Tracce, Arte e Moda a Palazzo Pitti

Tracce, Arte e Moda a Palazzo Pitti

A Firenze c’è un bel museo che dovrebbe essere conosciuto meglio, si tratta di quello che una volta si chiamava Galleria del Costume e che adesso è stato ribattezzato Museo della Moda e del Costume, si trova all’interno di Palazzo Pitti,  nella palazzina della Meridiana: in sale di squisita eleganza, che anche vuote sarebbero belle, ma che per nostra fortuna sono invece piene di delizie.

Dopo la favolosa mostra “Il museo Effimero della Moda” della quale ho parlato qui, vi inaugura in questi giorni il nuovo allestimento/mostra: Tracce, Dialoghi ad Arte nel museo della Moda e del Costume.  Che avvicina capi di vestiario di squisita fattura ad opere d’arte della “condomina” Galleria di Arte Moderna.

L’idea guida è che esistano corrispondenze tra le creazioni di stilisti e quelle degli artisti.  Un’idea ormai corrente ovunque nel mondo, mentre in Italia invece è ancora molto forte il  pregiudizio – di stampo cattolico e maschilista, alè! – che considera la moda una perdita di tempo disdicevole, una stupidaggine superficiale e “cosa da donne frivole”.

Come però diceva la grande poetessa Alda Merini, “Se le donne sono frivole è perché sono intelligenti a oltranza.”

E poi: vogliamo parlare di numeri? L’industria della moda italiana vale 4 punti di Pil. Ha un giro di affari  di 62,6 miliardi di euro, e sono 140 le aziende con almeno 100 milioni di euro di fatturato.  Il settore continua a crescere ed è in controtendenza rispetto alla grande manifattura. Luxottica, Prada, Armani, Calzedonia, Diesel, Ferragamo, Max Mara, Safilo, Zegna, Dolce & Gabbana, Benetton, Valentino, Tod’s, Geox, Moncler…Frivolezze? Civetterie? Al contrario. L’ Italia ha la leadership mondiale nella produzione di moda e di lusso e nel relativo export. Quindi riflettere su cosa sia la moda e su come si crei il gusto diventa  imperativo per capire i tempi, l’arte, la storia e la politica.

E dunque: il rapporto della moda con l’arte esiste senza ombra di dubbio, ed esiste da sempre. Vedere per credere la bellissima mostra adesso in corso all’Accademia, della quale ho parlato qui.  Si tratta di trame e di tracce – appunto –  che nel nostro periodo storico possono essere meglio capite avvicinando pitture e sculture ai capi di vestiario, con un esercizio mentale che ci aiuta a liberarsi dagli stereotipi.  Tracce raccoglie 170 tra abiti, accessori, dipinti e sculture. E se ne vorrebbero di più!

L’allestimento è interessante: intanto, ed è cosa straordinaria,  gli abiti non sono esposti in vetrine ma sono liberi di frusciare e respirare nell’aria; e poi sono montati su pedane ricoperte di vetri, il che consente prospettive inusuali ed affascinanti. E in più l’illuminazione crea giochi di luce ed ombre inusuali.

Insieme al nuovo allestimento è stato presentato anche il nuovo deposito del museo: allestito ed attrezzato come quelli delle più grandi istituzioni del mondo – “anzi meglio”, secondo il direttore Eike Schmidt, grazie alla sua esclusiva climatizzazione attiva e passiva. Il tutto è stato reso possibile dalla collaborazione fra le Gallerie degli Uffizi, il Centro Fiorentino per la Moda Italiana, Pitti Immagine e Pitti Discovery.  Roba da donne frivole, siamo proprio sicuri??


Margherita Abbozzo. Tutte le foto sono mie, libere di essere usate, graditi i credits, grazie.

La mostra Tracce è corredata da un percorso e da un catalogo virtuali, accessibili nella sezione Ipervisioni dal sito web http://www.uffizi.it

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‘Tessuto e Ricchezza a Firenze nel Trecento’ all’Accademia

‘Tessuto e Ricchezza a Firenze nel Trecento’ all’Accademia

Firenze, Santi dandies e Madonne all’ultima moda: la nuova mostra alla Galleria dell’Accademia.

Firenze l’hanno fatta grande i mercanti. I mercanti e i banchieri, che dal 1200 in poi hanno accumulato ricchezza, creato lavoro, costruito reti commerciali, e alla fine anche investito in arte. Sempre di più, fino a creare la meraviglia che sappiamo.

Sono state la lana, la seta e il velluto a costruire Firenze. Che da piccolo e insignificante borgo fuori dalle rotte diventa una città sempre più ricca e importante fino a superare Lucca, Pisa, Siena. Con l’arrivo degli scienziati, dei letterati e degli artisti diventa poi la “culla del Rinascimento”, come sanno tutti. Ma quello che succedeva prima è meno noto e meno studiato. Fino ad adesso, perchè la bella mostra aperta all’Accademia di Firenze racconta proprio questa storia: Tessuto e Ricchezza a Firenze nel Trecento, curata dalla direttrice Cecilie Hollberg mette insieme esemplari rarissimi di stoffe  – broccati, sete, lane e velluti trapunti d’oro – con opere pittoriche coeve magnifiche, per parlarci di quello che successe in città durante tutto il secolo quattordicesimo.

Con un allestimento di grande eleganza e studiato fin nei minimi particolari, la mostra raccoglie stoffe meravigliose e ci invita a guardare i quadri dell’epoca con gli occhi di chi viveva allora.

I contemporanei degli artisti in mostra infatti sapevano calcolare a colpo d’occhio quanto panno sarebbe servito a realizzare ogni mantello di ogni Madonna, o ogni singola veste di angelo, e sapevano apprezzare la pesantezza, il lavoro e i costi delle varie stoffe in una maniera e con una sapienza che noi abbiamo completamente perso, come insegnava già il grande storico dell’arte Michael Baxandall.

La mostra fa luce sulle varie contaminazioni culturali e racconta anche come nacque la moda. A Firenze, naturalmente!

E racconta anche l’enorme ricchezza della città, dovuta agli scambi commerciali con tutta  l’Europa, l’Asia e la Cina, così come lo strapotere delle corporazioni – le famose “Arti”:  della Lana e della Seta, di Calimala, di Por Santa Maria…  – che se da una parte tenevano gli operai con stipendi da fame, dall’altra sponsorizzavano creazioni artistiche come le porte del Battistero, il cupolone, e tantissime altre, secondo quanto testimoniano ancor oggi gli stemmi disseminati su tutti i muri del centro storico.

Santi dandies e Madonne all’ultima moda, in una storia intessuta di traffici, mercanzie, fiorini d’oro e pale d’altare. Ed è la nostra storia, quella della città di Firenze.

Margherita Abbozzo.

Tutte le fotografie sono mie e sono libere di essere usate da chiunque, graditi i credits, grazie.

La mostra è aperta fino al 18 marzo 2018. Collabora anche il Museo del Tessuto di Prato, che ha realizzato una deliziosa proiezione multimediale incentrata su Francesco Datini, il grande mercante di lana pratese. Sono sei minuti che spiegano egregiamente come venivano realizzati e venduti i tessuti che resero le manifatture toscane celeberrime nel mondo.

Non perdetevi questa bella mostra!

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‘Memoria’ di James Nachtwey a Milano

‘Memoria’ di James Nachtwey a Milano

James Nachtwey, classe 1948, è un fotografo di guerra. Anzi è IL fotografo di guerra par excellence. E’ americano, e quindi forse la migliore descrizione del lavoro che fa la da il suo titolo in inglese: war reporter.

Da quarant’anni. Una professione che logora mentalmente e fisicamente (e infatti Nachtwey è rimasto ferito in vario modo varie volte in vari teatri di guerra), e che suscita interrogativi problematici: serve a qualcosa fotografare le guerre? E documentare l’orrore di cui sono capaci gli uomini è mai servito a fermarne o a evitarne una? No, purtroppo.

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Ma lui non mostra segni di usura. E una mostra a Palazzo Reale a Milano racconta con forza la passione che lo ha spinto a seguire combattimenti e atrocità ovunque nel mondo, e che tuttora lo anima. Passione e convincimento che lui riassume in una frase: “Volevo fare il fotografo per fare il fotografo di guerra. Ero spinto dalla consapevolezza che una immagine che rivelasse la vera faccia della guerra fosse quasi per definizione stessa una fotografia contro la guerra.

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D’altra parte è necessario che l’orrore venga raccontato e documentato. Perchè il tempo passa, la gente dimentica, e se è vero che la vita deve andare avanti, sarebbe anche meglio che revisionismi convenienti non avessero la strada spianata dall’indifferenza e dall’infingardaggine generale. Il punto centrale è proprio questo: che valore ha la memoria? E’ probabilmente la madre di tutte le domande del nostro tempo, ed è esattamente l’alveo nel quale si inserisce il suo lavoro, già ben esplorato da un documentario agghiacciante del 2001, War Photographer di Christian Frei.

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Nachtwey anzi sembra un predestinato a vivere tra gli incubi: per puro caso si trovò a essere testimone anche degli attacchi dell’11 settembre al World Trade Center.

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Oggi è considerato il più grande fotografo di guerra vivente, e anzi viene definito l’erede di Robert Capa, l’intrepido fotografo della guerra civile spagnola, del D Day nel 1944, e di altri momenti topici fino a quando non saltò su una mina nel 1952.  Nonostante abbia vinto i premi più importanti, fatto parte e addirittura fondato agenzie fotografiche mitiche e vissuto avventure che sarebbero bastate e avanzate a un comune mortale, Nachwey non demorde e continua a credere nel valore di documentare quello che succede, con la speranza di “creare immagini così potenti da vincere la diluizione e assuefazione creata dai mass media, per scuotere fuori dall’indifferrenza le persone , per protestare, e con la forza di quella protesta, convincere anche altri a farsi sentire“.

Margherita Abbozzo

La mostra rimane aperta dal 1 dicembre 2017 al 4 marzo 2018 presso il Palazzo Reale di Milano, prima di altre sedi internazionali.

Credits: Tutte le immagini  James Nachtwey Works: © Trustees of Dartmouth College.

1. Protesters throwing petrol bombs during clashes between the Israeli troops and the local Palestinian population. Occupied Territories, West Bank, 2000.

2. A mother standing by her child. Sudan, Darfur, 2003.

3. A man carries his child across a river attempting to cross into Macedonia. Scores of refugees, including elderly, disabled, and families with children set out to make the dangerous trek. Macedonia, 2016

4. A bedroom became a battlefield as a Croatian militiaman shot at his Muslim neighbours. Bosnia-Herzegovina, Mostar, 1993

5. The south tower of the World Trade Center collapsing following the attacks. For months after the September 11 attacks, rescue workers continued to work in thick dust, clearing the site, which came to be known as Ground Zero. USA, New York, 2001.

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