‘Memoria’ di James Nachtwey a Milano

‘Memoria’ di James Nachtwey a Milano

James Nachtwey, classe 1948, è un fotografo di guerra. Anzi è IL fotografo di guerra par excellence. E’ americano, e quindi forse la migliore descrizione del lavoro che fa la da il suo titolo in inglese: war reporter.

Da quarant’anni. Una professione che logora mentalmente e fisicamente (e infatti Nachtwey è rimasto ferito in vario modo varie volte in vari teatri di guerra), e che suscita interrogativi problematici: serve a qualcosa fotografare le guerre? E documentare l’orrore di cui sono capaci gli uomini è mai servito a fermarne o a evitarne una? No, purtroppo.

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Ma lui non mostra segni di usura. E una mostra a Palazzo Reale a Milano racconta con forza la passione che lo ha spinto a seguire combattimenti e atrocità ovunque nel mondo, e che tuttora lo anima. Passione e convincimento che lui riassume in una frase: “Volevo fare il fotografo per fare il fotografo di guerra. Ero spinto dalla consapevolezza che una immagine che rivelasse la vera faccia della guerra fosse quasi per definizione stessa una fotografia contro la guerra.

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D’altra parte è necessario che l’orrore venga raccontato e documentato. Perchè il tempo passa, la gente dimentica, e se è vero che la vita deve andare avanti, sarebbe anche meglio che revisionismi convenienti non avessero la strada spianata dall’indifferenza e dall’infingardaggine generale. Il punto centrale è proprio questo: che valore ha la memoria? E’ probabilmente la madre di tutte le domande del nostro tempo, ed è esattamente l’alveo nel quale si inserisce il suo lavoro, già ben esplorato da un documentario agghiacciante del 2001, War Photographer di Christian Frei.

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Nachtwey anzi sembra un predestinato a vivere tra gli incubi: per puro caso si trovò a essere testimone anche degli attacchi dell’11 settembre al World Trade Center.

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Oggi è considerato il più grande fotografo di guerra vivente, e anzi viene definito l’erede di Robert Capa, l’intrepido fotografo della guerra civile spagnola, del D Day nel 1944, e di altri momenti topici fino a quando non saltò su una mina nel 1952.  Nonostante abbia vinto i premi più importanti, fatto parte e addirittura fondato agenzie fotografiche mitiche e vissuto avventure che sarebbero bastate e avanzate a un comune mortale, Nachwey non demorde e continua a credere nel valore di documentare quello che succede, con la speranza di “creare immagini così potenti da vincere la diluizione e assuefazione creata dai mass media, per scuotere fuori dall’indifferrenza le persone , per protestare, e con la forza di quella protesta, convincere anche altri a farsi sentire“.

Margherita Abbozzo

La mostra rimane aperta dal 1 dicembre 2017 al 4 marzo 2018 presso il Palazzo Reale di Milano, prima di altre sedi internazionali.

Credits: Tutte le immagini  James Nachtwey Works: © Trustees of Dartmouth College.

1. Protesters throwing petrol bombs during clashes between the Israeli troops and the local Palestinian population. Occupied Territories, West Bank, 2000.

2. A mother standing by her child. Sudan, Darfur, 2003.

3. A man carries his child across a river attempting to cross into Macedonia. Scores of refugees, including elderly, disabled, and families with children set out to make the dangerous trek. Macedonia, 2016

4. A bedroom became a battlefield as a Croatian militiaman shot at his Muslim neighbours. Bosnia-Herzegovina, Mostar, 1993

5. The south tower of the World Trade Center collapsing following the attacks. For months after the September 11 attacks, rescue workers continued to work in thick dust, clearing the site, which came to be known as Ground Zero. USA, New York, 2001.

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La Grande Bellezza del Cardinale Leopoldo de’ Medici, principe dei collezionisti.

La Grande Bellezza del Cardinale Leopoldo de’ Medici, principe dei collezionisti.

Il Cardinal Leopoldo de’Medici doveva essere l’uomo più brutto di Firenze. Ma amò smodatamente la grande bellezza.

Fortuna per noi posteri, Leopoldo de’Medici accumulò collezioni magnifiche, e vastissime, delle quali sono colmi i musei cittadini.

Leopoldo nacque esattamente 400 anni fa, il 6 novembre 1617, e proprio in questo giorno inaugura a Palazzo Pitti una mostra a dir poco strepitosa, che celebra la sua mente enciclopedica e la vera passione con la quale collezionò tesori per tutta la vita.

 

Naturalmente come da tradizione familiare anche lui collezionò entusiasticamente statuaria antica e contemporanea, nonchè quadri, disegni e incisioni, un assaggio dei quali è così bello da far venire altro che la Sindrome di Stendhal!

I quadri che comprava e che si metteva in casa, poi, erano di Tiziano, Pontormo, Bronzino, Correggio, Lotto, Botticelli… In più ebbe un grande intuito e una visione per il futuro molto innovativa: per esempio, fu il primo ad avere l’idea di mettere insieme una collezione di autoritratti di artisti, che poi è stata il nucleo di quella che ancora oggi è un vanto delle Gallerie degli Uffizi.

Collezionò spasmodicamente anche medaglie, cammei e monete – arrivando ad averne più di settemila!, delle quali erano colmi i magnifici stipi, vanto degli ebanisti fiorentini (alcuni di questi mobili-forzieri si vedono in mostra).

Non solo: collezionò avidamente anche oggetti in avorio a soggetto sacro e profano, tutti lavori uno più bello dell’altro, che provenivano soprattutto dal nord Europa e ancor oggi lasciano a bocca aperta per la manifattura incredibile. Non si fece mancare collezioni di libri, meglio se antichi, rarissimi, importantissimi.

Come se questo non bastasse, Leopoldo de’ Medici accumulò oggetti “curiosi” che gli arrivavano da tutti gli angoli del mondo, grazie a una fittissima rete di collaboratori da lui costruita: sicchè ecco nautili trasformati in tazze cesellate, pugnali kris malesi, frecce giapponesi, statuette preistoriche, e, star dello show, una maschera in pietra travertinite precolombiana, che arriva da Teotihuacan, in Messico, ed è databile al IV-VI secolo dopo Cristo.

La cosa straordinaria è che questa misteriosa mascherina (non si sa infatti che cosa sia esattamente, che cosa rappresenti, nè che funzione avesse) è probabilmente il primissimo oggetto che da Teotihuacan giungeva in Europa. E siccome gli scavi archeologici in quella zona furono avviati solo nel 1676 – cioè un anno dopo la morte di Leopoldo – è possibile che questo oggetto facesse parte di un tesoro precedente, addirittura azteco, e che sia arrivato al Cardinale per vie misteriose… ma ovviamente efficaci.

Tesoro tra i tesori è la sua collezione di strumenti scientifici, alcuni appartenuti al maestro dei suoi maestri, cioè a Galileo Galilei (che lui, da cardinale, cercò anche di far riabilitare dalla Chiesa, senza però riuscirci). Oggetti di importanza capitale perchè nel Seicento gli strumenti scientifici  contribuiscono, come scrive Mara Miniati nel suo ottimo saggio in catalogo, “alla nascita di un uomo “nuovo”, “capace di porsi domande per affrontare il “mondo nuovo” che si prospetta e di concretizzarle in una serie di strumenti inediti”.

In Toscana nascono nel Seicento quattro strumenti fondamentali: il termometro, il barometro, il cannochiale astronomico e il microscopio. Come osserva ancora Mara Miniati, questi “apparecchi diventavano un tramite tra l’uomo e l’universo infinito e infinitamente sconosciuto: ogni fenomeno mostrava una natura nuova, sempre da reinventare e sempre diversa.” Tra altri tesori, in mostra possiamo ammirare un bellissimo astrolabio del 13simo secolo, e l’unico esemplare di Giovilabio, che fu costruito da Galileo. E anche la sua famosa lente del telescopio, conservata come una reliquia nonostante si fosse rotta (a Galileo stesso), e poi alcune ampolle, esemplari di quei vetri scientifici che venivano prodotti proprio nel giardino di Boboli da maestranze specializzatissime.

Non basta? Oltre a collezionista sfegatato e realmente extraordinaire, Leopoldo fu anche membro dell’Accademia della Crusca e tra i fondatori dell’Accademia del Cimento, un uomo di studi insomma, che verso la fine della vita divenne cardinale per equilibri politici in seno alla famiglia.

Leopoldo de’ Medici fu un personaggio straordinario e questa mostra davvero meravigliosa, davvero imperdibile, anche perchè stupendamente ospitata nelle meravigliose sale di Palazzo Pitti, è un’ occasione per ammirare tanti veri tesori e riempirsi gli occhi di tanta grande bellezza.

Margherita Abbozzo.

Tutte le foto sono mie, a parte quella del dipinto che ritrae il cardinale bambino a cavallo, di Giusto Suttermans, 1624-1625 circa, olio su tela proveniente da Benešov (Boemia centrale), Castello di Konopiště, e il Ritratto di Leopoldo de’ Medici in abito cardinalizio, di Giovan Battista Gaulli detto il Baciccio, del 1668-1670 circa, olio su tela conservato alle Gallerie degli Uffizi, Galleria delle Statue e delle Pitture, Firenze.

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Utopie Radicali, oltre l’architettura

Utopie Radicali, oltre l’architettura

C’era una volta Firenze città piena di artisti e architetti che credevano a mondi alternativi e pieni di colore, di forza vitale e di allegria.

C’era una volta. Erano gli anni Sessanta. Quanto più dinamica, creativa, vitale e, se vogliamo, anche più divertente quella Firenze di allora rispetto a quella di oggi!

Firenze era una città vissuta, non un fondale per turisti. E’ vero, gli autobus passavano a lato del Battistero e tante piazze erano parcheggi, ma il centro era pieno di gente che viveva e lavorava in quelle stesse strade che oggi sono tristemente intasate da gente che passa con occhi glassati o siede ingozzandosi di “real Tuscan food”. C’erano tanti artigiani; e c’erano tanti architetti, che oggi la nuova mostra alla Strozzina raccoglie nella mostra Utopie Radicali, aperta fino al 21 gennaio 2018.

Lavoravano in gruppi e collettivi, si chiamavano Archizoom, 9999, Superstudio, UFO, Zzigurrat. Erano architetti radicali, secondo la definizione di Giuliano Celant, che negli stessi anni battezzava il movimento dell’arte povera, ed erano aperti a idee e prospettive internazionali – ben prima di internet e google, quando informarsi non era facile com’è adesso.

Da anni il loro lavoro è riconosciuto e celebrato dai più grandi musei del mondo, e finalmente  adesso si può vedere a Palazzo Strozzi un’ampia selezione dei loro rutilanti lavori: più di 300 tra modellini, progetti – anche di discoteche, tipo il Mach 2 e lo Space Electronic! – fotografie, libri, riviste, video, mobili – fantastici! – lampade, tessuti, abiti, gioielli….

La loro era  un’ architettura che coinvolgeva ogni aspetto della vita e per questo si colorava di aspetti utopici. Soprattutto, si poneva come critica feroce della società borghese e rivendicava una nuova maniera di vivere la vita con una grande forza dissacrante. E oggi davanti ai loro lavori viene quasi da piangere pensando al conformismo attuale…

Questa architettura era figlia di innesti continui tra l’insegnamento in facoltà, dove lavoravano professori visionari – come Leonardo Savioli, Leonardo Ricci, Edoardo Detti, Giovanni Klaus Koenig, Gianni Pettena, Remo Buti, e tanti altri – e le arti visive internazionali e la musica contemporanea.

Si pensavano mondi nuovi e una Green architecture sostenibile socialmente ed ambientalmente, ben prima che andasse di moda come oggi.

Le idee venivano da tutto il mondo, e a Firenze si coagulavano in forme di magnifica creatività.

Il tutto è accompagnato dal libro bello e importante Utopie Radicali, che esce per i tipi di Quodlibet Habitat, con moltissime immagini e testi documentati ed interessanti su tutti i protagonisti di quella grande stagione dello spirito.

Margherita Abbozzo

Tutte le fotografie, a parte quella del divano Bazaar di Superstudio, (Casalguidi, (Pistoia), Giovannetti Collezioni) e quella del grande specchio Ultrafragola di Ettore Sottsass jr., (Firenze, Centro Studi Poltronova),  sono di Margherita Abbozzo, e sono libere di essere usate, graditi i credits, grazie.

Una serie di conferenze molto interessanti offre l’occasione di conoscere meglio il lavoro degli architetti radicali. Tutte le info pratiche qui.  Ci sono anche vari eventi collaterali, tra i quali segnalo la Maratona Radicals in Sala d’Arme lunedì 23 ottobre, e la mostra al Museo del 900 sul gruppo 9999.

 

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