Disco della Settimana: Morrissey “Low In High School”

Disco della Settimana: Morrissey “Low In High School”

Non è facile invecchiare, soprattutto per rockstar dalla personalità così ingombrante e provocatoria come quella dell’ex frontman di un gruppo fondamentale come The Smiths. Low in High School è un disco con luci ed ombre, ma estremamente personale e per niente indulgente.

Il disco, uscito il 17 novembre 2017, è stato pubblicato dalla BMG, in collaborazione con la Etienne Records, l’etichetta di proprietà dello stesso Morrissey. Prodotto da Joe Chiccarelli e composto dallo stesso Morrissey, in collaborazione con i musicisti della sua band, l’album è stato registrato presso gli studi Fabrique di Saint-Rémy-de-Provence, nel sud della Francia e in quelli romani del Forum Music Village, di proprietà di Ennio Morricone (è di quei giorni l’incidente con le nostre forze dell’ordine).

L’ambum è stato anticipato dai singoli Spent the Day in Bed e I Wish You Lonely.

Il passato con cui Morrissey si deve controntare non è certo poco impegnativo “considerato tra i più importanti precursori e innovatori della musica indie e britpop, Morrissey è ritenuto uno dei più grandi parolieri della storia della musica britannica e i suoi testi sono divenuti oggetto di studio accademico. Nel 2007, il quotidiano inglese Daily Telegraph l’ha inserito nella classifica dei cento geni viventi. Nel 2008 è stato invece annoverato tra i cento grandi cantanti di tutti i tempi, in una classifica stilata dalla rivista Rolling Stone” (wikipedia), artista per cui hanno aperto i concerti anche Lou Reed e Patti Smith, l’autore che persino Bowie scelse per una cover, eppure il restare all’altezza della sua fama di provocatore controcorrente lo sta portando sempre più spesso ad incrociare il percorso delle destre più reazionarie o islamofobe. Alcuni interpretano le posizioni controverse dell’artista come una capacità di cogliere il tormento sociale della working class ponendo domande più che suggerendo risposte.

Musicalmente è un album discontinuo ma non privo di picchi; rotto il sodalizio con dopo il divorzio con Alain Whyte (cui si doveva il risultato dei precedenti lavori) Stephen Patrick Morrissey ha costruito una band perfettamente allineata con le esigenze del musicista, a suo modo questo è un album fortemente ispirato e “centrato” sull’umore del momento storico.

Ma vediamo come è stato accolto l’album dalla stampa specializzata italiana.

Così ne parla Rockol:

“Il tempo non è gentiluomo. Di regola ci fa diventare più brutti, grossi e spelati. Anche acidi e malmostosi. Brontoloni e disillusi. Ok… che male c’è? Di sicuro si perdono lo smalto e la magia dei 20 anni, ma quelli – si sa – sono molto di frequente fuochi di paglia. Per cui ben venga, nel bene e nel male, anche la poetica/poesia del declino. In cui Moz è gran maestro, non possiamo dire altrimenti, e lo dimostra col suo nuovo album solista.

Il re del pop indie in salsa Brit, l’artista che ha cresciuto generazioni di musicisti e fan a colpi di testi che facevano male come biglietti di addio lasciati sul comodino, eppure creavano una dipendenza più forte di qualunque sostanza conosciuta, torna alla soglia dei 60 anni e non ha il minimo timore di mettersi a nudo come quando ne aveva 40 di meno. La pelle è diversa, i capelli, il girovita e il tono muscolare idem… eppure la forza e il coraggio di mostrarsi per ciò che è non gli vengono a mancare neppure per un secondo.

È innegabile, inoltre, che (come a ogni sua nuova uscita) continui a balzare alla mente il pensiero che tutto ciò sarebbe ancora più bello e struggente con Johnny Marr alle chitarre: per forza…  sono passati 30 anni dalla fine degli Smiths, ma non riusciamo a far pace col fatto che la diade ormai è composta da due monadi e il jolly Morrissey/Marr non lo vedremo più all’opera, nonostante loro due siano da sempre complementari. Ecco, eppure “Low In High School”, al netto di queste considerazioni oziose (e con il massimo rispetto per l’ottimo Boz Boorer), funziona. E molto meglio della proposta precedente di Moz.

A Morrissey, come si dice a Roma, rode pesantemente il culo per mille motivi. E i suoi testi sono lo specchio di tali rodimenti: ci infila politica, società, sesso, pulsioni antimonarchiche, relazioni sentimentali marce o troppo complicate, ribellione all’equazione produci/consuma/crepa, antimilitarismo, disprezzo per le forze dell’ordine, dandysmo strafottente, la tipica autocommiserazione tragicomica/autoironica morrisseyana e commenti tranchant sul genere umano (leggi misantropia con tanto di turbo e marmitta truccata). Il tutto su basi musicali 100% Moz, il che vuol dire che ci troviamo di fronte a melodie morbide e variegate, chitarre capaci di tagliare o di accarezzare come guanti di cachemire, escursioni nel Brit-pop, incursioni nella new wave/post punk, raid nella tradizione popolare… un impasto sonoro che crea una sorta di empatia immediata, quasi ingenua e istintiva, che peraltro cresce con gli ascolti.

Insomma, sarai anche diventato un brontolone, come dicono, ma – caro Moz – ben vengano i brontolii se si traducono in album ancora così solidi e piacevoli.”

Così se ne parla su Ondarock:

Ho preso una decisione: questa recensione dell’ultimo disco di Morrissey non proverà in alcun modo a risolvere la diatriba tra sostenitori e detrattori di “Low In High School”. Sì, perché tutta l’attenzione si concentrerebbe su un’unica questione di fondo: il disco è bello o è brutto?
A questo punto della carriera dell’ex-Smiths cosa importa se un album sia bello o brutto, la sua discografia solista è piena di dischi ottimi ma anche di cadute di stile, per non parlare di alcune opere che ancora giacciono nel limbo in attesa del perdono. Oltretutto al musicista e autore di Manchester non fotte un cazzo di cosa io o altri scriveremo di questo suo ultimo album, altrimenti avrebbe messo a frutto quei pochi consigli sparsi tra le innumerevoli recensioni che hanno accompagnato il precedente “World Peace Is None Of Your Business”.
Che Morrissey non si curi neppure dei suoi fan più fedeli, lo si evince poi dalla scelta di non assecondare le continue richieste del pubblico di ritornare musicalmente ai fasti e alla leggiadria degli esordi, al contrario dopo il divorzio con Alain Whyte la scrittura si è ancor più appesantita e imbolsita, quasi come se l’autore volesse trasferire in musica la confusione politica e sociale che è infine il cardine creativo di “Low In High School”. L’unicità di un personaggio come Morrissey è conclamata dall’impossibilità di poter separare la creazione artistica dal profilo umano dell’autore, le stesse reazioni dell’ascoltatore sono vittima dell’empatia, spesso temporanea e fugace.

Le tentazioni politiche che soggiacciono alle undici canzoni del nuovo album sono preminenti come non mai, ma non stupisca l’apparente tono reazionario di alcune esternazioni, stiamo parlando di colui che senza timore ha urlato il suo odio per la Thatcher nella canzone “Margaret On The Guillotine”: che gli valse perfino una perquisizione e un’indagine da parte della polizia britannica. Non dimentichiamoci che anche l’Fbi mise sotto torchio Morrissey per le sue dichiarazioni contro Bush (definendolo un terrorista che meritava di morire), inoltre il musicista inglese in passato aveva assunto una bizzarra posizione ideologica nella canzone “We’ll Let You Know”, dove viltà e orgoglio si alternavano nel suo ambiguo tratteggio psicologico di un violento hooligan, inoltre gli è stata perdonata anche l’incitazione a uccidere i dj nel brano degli Smiths “Panic”, un’affermazione che di li a poco gli è valsa il dispregio del popolo rave.

Il sostegno politico per la candidata anti-islam Anne Marie Waters e le esternazioni positive nei confronti di Marine Le Pen e Nigel Farage hanno creato senza alcun dubbio molta avversione tra la critica inglese, mentre il recente incidente diplomatico con la polizia italiana ha suscitato polemiche e accuse di arroganza e presunzione, che non hanno giovato alla sua immagine presso il pubblico nostrano. Forte di queste considerazioni e premesse mi accingo ad affermare senza possibilità di smentite che l’ultimo album del musicista britannico è il suo più ambizioso, controverso e confuso, un challenger da luna park che lascia storditi e stupiti a ogni giro d’ascolto. 
Quando le note di “My Love, I’d Do Anything For You” riempiono il vuoto che fa seguito ai succitati pensieri, tutte le argomentazioni ideologiche si fanno amabilmente accantonare, l’esuberanza del possente glam-hard-rock-sinfonic (azzardo un paragone con Meat Loaf) non lascia dubbi, “Low In High School” è un album  indisponente e ambiguo, ogni brano offre una doppia chiave di lettura: una piacevole e una disturbante.

Al di là delle feroci critiche inglesi (quella di The Quietus include cento volte la parola fucking), questo è l’album più ricco di potenziali singoli da classifica, a partire dalla deliziosa “Jacky’s Only Happy When She’s Up On The Stage” che si avvale di un assolo di tromba, oltreché del testo più ironico e riuscito.
L’altro singolo che ha anticipato l’album, “Spent The Day In Bed”, non solo è una delle canzoni più melodicamente affabile degli ultimi anni, ma nel contesto dell’album suona ancor più incisiva, graziata dalla stessa leggerezza di “I Wish You Lonely”, un altro brano che aveva anticipato l’altra peculiarità timbrica dell’album, ovvero quel delizioso suono di tastiere stile Roxy Music, che insieme all’uso più intenso dell’orchestra e dei fiati sono la vera novità timbrica di questo progetto. 

A questo punto diciamo la verità: quello che è forse più duro da accettare è che anche Steven Patrick Morrissey sia giunto alla soglia della maturità, e sono senza dubbio i suoi 58 anni i veri protagonisti delle acrobazie da crooner della romantica “Home Is A Question Mark” (forse il brano migliore dell’album), e senza dubbio sono la fonte dell’ambiziosa “I Bury The Living”, la quale scivola verso toni gotici da rock-opera leggermente pretenziosi.
Che “Low In High School” sia un disco bifronte lo si evince anche dalla netta separazione tra le due facciate, infatti con il delicato e notturno duetto tra piano e voce di “In Your Lap” si entra in una dimensione più crepuscolare, quasi notturna e a tratti esotica, con atmosfere che a tratti ricordano alcune cose di Marc Almond era-Marc and The Mambas, come la già citata “In Your Lap” e il tocco di flamenco di “The Girl From Tel-Aviv Who Wouldn’t Kneel”. Ed è proprio da questo tentativo di rigenerazione che nascono alcune interessanti intuizioni liriche dell’ultimo Morrissey, come l’amabile “All The Young People Must Fall In Love”, una ballata acustica alla “Give Peace A Change” che frantuma il tono serioso del disco aprendo le porte all’altra piccola delizia melodica dell’album, ovvero il tango di “When You Open Your Legs”, sottolineato con intelligenza e gusto da orchestra e fiati.
Meno riuscito il pasticcio di synth di “Who Will Protect Us From The Police?” che come nella più intensa “Israel” resta leggermente schiacciata dal peso delle parole.

Oscurato da una produzione a volte sovrabbondante, “Low In High School” resta comunque uno dei capitoli più difficili da digerire del suo catalogo, ma mentre per album come “Kill Uncle” lo stesso problema era generato da un mancanza di sinergia tra musica e testi, qui il discorso è molto diverso.
Mai come ora Morrissey sembra  a suo agio nel raccontare le sue perplessità, la band è perfettamente allineata con le esigenze del musicista e a suo modo questo è un album fortemente ispirato, e forse non va sottovalutata la sua capacità di cogliere in anticipo il tormento sociale della working class.
Piaccia o non piaccia, questa strisciante deriva reazionaria va osservata con attenzione e senza inutile sarcasmo, e forse “Low In High School” contiene più di una chiave d’accesso e di lettura del nostro turbolento presente ideologico.

Noi facciamo nostra la chiosa dell‘articolo di Repubblica: “Eccola qui, quindi, la situazione di Morrissey nel 2017. Uno zio burbero con squarci di inarginabile romanticismo. Un grande vecchio che si ostina a non vivere del suo passato. Non si sa cosa sarebbe più ridicolo: un uomo di mezza età che sbraita sconclusionato degli affari esteri dell’Inghilterra o un depresso cronico che si lamenta ancora di essere bullizzato o peggio ancora ignorato. È un cul de sac in cui Morrissey si è messo con le sue mani anno dopo anno, di fatto autorizzando quell’identificazione tra artista e personaggio delle sue opere che neanche più a Tarantino e Houellebecq viene rimproverato con tanta veemenza. E in questo vicolo cieco Stephen Patrick Morrissey, 59 anni, ci sguazza ancora che è una meraviglia irritante come l’arte, in fondo, è anche giusto che sia.”

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Addio a Malcom Young degli AC/DC

Addio a Malcom Young degli AC/DC

E’ morto Malcom Young chitarrista, fondatore, motore e anima musicale degli AC/DC. Si era ritirato dalle scene nel 2014 per gravi problemi di salute.

“È con una profonda tristezza nel cuore che annunciamo la morte di Malcolm Young”. Così gli Ac/Dc danno sul sito e sui social la notizia della scomparsa del co-fondatore della band, fratello di Angus. “Ha sofferto per anni di demenza e se ne è andato in pace, circondato dalla sua famiglia”.

“Con grande dedizione e impegno, è stato la forza trainante del gruppo – si legge in un messaggio del fratello Angus – Come chitarrista, compositore e visionario, è stato un perfezionista e un uomo unico. Ha sempre tenuto duro e ha detto e fatto esattamente quello che voleva. La sua lealtà verso i fan è stata insuperabile. Come fratello, è difficile esprimere a parole quello che ha significato per me, il legame che avevamo era unico e molto speciale. Lascia un’eredità enorme che vivrà per sempre”

Australiano ma nato in Scozia, Malcom formò la band con il fratello più piccolo Angus quando avevano 20 e 18 anni, insieme al cantante Dave Evans, licenziato poi nel 1974 per assumere Bon Scott. Young ha lasciato gli AC/DC nel mese di aprile 2014 per sottoporsi ad un trattamento per la demenza senile , e successivamente il management della band ha annunciato il suo ritiro permanente. Si è spento il 18 novembre 2017 all’età di 64 anni.

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Rock Contest 2017: La Prima Semifinale

Rock Contest 2017: La Prima Semifinale

 

La 1a semifinale della 29a edizione del Rock Contest di Controradio si terrà venerdì 17 novembre alle 21.30 sul palco del GLUE Alternative Concept Space

Sul palco i Form Follows (da Livorno), Fogg (Pontedera), Pijama Party (Colle Val DElsa), 43 Factory (Firenze), Dust & The Dukes (Firenze), Redtree Groove (Firenze), di loro solo tre accederanno alla serata finale che si terrà sabato 2 dicembre all’Auditorium Flog (via Michele Mercati, 24/b).

Il 24 novembre, sempre al Glue, sarà il turno di Peyman S’Oyle (Firenze), Atlantico (Milano), Fade Out (Brescia), Monologue (Grosseto), White Room (Massa), Souvlaki (Brescia).

Tra i giudici della finale, vari nomi importanti del giornalismo musicale italiano e affermati musicisti e manager; tra le prime conferme, Lodo Guenzi (frontman de Lo Stato Sociale), Cosmo (Marco Jacopo Bianchi, uno dei più interessati nuovi talenti della musica italiana) e Max Collini (Offlaga Disco Pax / Spartiti). Ed ancora Carlo Pastore (conduttore della trasmissione Babylon di RAI Radio2 dedicata a nuove tendenze e gruppi emergenti), Silvia Boschero (Raistereonotte), uno degli scoutdi Sugar Music e molti altri in via di definizione. Ospite speciale live della serata finale EDDA, con il suo “Graziosa Utopia” Tour,

Ma per scoprire meglio le sei band in gara per la serata di venerdì 11 novembre al Glue seguite il link sulla pagina ufficiale www.rockcontest.it

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Disco della settimana: Martha High

Disco della settimana: Martha High
La storica “Funky Diva” di James Brown, Martha High presenta il nuovo LP “Tribute To My Soul Sisters” prodotto dagli Osaka Monaurail per la nostrana Record Kicks. Martha High & Osaka Monaurail saranno in concerto in data unica in Italia, Sabato 25 Novembre al Biko di Milano.

La “hardest working lady in show business” Martha High è stata parte integrante della vita e della carriera di James Brown per oltre 30 anni: era la sua corista, curava il suo stile ed è sempre stata la sua più stretta confidente. Dopo aver speso una vita a contatto col Godfather Of Soul, Martha ha fatto squadra con la band giapponese Osaka Monaurail per registrare un tributo speciale alle sue compagne di avventura della James Brown Revue.

L’album uscirà in tutto il mondo solo il prossimo 17 Novembre su Record Kicks, noi di Controradio ve ne proponiamo l’ascolto in assoluta anteprima.


L’idea di registrare un disco in onore delle sue compagne “female vocalist” della mitica “James Brown Revue” risale al 2014, ed è nata durante una visita di Martha a Richmond in Virginia al suo amico produttore Dj Pari, manager tra gli altri degli Impressions, Marva Whitney e Lyn Collins, trascorsa parlando del passato, dei dischi e dei tour con la JB Revue.

Ho pensato a queste regine del Soul”, ha dichiarato Martha, “avere l’opportunità e il piacere di interpretare i loro brani è il mio modo di dir loro: grazie, non vi dimentico. Mantenere in vita la musica delle Funky Divas è sempre stato molto importante anche per Mr. Brown. Lui voleva che il mondo sapesse che aveva diverse donne potentissime sul palco, che erano in grado di tenere il pubblico mentre lui si cambiava e prendeva un break; loro erano potenti e funky esattamente quanto lo era lui.”

Seguendo il consiglio di DJ Pari, Miss High non ha perso tempo ed è volata fino a Tokio, dove ad attenderla c’erano gli Osaka Monaurail. Influenzati dalla musica di James Brown, Bobby Byrd, Curtis Mayfield e con 9 album in studio all’attivo, gli Osaka Monaurail sono un punto di riferimento per la scena funk & soul internazionale. Da 25 anni tengono alta la bandiera del funk suonando ripetutamente nei più importanti festival in tutto il mondo, tra cui il Montreal Jazz Festival, North Sea Jazz Festival e il Womad, e vantano collaborazioni per con personaggi del calibro di Maceo Parker, Marva Whitney e Fred Wesley.

Il risultato di questo matrimonio sono 13 perle incandescenti, interpretate come solo una vera Soul Sister può fare. Tra i titoli si trovano “Think (About It)”, resa famosa dalla female preacher Lyn Collins, “Mama’s Got A Bag Of Her Own”, la risposta di Anna King a “Papa’s Got A Brand New Bag” di James Brown e “Answer to Mother Popcorn” della leggendaria Vicki Anderson.

Nata a Victoria, Virginia, e scoperta dalla leggenda del Rock & Roll Bo Diddley, Martha ha iniziato la sua carriera nel leggendario gruppo doo wop “The Four Jewels”, col quale registrò la hit “Opportunity” nel 1964. Notata subito da James Brown, nel 1966 la band entra a far parte della “JB Revue”, registrando numerose hit con il Godfather of Soul e accompagnandolo sempre in tour. Dopo lo scioglimento delle Jewels, Martha High rimase a fianco di JB, col quale ha continuato a lavorare per 32 anni consecutivi. Era con lui al celebre concerto di Boston Garden nel 1968, la notte dopo l’assassinio di Martin Luther King, era al suo fianco durante il “The Legends of Rock & Roll” e in Zaire per il celebre “Rumble in The Jungle”. Durante questi anni, Mr. Brown ha prodotto diversi singoli di Martha High per la sua etichetta “People” tra cui “Georgy Girl”, “Try Me” e “Summertime”, mentre Miss High ha dato il via alla propria carriera solista nel 1979 con l’LP omonimo uscito per la mitica “Salsoul Records”. Da allora Martha ha pubblicato altri cinque album, è diventata una delle lead singer del leggendario saxofonista Maceo Parker, col quale ha girato il mondo per 16 anni, ed ha collaborato con numerose icone come Little Richard, Jerry lee Lewis, The Temptations, Aretha Franklin, B.B. King, Stevie Wonder, Prince, Michael Jackson e George Clinton, guadagnandosi sul campo lo pseudonimo di “hardest working lady in show business”.

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Disco della settimana: Martha High

La storica “Funky Diva” di James Brown, Martha High presenta il nuovo LP “Tribute To My Soul Sisters” prodotto dagli Osaka Monaurail per la nostrana Record Kicks. Martha High & Osaka Monaurail saranno in concerto in data unica in Italia, Sabato 25 Novembre al Biko di Milano.

La “hardest working lady in show business” Martha High è stata parte integrante della vita e della carriera di James Brown per oltre 30 anni: era la sua corista, curava il suo stile ed è sempre stata la sua più stretta confidente. Dopo aver speso una vita a contatto col Godfather Of Soul, Martha ha fatto squadra con la band giapponese Osaka Monaurail per registrare un tributo speciale alle sue compagne di avventura della James Brown Revue.

L’album uscirà in tutto il mondo solo il prossimo 17 Novembre su Record Kicks, noi di Controradio ve ne proponiamo l’ascolto in assoluta anteprima.


L’idea di registrare un disco in onore delle sue compagne “female vocalist” della mitica “James Brown Revue” risale al 2014, ed è nata durante una visita di Martha a Richmond in Virginia al suo amico produttore Dj Pari, manager tra gli altri degli Impressions, Marva Whitney e Lyn Collins, trascorsa parlando del passato, dei dischi e dei tour con la JB Revue.

Ho pensato a queste regine del Soul”, ha dichiarato Martha, “avere l’opportunità e il piacere di interpretare i loro brani è il mio modo di dir loro: grazie, non vi dimentico. Mantenere in vita la musica delle Funky Divas è sempre stato molto importante anche per Mr. Brown. Lui voleva che il mondo sapesse che aveva diverse donne potentissime sul palco, che erano in grado di tenere il pubblico mentre lui si cambiava e prendeva un break; loro erano potenti e funky esattamente quanto lo era lui.”

Seguendo il consiglio di DJ Pari, Miss High non ha perso tempo ed è volata fino a Tokio, dove ad attenderla c’erano gli Osaka Monaurail. Influenzati dalla musica di James Brown, Bobby Byrd, Curtis Mayfield e con 9 album in studio all’attivo, gli Osaka Monaurail sono un punto di riferimento per la scena funk & soul internazionale. Da 25 anni tengono alta la bandiera del funk suonando ripetutamente nei più importanti festival in tutto il mondo, tra cui il Montreal Jazz Festival, North Sea Jazz Festival e il Womad, e vantano collaborazioni per con personaggi del calibro di Maceo Parker, Marva Whitney e Fred Wesley.

Il risultato di questo matrimonio sono 13 perle incandescenti, interpretate come solo una vera Soul Sister può fare. Tra i titoli si trovano “Think (About It)”, resa famosa dalla female preacher Lyn Collins, “Mama’s Got A Bag Of Her Own”, la risposta di Anna King a “Papa’s Got A Brand New Bag” di James Brown e “Answer to Mother Popcorn” della leggendaria Vicki Anderson.

Nata a Victoria, Virginia, e scoperta dalla leggenda del Rock & Roll Bo Diddley, Martha ha iniziato la sua carriera nel leggendario gruppo doo wop “The Four Jewels”, col quale registrò la hit “Opportunity” nel 1964. Notata subito da James Brown, nel 1966 la band entra a far parte della “JB Revue”, registrando numerose hit con il Godfather of Soul e accompagnandolo sempre in tour. Dopo lo scioglimento delle Jewels, Martha High rimase a fianco di JB, col quale ha continuato a lavorare per 32 anni consecutivi. Era con lui al celebre concerto di Boston Garden nel 1968, la notte dopo l’assassinio di Martin Luther King, era al suo fianco durante il “The Legends of Rock & Roll” e in Zaire per il celebre “Rumble in The Jungle”. Durante questi anni, Mr. Brown ha prodotto diversi singoli di Martha High per la sua etichetta “People” tra cui “Georgy Girl”, “Try Me” e “Summertime”, mentre Miss High ha dato il via alla propria carriera solista nel 1979 con l’LP omonimo uscito per la mitica “Salsoul Records”. Da allora Martha ha pubblicato altri cinque album, è diventata una delle lead singer del leggendario saxofonista Maceo Parker, col quale ha girato il mondo per 16 anni, ed ha collaborato con numerose icone come Little Richard, Jerry lee Lewis, The Temptations, Aretha Franklin, B.B. King, Stevie Wonder, Prince, Michael Jackson e George Clinton, guadagnandosi sul campo lo pseudonimo di “hardest working lady in show business”.

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