la voce rovente di Rateliff. Il quale eccelle, non c’è partita, nei tempi medi e in quelle ballad dove l’espressività salvifica di matrice gospel sudista meglio si può esprimere: si comincia con A Little Honey ed entrano in circolo le “good vibrations”, con quel taglio sixties e intramontabile nelle melodie, fra il dondolio irresistibile di Say It Louder e le venature country pastorali alla The Band (da sempre un punto di incontro fra bianco e nero dell’american music) di Hey Mama e Babe I Know.

Il funkeggiare paffuto di Intro, in concomitanza con la successiva Coolin’ Out, torna all’amata epopea della Stax, prima che Baby I Lost My Way (But I’m Going Home) gigioneggi un po’ con un soul blues in minore che sembra portare nel cuore personaggi come Bobby Blue Bland, mentre You Worry Me cerca persino il singolo furbesco che possa fare la sintesi fra vecchio e nuovo. Il finale riporta in quota il tormento soul dei Night Sweats con gli struggimenti guancia a guancia di Still Out There Running, semplice quanto efficace nella progressione circolare del brano, ma soprattutto con l’intensità dell’interpretazione dello stesso Nathaniel Rateliff in Tearing at the Same, title track posta in chiusura a rappresentare degnamente il climax del disco.

Così se ne parla su Rockol:

Il marchio Nathaniel Rateliff & The Night Sweats ha visto la luce relativamente di recente, i ragazzi che lo costituiscono non sono proprio di primo pelo. La loro guida, il barbuto e paffuto Nathaniel, ormai va per i quaranta. Data la bravura sono riusciti a colpire il centro del bersaglio già con l’eponimo album d’esordio uscito nel 2015 e da allora non si sono più fermati. Forse per non vedersi scivolare via dalle mani il buon livello di notorietà raggiunta? oppure perché quella del suonare è la strada che meglio conoscono e che meglio li rappresenta? Chi lo può dire? Qui si impone l’apertura di una breve parentesi: quando si fa cenno al buon livello di notorietà raggiunta si intende negli Stati Uniti, in misura minore in Europa. Quindi, si diceva, dal primo disco, a cadenza annuale, la band non ha mancato di pubblicare un lavoro. Nel 2016 l’EP “A little something more from”, nel 2017 l’album dal vivo (ambito in cui si trovano particolarmente a loro agio) “Live at Red Rocks” e, infine, nel 2018 “Tearing at the seams”.

E’ un disco importante questo “Tearing at the seams” per Nathaniel e i suoi ragazzi. Tutti i dischi sono importanti, però il secondo, in genere, lo è in modo particolare. In questa seconda raccolta di inediti non si naviga al riparo di un bacino artificiale dove non ci sono onde anomale – come è accaduto con l’EP e l’album live – con la registrazione in studio di nuovo materiale non si scherza, si esce in mare aperto, si vanno a sfidare le charts, il pubblico, la critica e ci si misura con se stessi, con le proprie capacità. Questo concetto è molto chiaro nella testa del frontman ed è per questo che ha motivato la truppa dichiarando: “Dopo tutto questo tempo in tour sentivo che dovevamo fermarci e andarcene da qualche parte insieme. E’ un’esperienza che avremmo dovuto fare tutti insieme. Voglio, e ho bisogno, che tutti si sentano parte di questo gruppo. Voglio che si sentano di contribuire artisticamente ed emotivamente alla scrittura e alla creazione di questa musica. Tutti noi abbiamo dovuto fare dei sacrifici per entrare a far parte dei Night Sweats e voglio che tutti sappiano che ne è valsa la pena”.

Parole che se non raggiungono i vertici drammatici del discorso tenuto alla sua squadra nello spogliatoio dall’allenatore Al Pacino nel film “Ogni maledetta domenica”, poco ci manca. Rateliff non ha speso le sue parole invano, “Tearing at the seams” è un buon album e la band è al suo meglio. Un combo di otto persone ottimamente amalgamato, quel che si dice: una vera band. Un viaggio che parte ottoni spiegati e in resta con la sabbiosa e sudista “Shoe boot” che si fonde senza soluzione di continuità nella successiva “Be there”. “A little honey”, come suggerisce il titolo, maneggia l’amore e il soul. Le sonorità rimandano agli anni sessanta. “Say it louder” e ancora più “Hey mama” rallentano il ritmo e si spingono verso lidi più cari al country, ma sono solo episodi. “Intro” è cugina di un qualche grado della “Land of 1000 dances” di Wilson Pickett. La temperatura ora è decisamente calda, l’atmosfera è decisamente soul, la band fa a gara a mostrare la propria qualità e ci si accorge che la qualità della voce di Rateliff è di primissimo piano. Con “Baby I lost my way (but i’m going home)” si rimane ben ancorati agli anni sessanta con il suo incedere surf. Il finale è dedicato a “You worry me”, il primo singolo dell’album, la vespertina “Still out there running”, il congedo è affidato alla amara title track.

“Tearing at the seams” è prova onesta fino all’osso, non c’è trucco e non c’è inganno. Onesta come la voce di Nathaniel Rateliff e la musica dei suoi Night Sweats. Sta a voi decidere se prendere o lasciare. La Stax che li ha sotto contratto li ha presi, qualcosa suggerisce lo si debba fare pure noi.

 

 

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Pubblicato dalla leggendario Stax Records è appena uscito Tearing at the Seams, l’atteso nuovo album di Nathaniel Rateliff & The Night Sweats.

Nathaniel Rateliff & The Night SweatsAnticipato dal singolo You Worry Me, Tearing at the Seams segue la scia dell’omonimo album di debutto, vincitore del disco d’Oro negli Stati Uniti, Belgio, Svizzera e Paesi Bassi, del disco di Platino in Canada e del disco d’Argento nel Regno Unito.

Racconta Rateliff: “Per il primo disco, ho creato e provato la maggior parte dei brani. Questa volta sentivo che avevamo tutti trascorso così tanto tempo in tour che dovevamo fermarci e andarcene da qualche parte insieme. È un’esperienza che avremmo dovuto fare tutti insieme”.

Tearing at the Seams  è dunque un disco d’insieme, composto e registrato dall’intera band a Rodeo, nel New Mexico. Aggiunge Rateliff sul nuovo album: “Voglio, e ho bisogno, che tutti si sentano parte di questo gruppo. Voglio che si sentano di contribuire artisticamente ed emotivamente alla scrittura e alla creazione di questa musica. Tutti noi abbiamo dovuto fare dei sacrifici per entrare a far parte dei The Night Sweats e voglio che tutti sappiano che ne è valsa la pena”. Grazie al produttore Richard Swift, che aveva già curato il loro album di debutto e in precedenza i lavori di The Shins e Foxygen, il gruppo ha creato un album intenso ed emotivo.

Negli ultimi due anni la band, di base a Denver, si è esibita come headliner nei maggiori festival mondiali, inclusi Coachella, Bonnaroo, New Orleans Jazz Fest, Newport Folk Festival, Glastonbury, Monterey International Pop Festival e molti altri. La band si è anche esibita in alcuni dei programmi televisivi di maggiore successo quali The Tonight Show starring Jimmy Fallon (due volte), The Late Show with Stephen Colbert, Jimmy Kimmel LIVE!, CONAN, The Late Late Show with James CordenAustin City Limits e A Prairie Home Companion. Recentemente ha anche pubblicato il suo primo album live, intitolato Live at Red Rocks, con la collaborazione della Preservation Hall Jazz Band. Il singolo “S.O.B.” ha vinto il disco di Platino negli Stati Uniti e in Canda, e il disco d’Oro in Svizzera.

Qui puoi ascoltare l’intero album:

Nathaniel Rateliff & The Night Sweats sono: Rateliff (voce, chitarra), Joseph Pope III (basso), Patrick Meese (batteria), Luke Mossman (chitarra), Mark Shusterman (piano), Andy Wild (sassofono), Scott Frock (tromba) e Jeff Dazey (sassofono).

Così accoglie l’album Roots Highway:

Di un fatto può stare certo Nathaniel Rateliff: la mossa di reinventarsi artisticamente attraverso il connubio con The Night Sweats e di capovolgere così l’impostazione musicale sino ad allora inseguita come autore è stata vincente. Lo hanno dimostrato, in questi tre anni seguiti alla pubblicazione dell’omonimo album del 2015, il successo di pubblico sulle due sponde dell’Atlantico, i dischi d’oro, i concerti sempre più affollati e una formula sonora che grazie alla recente uscita del doppio dal vivo Live at Red Rocks ha confermato la sua forza di attrazione. Di tutti i “visi pallidi” alle prese con la rielaboraizone dei canoni classici della canzone soul e r&b che fu della Stax e degli studi di Muscle Shoals, Rateliff ribadisce di essere il più attento al groove e alla passionalità, evitando di lavare il sound del gruppo, semmai mantenendolo saldo dentro i binari dell’elettricità d’annata.

Tearing at the Seams è il naturale secondo tempo di questa storia, ancora prodotto con Richard Swift e ancora imbevuto di atmosfere sudiste, ballate country soul e bassi pulsanti, magari senza il mordente di un singolo piacione come S.O.B., ma sostenuto da una cooerenza interna e anche da una maturazione degli arrangiamenti che tutto sommato lo rende il disco della definitiva consacrazione. Qualcuno, statene certi, lo troverà un ripiego o una semplice ripetizione, ma superati i fuochi d’artificio di Shoe Boot, con il suo grasso battere ritmico, e Be There, accoppiata iniziale che non ci fa sentire orfani del lavoro precedente, Tearing at the Seams cresce sulla distanza e costruisce una parte centrale e una coda dove un senso del classico, in fatto di melodie e commistioni rock & soul, promuove a pieni voti la proposta di Nathaniel Rateliff. Egli stesso afferma di avere voluto un coinvolgimento maggiore di tutta la band nella stesura dei brani, assemblati in uno studio di Rodeo, nel New Mexico, con una carica emotiva che li portasse in una direzione unica.

Ed è un po’ l’effetto evidente di questa miscela di chitarre swamp e fiati soul, di tastiere dal timbro caldo e southern, con la sezione ritmica di Joseph Pope III (basso) e Patrick Meese (batteria) in risalto e i ricami di Luke Mossman (chitarre) e Mark Shusterman (piano) dietro la voce rovente di Rateliff. Il quale eccelle, non c’è partita, nei tempi medi e in quelle ballad dove l’espressività salvifica di matrice gospel sudista meglio si può esprimere: si comincia con A Little Honey ed entrano in circolo le “good vibrations”, con quel taglio sixties e intramontabile nelle melodie, fra il dondolio irresistibile di Say It Louder e le venature country pastorali alla The Band (da sempre un punto di incontro fra bianco e nero dell’american music) di Hey Mama e Babe I Know.

Il funkeggiare paffuto di Intro, in concomitanza con la successiva Coolin’ Out, torna all’amata epopea della Stax, prima che Baby I Lost My Way (But I’m Going Home) gigioneggi un po’ con un soul blues in minore che sembra portare nel cuore personaggi come Bobby Blue Bland, mentre You Worry Me cerca persino il singolo furbesco che possa fare la sintesi fra vecchio e nuovo. Il finale riporta in quota il tormento soul dei Night Sweats con gli struggimenti guancia a guancia di Still Out There Running, semplice quanto efficace nella progressione circolare del brano, ma soprattutto con l’intensità dell’interpretazione dello stesso Nathaniel Rateliff in Tearing at the Same, title track posta in chiusura a rappresentare degnamente il climax del disco.

Così se ne parla su Rockol:

Il marchio Nathaniel Rateliff & The Night Sweats ha visto la luce relativamente di recente, i ragazzi che lo costituiscono non sono proprio di primo pelo. La loro guida, il barbuto e paffuto Nathaniel, ormai va per i quaranta. Data la bravura sono riusciti a colpire il centro del bersaglio già con l’eponimo album d’esordio uscito nel 2015 e da allora non si sono più fermati. Forse per non vedersi scivolare via dalle mani il buon livello di notorietà raggiunta? oppure perché quella del suonare è la strada che meglio conoscono e che meglio li rappresenta? Chi lo può dire? Qui si impone l’apertura di una breve parentesi: quando si fa cenno al buon livello di notorietà raggiunta si intende negli Stati Uniti, in misura minore in Europa. Quindi, si diceva, dal primo disco, a cadenza annuale, la band non ha mancato di pubblicare un lavoro. Nel 2016 l’EP “A little something more from”, nel 2017 l’album dal vivo (ambito in cui si trovano particolarmente a loro agio) “Live at Red Rocks” e, infine, nel 2018 “Tearing at the seams”.

E’ un disco importante questo “Tearing at the seams” per Nathaniel e i suoi ragazzi. Tutti i dischi sono importanti, però il secondo, in genere, lo è in modo particolare. In questa seconda raccolta di inediti non si naviga al riparo di un bacino artificiale dove non ci sono onde anomale – come è accaduto con l’EP e l’album live – con la registrazione in studio di nuovo materiale non si scherza, si esce in mare aperto, si vanno a sfidare le charts, il pubblico, la critica e ci si misura con se stessi, con le proprie capacità. Questo concetto è molto chiaro nella testa del frontman ed è per questo che ha motivato la truppa dichiarando: “Dopo tutto questo tempo in tour sentivo che dovevamo fermarci e andarcene da qualche parte insieme. E’ un’esperienza che avremmo dovuto fare tutti insieme. Voglio, e ho bisogno, che tutti si sentano parte di questo gruppo. Voglio che si sentano di contribuire artisticamente ed emotivamente alla scrittura e alla creazione di questa musica. Tutti noi abbiamo dovuto fare dei sacrifici per entrare a far parte dei Night Sweats e voglio che tutti sappiano che ne è valsa la pena”.

Parole che se non raggiungono i vertici drammatici del discorso tenuto alla sua squadra nello spogliatoio dall’allenatore Al Pacino nel film “Ogni maledetta domenica”, poco ci manca. Rateliff non ha speso le sue parole invano, “Tearing at the seams” è un buon album e la band è al suo meglio. Un combo di otto persone ottimamente amalgamato, quel che si dice: una vera band. Un viaggio che parte ottoni spiegati e in resta con la sabbiosa e sudista “Shoe boot” che si fonde senza soluzione di continuità nella successiva “Be there”. “A little honey”, come suggerisce il titolo, maneggia l’amore e il soul. Le sonorità rimandano agli anni sessanta. “Say it louder” e ancora più “Hey mama” rallentano il ritmo e si spingono verso lidi più cari al country, ma sono solo episodi. “Intro” è cugina di un qualche grado della “Land of 1000 dances” di Wilson Pickett. La temperatura ora è decisamente calda, l’atmosfera è decisamente soul, la band fa a gara a mostrare la propria qualità e ci si accorge che la qualità della voce di Rateliff è di primissimo piano. Con “Baby I lost my way (but i’m going home)” si rimane ben ancorati agli anni sessanta con il suo incedere surf. Il finale è dedicato a “You worry me”, il primo singolo dell’album, la vespertina “Still out there running”, il congedo è affidato alla amara title track.

“Tearing at the seams” è prova onesta fino all’osso, non c’è trucco e non c’è inganno. Onesta come la voce di Nathaniel Rateliff e la musica dei suoi Night Sweats. Sta a voi decidere se prendere o lasciare. La Stax che li ha sotto contratto li ha presi, qualcosa suggerisce lo si debba fare pure noi.

 

 

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