Disco della settimana: The Bevis Frond “We’re Your Friends”

Disco della settimana: The Bevis Frond “We’re Your Friends”

“We’re Your Friends, Man”, uscito il 7 dicembre per Fire Recordings è il ritorno in grande stile di Bevis Frond, forse il culmine creativo dell’artista, sicuramente il disco più “prodotto” e fruibile.

the bevis frond

The Bevis Frond, la creatura prolificissima di Nick Saloman ha sfornato dal lontano 1986, tra alti e bassi, una trentina di album, una caterva di singoli ed una innumerevole serie di progetti collaterali e partecipazioni, caratterizzati da un sound lisergico in bilico fra il tipico suono “alternative” americano e la psichedelia freakout britannica (Saloman, collezionista e appassionato “maniacale”, è nato a Londra nel 1953).

Il nuovo album “We’re Your Friends, Man” è uscito il 7 dicembre per Fire Recordings ed è un ritorno in grande stile, forse il culmine creativo dell’artista, sicuramente il disco più “prodotto” e fruibile, con echi dei Love di Arthur Lee, Neil Young, Hendrix, ma anche Teenage Fanclub e Dinosaur Jr.

La stampa specializzata italiana, pronta a recensire ogni flatulenza con un minimo di hype, ha ovviamente ignorato il disco, ma la cosa non ci stupisce.  “We’re Your Friends, Man” è comunque il nostro Disco della Settimana.

We’re Your Friends e la lunghissima Lead On sono i singoli che hanno anticipato l’album, concluso da una lunga traccia di oltre 19 minuti.

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Disco della settimana: Anderson .Paax “Oxnard”

Disco della settimana: Anderson .Paax “Oxnard”

A due anni dal disco solista “Malibu”, anticipato dai singoli “Tints” (con il featuring di Kendrick Lamar), “Bubblin’” e “’Till It’s Over”, è “Oxnard” il nuovo album di Anderson .Paak.


Il quarto disco del rapper-batterista (primo per una major) è quello della consacrazione definitiva dopo il successo di Malibu, che l’ha trasformato in uno degli artisti più apprezzati della scena. Oltre al già citato Lamar l’album contiene featuring del calibro di Snoop Dogg, Dr. Dre, Q-Tip, J Cole.

Questa è la reazione all’album da parte di Indieforbunnies:

Una produzione di lusso, collaborazioni stellari e un talento non da meno.
Ecco i tre ingredienti fondamentali di Oxnard, il nuovo album di Anderson .Paak.Il cantante americano torna sulla scena con quattordici tracce curate dall’icona dell’hip hop: Dr. Dre. Un sodalizio che, come ha affermato lo stesso .Paak, poggia su una stima reciproca e un’intesa evidente: a Dr. Dre va il merito di aver saputo dare risalto ed omogeneità ad un materiale già molto buono in partenza.Nei tre lavori precedenti, .Paak aveva dato prova del suo buon gusto e qua ritroviamo intatti i capisaldi della sua produzione musicale: l’hip-hop, l’R&B e il funk.“Six Summers” riassume perfettamente tale mix: una prima parte rappata si risolve in un cantato dolce e graffiato, caratteristica distintiva che lo avvicina a grandi nomi, come quello di Marvin Gaye. Nel mezzo, un breve, ma grande omaggio a Gil Scott Heron che già alla fine degli anni sessanta recitava poesie su basi musicali, il cosiddetto ‘spoken words’ e, se vogliamo, un pre-rap. Una voce femminile ne riprende i celebri versi The Revolution will not be televised e aggiunge but it will be streamed alive: il dipinto nudo e crudo di Oxnard, città natale di .Paak, simbolo un’America in degrado, può solo accompagnare.Anderson .Paak nasce anche come batterista e questo dà un contributo notevole alla parte ritmica: ha un flow trascinante che non porta con se un rap serrato ma, pur mantenendone la schiettezza, lascia ampio spazio alla musica vera e propria declinandola in molti modi diversi. L’incalzante “The Chase” in apertura ricorda una colonna sonora di un film gangster à la Lalo Schifrin, “Saviers Road” ci introduce al gusto retrò di un organetto psichedelico, “Tints” in collaborazione con il recente premio Pulitzer Kendrick Lamar, ci regala una botta di energia ed “Anywhere”, con Snoop Dogg, un po’ di buon vecchio stile anni ’90.Ma a confermare Anderson .Paak tra i grandi del genere sono anche un’ottima capacità di scrittura, un gusto inconfondibile e un’attenzione quasi maniacale al dettaglio: quel puntino davanti al nome Paak, infatti, è una sottigliezza di precisione.
“Oxnard” è il primo traguardo di una carriera costantemente in ascesa, ma lontana dai riflettori, di un musicista che ha sicuramente qualcosa da dire e lo fa facendoci ballare.

Così lo accogle Rockol:

Anderson .Paak (con il punto prima del cognome) è senza dubbio uno dei talenti più brillanti e poliedrici della scena black contemporanea: cantante, rapper, produttore, ottimo batterista, performer sopraffino. Dopo due disch incisi come Breezy Lovejoy ha esordito come Anderson .Paak nel 2014 con “Venice”, ma è nel 2015 che si fa notare con ben otto featuring in “Compton” il disco di Dr.Dre uscito in contemporanea con la biopic degli N.W.A.. Il suo “Malibu” è per chi scrive il miglior album del 2016, preziosa summa degli ultimo 40 anni di r’n’b & soul, e riesce a piazzare anche un interessante side project hip-hop più sperimentale chiamato NxWorries. Con questo “Oznark”, che va a chiudere un’ideale trilogia dedicate a località balneari, Paak torna prepotentemente al rap e dimostra di essere ormai nell’A-list permettendosi features prestigiosi come Kendrick Lamar, Q-Tip, J.Cole, Snoop e Pusha T.
Lo stile musicale di Anderson Paak pesca a piene mani dal funk, il suono delle OST blaxploitation (l’iniziale “The Chase”), il soul-jazz à la Thundercat (“Smile/Petty”) e pura funkadelia (la concitata e conclusiva “Left to right”) e tutti i pezzi sono ottimamente suonati e con i sample giusti (da Bootsy Collins al G funk di Snoop Doog). I testi mescolano l’edonismo tipico californiano tutto pussy e blowjob (“Sweet Chicks”) a una certa aggressività che colpiscono sia il Presidente degli States (in “6 summers” rappa “Trump’s got a love child and I hope that bitch is buckwild (..) I hope she kiss senoritas and black gals”) sia a storie di quartiere (“Headlow”) con tanto di suoni ambientali e differenti punti di vista che ricordano molto la costruzioni delle canzoni Kendrick Lamar, e in questo caso il confronto è spietato. In questo secondo lato (quello più hiphop e di contenuto) Anderson .Paak mostra tutti i suoi limiti; forse la presenza di Dr. Dre come executive producer lo ha spinto verso questa direzione. Peccato. Comunque Anderson .Paak è qui per rimanere grazie al suo stile, alla sua voce grave, al suo talento immenso (e chi l’ha visto dal vivo sa di cosa parliamo). Magari  rimanere nel suo ambito di soul e r&b sofisticato e sperimentale potrebbe giovargli ancora di più.

 

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Disco della Settimana: J Mascis “Elastic Days”

Disco della Settimana: J Mascis “Elastic Days”

E’ uscito il 9 Novembre su Sub Pop Records/Audioglobe Elastic Days il nuovo album di J Mascis dei Dinosaur Jr, una delle vere e proprie leggende della scena alternativa statunitense.

Alla realizzazione dell’album hanno collaborato Mark Mulcahy e Pall Jenkins dei Black Heart Procession e Zoë Randell dei Luluc. L’album è stato registrato nel suo studio di Bisquiteen nel Massachusetts.
Il precedente album solista di J Mascis, “Tied to a star” è stato pubblicato nel 2014 sempre dalla Sub Pop Records. Nel 2016, con i Dinosaur Jr., ha pubblicato un nuovo album, “Give a Glimpse of What Yer Not”.
35 anni fa J Mascis è stato il fondatore dei Dinosaur Jr una delle più rappresentative formazioni della scena indie rock americana degli anni ottanta assieme a band come Hüsker Dü, Minutemen, Sonic Youth e Pixies.

Il nuovo album, lontano dalle ondate noise della sua produzione con i Dinosaur Jr, inanella una sequella di ballate “alla Neil Young”, intense e malinconiche ma incredibilmente “intime”. La formula è sicuramente già nota, ma il risultato è ai massimi livelli.

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“Nascosta in piena vista” una nuova canzone de I Cani

“Nascosta in piena vista” una nuova canzone de I Cani

Dopo un silenzio discografico lungo più di due anni sono tornati a sorpresa I Cani, con il brano “Nascosta in piena vista” La canzone fa parte del film  “Troppa grazia” di Gianni Zanasi con Alba Rorhwacher, Elio Germano, Giuseppe Battiston e Hadas Yaron, in uscita nelle sale dal prossimo 22 novembre e di cui Niccolò Contessa ha anche composto la colonna sonora originale.

Non è un nuovo singolo. Non c’è un nuovo album in arrivo. Non ci sono concerti.
Come sempre nessun programma e tanto mistero. Solo una canzone nuova. Da lunedì in programmazione sulle frequenze di Controradio.

Con l’uscita del brano è stato lanciato il sito icani.band, l’unico mezzo di comunicazione ufficiale de I Cani da quando la band-non-band ha cancellato tutti i suoi account social.

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Disco della settimana: Richard Ashcroft “Natural Rebel”

Disco della settimana: Richard Ashcroft “Natural Rebel”

Torna con “Natural Rebel”, il suo quinto album solista, l’ex frontman dei Verve Richard Ashcroft. Le dieci tracce che compongono l’album sono un “bignamino” dei suoni dell’anima di Richard.

Scritte interamente da Ashcroft, le canzoni sono state da lui prodotte insieme a Jon Kelly (Paul McCartney, Kate Bush) ed Emre Ramazanoglu (Bobby Gillespie, Jarvis Cocker). Ad anticiparlo il singolo “Surprised by the joy”, il cui video è stato diretto dallo stesso Ashcroft.

Il risultato è un disco “pop”, immediato e volutamente semplice, ma estremamente curato ed efficace, molto lontano dal precedente (poco riuscito) esperimento elettronico di “These People”. L’album esce nei formati 180 grammi vinile, CD e musicassette. Sul sito ufficiale di Richard Ashcroft il merchandise include dischi autografati e una versione limitata blu del vinile.

Così l’album è stato accolto da Ondarock:

“Ci sono due modi per ascoltare il sesto album da solista di Richard Ashcroft. Il primo, probabilmente il più semplice, si basa sull’idea che “Natural Rebel” di ribelle non abbia proprio niente, ma che sia semplicemente un pastiche di tutte le velleità del cantautore di Wigan: languori romantici (“That’s How Strong”), anamnesi del suo passato britpop (“That’s When I Feel It”, “Birds Fly”), spiluccamenti blues (“Born To Be Strangers”), pop orchestrale (“Surprised By The Joy”, “A Man In Motion”), cantautorato crooneristico (“Streets Of Amsterdam”) e rock’n roll serrato e malmostoso (“Money Money”). E probabilmente è proprio così. “Natural Rebel” è tutto questo. Forse un po’ piatto. Troppo condiscendente.
D’altro canto, la seconda possibile interpretazione consiste nel riuscire ad andare oltre le melodie non troppo originali del disco, per accorgersi di quanto queste dieci canzoni siano dirette, prive di sofisticazioni ma al contempo grandemente curate nei variegati arrangiamenti. La “naturale ribellione” del cantautore britannico altro non è che la sua strafottente felicità che non teme giudizi, che si avventura tra melodie semplici e serene, “alberi d’ulivo tra loro intersecati”, un amore adamantino e, soprattutto, la capacità di riuscire ancora a sorprendersi e gioire delle piccole cose, avendo la premura di raccontarle apertamente.
Si poteva fare di meglio? Certamente. In fin dei conti il tanto vituperato “These People” di due anni fa, coi suoi azzardi elettropop, aveva più brio e intensità di quest’ultimo lavoro di Ashcroft, che invece ha un’anima romantica e un assetto omogeneo ma che potrebbe fare breccia nei cuori più sensibili. Anche se brani straordinari dell’era-Verve come “The Drugs Don’t Work” e “Sonnet” sembrano ormai appannaggio del passato.  ”

Così se ne parla su Rockol:

“Ribelle e sprezzante Richard Ashcroft, anche quando c’è da cantare d’amore. Il sentimento che lo lega alla moglie Kate Radley, già tastierista degli Spiritualized, è stato infatti il principale motore che ha generato il nuovo album solista, “Natural Rebel”, in cui da vero eversivo non teme il giudizio di passare per un tenero romanticone dedito alla famiglia.Uscito relativamente in fretta rispetto ai canonici tempi compositivi del cantautore britannico, il disco si distingue per un recupero di quelle atmosfere a lui care, che si misura con un pop-rock piacevole e lezioso quanto basta per avere un utile compendio dell’artista una volta indicato come Mad Richard. Sembrano infatti molto lontani i tempi in cui Ashcroft dava sfoggio del suo umore instabile e di una notoria insofferenza alle regole, sentendolo intonare in questo “Natural Rebel” i versi appassionati di “That’s how strong” (“Your beauty is so fine / Really turns my mind and steals my breath away”), gongolante per un rapporto che evidentemente ha dato un forte imprinting alla scrittura dei brani.Con la consueta aria beffarda e la sua timbrica profonda da moderno crooner, il musicista di Wigan, anche in assenza di particolari sussulti compositivi, canta infatti tutta la sua estasi affettiva in ogni aspetto possibile, muovendosi con disinvoltura tra una suggestione pop e l’altra dalle forti radici anni Novanta. Difficile infatti non ritrovare lo spirito che fu di “The drugs don’t work” nella sofferta ballata di “We all bleed”, così come la più smaliziata “That’s when I felt it” pare appartenere a quelle medesime latitudini, con l’aggiunta di una inedita positività di fondo che ora il vecchio Richard non ha alcuna paura di mettere in mostra.Eppure anche se le atmosfere non sempre brillano per ingegnosa originalità, il cantante applica al lavoro tutte le sue principali pulsioni, emotive e musicali. Alterna momenti energici come il blues sporco di “Born to strangers” e la ruvida cavalcata di “Money money”, in cui si lancia contro lo strapotere del dio denaro, a momenti più intimi come l’iniziale “All my dreams”, prestando il suo gran vocione a echi di britpop, rock, folk e easy listening. Nel farlo cade anche in qualche scivolone, come nella altrimenti accorata “Streets of Amsterdam” in cui inciampa in un testo che recita “You could be Yoko and I could be John / We’ll stay in bed and they’ll ban the bomb”, peccando di eccessiva tracotanza.Per manifestare così tutto il migliore repertorio sentimentale di cui dispone, Richard Ashcroft sceglie perciò di rivisitare il suo passato, aggiornandolo ai nostri giorni con semplici giri di accordi e un’orchestrazione leggera tutta a beneficio della propria ugola eccellente. “Surprised by the joy” e “A Man in motion”, ma anche le già citate “We all bleed” e “That’s when I felt it” sono i fra momenti di forza di un disco che tenta di mettere d’accordo ambizioni, riferimenti e personalità con una sequenza di brani d’autore dal gusto classico e un filino melodrammatico. D’altra parte, i pregi di “Natural rebel” sono anche i suoi limiti principali, finendo per risultare un po’ prevedibile nella sua cadenzata e impermeabile coerenza.Pur senza particolari velleità quindi quello che Ashcroft restituisce è il carattere di un artista che non mai messo da parte la sua indole più spavalda e si lascia andare ai bei vecchi tempi in cui da leader dei Verve andava dritto per la sua strada senza curarsi di niente e di nessuno, felice, libero e strafottente. Un irriducibile che rischia anche quando, alla fine, sceglie di non rischiare affatto. Come un vero ribelle, appunto.”

 

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