Animalia Fashion

Animalia Fashion

La nuova mostra al Museo della Moda e del Costume di Palazzo Pitti è Animalia Fashion, dedicata all’alta moda contemporanea. Inaugura oggi e rimane aperta sino al 5 maggio 2019.

Animalia Fashion è una mostra dedicata alle creazioni dell’Alta Moda contemporanea ispirate al mondo naturale. Raccoglie abiti creati negli ultimi 18 anni, tra il 2000 e il 2018. E si tratta di abiti strabilianti.

Abiti strabilianti per più ragioni. Sono tutti pezzi unici, realizzati con ore e ore di lavoro in atelier specializzatissimi, dove sopravvivono saperi e tecniche praticamente estinti altrove. Ognuno di essi è la realizzazione di visioni raffinatissime.

Visioni che possono diventare realtà solo per pochissime donne al mondo. Il mondo dell’Alta Moda infatti è molto piccolo e molto specializzato. Si tratta di un mondo che produce sogni, e che però ha la funzione di trainare tutta la “baracca” della moda.

Animalia Fashion raccoglie dunque creazioni degli stilisti più importanti della nostra epoca: Maison Margiela, Dior, Jean Paul Gaultier, Chanel, Saint Laurent, Dolce e Gabbana, Valentino, Lanvin, Armani, Pucci, Azzedine Alaia, la straordinaria Iris van Herpen…

I loro abiti sono accompagnati da alcuni (troppo pochi) accessori e gioielli di altrettanto grandi creatori.

In mostra vediamo abiti che non provengono dalle collezioni del museo ma che sono stati ottenuti grazie a prestiti importanti delle case di moda più prestigiose e di stilisti emergenti.

In più, l’allestimento di Animalia Fashion è… fascinoso. La curatrice Patricia Lurati lo ha immaginato infatti come un viaggio all’interno di un fantastico museo di Storia Naturale.

Poichè questo avviene nelle bellissime, sontuose sale al secondo piano di Palazzo Pitti, abiti meravigliosi e impossibili si posano tra gli stucchi, i velluti, le dorature e l’elegante mobilia ottocentesca.

 

Insieme a teche colme di serpenti, ragni, farfalle… nonchè conchiglie, pesci, coralli, pappagalli multicolori. E a cascate e cascate di candide piume di cigno.

Questo è stato possibile grazie a prestiti dal Museo di Storia Naturale La Specola, dall’Associazione Italiana di Aracnologia e dal Museo di Antropologia ed Etnografia.

Il tutto è legato grazie a riproduzioni di bellissimi disegni da antichi bestiari medievali.

Animalia Fashion è una mostra deliziosa, divertente, strabiliante, godibilissima. A parte il piccolo neo della strana disposizione dei numeri esplicativi, che costringe a fare avanti e indietro se si vuole controllare l’autore di un pezzo.

 

Una mostra per chi ama la moda, e per chi di moda non capisce niente.Soprattutto è una mostra che farà ricredere chi ancora dubita che l’alta moda possa essere arte.

 

Margherita Abbozzo. Tutte le foto sono mie. Info pratiche qui.

 

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L’Italia dei fotografi. Al nuovo M9 di Mestre

L’Italia dei fotografi. Al nuovo M9 di Mestre

Raccontare il Novecento italiano. E’ questo il progetto della mostra L’Italia dei fotografi. 24 storie d’autore, appena inaugurata a Mestre.

L’Italia dei fotografi. 24 storie d’autore è la prima mostra temporanea ospitata al M9, il nuovissimo polo culturale che comprende museo, spazi espositivi, una mediateca-archivio, aree per le attività didattiche, e servizi al pubblico.

 

A cura di Denis Curti, la mostra propone 230 immagini sia a colori che in bianco e nero.

Sono tutte opere di 24 fotografi italiani che raccontano com’è cambiato il Paese nel corso del secolo scorso.

Chi sono i 24 de L’Italia dei fotografi?

Un pool che unisce fotografi di tutti gli angoli d’Italia. Ci sono i grandi maestri come Gabriele Basilico, Mario De Biasi, Luigi Ghirri, Mario Giacomelli, Nino Migliori, Ugo Mulas.

Non mancano i due Jodice padre e figlio, Mimmo e Francesco; e spicca il lavoro delle bravissime Letizia Battaglia, Carla Cerati, Lisetta Carmi.

Poi ancora, Franco Fontana, Ferdinando Scianna, Tazio Sechiaroli, Fulvio Roiter, Luca Campigotto, Olivo Barbieri… più vari altri, che non sto ad elencare per non fare un elenco troppo a “lista della spesa”.

In tutto, 3 donne. 21 uomini. Questo alla fine del 2018… Uno si domanda come mai. Non esistono forse e non sono esistite fotografe in Italia? La mostra adesso in corso al Centro Pecci racconta un’altra storia. Far raccontare tutto ai soliti noti, per quanto bravissimi, vabbè.

Peccato, perchè la mostra si pone come continuazione ideale della mostra permanente sul XX secolo e sulle sue trasformazioni ospitata nei primi due piani del Museo M9.

Comunque. Ognuno dei 24 in L’Italia dei fotografi è stato scelto perchè racconta una storia italiana: Letizia Battaglia ci porta nelle strade di Palermo insanguinate dai delitti mafiosi; Gabriele Basilico canta Milano, con i suoi celeberrimi Ritratti di Fabbriche del 1978-1980;

Lisetta Carmi ci fa conoscere personaggi genovesi, Ferdinando Scianna altri invece siciliani.  Arturo Ghergo ha fotografato a Roma divi del cinema e del teatro per decenni, Tazio Sechiaroli invece il mondo che ruotava intorno a Fellini…

Oltre alle opere in mostra è possibile anche consultare un vasto archivio dedicato a ognuno degli autori: ci sono circa 100 libri in libera consultazione, più video-interviste e documentari.

E poi ci saranno anche molti eventi collaterali. Per cui consiglio di programmare una visita a M9 consultando prima il bel sito del museo.

 

Italia dei fotografi. 24 storie d’autore
Dove: M9, via Giovanni Pascoli 11, Venezia Mestre
Quando: dal 22 dicembre fino al 16 giugno 2019.  Info pratiche: M9

Credits per le immagini: in copertina, Nino Migliori, Il tuatore, 1951 © Fondazione Nino Migliori;

Luigi Ghirri, Scardovari, 1988, © Eredi di Luigi Ghirri;

Riccardo Moncalvo, Piccolo solitario. Monte Sant’Angelo, 1956 © Archivio Riccardo Moncalvo Torino;

Ferdinando Scianna, La Cerca. Colesano, 1963 © Ferdinando Scianna;

Massimo Vitali, Rosignano sea 3, 1998 © Massimo Vitali;

Gabriele Basilico, da Milano ritratti di fabbriche, 1978-80 © Gabriele Basilico/Archivio Gabriele Basilico Milano.

Le fotografie di M9 courtesy del Museo.

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Gemme meravigliose

Gemme meravigliose

La meravigliosa collezione di gemme antiche dei Medici e dei Lorena al Museo Archeologico di Firenze. In un nuovo allestimento, nel corridoio “segreto”. Proprio da vedere!

 

Il 14 dicembre ha inaugurato quella che non è una mostra ma il riallestimento permanente della stupefacente, meravigliosa, strabiliante collezione di gemme antiche del museo archeologico di Firenze. Si tratta di un vero e proprio tesoro. E’ la collezione più grande e più importante di gemme al mondo!

Sono antichi sigilli, cammei, intagli, paste vitree, gemme magiche e anelli, sia con montature romane che rinascimentali. Tutti pezzi realizzati in pietre come calcedonio, sardonica, corniole, zaffiri, granati…insomma le pietre più preziose dell’antichità.

Infatti collezionare gemme era cosa da imperatori. O da papi.  O da Lorenzo il Magnifico.

Che dette vita alla sua collezione comprando alcuni esemplari dalla raccolta del cardinale veneziano Pietro Barbo – poi papa Papa II . E continuò poi a comprare tutta la vita, mettendo insieme pezzi favolosi, e contagiando di questa “mania” invero molto chic tutta la casata.

I Medici collezionarono infatti gemme preziose fino all’ultimo, come si è visto anche in mostre recenti. Poi fu il turno dei Lorena. E così ora ci ritroviamo a Firenze questa collezione incredibile. Di ben 2300 pezzi.

Dopo due anni di ricerche la collezione è stata appena riallestita per tutti, con la curatela di Riccardo Gennaioli e l’aiuto della benemerita Fondazione Friends of Florence.

E dove si può vedere questo tesoro? Al museo archeologico, in quello che era un corridoio costruito nel Seicento per unire Palazzo della Crocetta con la basilica della Santissima Annunziata. Questo lungo spazio serviva a Maria Maddalena de’ Medici per andare a sentire messa senza essere vista. La poveretta infatti, malata di non si sa  bene cosa (si sa solo che era “deforme in tutte le membra”) non usciva mai in pubblico.

Il “suo” corridoio adesso ospita 432 gemme meravigliose: gemme babilonesi, greche, etrusche, romane, post-classiche – dall’epoca Carolingia al Rinascimento.

Arco temporale? Dal 2300 avanti Cristo, prendere o lasciare qualche annetto, fino al Mille settecento.

Al giorno d’oggi non sappiamo veramente nè apprezzare le gemme nè come guardarle. Ci aiuta una saletta introduttiva che ospita pannelli e touch screens, nonchè bei video e filmati  realizzati da Marcello Fittipaldi e Davide Morena di Sideways, con ottimi testi di Stefania Berutti.

Alla fine del percorso poi si trova un’altra sala che racconta dell’affaccio nascosto sulla basilica, cioè del Coretto dal quale Maria Maddalena seguiva la messa. La sua storia è raccontata da altri pannelli e filmati.

Che fortuna abbiamo di poterci riempire gli occhi di tutta la bellezza di queste gemme. Esposte elegantemente. Di fattura squisita. E di bellezza affascinante.

Margherita Abbozzo

Info pratiche qui.

 

 

 

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Soggetto nomade, Identità femminile.

Soggetto nomade, Identità femminile.

Soggetto nomade, Identità femminile attraverso gli scatti di cinque fotografe italiane, 1965-1985 ha inaugurato al Centro Pecci . Di cosa si tratta?

Soggetto nomade è il titolo della bella mostra curata da Cristiana Perrella ed Elena Magini che raccoglie il lavoro di cinque bravissime fotografe italiane. Cinque donne che hanno lavorato nel corso del ventennio compreso tra il 1965 e il 1985.

I loro nomi: Paola Agosti, Letizia Battaglia, Lisetta Carmi, Elisabetta Catalano, Marialba Russo.

La mostra rimane aperta fino all’8 marzo (bel tocco!) 2019. E’ bella ed intelligente, e si visita con grande piacere ed interesse.

Per molte ragioni. Intanto, perchè, halleluja, è la prima volta che si possono vedere raccolti insieme lavori di fotografe brave ma tenute ai margini del “canone”. Un canone costruito finora solo in funzione di signori fotografi maschi. Come del resto annuncia il titolo stesso della mostra, ispirato all’importante testo del 1995 Soggetto nomade. Femminismo e crisi della modernità, della filosofa Rosi Braidotti.

C’è inoltre il fatto che la mostra è stata costruita elegantemente intorno al tema della soggettività femminile. In anni di enormi cambiamenti sociali.

Anni che hanno visto la conquista di diritti civili  fondamentali come il divorzio e la legalizzazione dell’aborto, e lo svilupparsi impetuoso del femminismo che ha formato la coscienza di donne giovani e meno giovani.

Soggetto nomade esplora come venisse intesa la femminilità tra questi cambiamenti profondi: passando dai ritratti glamour del bel mondo del cinema e della cultura realizzati da Elisabetta Catalano (Roma, 1941-2015), a quelli, straordinari, di travestiti genovesi realizzati da Lisetta Carmi (Genova, 1924).

Insieme a questi ci sono poi gli scatti commoventi sulle manifestazioni del movimento femminista di Paola Agosti (Torino, 1947), che ritraggono la vitalità della meglio gioventù femminile dell’epoca; e i portentosi ritratti di uomini che per un giorno assumono l’identità femminile nel carnevale di piccoli centri della Campania, di Marialba Russo (Napoli, 1947).

Infine, e non poteva essere altrimenti, arriva il pezzo da novanta: Letizia Battaglia (Palermo, 1935). Non ci si stanca mai di vedere le sue celeberrime fotografie di donne e bambine che vivono sulla loro pelle l’orrore della mafia. Donne che devono costruire la loro femminilità in un mondo dominato da ideali di forza bruta.

Quelli di Letizia Battaglia sono ritratti di donne così intensi da colpire veramente al cuore, ogni volta che si vedono. Alle sue donne bastano gli sguardi per chiamarci tutti in causa. Sono fotografie che rifiutano di essere ammansite da qualsiasi esposizione museale. Fotografie che continuano con forza inscalfibile a farci pensare a che cosa voglia dire essere donna in un mondo governato da uomini rozzi. Oggi.

Colonna sonora ideale di Soggetto nomade? Canzone di maggio di Frabrizio De Andrè:

“E se credete ora/che tutto sia come prima/perché avete votato ancora/la sicurezza, la disciplina,/convinti di allontanare/ la paura di cambiare,/verremo ancora alle vostre porte e grideremo ancora più forte/ per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti.”

Margherita Abbozzo.

Tutte le fotografie sono mie.

Quella in copertina è di Paola Agosti, Manifestazione femminista davanti al tribunale, Roma, aprile 1977.

Info pratiche sulla mostra qui.

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Space equal to itself, fotografie di Baerbel Reinhard

Space equal to itself, fotografie di Baerbel Reinhard

Space equal to itself è la nuova mostra della fotografa Bärbel Reinhard presso Lo Spazio a Pistoia.

 

Bärbel Reinhard, tedesca di Stoccarda che da anni vive e lavora in Toscana,  presenta in space equal to itself vari cluster poetici: raggruppamenti di fotografie di varie dimensioni  e soggetti che giocano sui rimandi e le associazioni mentali.

 

Tutto il lavoro in mostra si muove tra analogie e ambiguità. Le immagini evocano, suggeriscono, stimolano, ispirano.  Lo sguardo è soggetto a un movimento continuo: tra vicino e lontano, forme naturali e artificiali, paesaggi e corpi, dolcezza e asprezza.

 

Il titolo della mostra viene da Mallarmè – “Lo spazio a sé identico, s’accresca o si neghi” – ed è citato in inglese perché, come mi ha detto l’artista “L’espace à soi pareil qu’il s’accroisse ou se nie” mi piace molto ma non sarei in grado di pronunciarlo con nonchalance. E mi sembrava più interessante di vedere anche la “trasformazione” nelle traduzioni dall’originale”.

Quello della trasformazione infatti è un concetto chiave: questi bei lavori di Baerbel Reinhard evocano un costante movimento. Giustapponendo corpi e natura, i clusters esposti in space equal to itself fanno sprizzare scintille di intuizione e suggeriscono frammenti di invisibile nel visibile.

Sono “immagini e immaginazioni di nuove cartografie visive”, come dice lei stessa, “che liberano le immagini dalla loro appartenenza, e da un ordine storico, gerarchico, geografico”.

Da dove vengono questi lavori? “Mi ha sempre affascinato” mi ha risposto l’artista “il fatto di poter mettersi in nuovi contesti, ricominciare e riconnettersi, trovare parallelismi e contrasti che possono stuonare, stupire, diventare qualcosa di nuovo. E un po’ un il file rouge in diversi lavori miei è il chiedersi cosa nasce di nuovo, nei dubbi e nelle nostre sicurezze di appartenenze e categorie, accostando oppure talvolta anche fondendo elementi estranei”.

E l’interesse a liberare le immagini dal loro contesto?

“La liberazione dalla provenienza e da un collocamento preciso mi sembrano molto liberatorie in generale. Quando la mia lingua preferita è diventata la fotografia sono passata da un primo approccio più documentario e “illustrativo”, dove di una storia viene testimoniato luogo, tempo, e avvenimento, a un approccio più aperto.

All’inizio avevo anche da combattere con gli stereotipi di come deve fotografare una tedesca (fredda distaccata alla Duesseldorfer Schule oppure romantica)”.

“Non mi piacciono le etichette che vengono applicate per facilitare la categorizzazione, le tassonomie, significato e significante, ma che alla fine tralasciano il potenziale espressivo fuori da essi. Tutto il mio lavoro si basa sulla ricerca di liberarsi dalle costrizioni.”

Così sono nati i clusters. Da dove vengono le immagini? Sono tue o riutilizzi fotografie di altri?

“Le immagini sono tutte composte da fotografie mie. Anche nel caso delle cartografie si tratta di fotografie che ho fatto a delle mappe. Alcune immagini provengono dal mio archivio e la maggior parte sono state scattate come una forma di richiamo reciproco in giro per paesaggi e musei, soprattutto in Italia.”

In space equal to itself i bei lavori di Baerbel Reinhard toccano le corde della poesia e suggeriscono strade originali per racconti in continua trasformazione.

Margherita Abbozzo. Tutte le immagini courtesy dell’artista. La mostra rimane aperta fino al 8 dicembre 2018.

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