RADIOHEAD A FIRENZE: DENTRO IL CONCERTO

Nelle parole di Edoardo Florio di Grazia il resoconto del rito collettivo guidato da uno dei gruppi più seguiti della storia della musica contemporanea.

Risultati immagini per radiohead firenzeE’ il giorno, è evento che tutti stanno aspettando.

Quest’inverno c’è chi, preso dalla paura, ha comprato dieci biglietti per il concerto. Ovviamente sono le stesse persone che una settimana prima dell’evento si ricordano che in realtà devono lavorare o hanno gli esami o forse devono andare al mare. Comincia così la svendita dei biglietti, un secondary ticket all’incontrario dove chi aspetta vince e ottiene qualcosa. Le iene del concerto dei Radiohead sono entrati a prezzi vantaggiosi , hanno saputo aspettare e colpire al momento giusto. Il biglietto costava sessanta euro ma alla fine qualcuno entra con quaranta.

C’è da dire che il  banchetto è molto appetitoso :
1° piatto:  i Radiohead che tornano a Firenze  come ogni volta che pubblicano un disco (“In Rainbows” escluso). Il 2016 è stato l’anno di ” A Moon Shaped Pool” e allora Thom Yorke e soci si sono ripresentati. Come dei perfetti inglesi di una volta che appena hanno l’occasione non possono perdersi la loro vacanza Toscana .
2° piatto: James Blake.  Il ragazzo di quasi 2 metri, nel 2016 ha pubblicato un album, il terzo , “The Color in Anything” ed è arrivato anche per lui il momento di suonare nel capoluogo toscano.
Dolcino: Junun feat. Shye Ben Tzur e The Rajasthan Express.  Shye Ben Tzur è un artista israeliano/indiano molto interessante. L’ultimo lavoro è prodotto da Johnny Greewood che ha anche chiamato il suo amico Paul Thomas Anderson (con il quale collabora ormai da molti anni, curando le colonne sonore dei suoi ultimi film) per girare in India un documentario sulla genesi e la lavorazione del disco “Junun”.
Arrivo alle cinque del pomeriggio e riesco a prendere un braccialetto rosa shooking che mi permette di assistere nella parte più vicina al palco. Scopro che questo privilegio spetta a me e ad altre 7999 persone. Mentre aspetto mi guardo intorno: ci sono già tante persone. È un pubblico trasversale: si va dai nonnetti inglesi catapultati direttamente dagli anni ’70 fino a delle teenager napoletane che hanno attraversato la penisola apposta per vedere il concerto.
Alla fine divento amico e compagno di un gruppo di amici di Sassari altissimi e abbronzati.
Ore 18.33 sale sul palco Shye Ben Tzur & The Rajasthan Express .

Il gruppo è fantastico. Composto da sette musicisti indiani bellissimi adornati da turbanti bianchi che suonano tablas ,fiati harmonium e alcune percussioni a me ignote. Hanno grande carisma e si alternano in assoli emozionanti. Insieme a loro Shye ben Tzur , belloccio e bravo che canta insieme alle altre voci suonando una smagliante stratocaster dorata oltre ad un flauto che rimanda ad antichi suoni vedici. Con loro sul palco anche Jonny Greenwood che suona il basso e la chitarra ed è visibilmente emozionato. Il suono e l’atmosfera sono onirici. E’ un Kid A induista. Il pubblico apprezza come me. Alcune curiosità: il baffo del suonatore di tabla è magistrale. Il fratello di Jonny, Colin, assiste al live dalla parte laterale del palco e scatta foto come un padre di famiglia in gita a Gardaland. Insieme a lui il sesto Radiohead , il magnifico Cleve Deamer. Il concerto dura una cinquantina di minuti in tutto.

Ore 19.42 sale sul palco James Blake: diciamolo subito, alla lunga il suo live risulterà noioso. Bei suoni niente da dire. I sintetizzatori sono quelli che lo hanno reso famoso ma manca un po’ di empatia. Ma forse è solo la nostra tendenza mediterranea che non ci permette di apprezzare a pieno la glacialità british che viene perfettamente espressa da Blake and Co.
Noto che in un’ora di live sono molti pezzi del primo disco sinonimo che forse i successivi non sono altrettanto belli. Come ho giù scritto il tutto risulta un po’ piatto e noioso. Una curiosità  James Blake non cambia mai espressione faciale come quando Pirlo batte i rigori.
Ore 21.26 incomincia il concertone. Tutto inizia con “Daydreaming” . L’atmosfera è magica, sembra di essere in 2001 Odissea nello spazio. La band è in ombra. Meraviglia. Dietro di loro appare un monolitico uovo sul quale verranno proiettati tutti i visuals della serata. Le luci sono migliaia di stelle luminose. Dopo tre pezzi dell’ultimo disco comincia la parte elettronica del concerto. E poi eccoci qui: Airbag. Durante la serata, anche perché sono passati venti anni ed è appena uscito un disco con degli inediti dell’epoca, verrà suonata buona parte di “Ok Computer”, disco che ha segnato la storia della musica degli anni ’90. Thom Yorke sembra un asceta in preda a crisi mistica. Balla, trascina il pubblico nel suo mondo lontano. Inoltre blatera e fa versi al microfono. I versi sono intramezzati da frasi in italiano molto semplici del tipo “ buona sera , come va?”, “Andiamo?” Insomma come Schumacher ai tempi d’oro quando era campione della Ferrari da dieci anni ma diceva a malapena una frase in italiano. Tra le tante canzoni ne menzioniamo qualcuna: “15 Step” dove Thom balla benissimo immerso completamente nel sound del pezzo. E’ un piacere guardalo ballare , fa venire voglia anche a me. Poi “Lucky” e poi uno dei momenti più alti: appare dal nulla un pianoforte e parte “Pyramid Song”. Arriva la volta di “Everything in it’s right place” che è più chimica del solito. Mentre Thom attira l’attenzione su di sé , Jonny Greewood si dedica ai suoi marchingegni e alla sua vecchia telecaster con adesivo Honda diventata ormai classica come la stratocaster di David Gilmour o la Gibson 335 di Chuck Berry.

Una cosa che mi colpisce molto: i momenti di silenzio che i Radiohead riescono a conquistare in mezzo a quarantamila persone regalando brividi. Il primo silenzio surreale avviene su “Weird Fishes/Arpeggi“. Poi Appare un synt modulare di due metri : è la volta di “Idioteque”. Thom è sempre più mistico. Io, che nel frattempo sono rimasto a stomaco vuoto, mi gusto a dovere il mio peyote radioheadiano. Mentre incomicia a fare tardi ecco uno dei momenti più alti “Exit Music” dove, lo ammetto, mi parte la lacrimucccia.

Piccola pausa interrotta da un enorme occhio proiettato. Non è quello di Sauron ma è di Thom che si dedica ad una meravigliosa interpretazione di “You and whose army” . I visuals qui toccano l’apice : l’occhio di Thom prima si sdoppia poi triplica e alla fine sull’enorme uovo appaio decine di occhi. E’ un Grande Fratello di gioia e alta musica.
La seconda parte del live è chiusa da due classici: “Paranoid Android” e “Street Spirit Fade Out”. Ma quando i  Radiohead tonano sul palco c’è ancora tempo per la commovente “Fake plastic tree” (ho smepre sognato ascoltarla live). Adesso non mi parte una lacrimuccia ma la cascata del Niagara. I Radiohead chiudono dalle 23.49 con “Karma Police” dove tutte le (40000/50000?) persone regalano la loro voce e il loro amore ai sei ragazzi inglesi.

L’ultimo ritornello Thom lo fa cantare a loro, a me e a tutti noi che abbiamo deciso di condividere la nostra serata con una band che forse è diventata più nostalgica di qualche anno fa, meno avanguardistica, non più ragazzi inquieti ma musicisti esperti, che riescono sempre ad emozionare e regalarci grande musica. Un grande rito collettivo celebrato alla perfezione. E’ per questo che sono dato ai Radiohead, perchè è sempre più raro assistere ad eventi di tale meticolosa perfezione, e perchè questo è avvenuto proprio nella mia citta.

Edoardo Florio di Grazia

 

 

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