Disco della Settimana: Morrissey “Low In High School”

Disco della Settimana: Morrissey “Low In High School”

Non è facile invecchiare, soprattutto per rockstar dalla personalità così ingombrante e provocatoria come quella dell’ex frontman di un gruppo fondamentale come The Smiths. Low in High School è un disco con luci ed ombre, ma estremamente personale e per niente indulgente.

Il disco, uscito il 17 novembre 2017, è stato pubblicato dalla BMG, in collaborazione con la Etienne Records, l’etichetta di proprietà dello stesso Morrissey. Prodotto da Joe Chiccarelli e composto dallo stesso Morrissey, in collaborazione con i musicisti della sua band, l’album è stato registrato presso gli studi Fabrique di Saint-Rémy-de-Provence, nel sud della Francia e in quelli romani del Forum Music Village, di proprietà di Ennio Morricone (è di quei giorni l’incidente con le nostre forze dell’ordine).

L’ambum è stato anticipato dai singoli Spent the Day in Bed e I Wish You Lonely.

Il passato con cui Morrissey si deve controntare non è certo poco impegnativo “considerato tra i più importanti precursori e innovatori della musica indie e britpop, Morrissey è ritenuto uno dei più grandi parolieri della storia della musica britannica e i suoi testi sono divenuti oggetto di studio accademico. Nel 2007, il quotidiano inglese Daily Telegraph l’ha inserito nella classifica dei cento geni viventi. Nel 2008 è stato invece annoverato tra i cento grandi cantanti di tutti i tempi, in una classifica stilata dalla rivista Rolling Stone” (wikipedia), artista per cui hanno aperto i concerti anche Lou Reed e Patti Smith, l’autore che persino Bowie scelse per una cover, eppure il restare all’altezza della sua fama di provocatore controcorrente lo sta portando sempre più spesso ad incrociare il percorso delle destre più reazionarie o islamofobe. Alcuni interpretano le posizioni controverse dell’artista come una capacità di cogliere il tormento sociale della working class ponendo domande più che suggerendo risposte.

Musicalmente è un album discontinuo ma non privo di picchi; rotto il sodalizio con dopo il divorzio con Alain Whyte (cui si doveva il risultato dei precedenti lavori) Stephen Patrick Morrissey ha costruito una band perfettamente allineata con le esigenze del musicista, a suo modo questo è un album fortemente ispirato e “centrato” sull’umore del momento storico.

Ma vediamo come è stato accolto l’album dalla stampa specializzata italiana.

Così ne parla Rockol:

“Il tempo non è gentiluomo. Di regola ci fa diventare più brutti, grossi e spelati. Anche acidi e malmostosi. Brontoloni e disillusi. Ok… che male c’è? Di sicuro si perdono lo smalto e la magia dei 20 anni, ma quelli – si sa – sono molto di frequente fuochi di paglia. Per cui ben venga, nel bene e nel male, anche la poetica/poesia del declino. In cui Moz è gran maestro, non possiamo dire altrimenti, e lo dimostra col suo nuovo album solista.

Il re del pop indie in salsa Brit, l’artista che ha cresciuto generazioni di musicisti e fan a colpi di testi che facevano male come biglietti di addio lasciati sul comodino, eppure creavano una dipendenza più forte di qualunque sostanza conosciuta, torna alla soglia dei 60 anni e non ha il minimo timore di mettersi a nudo come quando ne aveva 40 di meno. La pelle è diversa, i capelli, il girovita e il tono muscolare idem… eppure la forza e il coraggio di mostrarsi per ciò che è non gli vengono a mancare neppure per un secondo.

È innegabile, inoltre, che (come a ogni sua nuova uscita) continui a balzare alla mente il pensiero che tutto ciò sarebbe ancora più bello e struggente con Johnny Marr alle chitarre: per forza…  sono passati 30 anni dalla fine degli Smiths, ma non riusciamo a far pace col fatto che la diade ormai è composta da due monadi e il jolly Morrissey/Marr non lo vedremo più all’opera, nonostante loro due siano da sempre complementari. Ecco, eppure “Low In High School”, al netto di queste considerazioni oziose (e con il massimo rispetto per l’ottimo Boz Boorer), funziona. E molto meglio della proposta precedente di Moz.

A Morrissey, come si dice a Roma, rode pesantemente il culo per mille motivi. E i suoi testi sono lo specchio di tali rodimenti: ci infila politica, società, sesso, pulsioni antimonarchiche, relazioni sentimentali marce o troppo complicate, ribellione all’equazione produci/consuma/crepa, antimilitarismo, disprezzo per le forze dell’ordine, dandysmo strafottente, la tipica autocommiserazione tragicomica/autoironica morrisseyana e commenti tranchant sul genere umano (leggi misantropia con tanto di turbo e marmitta truccata). Il tutto su basi musicali 100% Moz, il che vuol dire che ci troviamo di fronte a melodie morbide e variegate, chitarre capaci di tagliare o di accarezzare come guanti di cachemire, escursioni nel Brit-pop, incursioni nella new wave/post punk, raid nella tradizione popolare… un impasto sonoro che crea una sorta di empatia immediata, quasi ingenua e istintiva, che peraltro cresce con gli ascolti.

Insomma, sarai anche diventato un brontolone, come dicono, ma – caro Moz – ben vengano i brontolii se si traducono in album ancora così solidi e piacevoli.”

Così se ne parla su Ondarock:

Ho preso una decisione: questa recensione dell’ultimo disco di Morrissey non proverà in alcun modo a risolvere la diatriba tra sostenitori e detrattori di “Low In High School”. Sì, perché tutta l’attenzione si concentrerebbe su un’unica questione di fondo: il disco è bello o è brutto?
A questo punto della carriera dell’ex-Smiths cosa importa se un album sia bello o brutto, la sua discografia solista è piena di dischi ottimi ma anche di cadute di stile, per non parlare di alcune opere che ancora giacciono nel limbo in attesa del perdono. Oltretutto al musicista e autore di Manchester non fotte un cazzo di cosa io o altri scriveremo di questo suo ultimo album, altrimenti avrebbe messo a frutto quei pochi consigli sparsi tra le innumerevoli recensioni che hanno accompagnato il precedente “World Peace Is None Of Your Business”.
Che Morrissey non si curi neppure dei suoi fan più fedeli, lo si evince poi dalla scelta di non assecondare le continue richieste del pubblico di ritornare musicalmente ai fasti e alla leggiadria degli esordi, al contrario dopo il divorzio con Alain Whyte la scrittura si è ancor più appesantita e imbolsita, quasi come se l’autore volesse trasferire in musica la confusione politica e sociale che è infine il cardine creativo di “Low In High School”. L’unicità di un personaggio come Morrissey è conclamata dall’impossibilità di poter separare la creazione artistica dal profilo umano dell’autore, le stesse reazioni dell’ascoltatore sono vittima dell’empatia, spesso temporanea e fugace.

Le tentazioni politiche che soggiacciono alle undici canzoni del nuovo album sono preminenti come non mai, ma non stupisca l’apparente tono reazionario di alcune esternazioni, stiamo parlando di colui che senza timore ha urlato il suo odio per la Thatcher nella canzone “Margaret On The Guillotine”: che gli valse perfino una perquisizione e un’indagine da parte della polizia britannica. Non dimentichiamoci che anche l’Fbi mise sotto torchio Morrissey per le sue dichiarazioni contro Bush (definendolo un terrorista che meritava di morire), inoltre il musicista inglese in passato aveva assunto una bizzarra posizione ideologica nella canzone “We’ll Let You Know”, dove viltà e orgoglio si alternavano nel suo ambiguo tratteggio psicologico di un violento hooligan, inoltre gli è stata perdonata anche l’incitazione a uccidere i dj nel brano degli Smiths “Panic”, un’affermazione che di li a poco gli è valsa il dispregio del popolo rave.

Il sostegno politico per la candidata anti-islam Anne Marie Waters e le esternazioni positive nei confronti di Marine Le Pen e Nigel Farage hanno creato senza alcun dubbio molta avversione tra la critica inglese, mentre il recente incidente diplomatico con la polizia italiana ha suscitato polemiche e accuse di arroganza e presunzione, che non hanno giovato alla sua immagine presso il pubblico nostrano. Forte di queste considerazioni e premesse mi accingo ad affermare senza possibilità di smentite che l’ultimo album del musicista britannico è il suo più ambizioso, controverso e confuso, un challenger da luna park che lascia storditi e stupiti a ogni giro d’ascolto. 
Quando le note di “My Love, I’d Do Anything For You” riempiono il vuoto che fa seguito ai succitati pensieri, tutte le argomentazioni ideologiche si fanno amabilmente accantonare, l’esuberanza del possente glam-hard-rock-sinfonic (azzardo un paragone con Meat Loaf) non lascia dubbi, “Low In High School” è un album  indisponente e ambiguo, ogni brano offre una doppia chiave di lettura: una piacevole e una disturbante.

Al di là delle feroci critiche inglesi (quella di The Quietus include cento volte la parola fucking), questo è l’album più ricco di potenziali singoli da classifica, a partire dalla deliziosa “Jacky’s Only Happy When She’s Up On The Stage” che si avvale di un assolo di tromba, oltreché del testo più ironico e riuscito.
L’altro singolo che ha anticipato l’album, “Spent The Day In Bed”, non solo è una delle canzoni più melodicamente affabile degli ultimi anni, ma nel contesto dell’album suona ancor più incisiva, graziata dalla stessa leggerezza di “I Wish You Lonely”, un altro brano che aveva anticipato l’altra peculiarità timbrica dell’album, ovvero quel delizioso suono di tastiere stile Roxy Music, che insieme all’uso più intenso dell’orchestra e dei fiati sono la vera novità timbrica di questo progetto. 

A questo punto diciamo la verità: quello che è forse più duro da accettare è che anche Steven Patrick Morrissey sia giunto alla soglia della maturità, e sono senza dubbio i suoi 58 anni i veri protagonisti delle acrobazie da crooner della romantica “Home Is A Question Mark” (forse il brano migliore dell’album), e senza dubbio sono la fonte dell’ambiziosa “I Bury The Living”, la quale scivola verso toni gotici da rock-opera leggermente pretenziosi.
Che “Low In High School” sia un disco bifronte lo si evince anche dalla netta separazione tra le due facciate, infatti con il delicato e notturno duetto tra piano e voce di “In Your Lap” si entra in una dimensione più crepuscolare, quasi notturna e a tratti esotica, con atmosfere che a tratti ricordano alcune cose di Marc Almond era-Marc and The Mambas, come la già citata “In Your Lap” e il tocco di flamenco di “The Girl From Tel-Aviv Who Wouldn’t Kneel”. Ed è proprio da questo tentativo di rigenerazione che nascono alcune interessanti intuizioni liriche dell’ultimo Morrissey, come l’amabile “All The Young People Must Fall In Love”, una ballata acustica alla “Give Peace A Change” che frantuma il tono serioso del disco aprendo le porte all’altra piccola delizia melodica dell’album, ovvero il tango di “When You Open Your Legs”, sottolineato con intelligenza e gusto da orchestra e fiati.
Meno riuscito il pasticcio di synth di “Who Will Protect Us From The Police?” che come nella più intensa “Israel” resta leggermente schiacciata dal peso delle parole.

Oscurato da una produzione a volte sovrabbondante, “Low In High School” resta comunque uno dei capitoli più difficili da digerire del suo catalogo, ma mentre per album come “Kill Uncle” lo stesso problema era generato da un mancanza di sinergia tra musica e testi, qui il discorso è molto diverso.
Mai come ora Morrissey sembra  a suo agio nel raccontare le sue perplessità, la band è perfettamente allineata con le esigenze del musicista e a suo modo questo è un album fortemente ispirato, e forse non va sottovalutata la sua capacità di cogliere in anticipo il tormento sociale della working class.
Piaccia o non piaccia, questa strisciante deriva reazionaria va osservata con attenzione e senza inutile sarcasmo, e forse “Low In High School” contiene più di una chiave d’accesso e di lettura del nostro turbolento presente ideologico.

Noi facciamo nostra la chiosa dell‘articolo di Repubblica: “Eccola qui, quindi, la situazione di Morrissey nel 2017. Uno zio burbero con squarci di inarginabile romanticismo. Un grande vecchio che si ostina a non vivere del suo passato. Non si sa cosa sarebbe più ridicolo: un uomo di mezza età che sbraita sconclusionato degli affari esteri dell’Inghilterra o un depresso cronico che si lamenta ancora di essere bullizzato o peggio ancora ignorato. È un cul de sac in cui Morrissey si è messo con le sue mani anno dopo anno, di fatto autorizzando quell’identificazione tra artista e personaggio delle sue opere che neanche più a Tarantino e Houellebecq viene rimproverato con tanta veemenza. E in questo vicolo cieco Stephen Patrick Morrissey, 59 anni, ci sguazza ancora che è una meraviglia irritante come l’arte, in fondo, è anche giusto che sia.”

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Disco della settimana: Martha High

Disco della settimana: Martha High
La storica “Funky Diva” di James Brown, Martha High presenta il nuovo LP “Tribute To My Soul Sisters” prodotto dagli Osaka Monaurail per la nostrana Record Kicks. Martha High & Osaka Monaurail saranno in concerto in data unica in Italia, Sabato 25 Novembre al Biko di Milano.

La “hardest working lady in show business” Martha High è stata parte integrante della vita e della carriera di James Brown per oltre 30 anni: era la sua corista, curava il suo stile ed è sempre stata la sua più stretta confidente. Dopo aver speso una vita a contatto col Godfather Of Soul, Martha ha fatto squadra con la band giapponese Osaka Monaurail per registrare un tributo speciale alle sue compagne di avventura della James Brown Revue.

L’album uscirà in tutto il mondo solo il prossimo 17 Novembre su Record Kicks, noi di Controradio ve ne proponiamo l’ascolto in assoluta anteprima.


L’idea di registrare un disco in onore delle sue compagne “female vocalist” della mitica “James Brown Revue” risale al 2014, ed è nata durante una visita di Martha a Richmond in Virginia al suo amico produttore Dj Pari, manager tra gli altri degli Impressions, Marva Whitney e Lyn Collins, trascorsa parlando del passato, dei dischi e dei tour con la JB Revue.

Ho pensato a queste regine del Soul”, ha dichiarato Martha, “avere l’opportunità e il piacere di interpretare i loro brani è il mio modo di dir loro: grazie, non vi dimentico. Mantenere in vita la musica delle Funky Divas è sempre stato molto importante anche per Mr. Brown. Lui voleva che il mondo sapesse che aveva diverse donne potentissime sul palco, che erano in grado di tenere il pubblico mentre lui si cambiava e prendeva un break; loro erano potenti e funky esattamente quanto lo era lui.”

Seguendo il consiglio di DJ Pari, Miss High non ha perso tempo ed è volata fino a Tokio, dove ad attenderla c’erano gli Osaka Monaurail. Influenzati dalla musica di James Brown, Bobby Byrd, Curtis Mayfield e con 9 album in studio all’attivo, gli Osaka Monaurail sono un punto di riferimento per la scena funk & soul internazionale. Da 25 anni tengono alta la bandiera del funk suonando ripetutamente nei più importanti festival in tutto il mondo, tra cui il Montreal Jazz Festival, North Sea Jazz Festival e il Womad, e vantano collaborazioni per con personaggi del calibro di Maceo Parker, Marva Whitney e Fred Wesley.

Il risultato di questo matrimonio sono 13 perle incandescenti, interpretate come solo una vera Soul Sister può fare. Tra i titoli si trovano “Think (About It)”, resa famosa dalla female preacher Lyn Collins, “Mama’s Got A Bag Of Her Own”, la risposta di Anna King a “Papa’s Got A Brand New Bag” di James Brown e “Answer to Mother Popcorn” della leggendaria Vicki Anderson.

Nata a Victoria, Virginia, e scoperta dalla leggenda del Rock & Roll Bo Diddley, Martha ha iniziato la sua carriera nel leggendario gruppo doo wop “The Four Jewels”, col quale registrò la hit “Opportunity” nel 1964. Notata subito da James Brown, nel 1966 la band entra a far parte della “JB Revue”, registrando numerose hit con il Godfather of Soul e accompagnandolo sempre in tour. Dopo lo scioglimento delle Jewels, Martha High rimase a fianco di JB, col quale ha continuato a lavorare per 32 anni consecutivi. Era con lui al celebre concerto di Boston Garden nel 1968, la notte dopo l’assassinio di Martin Luther King, era al suo fianco durante il “The Legends of Rock & Roll” e in Zaire per il celebre “Rumble in The Jungle”. Durante questi anni, Mr. Brown ha prodotto diversi singoli di Martha High per la sua etichetta “People” tra cui “Georgy Girl”, “Try Me” e “Summertime”, mentre Miss High ha dato il via alla propria carriera solista nel 1979 con l’LP omonimo uscito per la mitica “Salsoul Records”. Da allora Martha ha pubblicato altri cinque album, è diventata una delle lead singer del leggendario saxofonista Maceo Parker, col quale ha girato il mondo per 16 anni, ed ha collaborato con numerose icone come Little Richard, Jerry lee Lewis, The Temptations, Aretha Franklin, B.B. King, Stevie Wonder, Prince, Michael Jackson e George Clinton, guadagnandosi sul campo lo pseudonimo di “hardest working lady in show business”.

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Disco della settimana: Martha High

Disco della settimana: Martha High

La storica “Funky Diva” di James Brown, Martha High presenta il nuovo LP “Tribute To My Soul Sisters” prodotto dagli Osaka Monaurail per la nostrana Record Kicks. Martha High & Osaka Monaurail saranno in concerto in data unica in Italia, Sabato 25 Novembre al Biko di Milano.

La “hardest working lady in show business” Martha High è stata parte integrante della vita e della carriera di James Brown per oltre 30 anni: era la sua corista, curava il suo stile ed è sempre stata la sua più stretta confidente. Dopo aver speso una vita a contatto col Godfather Of Soul, Martha ha fatto squadra con la band giapponese Osaka Monaurail per registrare un tributo speciale alle sue compagne di avventura della James Brown Revue.

L’album uscirà in tutto il mondo solo il prossimo 17 Novembre su Record Kicks, noi di Controradio ve ne proponiamo l’ascolto in assoluta anteprima.


L’idea di registrare un disco in onore delle sue compagne “female vocalist” della mitica “James Brown Revue” risale al 2014, ed è nata durante una visita di Martha a Richmond in Virginia al suo amico produttore Dj Pari, manager tra gli altri degli Impressions, Marva Whitney e Lyn Collins, trascorsa parlando del passato, dei dischi e dei tour con la JB Revue.

Ho pensato a queste regine del Soul”, ha dichiarato Martha, “avere l’opportunità e il piacere di interpretare i loro brani è il mio modo di dir loro: grazie, non vi dimentico. Mantenere in vita la musica delle Funky Divas è sempre stato molto importante anche per Mr. Brown. Lui voleva che il mondo sapesse che aveva diverse donne potentissime sul palco, che erano in grado di tenere il pubblico mentre lui si cambiava e prendeva un break; loro erano potenti e funky esattamente quanto lo era lui.”

Seguendo il consiglio di DJ Pari, Miss High non ha perso tempo ed è volata fino a Tokio, dove ad attenderla c’erano gli Osaka Monaurail. Influenzati dalla musica di James Brown, Bobby Byrd, Curtis Mayfield e con 9 album in studio all’attivo, gli Osaka Monaurail sono un punto di riferimento per la scena funk & soul internazionale. Da 25 anni tengono alta la bandiera del funk suonando ripetutamente nei più importanti festival in tutto il mondo, tra cui il Montreal Jazz Festival, North Sea Jazz Festival e il Womad, e vantano collaborazioni per con personaggi del calibro di Maceo Parker, Marva Whitney e Fred Wesley.

Il risultato di questo matrimonio sono 13 perle incandescenti, interpretate come solo una vera Soul Sister può fare. Tra i titoli si trovano “Think (About It)”, resa famosa dalla female preacher Lyn Collins, “Mama’s Got A Bag Of Her Own”, la risposta di Anna King a “Papa’s Got A Brand New Bag” di James Brown e “Answer to Mother Popcorn” della leggendaria Vicki Anderson.

Nata a Victoria, Virginia, e scoperta dalla leggenda del Rock & Roll Bo Diddley, Martha ha iniziato la sua carriera nel leggendario gruppo doo wop “The Four Jewels”, col quale registrò la hit “Opportunity” nel 1964. Notata subito da James Brown, nel 1966 la band entra a far parte della “JB Revue”, registrando numerose hit con il Godfather of Soul e accompagnandolo sempre in tour. Dopo lo scioglimento delle Jewels, Martha High rimase a fianco di JB, col quale ha continuato a lavorare per 32 anni consecutivi. Era con lui al celebre concerto di Boston Garden nel 1968, la notte dopo l’assassinio di Martin Luther King, era al suo fianco durante il “The Legends of Rock & Roll” e in Zaire per il celebre “Rumble in The Jungle”. Durante questi anni, Mr. Brown ha prodotto diversi singoli di Martha High per la sua etichetta “People” tra cui “Georgy Girl”, “Try Me” e “Summertime”, mentre Miss High ha dato il via alla propria carriera solista nel 1979 con l’LP omonimo uscito per la mitica “Salsoul Records”. Da allora Martha ha pubblicato altri cinque album, è diventata una delle lead singer del leggendario saxofonista Maceo Parker, col quale ha girato il mondo per 16 anni, ed ha collaborato con numerose icone come Little Richard, Jerry lee Lewis, The Temptations, Aretha Franklin, B.B. King, Stevie Wonder, Prince, Michael Jackson e George Clinton, guadagnandosi sul campo lo pseudonimo di “hardest working lady in show business”.

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Disco della Settimana: Liam Gallagher

Disco della Settimana: Liam Gallagher

As You Were è il debutto come solista di Liam, dopo la lunga storia degli Oasis e l’esperienza con i Beady Eye. Anticipato dal singolo Wall Of Glass è probabilmente il miglior prodotto post-Oasis, l’ennesimo episodio della battaglia a distanza col fratello Noel.

L’album ha esordito al primo posto nella classifica britannica degli album, vendendo più copie di tutti gli album della top 10 messi insieme. Ha inoltre totalizzato 16.000 vinili venduti in una settimana, record dell’ultimo ventennio


Così ha accolto il disco Rockol:

Bullaggine. Insulti. Sentirsi “stocazzo”. Attitudine, come dicono gli americani. Il carattere di Liam Gallagher è fatto anche (e, quando si lascia un po’ troppo andare, viene da dire soprattutto) di questi tratti, che sono esaltanti, ma altrettanto pericolosi. Tant’è che i suoi lavori post-Oasis nei Beady Eye non avevano convinto al 100%… anzi, parevano una sorta di tentativo di rivalsa per convincere/convincersi di essere in grado di ricreare, senza la squadra del passato, la magia di una band epocale. Tentativi che, anche se sarebbe ingiusto definire naufragati, non hanno lasciato il segno. Le aspettative verso questo debutto solista di Liam, quindi, erano decisamente inficiate dalle precedenti esperienze, ma – sorpresa – il Nostro ci ha zittiti tutti con un lavoro che lo vede in formissima. Come se, ora che si è liberato del peso di avere una band ed è libero di fare le cose da solo, si sentisse finalmente stimolato a creare nuovamente qualcosa di notevole, senza pensare troppo al passato (ed è buffo, se si pensa che Liam, in un’intervista rilasciata a “Newsweek” aveva ammesso, con rammarico, di essere quasi costretto a incidere un lavoro solista, in quanto privo di band…”Non ho un gruppo, quindi sarà un album solista”, disse). In poche parole, ora viaggia per conto proprio e sta assaporando veramente il gusto di fare un po’ quello che gli pare. E gli viene bene, forse perché ha capito di non dovere dimostrare nulla a nessuno.

“As You Were” è un bel disco, senza se e senza ma. È ben farcito di canzoni rock di quelle che fanno immediatamente pensare agli stadi pieni di fan che cantano i cori (“Wall Of Glass”, in apertura è un ottimo esempio, così come la dura e tesa “I Get By”). Poi ci sono echi di American rock nemmeno troppo lontani, vicini al Tom Petty che tutti più abbiamo amato (“Bold” e “For What It’s Worth”) e la sempiterna passione per i Fab Four, che Liam ora pare avere interiorizzato, metabolizzato ed elaborato fino a tirarne fuori una modalità espressiva che omaggia e cita i suoi idoli, ma è anche tutta sua e originale (“Paper Crown”, “When I’m In Need”, “Come Back To Me” e “Universal Gleam”).

Il risultato è un sound che suona vintage e fresco allo stesso tempo: e buttiamolo via, come si suol dire. A ben analizzare, i momenti davvero magici dell’album sono regalati dalle ballad, i pezzi più riflessivi e intimisti, quelli in cui il bullo, invece che maltrattarti e scrollarti, si mette a rimuginare… ma è meglio lasciarlo stare, perché non si sa mai. Insomma, il meglio arriva con canzoni come la già citata “Paper Crown”, la dolente “For What It’s Worth” (una vera gemma ancora inconfondibilmente intrisa degli umori della grandezza degli Oasis) e “Chinatown”.

Liam non ha fatto esattamente tutto da solo, in realtà, e per otto dei 12 brani (15 nell’edizione deluxe) di “As You Were” ha avuto un aiutino da una coppia di produttori del calibro di Andrew Wyatt (già al lavoro con Lorde, Charli XCX e Miike Snow) e Greg Kurstin (Adele, Foo Fighters, Beck), che lo hanno affiancato nella stesura dei pezzi. Una collaborazione a sei mani – o qualcosa di simile – che pare avere pagato (e non poco) in termini di solidità… scrivere con loro, evidentemente, ha fatto risuonare alcune corde interiori che Liam sembrava avere messo almeno a riposo. E il mestiere di due professionisti di quel genere non è certo un elemento di poco conto, nell’economia globale del risultato.

Essere Liam Gallagher non è facile: il suo passato con gli Oasis pesa come un tir carico di ghisa da trascinarsi dietro a ogni passo. Ma sembra che abbia finalmente fatto pace, per quanto sia possibile farlo, con questo fardello, riuscendo a creare un disco che lo rappresenta.
Questo album è Liam Gallagher, con i suoi solchi tra le sopracciglia e lo sguardo fiero della copertina. Ma soprattutto con i suoi miti, i suoi rivolgimenti interiori, i suoi pentimenti e il suo talento.

Così se ne parla su Ondarock:

Non è tanto importante decidere quando gli Oasis si sono sciolti: se nel 2009, così come dichiarano le discografie; se nel 2000, quando hanno cambiato font, grafica e line-up, con una fanbase ormai fuori dall’adolescenza; o addirittura dopo Knebworth, un trionfo che sapeva di epitaffio. Per i fan, dopo l’ultimo ritrovo collettivo di una generazione che mai sarà così compatta, di nuovo, il fatto che i fratelli Gallagher esistano ancora è ormai non solo una promessa recondita che un concerto del genere possa accadere di nuovo, ma è una prova tangibile che la propria giovinezza è esistita, e che forse è esistita in modo anche più glorioso di quanto è veramente stata. Forse per questo il credito che sembrano riscuotere presso i propri fan sembra inesauribile come per nessun’altra band (fantasma, in questo caso) contemporanea.
Se l’esordio solista di Liam Gallagher deve insomma essere considerato come una semplice prova ontologica, allora è perfetto: è proprio una carta d’identità, anzi un distintivo, per rimanere fedeli al titolo militaresco. Non priva però di un maquillage sonoro ed estetico che stride non poco con quanto ci si aspetta da Our Kid, e il fatto che la traccia migliore di gran lunga suoni, al netto dell’interpretazione sboccata e diretta, come un ripoff dei Boyzone di “Don’t Look Back In Anger” (“For What It’s Worth”), dice tutto di quanto l’immagine di Liam e di questo disco dipendano effettivamente dal suo contenuto.

Una carta d’identità che fa 45 anni, quest’anno, e l’età non fa sconti: certi arrangiamenti, come quelli del singolo “Wall Of Glass”, col suo riffone alla Auerbach e le luci stroboscopiche, sono l’equivalente di un quarantenne che cerca di sentirsi ancora giovane. Tutto il disco, in realtà, suona come una performance un po’ sgraziata e nostalgica, sorretta dalle stampelle della scenografia imbastita dal team di produttori, con uno stile giovanilistico e posticcio-rock di un riarrangiamento per un’esibizione a X-Factor (esemplare la coda corale “con nani e ballerine” di “Bold”).
Sul piano della scrittura, diciamolo, già nei dischi degli Oasis i suoi brani sembravano degli incoraggiamenti “dovuti” (“Songbird”, “Little James”, la stessa “Born On A Different Cloud”, salutata come lo sbocciare di un genio, non era che una ben accolta testimonianza di attività cerebrale, anche se qui sfigurerebbe in positivo), nonostante certamente Liam non sia l’unico dei fratelli a spacciare paccottiglia nostalgica nella sua carriera post-Oasis. Qui, però, il divario anche solo tra due riempitivi scritti da altri, con un diverso senso della composizione chitarristica (ammiccando al pubblico americano con l’Elliott Smith di “Paper Crown”, e con il revival anni 70 di “Chinatown”) e le spavalde, recalcitranti e in ultima analisi anti-musicali litanie di Liam è ai limiti dell’imbarazzo, come se uno provasse a scolpire una statuetta con uno scalpellino in un caso, con un’accetta in un altro.
I fan degli Oasis in questo riconoscono l’attitudine, la purezza grezza e immediata dei brani storici: i refrain di “As You Were” saranno anche elementari mash-up di brani già scritti, tenuti insieme alla bell’e meglio da qualche lampo di aggressività e citazionismo (la comunque orrenda “You Better Run”, oltre alle varie rock-eggiate da novello Elvis, come l’altrettanto orrenda “I’ll Get By”, ennesima variazione sul tema di Liam), condite di ormai obsoleti riferimenti rockettari (“Greedy Soul”, che non si preoccupa neanche di cambiare l’arrangiamento di handclap, 4/4, armonica, “riffotto” e coretti di più o meno tutti i singoli di lancio degli ultimi Oasis, figuriamoci la melodia), ma solo il brivido di sentire Liam cantare certe note, certe sequenze è sufficiente a riaccendere la memoria, la speranza. Che però esistono anche senza questo disco.

Non fa insomma neanche scalpore il “record” di vendite del disco (ben venga, ma adesso basta poco, per la verità), dato lo stato dell’industria musicale, ma soprattutto date le caratteristiche della fanbase degli Oasis. Quello dei Gallagher rimane un mondo consolante, perché sempre uguale a se stesso, anche fuori dalla musica: essi stessi, insieme ai fan, vivono una sindrome di Peter Pan collettiva da cui preferiscono, comprensibilmente, non svegliarsi.
Per questo la copertina del disco e la decisione di esordire da solista, col proprio nome, senza l’inutile capriccio di fondare una nuova band (che non poteva comunque suonare, già nelle intenzioni, se non come una triste cover band di paese), è azzeccato nel tracciare i confini di questo mondo: quelli insindacabili e tracotanti, nel bene e nel male, di un solo essere, un mondo costruito a immagine e somiglianza di una sola persona. Tracciando inoltre, inconsapevolmente o no, i confini entro i quali termina l’arte e inizia il culto.

Così ha accolto l’album Sentireascoltare:

Il Liam Gallagher solista sarebbe tranquillamente potuto passare alla storia per il Mark Kozelek del brit pop (via Twitter naturalmente) se solo il motormouth che sta dietro il faccione che campa iconico nel debut album si ponesse anche soltanto il dubbio che tutta questa facciata da ultimo-bardo-del-rock-novecentesco è – non proprio patetica ma – di sicuro totalmente autoreferenziale (e non certo da uno o due annetti a questa parte). I Beady Eye erano una band che ha provato a continuare nel solco degli ultimi Oasis, anche perché di fatto al netto del dimissionario paroliere fratello coltello maggiore Noel, quelli ne erano proprio i restanti componenti. Posto il fatto che in due album – Different Gear, Still Speeding e BE – il gruppo non ha affatto lasciato il segno ma neppure regalato la ghigliottina ai propri detrattori, soprattutto per un discorso d’esperienza e produttori (vedi un bravo Dave Sitek dei TV On The Radio che in BE ha spezzato la linea dell’autocitazionismo), il primo vero e proprio album a firma Liam Gallagher ne è innanzitutto l’inevitabile rebranding, nonché l’ultima chance per il suo ambizioso protagonista.

Sfrontato e spavaldo quanto si voglia in pubblico, Liam – che non lo scriverà mai in un post su Twitter – i 140 caratteri sulla concretezza dei propri limiti li ha sempre conservati nel taschino. E’ già scritto che i fratelli, una volta smessa la farsa mediatica, torneranno a suonare assieme per un tour milionario, ormai lo sappiamo, possibile che una canzone o due Noel le abbia conservate per quel momento, chissà. Nel frattempo, tocca sopportarci le capriole di chi non cascherà mai con la faccia a terra, ma che davvero non ha nulla da comunicare (se non l’orgoglio). Ci siamo dovuti sorbire ben 12 mesi di battage promozionale per questo As You Were che è quello che è, e che non poteva essere altrimenti: la voce e le melodie di Gallagher sopra un canzoniere a velocità alternata tra rock e ballad, tirato a lucido col bi-turbo, imburrato dal lato della scrittura come da quello della produzione.

Che soltanto la metà dei brani di questo debut portino la sua sola firma e che questi non siano né il singolo traino né l’episodio più peculiare in scaletta (Chinatown, firmata dai soli Wyatt e Tighe), già potrebbe chiudere il discorso. Ma va senz’altro detto di più. Wall Of Glass, il lead single che più convincerà i vecchi come i nuovi fan dell’uomo, presenta ben quattro firme in co-writing accanto alla sua: c’è lo stesso produttore di tre dei brani sul piatto Greg Kurstin (in curriculum Sia, Beck, Adele Pink e soprattutto, per fare i paralleli, l’ultimo Foo Fighters), c’è Andrew Wyatt dei Miike Snow (che dà una grossa mano anche in altre tracce), c’è il suo amico e compagno di band negli A.M. Michael Tighe che si è fatto le ossa con Jeff Buckley nei 90s scrivendo assieme al compianto un pezzo dell’iconico Grace, ed infine c’è tale Andrew Sidney Fox che accreditato in scrittura ha soltanto questo brano. E non indaghiamo oltre. Come minimo doveva saltar fuori un singolo radiofonico a prova di bomba (più che bomba e basta) e così è: attacco boogie tintinnante di chitarre come inciso sulle origini dell’uomo, bridge zuccheroso FM friendly che si frappone a folate di chitarre ad accesso controllato, il tutto infiocchettato da una produzione elettronica, a partire dal trattamento sulla batteria, riscaldata da coriste soul e da una armonica a bocca. Che dire. Non male, davvero, ma ammirato il prodotto, e il suo piazzamento, difficile che ce ne ricorderemo anche solo a fine anno. A fugare i dubbi sull’urgenza e la necessità di un disco fatto e pensato in questo modo, pensa il resto della scaletta, in particolare negli episodi dove in produzione troviamo Daniel James Grech-Marguerat, uno che ha un nome lungo un treno e che dalla sua può vantare un tocco che si estende solitamente oltre al gioco di manopole e bancone. Il dubbio, dando un occhio al curriculum, è che lui sia quello che solitamente chiami quando hai un brand forte da spendere e necessità di stuffing (Mumford and Sons, Tom Odell, Keane, Kooks dicono qualcosa?).

Formalmente il disco è naturale che sia un Hell Yes! per i tipi dell’NME di turno e, solo per la sua durata di quasi un’ora, è già di per sé un risultato per il vecchio dad rocker. Il canzoniere gira e si ascolta bene grazie alla varietà di soluzioni messe in campo tra ricordi/citazioni di strofe (ancora?) Lennon-Beatles (vedi una For What It’s Worth con rinforzo di archi) e roba più rockista di stampo ’60 e ’70, simpatici boogie riempitivo con altrettanto calcolata lingua in bocca di strofe e versi che hanno fatto la storia del rock (You Better Run), oppure roba shoegazey – stile effettistica primo disco Oasis – ripresa dal versante Black Rebel Motorcycle Club (l’inutile I Get By), oppure ancora cose tagliate white soul come Universal Gleam, omaggi Primal Scream più che Rolling Stones e così via.

Si sa, il rock può essere una formula tanto quanto quella che sta dietro alla Coca Cola Zero, in altre parole, i primi Oasis erano la Coca, As You Were – pffff – lo zucchero a velo, e tutto ciò non ha nulla a che spartire con l’urgenza e le motivazioni che stanno dietro al fare un disco solista che si rispetti, ovvero qualcosa che anche (e forse soprattutto) nei suoi difetti e nel saper prendersi dei rischi, rimanga impresso, ti ci faccia affezionare, non soltanto per il ricordo di una voce e di un sound che vengono prima e a quel prima rimandano in continuazione. Liam ha senz’altro abiti nuovi, ma nulla da dire, non ha un testo suo che paia sincero da comunicarci, e le strofe che gli sentiamo pronunciare sono spesso di una banalità sconcertante: Chinatown, il brano con il testo meno formulaico tra quelli proposti, non porta (per decenza?) la sua firma ma parla velatamente di Brexit nella maniera più Tommaso Paradiso che si possa concepire: «Well the cops are taking over / While everyone’s in yoga / ‘Cause happiness is still a warm gun / What’s it to be free man? / What’s a European? / Me I just believe in the Sun». Emblematicamente e neppure troppo paradossalmente è quello che più rimane in testa dell’album. Complessivamente il più umano. Complessivamente, With a big help from his friends, Liam porta a casa il suo 6 politico.

 

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Disco Della Settimana: Beck “Colors”

Disco Della Settimana: Beck “Colors”

Dopo una serie di rinvii, alla fine “Colors” è uscito! Dal 13 ottobre è disponibile il 13° album del più poliedrico artista degli ultimi decenni.

Dopo averne rinviato l’uscita, il cantautore californiano torna con dieci nuovi brani, quattro dei quali (“Dear Life”, primo nuovo pezzo dopo “Dreams”, “Wow” e “Up All Night”), anticipati come singoli tra il 2015 e l’inizio del 2017.

“Colors” segue l’uscita dell’ultimo album di Beck, vincitore del Grammy Album of the Year, “Morning Phase”, disco folk e malinconico uscito nel 2015. Un’uscita, a detta dello stesso Beck Hansen, piuttosto complicata. Colors doveva uscire a primavera, ma la natura complessa di alcuni dei brani contenuti nel nuovo disco – tredicesima prova di inediti del cantautore – lo ha spinto a rimandare l’uscita del nuovo lavoro. “È stata un’impresa mettere tutto in armonia così da non sembrare un gran casino”, ha dichiarato Beck a Rolling Stone in un’intervista concessa all’inizio del 2017.

Il nuovo album è composto di dieci brani: “Colors”, “Seventh Heaven”, “I’m So Free”, “Dear Life”, “No Distraction”, “Dreams (Color Mix)”, “Wow”, “Up All Night”, “Square One” e infine “Fix Me”. “Credo che quest’album sarebbe potuto uscire un anno fa o due – aveva dichiarato Beck – ma sono canzoni complesse, che cercano di fare una o due cose insieme. Non è retro né moderno“. Beck, 47 anni, è stato anche il produttore di “Colors”, in collaborazione con Greg Kurstin. Fanno eccezione per “Wow”, prodotta dal cantante con Cole M.G.N, e “Fix Me”, prodotta dal solo Beck.

Così è stato accolto da alcune delle testate principali ndella stampa musicale italiana

Da ROCKOL:

Ogni disco di Beck (tredici per la precisione) è una storia a sé, ognuno con un’intenzione programmatica ben definita. Il pastiche post-moderno di “Odelay”, il funk divertito di “Midnite Vultures”, le mille innovazioni di “The information” e il rock retrò attualizzato di “Modern Guilt”, per non parlare delle riedizioni dei classici di “Record club” e dell’esperimento attraverso le partitute di “Song Reader”.

Al venticinquennale della sua carriera discografica, “Colors” rappresenta il suo disco più squisitamente pop. Così come dopo l’intimismo malinconico e semiacustico di “Sea Change” (2002) arrivò il pop rock meticcio di “Guero”, ecco che dopo il folk californiano e solare di “Morning Phase” del 2014 il biondo Hansen torna con un lavoro dal segno opposto.

In tutti i dischi di Beck l’impressione è sempre stata quella di una precisa volontà del geniale cantautore di voler immergersi in uno stile che lo ispirava in quel momento – al di là delle mode del periodo, anzi spesso in aperta controtendenza – e posare il suo particolare sguardo e approccio.

Questa volta invece pare che il preciso obiettivo sia proprio quello di sfruttare lo zeitgeist culturale della musica contemporanea pop, quello di Pharrell, Taylor Swift e del nuovo Calvin Harris, per intenderci. Come ha raccontato direttamente a Rockol nell’intervista di Davide Poliani, per questo disco ha lavorato in coppia con il suo vecchio tastierista Greg Kurstin, ora diventato produttore pop di gran successo (Adele, Pink, ma anche l’ultimo dei Foo Fighters) la cui mano di “normal pop” si sente specialmente nei brani inediti – dal 2015 a oggi Beck ha fatto uscire 4 singoli contenuti in questo “Colors”.

La title track ci regala un Beck che più Beck non si può: riff melodico suonato da un’ocarina, clap-hands, cori che sembrano usciti da “White Lines” di Grandmaster Flash, come pure “Dear Life” con quella tastiera tipicamente beatlesiana ma con quel retrogusto malinconico di Elliot Smith. Una meraviglia: melodie accattivanti e di presa rapida, ma sempre con quelle soluzioni da artigiano del pop-rock che spiazzano e che ti viene voglia di riascoltare. Insieme a queste però ci sono pezzi power pop che sembrano la colonna sonora di un video degli Ok Go (“I’m so free”) o hit di Megan & Sara (“Seventh Heaven”) , altri che imitano Bruno Mars quando imita i Police (“No distraction”) e altri che sia per titolo sia per esecuzione (“Fix you) sembrano una copia dei Coldplay.

Per carità, stiamo sempre parlando dell’unico artista contemporaneo che può essere paragonato sia a Prince sia a Bob Dylan senza scandalizzare nessuno, colui che riesce a comporre un funk tutto in minore (“Dreams”) con un testo giocato sui mille significati contrastanti del sogno, e a scrivere l’ironica “Wow” dove “jujitsu” fa rima come con “girl with a shin tzu”, ma l’impressione è di trovarci di fronte a un talentuoso artista in preda a una sorta di crisi di mezza età con la voglia di fare un disco pop, senza pensarci troppo – anche se la gestazione di “Colors” è durata più di 2 anni – e senza riuscirci pienamente.

Da  SENTIREASCOLTARE:

A casa Beck sono tornati a volteggiare gli avvoltoi di mezzanotte. No, per carità non è un sinistro presagio, il fatto è che Midnite Vultures con la sua escursione in territori dance e r&b è il primo termine di paragone che viene naturale all’ascolto di questa nuova fatica, Colors. Fatica perché è un album frutto di una lunga gestazione in studio con tanto di date di uscita posticipate, nonostante scorra liscio all’ascolto come pochi altri LP del Nostro. Verosimilmente è la sua creatura più pop, non perché i suoi album storici non lo fossero, o anzi non sublimassero una certa idea onnivora e tritatutto di popular music, ma perché è proprio la forma pop, canzone e strofa-ritornello (più orecchiabili possibile) a uscire vincente da questo brainstorming con Greg Kurstin fatto di improvvisazioni e sperimentazioni. E a uscirne in forma di canzoni tanto immediate quanto memorabili (letteralmente: si imprimono nella memoria più o meno al primo ascolto, quasi quasi prima ancora di terminare).

Oltre che di “facilità” delle strutture, è proprio una questione di qualità. Di know-how, perché il groove e il “tiro” di certo funky elettronico che non dispiacerebbe ai francesi mascherati (la title-track, Up All Night), le nuance soul-pop di Seventh Heaven (Prince che incontra i New Order), la scioltezza di Up All Night, sorta di nuova Beercan, le skippate tra rock e hip-hop di I’m so Free, il coté grebo-beatlesiano di Dear Life, i refrain-killer (vedi No Distraction) o i ganci da tipica dance song che intrecciano dettagli creativi sempre bizzarri, solo un po’ più sottotraccia che in altri dischi (saranno davvero dei flauti di Pan quelli di Colors o è qualche diavoleria sintetica?)… suonano buoni qui (cervello) e anche qui (gambe e tutte le parti che è possibile muovere a ritmo. Free your mind… dicevano una volta i Funkadelic…). Specialità di sua beckitudine, ma che non entrano semplicemente schiacciando il pilota automatico.

Pezzi brillanti e molto inclini alla mass seduction (sarà un caso se Colors esce lo stesso giorno dell’altro attesissimo disco di St. Vincent con cui condivide una certa strategia mediatica, forse non così aggressiva, e l’immaginario plasticoso, arty e kitsch) o alla musica per le masse, se da vecchi quali in fondo siamo ci viene più da parafrasare i Depeche Mode (prevediamo un certo impatto sul dancefloor). Perché hanno tutto quello che ci si aspetterebbe da un disco dance-POP (POP al quadrato e scritto a lettere maiuscole).

Il Beck strano-strano o quello lo-fi bisogna forse aspettarlo per la prossima volta. Ragionando in termini di colore, visto che si è in tema, è questo l’album complementare di Morning Phase. Tanto quello era acustico, quanto questo elettronico, quello guardava ai Sixties (o ai primi Seventies) e questo a degli Eighties rimodernati. Come al solito Beck è il Paganini che non ripete, mai due dischi uguali, e continua a saltabeccare (saltabeckare ah ah ah) e piroettare da un abito sonoro all’altro, da un’idea di stile all’altra, anche se qualcosa naturalmente si porta dietro in tutte queste acrobazie (l’intelligenza più ancora del mestiere). Prevedibile, e non scontato. Chapeau pure stavolta.

 

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