Amici della Musica presenta Ton Koopman, clavicembalo – Tini Mathot clavicembalo

Amici della Musica presenta Ton  Koopman, clavicembalo – Tini Mathot clavicembalo

Nuovo appuntamento per Amici della Musica Firenze, lunedì 16 aprile al Saloncino del Teatro della Pergola di Firenze con il clavicembalo dell’olandese Ton Koopman

Ton Koopman ha avuto un’educazione classica e ha studiato organo, clavicembalo e musicologia ad Amsterdam, ricevendo il “Prix d’Excellence” sia per l’organo che per il clavicembalo. Attratto dagli strumenti antichi e dalla prassi filologica, ha da subito concentrato i suoi studi sulla musica barocca, con particolare attenzione a J.S. Bach, ed è presto diventato una figura di riferimento nel movimento dell’interpretazione antica. Si è esibito nelle più importanti sale da concerto e nei più prestigiosi festival, avendo l’opportunità di suonare sui più raffinati e preziosi strumenti antichi esistenti in Europa.

Con un ampio repertorio, tra il primo Barocco e il tardo Classicisimo, ABO&C si è esibito al Théatre des Champs-Elysées e Salle Pleyel di Parigi, al Barbican e alla Royal Albert Hall di Londra, al Musikverein e alla Konzerthaus di Vienna, Philharmonie di Berlino, Lincoln Center e Carnegie Hall di New York, Suntory Hall di Tokyo, Concertgebouw di Amsterdam, così come a Bruxelles, Milano, Madrid, Roma, Salisburgo, Copenhagen, Lisbona, Monaco, Atene e molte altre città.
Ton Koopman svolge un’intensa attività come direttore ospite e ha lavorato con le principali orchestre del mondo tra le quali spiccano Berliner Philharmoniker, Munchener Philharmoniker, New York Philharmonic, Boston Symphony, Chicago Symphony, Royal Concertgebouw Amsterdam, Orchester des Bayerischen Rundfunks, Tonhalle Orchester di Zurigo, Wiener Symphoniker, Orchestre Philharmonique de Radio France, DSO Berlin, San Francisco Symphony e Cleveland Orchestra.

Tra i progetti più ambiziosi figurano l’esecuzione e la registrazione delle Cantate di Bach. Un imponente lavoro di ricerca durato dieci anni, per il quale ha ricevuto il Deutsche Schallplattenpreis Echo Klassik, il premio Hector Berlioz e il BBC Award oltre alle nomination sia per il Grammy Award (USA) che per il Gramophone Award (UK).

Programma per il concerto di lunedì 16 aprile al saloncino della Pergola (ore 21.00)

F. COUPERIN: Sonata ‘L’Impériale’ in re minore (due clavicembali)
F. COUPERIN: Ciaccona in re maggiore (due clavicembali)
BRUNA: Tiento sobre la letanía de la Virgen in sol minore (Ton Koopman, clavicembalo)
MOZART: Sonata in re maggiore KV 381 (due clavicembali)
MOZART: Fuga in do minore KV 426 (due clavicembali)
L. COUPERIN: Ciaccona in do maggiore (Ton Koopman, clavicembalo)
SOLER: Concerto in la minore (due clavicembali)
BACH: Cinque contrappunti da ‘L’Arte della Fuga’ BWV 1080 (due clavicembali)
d’ANGLEBERT: Seconda Suite in sol minore (Tini Mathot, clavicembalo)
BACH: Preludio e Fuga in do maggiore BWV 547 (due clavicembali)

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Pergola, storia di un contrastato amore: il testo “smisurato” diretto da Sciaccaluga

Pergola, storia di un contrastato amore: il testo “smisurato” diretto da Sciaccaluga

Onore e disonore, povertà e ricchezza, libertà e tirannia: Marco Sciaccaluga dirige al Teatro della Pergola di Firenze, da martedì 17 a domenica 22 aprile, la storia drammatica di “Intrigo e amore” di Friedrich Schiller, l’ultimo spettacolo della stagione 2017/2018.

La storia di un legame profondo e impossibile, di intrighi e gelosie, verità e menzogne, corruzione e libertà: scritto, ambientato e rappresentato in Germania alla fine del Settecento, “Intrigo e amore” è un dramma costruito almeno su due livelli narrativi che evocano altrettante classi sociali: quella dei potenti notabili di un principato tedesco e quella dei borghesi.

“Di “Intrigo e amore” colpiscono veramente tante cose. Innanzitutto, che sia stato scritto da un ragazzo di poco più di vent’anni. Un ragazzo di genio, certo, ma anche con la voglia tipica dei giovani di dire tutto. Di qui, è nato un testo veramente “smisurato”, che procede per grandi sequenze messe una dopo l’altra, che infine però raggiungono la finalità di raccontare una storia compiuta: coinvolgente, emozionante, con al centro l’uomo e le sue contraddittorie passioni”.

Friedrich Schiller ha scritto “Intrigo e amore” nel 1783 a soli 24 anni. La modernità del dramma sta nell’attacco all’assolutismo del potere, nella difesa della libertà d’amare, nella giovanile volontà di ribellione, nella rabbiosa denuncia dei privilegi di casta. Raccontando il contrastato amore, Marco Sciaccaluga prende di petto i problemi sociali dell’età di Schiller e li mette a confronto con la spontanea purezza del sentimento amoroso nel quale, pochi anni prima della Rivoluzione francese, si possono già intravedere i segni d’inizio del mondo moderno.

Il nucleo di “Intrigo e amore” è dunque il conflitto tra il potere tirannico e il diritto alla felicità dell’essere umano, rappresentato nell’incontro-scontro fra due classi, la nobiltà e la borghesia.

“Da una parte – spiega Marco Sciaccaluga – c’è la storia d’amore tra il nobile Ferdinand e la borghese Luise Millerin, dall’altra c’è l’intrigo di corte che muove da una logica di dominio prima ancora che da un’ideologia di classe. Al fine di consolidare il suo potere, il Presidente Von Walter ha deciso di far sposare suo figlio Ferdinand con l’amante del Principe suo diretto superiore. Ma a mettere il bastone tra le ruote di questo intrigo, guidato da consuetudini sociali che s’illudono di poter governare a piacimento la vita stessa degli esseri umani, c’è poi la forza deflagrante dei sentimenti”.

Il padre del giovane cerca in ogni modo di ostacolare l’unione e di convincere Ferdinand a sposare Lady Milford, anche per ottenere una promozione, ma il sentimento sincero e profondo del ragazzo non lo fa desistere dal desiderio di sposare Luise. Il Principe e il suo Segretario Wurm (in italiano “verme”) escogitano allora un bieco intrigo, messo in atto con la complicità del Maresciallo Von Kalb, che conduce la vicenda a un epilogo drammatico.

“La legge dei padri ha insegnato a Luise che il suo è un amore proibito – interviene il regista – e anche Ferdinand è continuamente assalito dal dubbio. Loro non sono Romeo e Giulietta, il loro è vero amore, ma anche un continuo dubitare dell’amore. Ferdinand è un personaggio che rinvia sia ad Amleto, sia a Otello. Dubita ed è morso dalla gelosia: con queste premesse basta un nulla perché l’amore si tramuti in odio. Nel dramma di Schiller, poi, il vero organizzatore dell’intrigo è il segretario Wurm, una specie di Jago, ancor più impegnato qui a svolgere il ruolo del drammaturgo”.

“Intrigo e amore” è una miscela gotica. E malgrado gli sviluppi procedano tragicamente, c’è spazio anche per il comico e il grottesco.

“Innanzitutto, nel Maresciallo Von Kalb, che è un personaggio radicalmente ridicolo – conclude Marco Sciaccaluga – quasi un clown: tutto porta a vedere in lui un meraviglioso scemo inconsapevole. Poi c’è del comico in Miller e anche in sua figlia Luise, con tutta la sua voracità di ascesa sociale, mentre l’istrionismo del Presidente sfiora sovente il registro del grottesco. Se a questo aggiungiamo anche l’ironia che caratterizza quasi tutti i personaggi viene davvero da domandarsi come mai, con questo straordinario talento comico, Schiller non abbia mai scritto una commedia in vita sua”.

“Per Schiller Shakespeare è un modello, al quale guardare non tanto per copiarlo, quanto per reinventarlo – dice Sciaccaluga – quello che lo affascina è un teatro dove Bene e Male convivono nel magma dell’umano, un teatro che pone l’uomo al centro del mondo rappresentato. È da questo modello che nasce in “Intrigo e amore” quell’alternanza di alto e basso, di tragico e di comico che è tipicamente shakespeariana e sempre molto evidente nella scrittura di Schiller”.

Il giovane Schiller chiama in causa passioni smisurate, spettacolarmente colorate di forti toni teatrali melodrammatici, facendo di “Intrigo e amore” un classico che, riproposto ora nella nuova traduzione di Danilo Macrì, punta con decisione, per dirla con il critico letterario Ladislao Mittner, a “fondere compiutamente la tragedia politica e quella amorosa, perché erompono da un solo, indivisibile e disperato anelito giovanile di libertà e d’amore”.

Con Roberto Alinghieri, Alice Arcuri, Enrico Campanati, Andrea Nicolini, Orietta Notari, Stefano Santospago, Simone Toni, Mariangeles Torres, Marco Avogadro, Daniela Duchi, Nicolò Giacalone.

Una produzione Teatro Stabile di Genova.

 

 

 

 

 

 

 

 

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“Appuntamento al buio” alla Pergola: girotondo di destini firmato Andrèe Ruth Shammah

“Appuntamento al buio” alla Pergola: girotondo di destini firmato Andrèe Ruth Shammah

Da martedì 10 a domenica 15 aprile Andrée Ruth Shammah dirige al Teatro della Pergola di Firenze la novità assoluta per l’Italia “Cita a ciegas” (Appuntamento al buio): un sorprendente girotondo di destini interpretato da Gioele Dix, Laura Marinoni, Elia Schilton, Sara Bertelà, Roberta Lanave.

“Cita a Ciegas (Appuntamento al buio) è un thriller appassionante – afferma la regista – un avvincente intreccio di incontri apparentemente casuali dove violenza, inquietudine e comicità serpeggiano dentro rapporti d’amore. E’ il testo di Mario Diament più rappresentato nel mondo: è stato per cinque anni in cartellone a Buenos Aires e in molti teatri in Sud America e negli Stati Uniti; in Europa è stato rappresentato a Parigi, Stoccolma e in Ungheria”.

Un uomo cieco, Gioele Dix, è seduto su una panchina di un parco a Buenos Aires. È un famoso scrittore, ispirato a Jorge Luis Borges, che era solito godersi l’aria mattutina; è a lui infatti che è ispirato il personaggio di Gioele che, insieme a Laura Marinoni (la Donna), Elia Schilton (l’Uomo), Sara Bertelà (la Psicologa), Roberta Lanave (la Ragazza), dà vita a uno spettacolo che svela il gioco del destino che gioca sempre allo stesso gioco. Quella mattina la meditazione dell’uomo cieco viene interrotta da un passante: da qui una serie di incontri e dialoghi svelano legami tra i personaggi sempre più inquietanti, misteriosi e a tratti inaspettatamente divertenti.

E’ stato un vero e proprio colpo di fulmine per la regista Andrée Ruth Shammah: Diament è uno scrittore interculturale, un emigrato e un esule che scrive della e sull’Argentina, l’identità e l’isolamento: “Cita a ciegas è un testo che richiede di andare dentro la vita – dice Andrée Ruth Shammah – l’abilità sta nel trasformare tutte quelle cose che non sono visibili, tangibili, che non hanno corpo, come i pensieri, le intenzioni del personaggio, in qualcosa di concreto, riconoscibile nei corpi, nell’intonazione. Bisognava trovare il modo di rivelare tutto quello che non si dice. Lo scrittore cieco, in cui è facile riconoscere il celebre Borges, parla delle realtà parallele, dei due mondi, fa teoria, ma parla di sé, della sua realtà. Quando non vedi, vedi altre cose, dunque c’è un’altra realtà e lui la abita nella sua cecità, che lo rende intuitivo”.

“Non bastava tradurre il testo dall’inglese – interviene ancora la regista – ho confrontato le varie versioni rappresentate nel mondo, le varie traduzioni in diverse lingue e poi ho rimesso insieme i pezzi. Cita a ciegas è stato ra

ppresentato ovunque. Mario Diament, che io amo chiamare “Diamante Diabolico”, ha costruito questa storia con un rigore assoluto, in un insieme di rimandi, coincidenze. Costruisce un meccanismo perfetto, un mondo che prende forma al di là delle parole, della pagina. Volevo sottolineare questa capacità del testo di andare dentro la vita e oltre la realtà”.

In scena c’è una panchina e di fronte a essa, dove il tempo determina giorni e stagioni, frammenti di vita. Lì è seduto il Cieco, il testimone attorno al quale la regia spinge da subito i personaggi che si raccontano attratti dal suo silenzio; lui, lo scrittore, che presta il suo corpo cieco all’avvicendarsi di racconti che denunciano lo stesso irrinunciabile desiderio. Panchina e testimone sono una sola cosa. Quello che deve succedere viene svelato come se non succedesse nulla oltre ai pensieri che si pensano. L’atmosfera è quella di una lunga meditazione. Andrée Ruth Shammah, oltre alla regia, ha curato anche la traduzione e l’adattamento.

Tutto può accadere dietro alle apparenze e nulla ha veramente importanza. Dare vita a cose destinate a essere buttate via, popolare un mondo fatto di pensieri che si ripetono. Fino a che il muro dietro alla panchina si apre come un libro: la panchina si sdoppia in un interno dove due donne si affrontano, tra verità e finzione accennate. La traduzione dallo spagnolo è di Maddalena Cazzaniga, le scene sono di Gian Maurizio Fercioni, i costumi di Nicoletta Ceccolini, le luci di Camilla Piccioni, le musiche di Michele Tadini.

“Per certi versi – riflette la regista – questa storia è anche, insieme, un elogio e un monito alla potenza dell’immaginazione che ci può portare altrove, in mondi paralleli, ma bisogna stare attenti a dove ci lasciamo condurre. Per questo, il muro alle loro spalle si apre e si richiude proprio come fosse un libro. Come se fosse il confine tra l’immaginazione e la realtà, quella realtà da cui un po’ tutti i personaggi tentano di fuggire e che può metaforicamente schiacciarli, richiudendosi”.

Siamo di fronte a una messinscena che non ha segreti da celare: lascia intuire un profondo, irrinunciabile rispetto per le diversità, rese simili da un destino che le unisce, una ruota che gira senza sosta. Ritorna la panchina, come all’inizio. E ci si domanda se l’uomo sia capace di arrivare a se stesso senza dover passare da montagne gelate, percorsi perversi, anni impietosi che annunciano la vecchiaia. Un inno al potere del teatro.

“Lavorare a Cita a ciegas è stata una vera e propria indagine nella psiche umana. Non volevo far vedere – spiega Andrée Ruth Shammah – un unico aspetto dei personaggi, dar loro un solo colore senza mostrarne le sfumature. È per questo che mi sono divertita anche a giocare con i colori dei loro costumi. Un colore esce e ne segue un altro che poi ritorna con una lieve differenza di tonalità. Tutti i personaggi hanno una ferita interiore e le loro azioni, anche le più abiette e pericolose, hanno delle motivazioni profonde, nascono da quella ferita. Ho tentato di dare loro una chance, una possibilità di riscatto”.

“Credo che questa storia sia molto vicina alla nostra esperienza quotidiana. Guardando lo spettacolo, chiunque può sentire in qualche modo che questa vicenda lo riguarda. In molte affermazioni e riflessioni dei personaggi si può intravedere qualcosa di sé, qualcosa in cui riconoscersi”, conclude la regista.

Una produzione Teatro Franco Parenti e Fondazione Teatro della Toscana.

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Teatro della Pergola: il tragico Otello contemporaneo

Teatro della Pergola: il tragico Otello contemporaneo

Da domani, martedì 3 aprile, fino all’ 8, sarà in scena al Teatro della Pergola di Firenze la reinterpretazione, in chiave contemporanea, dell’ Otello shakespeariano, con la regia a quattro mani di Elio De Capitani e Lisa Ferlazzo Natoli, fondato sulla nuova traduzione di Ferdinando Bruni.

Una produzione Teatro dell’Elfo con il sostegno di Fondazione Cariplo.

De Capitani è Otello, Federico Vanni è Jago, Emilia Scarpati Fanetti è Desdemona.

Rappresentata per la prima volta nel 1604, la tragedia Otello è una vicenda che Shakespeare trae da una novella di Giovan Battista Giraldi Cinzio, e si concentra sui tormenti interiori e sui processi psicologici di Otello, che sfociano in fraintendmenti e incomprensioni con Desdemona, che preludono all’omicidio-suicidio finale. Otello, la parte buia del maschio, portato agli estremi, è così diventato un archetipo della passione amorosa che, sviata dalla gelosia, conduce all’autodistruzione e al dramma del femminicidio.

Questo testo, perturbante come un racconto di suspense, è una tragedia della gelosia e del sesso, dei rapporti interrazziali e culturali, del dubbio e della potenza manipolatoria delle parole, che danno fondamento e giustificazione alla propria xenofobia, misoginia e alle tante forme d’intolleranza sociale e privata di cui si compone la società, ieri come oggi. Rileggere Otello spogliandolo della tradizione, tornare al cuore del meccanismo drammatico, permetyte alla tragedia di acquistare un tono diffuso di tragica normalità, quella del protagonista, un generale disorientato che più che cadere nelle trappole di Jago frana nei dubbi che lo porteranno a vedere il marcio in un’essenza di purezza, quale prima considerava Desdemona. La normalità di Jago, manipolatore intelligente dai molti e ‘necessari’ assassinii, risiede nel fatto che egli è il male gratuito, che spaventa perché può abitare in ciascuno di noi.

“Mettere in scena Otello oggi – affermano i registi – è un modo per fare i conti con la singolare attrazione che la vicenda del Moro esercita in tutti noi, come un congegno misterioso messo lì per ‘innescare’ una risposta emotiva sui presupposti ideologici e i fantasmi dell’inconscio collettivo con cui una società costruisce i propri parametri, proiettando ‘fuori di sé’, sullo straniero, tutto ciò che ha di inconfessabile”.

Per info e biglietteria: biglietteriateatrodellapergola.com  e  www.boxol.it/TeatroDellaPergola/it/advertise/otello/218859

 

 

 

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‘La classe operaia va in paradiso’ e alla Pergola

‘La classe operaia va in paradiso’ e alla Pergola

La classe operaia va in paradiso andrà in scena al Teatro della Pergola da domani a domenica 4 marzo, ore 20:45 e domenica ore 15:45, con la regia di Claudio Longhi, la drammaturgia di Paolo Di Paolo e l’interpretazione dell’ensemble di attori che la stagione scorsa ha raccolto successi ed entusiasmi con la trilogia Istruzioni per non morire in pace.

La produzione è ERT – Emilia Romagna Teatro Fondazione, e lo spettacolo, costruito a partire dalla sceneggiatura di Elio Petri e Ugo Pirro, torna allo sguardo eterodosso e straniante della pellicola originaria con protagonista Gian Maria Volonté per provare a riflettere sulla recente storia del nostro Paese.“Riattraversiamo l’affresco grottesco diretto da Petri nel 1971 – afferma Claudio Longhi –con lo sguardo disilluso del nostro presente, a quasi dieci anni dall’ultima crisi economica mondiale. Se l’inferno umido e grasso della fabbrica cottimista dell’operaio Lulù Massa appare ben lontano dagli asettici e sterilizzati spazi industriali o dai lindi uffici dei precari odierni, lo stesso non è del ritmo ossessionante e costrittivo di una quotidianità, allora e ancora oggi, alienata”.

Venerdì 2 marzo, ore 18, Claudio Longhi e tutta la compagnia, formata da Donatella Allegro, Nicola Bortolotti, Michele Dell’Utri, Simone Francia, Lino Guanciale, Diana Manea, Eugenio Papalia, Franca Penone, Simone Tangolo, Filippo Zattini, incontrano il pubblico alla Pergola. Coordina Matteo Brighenti. L’ingresso è libero fino a esaurimento dei posti disponibili.

Alla sua uscita nelle sale cinematografiche nel 1971, La classe operaia va in paradiso di Elio Petri riuscì nella difficile impresa di mettere d’accordo gli opposti. Industriali, sindacalisti, studenti, nonché alcuni dei critici cinematografici più impegnati dell’epoca, si ritrovarono parte di uno strano fronte comune contro il film. E la pellicola non ha così avuto una grande fortuna in Italia, nonostante la Palma d’Oro a Cannes e la galleria di stelle presenti, fra cui Gian Maria Volonté, Mariangela Melato e Salvo Randone.

A quasi cinquant’anni dal suo debutto sui grandi schermi, il regista Claudio Longhi ha scelto di tornare allo sguardo scandaloso ed ‘eterodosso’, ferocemente grottesco, del film di Petri, per provare a riflettere sulla recente storia del nostro Paese, con le sue ritornanti accensioni utopiche e i suoi successivi bruschi risvegli. Al Teatro della Pergola da martedì 27 febbraio a domenica 4 marzo.

“Sulla coda del film, in una breve e significativa scena, l’operaio Lulù Massa – spiega Longhi – girovaga per la sua casa catalogando a uno a uno gli oggetti lì presenti e recitando una personale, e straniante, litania domestica: a ogni cosa risponde un costo, a ogni costo delle ore lavoro. Mutatis mutandis, nella sua concisione quella scena, dalle tinte bluastre e dai toni buffi, parla molto alla (e della) nostra epoca dominata dal consumo ultraveloce – espresso e spersonalizzante grazie al potere della rete –, affetta da una sindrome bulimica permanente mentre, al contrario, è risucchiata in vuoto ideologico spinto”.

La vicenda dell’operaio Lulù Massa, stakanovista odiato dai colleghi, osannato e sfruttato dalla fabbrica BAN, che perso un dito scopre per un istante la coscienza di classe, si intreccia qui con le vicende che hanno accompagnato la genesi e la ricezione contestatissima del film. Lo spettacolo, infatti, scritto da Paolo Di Paolo, è costruito attorno non solo alla sceneggiatura originale di Elio Petri e Ugo Pirro, ma anche ai materiali che ripercorrono la loro officina creativa, a come il film è arrivato al pubblico di ieri e di oggi, e a piccoli capolavori della letteratura italiana di quegli anni.

Infatti, la compagnia, formata da Donatella Allegro, Nicola Bortolotti, Michele Dell’Utri, Simone Francia, Lino Guanciale, Diana Manea, Eugenio Papalia, Franca Penone, Simone Tangolo, accanto ai grotteschi personaggi della pellicola alterna sulla scena lo sceneggiatore e il regista stessi, qualche spettatore e alcune figure curiose e identificative della nostra letteratura a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta. Il tutto, poi, è intessuto dentro le seducenti e algide geometrie musicali di Vivaldi, rielaborate da Filippo Zattini originalmente per l’occasione e ‘rotte’ qua e là da canzoni dolci e amare dell’Italia alla fine del Boom eseguite dal vivo da tutti gli attori. Le scene sono di Guia Buzzi, i costumi di Gianluca Sbicca, le luci di Vincenzo Bonaffini, i video di Riccardo Frati. La produzione è ERT – Emilia Romagna Teatro Fondazione.

“Il cinema è un linguaggio eminentemente visivo – interviene Claudio Longhi – mentre il teatro che ho sempre praticato usa fondamentalmente la parola. Noi abbiamo agito molto sulla drammaturgia, trasformando alcune sequenze del film in racconti, quindi in monologhi, più che in dialoghi diretti. Spazialmente abbiamo utilizzato degli elementi scenici, come un nastro trasportatore, che ci consentono di alludere alla catena di montaggio e di restituire la dinamica dei movimenti in macchina. E poi uno schermo, su cui vengono proiettate delle immagini storiche, alcune sequenze fisiche non solo del film, agisce quasi da diaframma, come una macchina fotografica o una cinepresa, aprendo varie possibilità nella narrazione”.

Il film di Petri ha il merito di aver provato ad abbozzare una narrazione dell’Italia attraverso il lavoro, oltre i furori utopici degli anni febbrili che seguirono il Sessantotto. Un combinato di stili, con una sceneggiatura che qua e là strizza l’occhio alla commedia all’italiana, ma si lascia tentare, nel suo impasto cromatico, dall’estremismo espressionista, scandito dalla musica dura e pervasiva di Ennio Morricone. Ora lo spettacolo teatrale intende riflettere su quanto quell’affresco grottesco immaginato da Petri nel 1971 sia più o meno distante da noi. Un tempo, il nostro, post-moderno e post-ideologico, che fatica a riconoscere in modo netto i tratti di una qualsivoglia ‘classe operaia’, dispersa e nascosta dietro gli innumerevoli volti del lavoro ‘flessibile’.

“Si è svuotato il senso stesso della parola ‘rivoluzione’ – conclude Longhi – quindi il Paradiso che adesso si prospetta, forse, si può identificare con una promozione a una condizione borghese di fatto irraggiungibile. Però, quello che voglio aggiungere, è che il film ritrae una condizione di angoscia profonda e invece lo spettacolo ricalca il film, ma senza perdere quel senso di divertimento che credo sia condizione imprescindibile di ogni esperienza teatrale”.

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