Disco della Settimana: Liam Gallagher

Disco della Settimana: Liam Gallagher

As You Were è il debutto come solista di Liam, dopo la lunga storia degli Oasis e l’esperienza con i Beady Eye. Anticipato dal singolo Wall Of Glass è probabilmente il miglior prodotto post-Oasis, l’ennesimo episodio della battaglia a distanza col fratello Noel.

L’album ha esordito al primo posto nella classifica britannica degli album, vendendo più copie di tutti gli album della top 10 messi insieme. Ha inoltre totalizzato 16.000 vinili venduti in una settimana, record dell’ultimo ventennio


Così ha accolto il disco Rockol:

Bullaggine. Insulti. Sentirsi “stocazzo”. Attitudine, come dicono gli americani. Il carattere di Liam Gallagher è fatto anche (e, quando si lascia un po’ troppo andare, viene da dire soprattutto) di questi tratti, che sono esaltanti, ma altrettanto pericolosi. Tant’è che i suoi lavori post-Oasis nei Beady Eye non avevano convinto al 100%… anzi, parevano una sorta di tentativo di rivalsa per convincere/convincersi di essere in grado di ricreare, senza la squadra del passato, la magia di una band epocale. Tentativi che, anche se sarebbe ingiusto definire naufragati, non hanno lasciato il segno. Le aspettative verso questo debutto solista di Liam, quindi, erano decisamente inficiate dalle precedenti esperienze, ma – sorpresa – il Nostro ci ha zittiti tutti con un lavoro che lo vede in formissima. Come se, ora che si è liberato del peso di avere una band ed è libero di fare le cose da solo, si sentisse finalmente stimolato a creare nuovamente qualcosa di notevole, senza pensare troppo al passato (ed è buffo, se si pensa che Liam, in un’intervista rilasciata a “Newsweek” aveva ammesso, con rammarico, di essere quasi costretto a incidere un lavoro solista, in quanto privo di band…”Non ho un gruppo, quindi sarà un album solista”, disse). In poche parole, ora viaggia per conto proprio e sta assaporando veramente il gusto di fare un po’ quello che gli pare. E gli viene bene, forse perché ha capito di non dovere dimostrare nulla a nessuno.

“As You Were” è un bel disco, senza se e senza ma. È ben farcito di canzoni rock di quelle che fanno immediatamente pensare agli stadi pieni di fan che cantano i cori (“Wall Of Glass”, in apertura è un ottimo esempio, così come la dura e tesa “I Get By”). Poi ci sono echi di American rock nemmeno troppo lontani, vicini al Tom Petty che tutti più abbiamo amato (“Bold” e “For What It’s Worth”) e la sempiterna passione per i Fab Four, che Liam ora pare avere interiorizzato, metabolizzato ed elaborato fino a tirarne fuori una modalità espressiva che omaggia e cita i suoi idoli, ma è anche tutta sua e originale (“Paper Crown”, “When I’m In Need”, “Come Back To Me” e “Universal Gleam”).

Il risultato è un sound che suona vintage e fresco allo stesso tempo: e buttiamolo via, come si suol dire. A ben analizzare, i momenti davvero magici dell’album sono regalati dalle ballad, i pezzi più riflessivi e intimisti, quelli in cui il bullo, invece che maltrattarti e scrollarti, si mette a rimuginare… ma è meglio lasciarlo stare, perché non si sa mai. Insomma, il meglio arriva con canzoni come la già citata “Paper Crown”, la dolente “For What It’s Worth” (una vera gemma ancora inconfondibilmente intrisa degli umori della grandezza degli Oasis) e “Chinatown”.

Liam non ha fatto esattamente tutto da solo, in realtà, e per otto dei 12 brani (15 nell’edizione deluxe) di “As You Were” ha avuto un aiutino da una coppia di produttori del calibro di Andrew Wyatt (già al lavoro con Lorde, Charli XCX e Miike Snow) e Greg Kurstin (Adele, Foo Fighters, Beck), che lo hanno affiancato nella stesura dei pezzi. Una collaborazione a sei mani – o qualcosa di simile – che pare avere pagato (e non poco) in termini di solidità… scrivere con loro, evidentemente, ha fatto risuonare alcune corde interiori che Liam sembrava avere messo almeno a riposo. E il mestiere di due professionisti di quel genere non è certo un elemento di poco conto, nell’economia globale del risultato.

Essere Liam Gallagher non è facile: il suo passato con gli Oasis pesa come un tir carico di ghisa da trascinarsi dietro a ogni passo. Ma sembra che abbia finalmente fatto pace, per quanto sia possibile farlo, con questo fardello, riuscendo a creare un disco che lo rappresenta.
Questo album è Liam Gallagher, con i suoi solchi tra le sopracciglia e lo sguardo fiero della copertina. Ma soprattutto con i suoi miti, i suoi rivolgimenti interiori, i suoi pentimenti e il suo talento.

Così se ne parla su Ondarock:

Non è tanto importante decidere quando gli Oasis si sono sciolti: se nel 2009, così come dichiarano le discografie; se nel 2000, quando hanno cambiato font, grafica e line-up, con una fanbase ormai fuori dall’adolescenza; o addirittura dopo Knebworth, un trionfo che sapeva di epitaffio. Per i fan, dopo l’ultimo ritrovo collettivo di una generazione che mai sarà così compatta, di nuovo, il fatto che i fratelli Gallagher esistano ancora è ormai non solo una promessa recondita che un concerto del genere possa accadere di nuovo, ma è una prova tangibile che la propria giovinezza è esistita, e che forse è esistita in modo anche più glorioso di quanto è veramente stata. Forse per questo il credito che sembrano riscuotere presso i propri fan sembra inesauribile come per nessun’altra band (fantasma, in questo caso) contemporanea.
Se l’esordio solista di Liam Gallagher deve insomma essere considerato come una semplice prova ontologica, allora è perfetto: è proprio una carta d’identità, anzi un distintivo, per rimanere fedeli al titolo militaresco. Non priva però di un maquillage sonoro ed estetico che stride non poco con quanto ci si aspetta da Our Kid, e il fatto che la traccia migliore di gran lunga suoni, al netto dell’interpretazione sboccata e diretta, come un ripoff dei Boyzone di “Don’t Look Back In Anger” (“For What It’s Worth”), dice tutto di quanto l’immagine di Liam e di questo disco dipendano effettivamente dal suo contenuto.

Una carta d’identità che fa 45 anni, quest’anno, e l’età non fa sconti: certi arrangiamenti, come quelli del singolo “Wall Of Glass”, col suo riffone alla Auerbach e le luci stroboscopiche, sono l’equivalente di un quarantenne che cerca di sentirsi ancora giovane. Tutto il disco, in realtà, suona come una performance un po’ sgraziata e nostalgica, sorretta dalle stampelle della scenografia imbastita dal team di produttori, con uno stile giovanilistico e posticcio-rock di un riarrangiamento per un’esibizione a X-Factor (esemplare la coda corale “con nani e ballerine” di “Bold”).
Sul piano della scrittura, diciamolo, già nei dischi degli Oasis i suoi brani sembravano degli incoraggiamenti “dovuti” (“Songbird”, “Little James”, la stessa “Born On A Different Cloud”, salutata come lo sbocciare di un genio, non era che una ben accolta testimonianza di attività cerebrale, anche se qui sfigurerebbe in positivo), nonostante certamente Liam non sia l’unico dei fratelli a spacciare paccottiglia nostalgica nella sua carriera post-Oasis. Qui, però, il divario anche solo tra due riempitivi scritti da altri, con un diverso senso della composizione chitarristica (ammiccando al pubblico americano con l’Elliott Smith di “Paper Crown”, e con il revival anni 70 di “Chinatown”) e le spavalde, recalcitranti e in ultima analisi anti-musicali litanie di Liam è ai limiti dell’imbarazzo, come se uno provasse a scolpire una statuetta con uno scalpellino in un caso, con un’accetta in un altro.
I fan degli Oasis in questo riconoscono l’attitudine, la purezza grezza e immediata dei brani storici: i refrain di “As You Were” saranno anche elementari mash-up di brani già scritti, tenuti insieme alla bell’e meglio da qualche lampo di aggressività e citazionismo (la comunque orrenda “You Better Run”, oltre alle varie rock-eggiate da novello Elvis, come l’altrettanto orrenda “I’ll Get By”, ennesima variazione sul tema di Liam), condite di ormai obsoleti riferimenti rockettari (“Greedy Soul”, che non si preoccupa neanche di cambiare l’arrangiamento di handclap, 4/4, armonica, “riffotto” e coretti di più o meno tutti i singoli di lancio degli ultimi Oasis, figuriamoci la melodia), ma solo il brivido di sentire Liam cantare certe note, certe sequenze è sufficiente a riaccendere la memoria, la speranza. Che però esistono anche senza questo disco.

Non fa insomma neanche scalpore il “record” di vendite del disco (ben venga, ma adesso basta poco, per la verità), dato lo stato dell’industria musicale, ma soprattutto date le caratteristiche della fanbase degli Oasis. Quello dei Gallagher rimane un mondo consolante, perché sempre uguale a se stesso, anche fuori dalla musica: essi stessi, insieme ai fan, vivono una sindrome di Peter Pan collettiva da cui preferiscono, comprensibilmente, non svegliarsi.
Per questo la copertina del disco e la decisione di esordire da solista, col proprio nome, senza l’inutile capriccio di fondare una nuova band (che non poteva comunque suonare, già nelle intenzioni, se non come una triste cover band di paese), è azzeccato nel tracciare i confini di questo mondo: quelli insindacabili e tracotanti, nel bene e nel male, di un solo essere, un mondo costruito a immagine e somiglianza di una sola persona. Tracciando inoltre, inconsapevolmente o no, i confini entro i quali termina l’arte e inizia il culto.

Così ha accolto l’album Sentireascoltare:

Il Liam Gallagher solista sarebbe tranquillamente potuto passare alla storia per il Mark Kozelek del brit pop (via Twitter naturalmente) se solo il motormouth che sta dietro il faccione che campa iconico nel debut album si ponesse anche soltanto il dubbio che tutta questa facciata da ultimo-bardo-del-rock-novecentesco è – non proprio patetica ma – di sicuro totalmente autoreferenziale (e non certo da uno o due annetti a questa parte). I Beady Eye erano una band che ha provato a continuare nel solco degli ultimi Oasis, anche perché di fatto al netto del dimissionario paroliere fratello coltello maggiore Noel, quelli ne erano proprio i restanti componenti. Posto il fatto che in due album – Different Gear, Still Speeding e BE – il gruppo non ha affatto lasciato il segno ma neppure regalato la ghigliottina ai propri detrattori, soprattutto per un discorso d’esperienza e produttori (vedi un bravo Dave Sitek dei TV On The Radio che in BE ha spezzato la linea dell’autocitazionismo), il primo vero e proprio album a firma Liam Gallagher ne è innanzitutto l’inevitabile rebranding, nonché l’ultima chance per il suo ambizioso protagonista.

Sfrontato e spavaldo quanto si voglia in pubblico, Liam – che non lo scriverà mai in un post su Twitter – i 140 caratteri sulla concretezza dei propri limiti li ha sempre conservati nel taschino. E’ già scritto che i fratelli, una volta smessa la farsa mediatica, torneranno a suonare assieme per un tour milionario, ormai lo sappiamo, possibile che una canzone o due Noel le abbia conservate per quel momento, chissà. Nel frattempo, tocca sopportarci le capriole di chi non cascherà mai con la faccia a terra, ma che davvero non ha nulla da comunicare (se non l’orgoglio). Ci siamo dovuti sorbire ben 12 mesi di battage promozionale per questo As You Were che è quello che è, e che non poteva essere altrimenti: la voce e le melodie di Gallagher sopra un canzoniere a velocità alternata tra rock e ballad, tirato a lucido col bi-turbo, imburrato dal lato della scrittura come da quello della produzione.

Che soltanto la metà dei brani di questo debut portino la sua sola firma e che questi non siano né il singolo traino né l’episodio più peculiare in scaletta (Chinatown, firmata dai soli Wyatt e Tighe), già potrebbe chiudere il discorso. Ma va senz’altro detto di più. Wall Of Glass, il lead single che più convincerà i vecchi come i nuovi fan dell’uomo, presenta ben quattro firme in co-writing accanto alla sua: c’è lo stesso produttore di tre dei brani sul piatto Greg Kurstin (in curriculum Sia, Beck, Adele Pink e soprattutto, per fare i paralleli, l’ultimo Foo Fighters), c’è Andrew Wyatt dei Miike Snow (che dà una grossa mano anche in altre tracce), c’è il suo amico e compagno di band negli A.M. Michael Tighe che si è fatto le ossa con Jeff Buckley nei 90s scrivendo assieme al compianto un pezzo dell’iconico Grace, ed infine c’è tale Andrew Sidney Fox che accreditato in scrittura ha soltanto questo brano. E non indaghiamo oltre. Come minimo doveva saltar fuori un singolo radiofonico a prova di bomba (più che bomba e basta) e così è: attacco boogie tintinnante di chitarre come inciso sulle origini dell’uomo, bridge zuccheroso FM friendly che si frappone a folate di chitarre ad accesso controllato, il tutto infiocchettato da una produzione elettronica, a partire dal trattamento sulla batteria, riscaldata da coriste soul e da una armonica a bocca. Che dire. Non male, davvero, ma ammirato il prodotto, e il suo piazzamento, difficile che ce ne ricorderemo anche solo a fine anno. A fugare i dubbi sull’urgenza e la necessità di un disco fatto e pensato in questo modo, pensa il resto della scaletta, in particolare negli episodi dove in produzione troviamo Daniel James Grech-Marguerat, uno che ha un nome lungo un treno e che dalla sua può vantare un tocco che si estende solitamente oltre al gioco di manopole e bancone. Il dubbio, dando un occhio al curriculum, è che lui sia quello che solitamente chiami quando hai un brand forte da spendere e necessità di stuffing (Mumford and Sons, Tom Odell, Keane, Kooks dicono qualcosa?).

Formalmente il disco è naturale che sia un Hell Yes! per i tipi dell’NME di turno e, solo per la sua durata di quasi un’ora, è già di per sé un risultato per il vecchio dad rocker. Il canzoniere gira e si ascolta bene grazie alla varietà di soluzioni messe in campo tra ricordi/citazioni di strofe (ancora?) Lennon-Beatles (vedi una For What It’s Worth con rinforzo di archi) e roba più rockista di stampo ’60 e ’70, simpatici boogie riempitivo con altrettanto calcolata lingua in bocca di strofe e versi che hanno fatto la storia del rock (You Better Run), oppure roba shoegazey – stile effettistica primo disco Oasis – ripresa dal versante Black Rebel Motorcycle Club (l’inutile I Get By), oppure ancora cose tagliate white soul come Universal Gleam, omaggi Primal Scream più che Rolling Stones e così via.

Si sa, il rock può essere una formula tanto quanto quella che sta dietro alla Coca Cola Zero, in altre parole, i primi Oasis erano la Coca, As You Were – pffff – lo zucchero a velo, e tutto ciò non ha nulla a che spartire con l’urgenza e le motivazioni che stanno dietro al fare un disco solista che si rispetti, ovvero qualcosa che anche (e forse soprattutto) nei suoi difetti e nel saper prendersi dei rischi, rimanga impresso, ti ci faccia affezionare, non soltanto per il ricordo di una voce e di un sound che vengono prima e a quel prima rimandano in continuazione. Liam ha senz’altro abiti nuovi, ma nulla da dire, non ha un testo suo che paia sincero da comunicarci, e le strofe che gli sentiamo pronunciare sono spesso di una banalità sconcertante: Chinatown, il brano con il testo meno formulaico tra quelli proposti, non porta (per decenza?) la sua firma ma parla velatamente di Brexit nella maniera più Tommaso Paradiso che si possa concepire: «Well the cops are taking over / While everyone’s in yoga / ‘Cause happiness is still a warm gun / What’s it to be free man? / What’s a European? / Me I just believe in the Sun». Emblematicamente e neppure troppo paradossalmente è quello che più rimane in testa dell’album. Complessivamente il più umano. Complessivamente, With a big help from his friends, Liam porta a casa il suo 6 politico.

 

L'articolo Disco della Settimana: Liam Gallagher proviene da www.controradio.it.