Morto Giovanni Pieraccini: una vita fra politica e cultura

Morto Giovanni Pieraccini: una vita fra politica e cultura

E’ scomparso a Viareggio l’ex ministro per il Psi nel primo governo Moro,Giovanni Pieraccini, veva 99 anni e dal 1974 non si occupava più di politica.

Giovanni Pieraccini, ex senatore, è morto all’età di 99 anni stamani nella sua abitazione a Viareggio. Era nato a Viareggio il 25 novembre 1918.

Pieraccini fu per il Partito Socialista Italiano il Ministro dei Lavori pubblici nel primo governo Moro.

Nel secondo governo Moro, Pieraccini diventò Ministro del Bilancio ed ebbe l’incarico di dar vita alla programmazione, che si tradusse nella legge del piano quinquennale 1966-1970, “Piano Pieraccini”.

In quegli anni ricoprì anche l’incarico di Ministro della Marina e Ministro della Ricerca scientifica. Si allontanò gradualmente dalla sua intensa attività ed anche dalla politica del partito, dinanzi all’unità nazionale dell’incontro Moro-Berlinguer, che Giovanni Pieraccini osteggiò decidendo, nel 1974, di dimettersi dalla politica: la scelta lo divise dalla politica attiva.

Giovanni Pieraccini è stato presidente dell’INA AssItalia per circa dieci anni e presidente del Cantiere Navale SEC di Viareggio, che costruiva navi per il mercato internazionale.

Nel 1986 fondò con Jean-Marie Drot, direttore dell’Accademia di Francia e Roma, RomaEuropa che diede vita al Romaeuropa Festival.

Ha sviluppato rapporti permanenti con la Scuola Superiore di Sant’Anna nel campo storico, economico ma soprattutto informatico-robotico. Simili impegni si sono svolti con la Fondazione Turati per un assiduo lavoro in campo storico, sociologico, politico, artistico e per lo studio delle conseguenze politiche della robotica e dell’informatica.

Nonostante l’età avanzata Giovanni Pieraccini, è stato fino all’ultimo attento alle questioni legate alla città di Viareggio alla quale era molto legato.

 

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VERDINI, GIUDICI SU CRAK CCF: ” CONDOTTE GESTIONALI ABNORMI ED IRREGOLARI”

verdini

Lo scrivono i giudici del tribunale di Firenze nelle motivazioni della sentenza con la quale hanno condannato Denis Verdini, senatore di Ala, a 9 anni.

La gestione del Credito cooperativo fiorentino (Ccf) è “risultata imprudente quanto ambiziosa, seguita dalla consapevolezza, maturata dapprima dal senatore Verdini e, subito dopo, quanto meno a partire da settembre 2008 anche dal management, di un imminente disastro, ormai inevitabile e reso poi palese dall’ispezione della Banca d’Italia del 2010″. Lo scrivono i giudici del tribunale di Firenze nelle motivazioni della sentenza con la quale hanno condannato Denis Verdini, senatore di Ala, a 9 anni.
“Quella decisa dal tribunale di Firenze per il senatore di Ala Denis Verdini non poteva prescindere, “nell’individuazione di una pena congrua e adeguata al fatto concreto, dalle dimensioni della vicenda dalla gravità enorme del fatto ricostruito, dalla patologia dei finanziamenti concessi, dall’indifferenza verso la vigilanza e dallo spregio delle regole”. Lo scrivono gli stessi giudici nelle motivazioni della sentenza.
Lo stato di insolvenza in cui finì l’ex Credito cooperativo fiorentino, per 20 anni presieduto dal senatore Verdini, fino al suo commissariamento nel luglio 2010, è “ascrivibile a condotte gestionali abnormi ed irregolari, riconducibili al management”, della banca “e non certo attribuibili a chi era intervenuto per porre fine e rimedio alle stesse”. Lo scrivono, nelle motivazioni della sentenza, i giudici del tribunale di Firenze.
Una risposta alle difese di alcuni imputati, in particolare del senatore di Ala, che avevano puntato il dito contro i commissari e la loro gestione. “Il danno è stato enorme”. Per quanto riguarda il Btp (di Riccardo Fusi e Roberto Bartolomei), per i giudici “un gruppo”, il tentativo di ristrutturare il debito fu “un’operazione davvero assurda”. “Anche dopo la percezione della fortissima crisi del gruppo Fusi Bartolomei, Ccf aveva continuato a sostenere i due imprenditori, nella pien consapevolezza della precarietà della loro situazione” continuano i giudici “le vicende relative agli imprenditori Fusi e Bartolomei e del Ccf (ma per certi aspetti si deve precisare tra i due imprenditori ed il senatore Verdini) vengono ad interferire reciprocamente”, tesi, per altro, sostenuta dai pm Luca Turco e Giuseppina Mione.
Che la Btp di Fusi e Bartolomei fosse un “gruppo”, scrivono i giudici, era chiaro anche all’interno del Ccf ma “si era deciso di tenere separate le posizioni: era stata una scelta, non una sottovalutazione”. Una scelta non solo del presidente dell’ istituto Denis Verdini: “l’intero management e lo stesso collegio sindacale”, per i giudici, erano “perfettamente a conoscenza” di quanto avveniva, “non solo in termini astratti, ma specifici e concreti”. I finanziamenti concessi alla Btp non sono quindi state solo operazioni “rischiose, ma viziate da una scelta ostinata, consapevole e testarda”. Tanto che “quando le banche più importanti li abbandonarono, pretendendo la sostituzione del management e degli organi di controllo delle società del gruppo Fusi-Bartolomei – si legge ancora nelle motivazioni -, per Ccf si aprirono le porte dell’inferno”.
Del resto la Btp e tutte le altre società collegate, erano”imprese attive ma che vivevano sul filo del rasoio, sul ciglio del burrone”, per la “scaltrezza nell’attingere a finanziamenti che servivano ad avvalorare i progetti, che si autoalimentavano di nuova finanza, che serviva per effettuare movimenti
infragruppo, che a loro volta determinavano un’apparenza di solidità, che invece nascondeva un precario equilibrio”.

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