Caporalato. Flai Cgil, in espansione “intermediazione di manodopera” camuffata da appalto

Caporalato. Flai Cgil, in espansione “intermediazione di manodopera” camuffata da appalto

Aziende terze, all’apparenza regolari, offrono servizi in agricoltura a prezzi stracciati prendendosi in carico il lavoro sporco, lo sfruttamento e il sotto salario. La denuncia del sindacato.

Di seguito il testo della nota diffusa da Flai Cgil Toscana, Siena e Grosseto:

“Ancora una volta il copione si ripete, purtroppo siamo ancora di fronte al modello di sfruttamento dei lavoratori agricoli che nella nostra regione si concretizza attraverso “l’intermediazione di manodopera” camuffata da appalto.
Il metodo che è ormai collaudato e in piena espansione si declina attraverso aziende terze, all’apparenza regolari, che offrono servizi in agricoltura a prezzi stracciati prendendosi in carico il lavoro sporco, lo sfruttamento e il sotto salario, attraverso la gestione della manodopera alle condizioni che sistematicamente dopo i vari blitz delle forze dell’ordine vengono alla luce in tutta la loro crudeltà e inciviltà.
Dopo anni di politiche che hanno sistematicamente e progressivamente indebolito il diritto e il costo del lavoro individuandolo come causa della crisi economica, la risorsa umana tende a non essere più interpretata come il valore aggiunto che dovrebbe fare la differenza per lo sviluppo delle aziende ma sta’ semplicemente diventando una variabile di costo.
E’ così che si insinuano e trovano terreno fertile questi metodi di sfruttamento strutturati che rischiano di compromettere tutto il settore dal punto di vista della reputazione e della concorrenza sleale.
La nostra battaglia per avere strumenti adeguati a estirpare il fenomeno parte da lontano.
Siamo stati promotori e sostenitori prima della rete del lavoro agricolo di qualità, istituita con la legge 116/2014, e della legge 199/2016 (Disposizioni in materia di contrasto ai fenomeni del lavoro nero, dello sfruttamento del lavoro in agricoltura e di riallineamento retributivo nel settore agricolo) approvata lo scorso ottobre e che ha fornito ulteriori strumenti anche agli inquirenti.
A ottobre dello scorso anno abbiamo inoltre sottoscritto a livello regionale il protocollo contro lo sfruttamento del lavoro in agricoltura.
La 199 inasprisce le pene arrivando a prevedere anche il sequestro dei beni ottenuti con lo sfruttamento e riconosce i riferimenti normativi ed economici della contrattazione collettiva.
Si avvale della Rete del lavoro agricolo di qualità che ad oggi però rimane uno strumento potenzialmente qualificante ma ancora inefficace a causa delle complessità burocratiche e soprattutto la mancanza delle linee guida che la rendano operativa anche a livello locale presso le commissioni INPS CISOA  [Cassa Integrazione Salariale Operai Agricoli] e diventi finalmente il luogo di monitoraggio del settore e per l’incontro tra domanda e offerta di mano d’opera in modo trasparente,
Mentre il protocollo regionale che ha istituito una cabina di regia con la Regione, i Sindacati, le Associazioni Datoriali, Inps e Inail, che si è insediata a fine gennaio si è posto come obbiettivi di istituire un albo volontario delle ditte prestatrici di servizi che lavorano in trasparenza e nel rispetto dei contratti e delle leggi per permettere alle aziende agricole di soddisfare i picchi stagionali e levare ogni possibile alibi.
Punto altrettanto qualificante tra gli obbiettivi previsti dal protocollo sarebbe un sistema premiante nei bandi per l’assegnazione delle risorse della PAC [Politica Agricola Comune] , del PSR [Programma di Sviluppo Rurale] e più in generale di tutti i finanziamenti pubblici a quelle aziende che fanno occupazione regolare diretta.
Ma anche qui i lavori procedono molto a rilento.
Anche in previsione della PAC del 2020 (che vale circa un miliardo di euro di contributi al settore agricolo) il buon lavoro deve diventare un criterio indispensabile a tutti gli effetti e non devono più andare risorse pubbliche a chi sfrutta la manodopera direttamente o indirettamente.
Se vogliamo che la nostra agricoltura cresca e sia in grado di continuare a competere sui mercati internazionali dobbiamo fare in modo che la competizione si basi sull’innovazione, la qualità dei prodotti e di conseguenza la qualità del lavoro.
Senza contare che la concorrenza sleale in primo luogo nuoce alle aziende regolari che rappresentano la stragrande maggioranza dell’agricoltura della nostra regione e hanno tutto l’interesse a mantenere le leve della competizione su un livello che sia all’altezza del brand Toscana.
A questo punto non è più rinviabile la piena attuazione da parte delle istituzioni degli strumenti legislativi e i protocolli se vogliamo veramente svolgere un azione di prevenzione dei fenomeni di sfruttamento dei lavoratori agricoli e più in generale di tutti i lavoratori che lavorano negli appalti”.

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