Unifi, riesame su concorsi truccati: “koinè universitaria”

Unifi, riesame su concorsi truccati: “koinè universitaria”

Il tribunale del riesame ha fatto emergere il “desolante” spaccato riguardo all’inchiesta per corruzione della procura di Firenze sui concorsi truccati per la docenza di diritto tributario.

Così il riesame nell’ordinanza di ieri sull’inchiesta per corruzione della procura di Firenze sui concorsi truccati per la docenza di diritto tributario: “Emerge, purtroppo, dall’insieme dell’inchiesta il desolante spaccato, in certi ambiti, di una ‘koinè’ universitaria dominata da metodi di cooptazione di carattere spartitorio, basati su reciproci favori anche di carattere corruttivo oltre che sui rapporti di potere e persino di ‘vassallaggio'”.

Ordinanza che conferma gran parte delle interdizioni decise dal gip il 6 settembre 2017, riformando invece le posizioni di sette indagati, con una riduzione da 12 a sei mesi della sospensione dalle università.

Il riesame scrive che “tutti i ricorrenti si sono pienamente inseriti in essa (‘koinè, ndr) accettandone le ‘regole’ e condividendone fattivamente la ‘logica’. Ciò implica la accertata disponibilità dei medesimi a pratiche illegali cosa che è indice di pericolo di recidivanza che deve essere cautelato”.

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Braccialini, Riccardo: nostro operato corretto

Braccialini, Riccardo: nostro operato corretto

L’ex amministratore delegato della rinomata casa di accessori d’alta moda, Riccardo Braccialini, ha rilasciato una dichiarazione sull’inchiesta della procura di Firenze sull’operato finanziario della ditta dal 2011 al 2016.

“Le indagini della magistratura sono un atto dovuto e opportuno in caso di dissesto finanziario e di conseguente accesso ad una procedura concorsuale. In questa sede posso solo confermare, anche a nome di mio fratello Massimo, quanto andiamo ripetendo da tempo: confidiamo nell’operato della magistratura e auspichiamo che gli esiti dell’indagine possano mostrare le origini profonde del dissesto e la correttezza del nostro operato di cui siamo assolutamente certi”.

E quanto dichiarato, come riporta una nota diffusa dall’avvocato Giovanni Flora suo legale, da Riccardo Braccialini, ad dell’azienda di faimiglia fino al 2016, tra gli indagati di bancarotta dalla procura di Firenze per il dissesto finanziario della casa di moda fiorentina. Le persone coinvolte nell’indagine sono oltre 25, fra cui i membri dei cda in carica tra 2011 e 2014 e i sindaci revisori dello stesso periodo.

Tra gli indagati, oltre a Riccardo, attualmente presidente dell’Associazione italiana pellettieri Aimpes, anche il fratello Massimo. La casa di moda della famiglia dei due fratelli, che produce borse, è stata fondata nel 1954 da Roberto e Carla Braccialini. Il 6 maggio 2016 il cda chiese il concordato e dall’anno scorso la società Graziella Group ha acquisito il ramo d’azienda.

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Braccialini: oltre 25 indagati per bancarotta

Braccialini: oltre 25 indagati per bancarotta

La procura di Firenze ha aperto un’inchiesta sulle vicende finanziarie della casa doi moda Braccialini. In analisi i bilanci fra 2011 e 2014. Tra gli indagati i fratelli Riccardo e Massimo Braccialini, accusarti di bamcarotta societaria da falso in bilancio.

Inchiesta della procura di Firenze, per bancarotta, sul dissesto finanziario della casa di moda Braccialini. Oltre 25 gli indagati, fra cui i membri dei cda in carica tra 2011 e 2014 e i sindaci revisori dello stesso periodo.

Tra gli indagati ci sono i fratelli Riccardo e Massimo della famiglia fondatrice e proprietaria. L’accusa principale è di bancarotta societaria da falso in bilancio e poggia, secondo le indagini della guardia di finanza, sui bilanci relativi agli esercizi chiusi nel 2011, 2012, 2013 e 2014.

Inoltre, secondo fonti inquirenti, sarebbero indagati anche gli amministratori del cda in carica quando l’azienda fece richiesta di concordato preventivo: in questo caso l’ipotesi di reato è diversa, cioè bancarotta semplice per aggravamento del dissesto finanziario in atto.

Braccialini ha attraversato vari momenti di difficoltà e avrebbe cumulato un passivo di 37 mln di euro. Il 6 maggio 2016 il cda decise di chiedere il concordato. Dal 2017 la società Graziella Group ha acquisito il ramo d’azienda con i marchi Braccialini e Tua.

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Braccialini: oltre 25 indagati per bancarotta

Braccialini: oltre 25 indagati per bancarotta

La procura di Firenze ha aperto un’inchiesta sulle vicende finanziarie della casa doi moda Braccialini. In analisi i bilanci fra 2011 e 2014. Tra gli indagati i fratelli Riccardo e Massimo Braccialini, accusarti di bamcarotta societaria da falso in bilancio.

Inchiesta della procura di Firenze, per bancarotta, sul dissesto finanziario della casa di moda Braccialini. Oltre 25 gli indagati, fra cui i membri dei cda in carica tra 2011 e 2014 e i sindaci revisori dello stesso periodo.

Tra gli indagati ci sono i fratelli Riccardo e Massimo della famiglia fondatrice e proprietaria. L’accusa principale è di bancarotta societaria da falso in bilancio e poggia, secondo le indagini della guardia di finanza, sui bilanci relativi agli esercizi chiusi nel 2011, 2012, 2013 e 2014.

Inoltre, secondo fonti inquirenti, sarebbero indagati anche gli amministratori del cda in carica quando l’azienda fece richiesta di concordato preventivo: in questo caso l’ipotesi di reato è diversa, cioè bancarotta semplice per aggravamento del dissesto finanziario in atto.

Braccialini ha attraversato vari momenti di difficoltà e avrebbe cumulato un passivo di 37 mln di euro. Il 6 maggio 2016 il cda decise di chiedere il concordato. Dal 2017 la società Graziella Group ha acquisito il ramo d’azienda con i marchi Braccialini e Tua.

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Gioco d’azzardo, diplomazia ‘blocca’ inchiesta della Procura di Firenze tra Italia e Malta

Gioco d’azzardo, diplomazia ‘blocca’ inchiesta della Procura di Firenze tra Italia e Malta

 

La procura di Firenze avrebbe cercato, senza riuscirci, di sequestrare conti correnti, sale da gioco e il server con cui venivano gestite le sale clandestine tra l’Isola e l’Italia

C’era una piattaforma telematica clandestina che collegava 24 sale da gioco abusive in Italia con un server centralizzato e altre sale da gioco situate sull’isola di Malta. E’ quanto ha scoperto la guardia di finanza di Firenze nell’operazione ‘doppio Jack’ che stamani ha portato a sette arresti per associazione a delinquere finalizzata al gioco d’azzardo abusivo e alla truffa. La piattaforma era gestita da un tecnico informatico che la curava per conto di un imprenditore veneto, considerato il dominus dell’organizzazione. Le vincite? Non venivano rendicontate al fisco italiano e le giocate ‘viaggiavano’ sulla piattaforma illegale finendo in conti correnti a Malta. Secondo una stima calibrata su tre sale da gioco abusive, delle 24 scoperte, ci sarebbero state giocate mensili per oltre 10 milioni di euro e un’evasione di imposte per circa 6 milioni di euro. Complessivamente gli indagati sono 37 persone e tre società. L’indagine è partita circa 2 anni fa da un controllo a una associazione sportiva dilettantistica della provincia di Firenze dove era allestita una sala da gioco sconosciuta ai Monopoli di Stato.

La procura di Firenze voleva sequestrare sull’isola di Malta conti correnti, sale da gioco e
anche il server informatico da cui dipendeva il giro di giocate d’azzardo clandestine stroncato con l’operazione della Guardia di finanza. Ma ciò non è stato possibile per questioni relative agli accordi internazionali esistenti. Lo ha evidenziato il procuratore capo di Firenze Giuseppe Creazzo insieme ai vertici provinciali delle fiamme gialle nel corso della conferenza stampa.

“Purtroppo non è stato possibile fare dei sequestri a Malta -ha spiegato Creazzo – per questioni relative a rapporti internazionali. Volevamo interrompere questo giro criminoso, e quindi abbiamo agito intanto in Italia. Se in futuro riusciremo a superare queste questioni, e saremo ancora in tempo, daremo esecuzione anche ai sequestri sull’isola maltese”.

In Italia in totale sono state sequestrate 14 sale da gioco, 10 immobili, 7 auto, quote di 8
società, 30 conti correnti, patrimoni relativi ai 40 indagati. Gli investigatori delle fiamme gialle hanno riferito che solo la notte scorsa hanno anche sequestrato denaro in contanti fra 10 e 15 mila euro detenuto nella abitazioni di sette arrestati, mentre in una sala da gioco clandestina perquisita in una cassetta di sicurezza sono stati trovati 64 mila euro in
contanti.

Il sistema trojan usato nelle intercettazioni telematiche per infiltrare computer e apparati
mobili ‘è stato decisivo per scoprire la piattaforma informatica clandestina’ con cui veniva gestito dall’isola di Malta il gioco d’azzardo abusivo in 24 sale giochi di Toscana, Marche, Lazio, Veneto ed Emilia Romagna, un giro per cui sono stati arrestati ai domiciliari sette indagati nell’inchiesta ‘Doppio jack’ della guardia di finanza di Firneze. Lo ha sottolineato il procuratore capo di Firenze, Giuseppe Creazzo, oggi in conferenza stampa.

“La nuova legge sulle intercettazioni impedisce di usarlo per reati di associazione semplice come quello di oggi, anche quando potrebbe essere essenziale per le indagini”, ha detto Creazzo aggiungendo che “il trojan potrà essere usato in intercettazioni su mafie e terrorismo e per reati di associazione finalizzati a contrabbando e contraffazione. Ma per tutti gli altri reati, no. Questa è l’ultima volta in cui l’abbiamo potuto utilizzare”. I 7 arresti sono per associazione a delinquere finalizzata al gioco d’azzardo abusivo e truffa.

Sono arrestati tutti ai domiciliari i sette indagati rintracciati nella notte dalle Fiamme gialle per l’inchiesta ‘Doppio jack’ sul gioco d’azzardo on line abusivo, secondo quanto stabilito dall’ordinanza del gip Angelo Pezzuti eseguita la notte scorsa dalla guardia di finanza.

Gli arrestati sono accusati a vario titolo di associazione a delinquere finalizzata al gioco d’azzardo abusivo e alla truffa, e sono: Massimo Casabona, 43 anni di Montemurlo (Prato);
Leonardo Luca Chiappelli, 52 anni di Pistoia; Massimiliano Fullin, 50 anni, originario di Treviso e abitante a Mestre (Venezia); Adalberto Gori, 45 anni di Pistoia; Emanuele Gori, 44 anni di Pistoia; Gazmir Imeraj, detto Claudio, albanese, 43 anni, residente a Empoli (Firenze); Fabio Veglianetti, 43 anni di Firenze ma domiciliato a Camponogara (Venezia).

Secondo le indagini della guardia di finanza la piattaforma clandestina diretta da Malta era
gestita da una società sull’isola di cui risulta socio l’imprenditore veneto che figura tra gli arrestati. La società era autorizzata dalle autorità locali a esercitare il gioco d’azzardo on line, ma a fianco dell’attività lecita, l’organizzazione colpita oggi aveva allestito anche una
piattaforma di gioco clandestina che i gestori gestivano da remoto, attraverso alcuni sofisticati accorgimenti informatici.

Uno di questi, è stato spiegato dagli investigatori, garantiva il controllo puntuale delle macchine – computer e slot machine – addirittura bloccando in tempo reale, con un tasto rosso, le vincite: di qui l’accusa di truffa, perchè ai giocatori d’azzardo, pur consapevoli di fare attività abusiva, poteva capitare di fare le puntate proprio nel momento in cui i gestori
delle sale, per aumentare gli introiti, impedivano che le macchine erogassero vincite, quindi perdevano di sicuro il denaro puntato.

“Con questo sistema tecnico, che permetteva un controllo minuto per minuto di ogni singola macchina, i primi ‘polli’ erano proprio i giocatori di azzardo che si trovavano a giocare, senza saperlo, quando i gestori avevano deciso di bloccare le vincite”, ha detto il procuratore capo Giuseppe Creazzo nella conferenza stampa in cui è intervenuto anche il comandante provinciale della guardia di finanza a Firenze, Benedetto Lipari con gli investigatori della compagnia di Empoli. L’altro accorgimento informatico era affidato a un tasto nero che, premuto, permetteva, sempre da una sede remota, di cancellare immediatamente nelle sale le tracce di qualsiasi operazione di gioco on line, qualora ci fossero stati controlli delle autorità. In realtà, ai Monopoli di Stato erano del tutto sconosciute queste bische poichè le sale scoperte dalla Gdf non sono concessionarie dello Stato ma clandestine.

Le sale gioco erano camuffate da enti associativi non commerciali, formalmente non aventi scopo di lucro, tipo associazioni sportive dilettantistiche, circoli culturali o internet point, posti telefonici, paravento dell’attività illecita.

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