Disco della Settimana: Morrissey “Low In High School”

Disco della Settimana: Morrissey “Low In High School”

Non è facile invecchiare, soprattutto per rockstar dalla personalità così ingombrante e provocatoria come quella dell’ex frontman di un gruppo fondamentale come The Smiths. Low in High School è un disco con luci ed ombre, ma estremamente personale e per niente indulgente.

Il disco, uscito il 17 novembre 2017, è stato pubblicato dalla BMG, in collaborazione con la Etienne Records, l’etichetta di proprietà dello stesso Morrissey. Prodotto da Joe Chiccarelli e composto dallo stesso Morrissey, in collaborazione con i musicisti della sua band, l’album è stato registrato presso gli studi Fabrique di Saint-Rémy-de-Provence, nel sud della Francia e in quelli romani del Forum Music Village, di proprietà di Ennio Morricone (è di quei giorni l’incidente con le nostre forze dell’ordine).

L’ambum è stato anticipato dai singoli Spent the Day in Bed e I Wish You Lonely.

Il passato con cui Morrissey si deve controntare non è certo poco impegnativo “considerato tra i più importanti precursori e innovatori della musica indie e britpop, Morrissey è ritenuto uno dei più grandi parolieri della storia della musica britannica e i suoi testi sono divenuti oggetto di studio accademico. Nel 2007, il quotidiano inglese Daily Telegraph l’ha inserito nella classifica dei cento geni viventi. Nel 2008 è stato invece annoverato tra i cento grandi cantanti di tutti i tempi, in una classifica stilata dalla rivista Rolling Stone” (wikipedia), artista per cui hanno aperto i concerti anche Lou Reed e Patti Smith, l’autore che persino Bowie scelse per una cover, eppure il restare all’altezza della sua fama di provocatore controcorrente lo sta portando sempre più spesso ad incrociare il percorso delle destre più reazionarie o islamofobe. Alcuni interpretano le posizioni controverse dell’artista come una capacità di cogliere il tormento sociale della working class ponendo domande più che suggerendo risposte.

Musicalmente è un album discontinuo ma non privo di picchi; rotto il sodalizio con dopo il divorzio con Alain Whyte (cui si doveva il risultato dei precedenti lavori) Stephen Patrick Morrissey ha costruito una band perfettamente allineata con le esigenze del musicista, a suo modo questo è un album fortemente ispirato e “centrato” sull’umore del momento storico.

Ma vediamo come è stato accolto l’album dalla stampa specializzata italiana.

Così ne parla Rockol:

“Il tempo non è gentiluomo. Di regola ci fa diventare più brutti, grossi e spelati. Anche acidi e malmostosi. Brontoloni e disillusi. Ok… che male c’è? Di sicuro si perdono lo smalto e la magia dei 20 anni, ma quelli – si sa – sono molto di frequente fuochi di paglia. Per cui ben venga, nel bene e nel male, anche la poetica/poesia del declino. In cui Moz è gran maestro, non possiamo dire altrimenti, e lo dimostra col suo nuovo album solista.

Il re del pop indie in salsa Brit, l’artista che ha cresciuto generazioni di musicisti e fan a colpi di testi che facevano male come biglietti di addio lasciati sul comodino, eppure creavano una dipendenza più forte di qualunque sostanza conosciuta, torna alla soglia dei 60 anni e non ha il minimo timore di mettersi a nudo come quando ne aveva 40 di meno. La pelle è diversa, i capelli, il girovita e il tono muscolare idem… eppure la forza e il coraggio di mostrarsi per ciò che è non gli vengono a mancare neppure per un secondo.

È innegabile, inoltre, che (come a ogni sua nuova uscita) continui a balzare alla mente il pensiero che tutto ciò sarebbe ancora più bello e struggente con Johnny Marr alle chitarre: per forza…  sono passati 30 anni dalla fine degli Smiths, ma non riusciamo a far pace col fatto che la diade ormai è composta da due monadi e il jolly Morrissey/Marr non lo vedremo più all’opera, nonostante loro due siano da sempre complementari. Ecco, eppure “Low In High School”, al netto di queste considerazioni oziose (e con il massimo rispetto per l’ottimo Boz Boorer), funziona. E molto meglio della proposta precedente di Moz.

A Morrissey, come si dice a Roma, rode pesantemente il culo per mille motivi. E i suoi testi sono lo specchio di tali rodimenti: ci infila politica, società, sesso, pulsioni antimonarchiche, relazioni sentimentali marce o troppo complicate, ribellione all’equazione produci/consuma/crepa, antimilitarismo, disprezzo per le forze dell’ordine, dandysmo strafottente, la tipica autocommiserazione tragicomica/autoironica morrisseyana e commenti tranchant sul genere umano (leggi misantropia con tanto di turbo e marmitta truccata). Il tutto su basi musicali 100% Moz, il che vuol dire che ci troviamo di fronte a melodie morbide e variegate, chitarre capaci di tagliare o di accarezzare come guanti di cachemire, escursioni nel Brit-pop, incursioni nella new wave/post punk, raid nella tradizione popolare… un impasto sonoro che crea una sorta di empatia immediata, quasi ingenua e istintiva, che peraltro cresce con gli ascolti.

Insomma, sarai anche diventato un brontolone, come dicono, ma – caro Moz – ben vengano i brontolii se si traducono in album ancora così solidi e piacevoli.”

Così se ne parla su Ondarock:

Ho preso una decisione: questa recensione dell’ultimo disco di Morrissey non proverà in alcun modo a risolvere la diatriba tra sostenitori e detrattori di “Low In High School”. Sì, perché tutta l’attenzione si concentrerebbe su un’unica questione di fondo: il disco è bello o è brutto?
A questo punto della carriera dell’ex-Smiths cosa importa se un album sia bello o brutto, la sua discografia solista è piena di dischi ottimi ma anche di cadute di stile, per non parlare di alcune opere che ancora giacciono nel limbo in attesa del perdono. Oltretutto al musicista e autore di Manchester non fotte un cazzo di cosa io o altri scriveremo di questo suo ultimo album, altrimenti avrebbe messo a frutto quei pochi consigli sparsi tra le innumerevoli recensioni che hanno accompagnato il precedente “World Peace Is None Of Your Business”.
Che Morrissey non si curi neppure dei suoi fan più fedeli, lo si evince poi dalla scelta di non assecondare le continue richieste del pubblico di ritornare musicalmente ai fasti e alla leggiadria degli esordi, al contrario dopo il divorzio con Alain Whyte la scrittura si è ancor più appesantita e imbolsita, quasi come se l’autore volesse trasferire in musica la confusione politica e sociale che è infine il cardine creativo di “Low In High School”. L’unicità di un personaggio come Morrissey è conclamata dall’impossibilità di poter separare la creazione artistica dal profilo umano dell’autore, le stesse reazioni dell’ascoltatore sono vittima dell’empatia, spesso temporanea e fugace.

Le tentazioni politiche che soggiacciono alle undici canzoni del nuovo album sono preminenti come non mai, ma non stupisca l’apparente tono reazionario di alcune esternazioni, stiamo parlando di colui che senza timore ha urlato il suo odio per la Thatcher nella canzone “Margaret On The Guillotine”: che gli valse perfino una perquisizione e un’indagine da parte della polizia britannica. Non dimentichiamoci che anche l’Fbi mise sotto torchio Morrissey per le sue dichiarazioni contro Bush (definendolo un terrorista che meritava di morire), inoltre il musicista inglese in passato aveva assunto una bizzarra posizione ideologica nella canzone “We’ll Let You Know”, dove viltà e orgoglio si alternavano nel suo ambiguo tratteggio psicologico di un violento hooligan, inoltre gli è stata perdonata anche l’incitazione a uccidere i dj nel brano degli Smiths “Panic”, un’affermazione che di li a poco gli è valsa il dispregio del popolo rave.

Il sostegno politico per la candidata anti-islam Anne Marie Waters e le esternazioni positive nei confronti di Marine Le Pen e Nigel Farage hanno creato senza alcun dubbio molta avversione tra la critica inglese, mentre il recente incidente diplomatico con la polizia italiana ha suscitato polemiche e accuse di arroganza e presunzione, che non hanno giovato alla sua immagine presso il pubblico nostrano. Forte di queste considerazioni e premesse mi accingo ad affermare senza possibilità di smentite che l’ultimo album del musicista britannico è il suo più ambizioso, controverso e confuso, un challenger da luna park che lascia storditi e stupiti a ogni giro d’ascolto. 
Quando le note di “My Love, I’d Do Anything For You” riempiono il vuoto che fa seguito ai succitati pensieri, tutte le argomentazioni ideologiche si fanno amabilmente accantonare, l’esuberanza del possente glam-hard-rock-sinfonic (azzardo un paragone con Meat Loaf) non lascia dubbi, “Low In High School” è un album  indisponente e ambiguo, ogni brano offre una doppia chiave di lettura: una piacevole e una disturbante.

Al di là delle feroci critiche inglesi (quella di The Quietus include cento volte la parola fucking), questo è l’album più ricco di potenziali singoli da classifica, a partire dalla deliziosa “Jacky’s Only Happy When She’s Up On The Stage” che si avvale di un assolo di tromba, oltreché del testo più ironico e riuscito.
L’altro singolo che ha anticipato l’album, “Spent The Day In Bed”, non solo è una delle canzoni più melodicamente affabile degli ultimi anni, ma nel contesto dell’album suona ancor più incisiva, graziata dalla stessa leggerezza di “I Wish You Lonely”, un altro brano che aveva anticipato l’altra peculiarità timbrica dell’album, ovvero quel delizioso suono di tastiere stile Roxy Music, che insieme all’uso più intenso dell’orchestra e dei fiati sono la vera novità timbrica di questo progetto. 

A questo punto diciamo la verità: quello che è forse più duro da accettare è che anche Steven Patrick Morrissey sia giunto alla soglia della maturità, e sono senza dubbio i suoi 58 anni i veri protagonisti delle acrobazie da crooner della romantica “Home Is A Question Mark” (forse il brano migliore dell’album), e senza dubbio sono la fonte dell’ambiziosa “I Bury The Living”, la quale scivola verso toni gotici da rock-opera leggermente pretenziosi.
Che “Low In High School” sia un disco bifronte lo si evince anche dalla netta separazione tra le due facciate, infatti con il delicato e notturno duetto tra piano e voce di “In Your Lap” si entra in una dimensione più crepuscolare, quasi notturna e a tratti esotica, con atmosfere che a tratti ricordano alcune cose di Marc Almond era-Marc and The Mambas, come la già citata “In Your Lap” e il tocco di flamenco di “The Girl From Tel-Aviv Who Wouldn’t Kneel”. Ed è proprio da questo tentativo di rigenerazione che nascono alcune interessanti intuizioni liriche dell’ultimo Morrissey, come l’amabile “All The Young People Must Fall In Love”, una ballata acustica alla “Give Peace A Change” che frantuma il tono serioso del disco aprendo le porte all’altra piccola delizia melodica dell’album, ovvero il tango di “When You Open Your Legs”, sottolineato con intelligenza e gusto da orchestra e fiati.
Meno riuscito il pasticcio di synth di “Who Will Protect Us From The Police?” che come nella più intensa “Israel” resta leggermente schiacciata dal peso delle parole.

Oscurato da una produzione a volte sovrabbondante, “Low In High School” resta comunque uno dei capitoli più difficili da digerire del suo catalogo, ma mentre per album come “Kill Uncle” lo stesso problema era generato da un mancanza di sinergia tra musica e testi, qui il discorso è molto diverso.
Mai come ora Morrissey sembra  a suo agio nel raccontare le sue perplessità, la band è perfettamente allineata con le esigenze del musicista e a suo modo questo è un album fortemente ispirato, e forse non va sottovalutata la sua capacità di cogliere in anticipo il tormento sociale della working class.
Piaccia o non piaccia, questa strisciante deriva reazionaria va osservata con attenzione e senza inutile sarcasmo, e forse “Low In High School” contiene più di una chiave d’accesso e di lettura del nostro turbolento presente ideologico.

Noi facciamo nostra la chiosa dell‘articolo di Repubblica: “Eccola qui, quindi, la situazione di Morrissey nel 2017. Uno zio burbero con squarci di inarginabile romanticismo. Un grande vecchio che si ostina a non vivere del suo passato. Non si sa cosa sarebbe più ridicolo: un uomo di mezza età che sbraita sconclusionato degli affari esteri dell’Inghilterra o un depresso cronico che si lamenta ancora di essere bullizzato o peggio ancora ignorato. È un cul de sac in cui Morrissey si è messo con le sue mani anno dopo anno, di fatto autorizzando quell’identificazione tra artista e personaggio delle sue opere che neanche più a Tarantino e Houellebecq viene rimproverato con tanta veemenza. E in questo vicolo cieco Stephen Patrick Morrissey, 59 anni, ci sguazza ancora che è una meraviglia irritante come l’arte, in fondo, è anche giusto che sia.”

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Al cinema Odeon l’omaggio a Zygmunt Bauman con due film

Al cinema Odeon l’omaggio a Zygmunt Bauman con due film

Martedì 21 Novembre (ore 20.30) il Cinema Odeon di Firenze presenta un tributo alla figura del grande sociologo polacco Zygmunt Bauman, recentemente scomparso, con due film: l’inedito LAWNSWOOD GARDENS: A PORTRAIT OF ZYGMUNT BAUMAN e a seguire LA TEORIA SVEDESE DELL’AMORE. Due documentari per riflettere sulle idee  del grande sociologo polacco recentemente scomparso.

 

LAWNSWOOD GARDENS (Polonia, 60′) di Paweł Kuczyński (versione originale con sottotitoli in italiano) è primo film realizzato su uno dei più importanti e celebrati sociologi europei, padre del concetto di “modernità liquida” e nasce durante quattro giorni della primavera 2010 passati da Bauman, nella sua casa a Leeds in Gran Bretagna, discutendo e confrontandosi con un collega professore di filosofia e un amico artista. I loro dialoghi affrontano in modo appassionante tanto le questioni più profonde quanto apparenti banalità, senza mai perdere l’approccio informale, ma sempre coinvolgente, preferito da Bauman. Il documentario esplora anche, attraverso analisi e testimonianze, i legami tra il suo fondamentale Modernità e Olocausto e Inverno nel mattino, memoriale del ghetto di Varsavia scritto dalla moglie Janina.

LA TEORIA SVEDESE DELL’AMORE (Svezia, 70′) di Erik Gandini (versione italiana) è l’ultimo film del regista italo-svedese (già autore del controverso “Videocracy”): il documentario nasce da una riflessione sul manifesto proposto dal parlamento svedese nel 1972, “La famiglia del futuro”. Il concetto è che ogni relazione umana autentica si basa sull’indipendenza: una donna dal marito, gli adolescenti dai genitori, gli anziani dai figli. Il risultato a distanza di 40 anni: metà della popolazione vive sola, privata degli affetti di base, e sempre più donne diventano madri single con l’inseminazione artificiale. Perché una vita indipendente, sicura e protetta può rivelarsi tanto insoddisfacente? Una possibile risposta è affidata proprio a Bauman, che dimostra perché una vita priva di problemi non è necessariamente una vita felice. INFO

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Alla Pergola di Firenze ‘L’ora di ricevimento’, diretta da Michele Placido

Alla Pergola di Firenze ‘L’ora di ricevimento’, diretta da Michele Placido

Da domani fino al 26 Novembre al Teatro della Pergola uno spettacolo scritto da Stefano Massini e diretto da Michele Placido, che affronta con sguardo profondo e acuto le contraddizioni, i conflitti, le ingiustizie e le complessità del nostro tempo.

Il Primobanco, il Fuggipresto, Panorama, Raffreddore. E poi, il Falsario, il Rassegnato, l’Invisibile, la Campionessa, il Missionario, il Cartoon, l’Adulto. Non ci sono segreti per un professore di trentennale esperienza: gli bastano pochi istanti per cogliere il carattere d’un alunno e sintetizzarlo in un nomignolo che gli calza a pennello. Il professor Ardeche ha già classificato la sua nuova classe, la Sesta nella sezione C: inizia così L’ora di ricevimento di Stefano Massini, regia di Michele Placido (recentemente ha adattato per il cinema 7 minuti sempre di Massini), con Fabrizio Bentivoglio nel ruolo del protagonista. Al Teatro della Pergola da martedì 21 a domenica 26 novembre.

“Nel crogiolo di razze e culture che è la sua classe – sostiene Fabrizio Bentivoglio – in una scuola della banlieue di Les Izards, periferia di Tolosa, Ardeche si rende conto che il trionfo per lui sarà condurre ognuno di quegli allievi alla conclusione del corso scolastico, fra successi, cadute e compromessi. Per riuscirci, deve fare un’ora di ricevimento ogni giovedì, dalle 11 alle 12. E attraverso una successione di momenti tratti da questi incontri, il pubblico immagina uno per uno i ragazzi che in scena non appaiono mai, sebbene siano i veri protagonisti, e ne segue il percorso”.

Sullo sfondo, dietro una grande vetrata, un grande albero da frutto sembra assistere impassibile all’avvicendarsi dei personaggi, al dramma dell’esclusione sociale, ai piccoli incidenti scolastici di questi giovani apprendisti della vita. E il ciclo naturale della perdita delle foglie e della successiva fioritura accompagna lo svolgersi di ogni anno scolastico, suonando quasi come un paradosso davanti a quel mondo, esterno alla scuola, che di anno in anno è sempre più diverso.

“Questo testo tratta il tema quanto mai attuale – interviene Bentivoglio – della convivenza, ci auguriamo tutti pacifica, con persone di altre etnie, con altri usi, costumi, modi di vestire, mangiare, pregare, che arrivano nel nostro territorio e che quindi bisogna imparare a conoscere, a capire veramente per poterci entrare in relazione. Le affinità sono tante, non fosse altro perché Ardeche ha 60 anni, che è più o meno la mia età. Noi generazione degli anni Settanta, che credevamo di fare la rivoluzione, di cambiare le cose, siamo portati a pensare che il mondo sia andato nella direzione che ci auguravamo, quando invece è andata in modo drammaticamente diverso. Ciononostante, Ardeche continua a predicare la bellezza e anch’io sono convinto, come lui, che ci sia, basta saperla vedere. Pur sapendo che è complicato tramandare la bellezza, Ardeche non riesce a non farlo, è più forte di lui”.

Dallo spettacolo emana comunque il senso di frustrazione del professore: Ardeche, pur con gli sforzi di un insegnante onesto, è impreparato ad accogliere allievi che provengono da altre culture. La sua frustrazione nasce dalla difficoltà di comunicare con loro: parla di Voltaire o Baudelaire a ragazzi che hanno una storia ‘altra’. Il suo smarrimento è quello che viviamo tutti noi. Oggi contano solo i fatti e non le parole, che invece significano dialogo, apertura al confronto, e il mestiere di una persona che, come Ardeche, consiste nell’esaltare la bellezza della poesia, della storia, dell’arte, non può non essere frustrante.

“L’ora di ricevimento – conclude Fabrizio Bentivoglio – diventa così l’amara ammissione di una sconfitta. Di un educatore, ma anche di un’intera società che arranca dietro un mondo nuovo che le sfugge come sabbia tra le dita. Michele Placido mette in scena tutto ciò che noi viviamo in modo molto drammatico in una commedia. Non una commedia per ridere, ma per riflettere, con un finale spiazzante”.

Informazioni e biglietti: 055.0763333 – biglietteria@teatrodellapergola.com

Dal lunedì al sabato: 9.30 / 18.30

Circuito regionale BoxOffice e online su www.boxol.it/TeatroDellaPergola/it/advertise/lora-di-ricevimento-banlieue/210343.

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Ara Malikian, l’arte del violino tra classica ed etno-rock

Ara Malikian, l’arte del violino tra classica ed etno-rock

Parte martedì 21 novembre dall’Obihall di Firenze il tour italiano di Ara Malikian, prodigio armeno-libanese del violino, divo dei territori ispanici di tutto il mondo, con il suo impetuoso sound sospeso tra virtuosismo classico e tutta la cultura etno-rock che scorre nelle sue vene.

Con il suo nutrito ensemble di archi, unito a spunti della formazione tradizionale rock, il repertorio di Malikian travolge gli spettatori in una danza irresistibile in cui ogni ritmo folk, dalla tradizione medio-orientale al gipsy, dal flamenco al latino americano soprattutto in chiave cubana, fino alle più sofisticate citazioni classico-barocche e alle incursioni nel rock evergreen, si fonde in un sabba magico, avvolgente e trascinante.

Impossibile resistere alla tentazione della danza, alla malinconia e al romanticismo in un crescendo emotivo controllato dal virtuosismo assoluto del suo primo interprete, il carismatico, extravagante, eclettico, apolide per destino e vocazione, cosmopolita, onnivoro Ara Malikian. A fare da comune denominatore è la potenza emotiva che trascina l’ascoltatore, portandolo dalla danza alla contemplazione, quindi di nuovo al ballo più sfrenato senza alcuna forzatura, in un flusso continuo che sembra sempre improvvisato anche se costruito da una delle menti musicale più sofisticate del nostro tempo. Forse l’unica vera incarnazione del concetto di ‘musica popolare’ in circolazione in Europa.

Formazione: Ara Malikian, violino; Jorge Guillén del Castillo, violino; Humberto Armas, viola; Cristina López, violoncello; Tania Bernaez, contrabbasso; Tony Carmona, chitarra; Hector Osorio, percussioni; Nantha Kumar, percussioni (taulas índiana)

BIO: Ara Malikian inizia lo studio del violino su incoraggiamento del padre.
Nato in Libano da famiglia armena, mostra da subito il suo grande talento musicale, pur vivendo la sua infanzia nel dramma dei bombardamenti e della guerra civile.
Ara debutta a soli 12 anni  in Libano. A 14 viene casualmente ascoltato dal direttore d’ orchestra Hans Herber-Jöris il quale gli procura una borsa di studio del governo tedesco alla Hochschule für Musik und Theater di Hannover, diventando il più giovane mai iscritto a questa prestigiosa scuola.
Ara Malikian perfeziona i suoi studi alla Guindhall School of Music & Drama di Londra, con docenti quali Franco Gulli, Ruggiero Ricci, Ivry Gitlis.
Come interprete, possiede un  ampio repertorio che include praticamente la totalità delle grandi opere scritte per violino (concerti per orchestra, sonate, pezzi con piano e musica da camera). E’ stato inviato come solista da prestigiosi ensemble quali l’Orchestra Sinfonica di Tokyo, l’Orchestra Sinfonica di Bamberg, I Virtuosi di Mosca , collaborando grandi direttori d’orchestra: tra gli altri, Mariss Jansson, Peter Maag, Jesús López Cobos, Vladimir Spivakov.  Ara ha tenuto concerti in oltre 40 Paesi, ha suonato a New York (Carnegie Hall), París (Salle Pleyel), a Vienna (Musikverein), a Toronto (Ford Center), a Madrid (Auditorio Nacional y Teatro Real), a Zurigo (Tonhalle), a Londra (Barbican Centre).
Con oltre 40 uscite, la discografia di Ara Malikian è molto ampia e ben rappresenta il carattere cosmopolita della sua  esperienza musicale.  “15”,  pubblicato nel 2015, ha voluto celebrare i suoi 15 anni di vita in Spagna e  propone anche in dvd tutti gli ultimi spettacoli realizzati nel lungo tour Spagna-Sud America culminato nello storico concerto  allo stadio Santiago Bernabeu di Madrid. Ara ha sempre avuto un obiettivo: avvicinare alla musica, inclusa quella classica, tutti i tipi di pubblico. A tal fine ha partecipato a numerose trasmissioni televisive realizzando programmi educativi rivolti a bambini e giovani. Da ricordare anche il suo impegno nel progetto ONG Acción Contra el Hambre, che ogni anno porta Ara ad occuparsi dei bambini di un terribile campo di rifugiati siriani in Libano.
Dal 2006 ha collaborato con la Fondazione Non Profit e creato con il compositore Jorge Grundman l’orchestra da camera No Profit Music  Chamber Orchestra, dedicata a diffondere le opere di  compositori contemporanei con il progetto “Nuova Musica Consonante”.
La lista di spettacoli creati e co-prodotti  da Ara, é molto lunga e piena successi, come lo spettacolo “Le mie prime 4 stagioni”, una versione molto personale  delle Quattro Stagioni di Vivaldi, culminata in un innumerevole numero di rappresentazioni.
Non mancano nella storia di Ara Malikian le colonne sonore per il cinema, tra le quali ricordiamo la collaborazione con il  compositore  Alberto Iglesias nei film “Hable con ella” (2002)  e “La mala educación” (2005), entrambi di Pedro Almodovar.
Lo stile musicale di Ara Malikian da un lato esprime le sue radici armene, d’altro canto si combina a forti influenze arabe, ebraiche,  gitane e klezmer, ma anche al tango argentino e ovviamente al Flamenco spagnolo. Tutto questo ha generato un artista unico!
Lo scorso maggio è uscito per Sony Classical “The Incredible Story of Violin”, il primo album firmato come autore: 13 composizioni che narrano del suo personalissimo viaggio attraverso la musica di altre culture. I concerti di Ara Malikian sono davvero incredibili e trasformano l’umore dello spettatore travolto da tanta energia e vitalità.

INFO Obihall – via Fabrizio De André / Lungarno Aldo Moro – Firenze
Info tel. 055.667566 – 055.6504112

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Domenica 19 novembre al via “Musica in Ospedale nella Città Metropolitana”

Domenica 19 novembre al via “Musica in Ospedale nella Città Metropolitana”

Si inaugura all’ospedale Serristori di Figline Valdarno “Musica in Ospedale nella Città Metropolitana”, il nuovo progetto curato dall’Associazione A.Gi.Mus. Sede di Firenze, attiva dal 1999 nel portare la musica negli ospedali toscani.

Grazie al contributo della Città Metropolitana di Firenze e alla collaborazione con la Azienda USL Toscana Centro, di cui tutte le strutture sanitarie coinvolte fanno parte, i concerti A.Gi.Mus. arrivano in quattro presidi attorno all’area fiorentina: l’Ospedale del Mugello di Borgo San Lorenzo, l’Ospedale “San Pietro Igneo” di Fucecchio, l’Ospedale “San Giuseppe” di Empoli e l’Ospedale “Serristori” di Figline.

Il primo concerto avverrà quindi al “Serristori”, domenica 19 novembre a partire dalle ore 16.00 con un’esibizione itinerante tra i reparti a cura della Corale Alessandri, così da avvicinare la musica anche a chi ha più difficoltà a muoversi all’interno dell’ospedale.  Alle 17.00 invece seguirà il concerto vero e proprio, aperto ai degenti e al pubblico esterno, con il duo formato da Lisa Berti al violoncello e Andrea Mangano al pianoforte, che proporranno musiche di Janacek e Mendelssohn (piazza XXV Aprile 10, Figline Valdarno, ingresso libero). Il pomeriggio musicale è realizzato grazie alla collaborazione con la Scuola di Musica “Schumann” di Figline Valdarno.

Arrivano così a nove gli ospedali interessati dalle iniziative A.Gi.Mus. in Toscana, che oltre a Firenze e ai quattro presidi di questo progetto coinvolgono anche Livorno, Cecina e Arezzo.“Musica in Ospedale nella Città Metropolitana è per A.Gi.Mus un traguardo importante” – ha commentato Luca Provenzani, Presidente dell’Associazione. “E’ un altro tassello che si aggiunge alla rete di Musica in Ospedale in Toscana e che ci spinge a proseguire nella nostra missione di avvicinare il più possibile la musica alle persone”.

Otto saranno in tutto i concerti nell’Area Metropolitana, due per presidio, sempre con inizio alle ore 16.00: 26 novembre e 10 dicembre a Fucecchio (rispettivamente con l’esibizione di Caterina Cioli alla viola e del trio Conforti-Licostini-Boldrini che proporrà un programma di arie d’opera), 3 e 17 dicembre a Borgo San Lorenzo (con il Trio Camerata De’ Bardi e il Duo Zanobini-Kuen), 3 e 30 dicembre ad Empoli (con il trio Cozzini-Faggi-Colosi e il Quartetto dell’Associazione CFCM), 10 dicembre a Figline con un concerto per quartetto di fiati. Al cartellone si aggiunge, il 17 dicembre, il tradizionale Concerto di Natale che la Corale Santa Cecilia tiene ogni anno all’Ospedale “San Giuseppe” di Empoli.

Il programma:

 

19 novembre, ore 16.00

Ospedale  Serristori di Figline Valdarno

VIOLONCELLO E PIANOFORTE

Ore 16.00: esibizione itinerante tra i reparti a cura della “Corale Alessandri”

Ore 17.00: concerto

Lisa Berti, violoncello
Andrea Mangano, pianoforte
Musiche di Leoš Janáček e Felix Mendelssohn

In collaborazione con la Scuola di Musica “Schumann” di Figline Valdarno

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