I VINCITORI DI “MAI IN SILENZIO”: MUSICA CONTRO LA VIOLENZA DI GENERE

I VINCITORI DI “MAI IN SILENZIO”: MUSICA CONTRO LA VIOLENZA DI GENERE

Sono Frigo, Giada Bernardini, Fogg, Diari della Fine e Gio Mannucci i vincitori del concorso Mai in Silenzio decretati da Dario Brunori, Irene Grandi, Francesco Guasti, Tommaso Novi e Diana Winter

ASCOLTA I VINCITORI ALLA PAGINA WWW.MAIINSILENZIO.IT

Sono stati più di 100 i partecipanti al concorso da tutta la Toscana al progetto Mai in Silenzio. La giuria, che vede tra le fila anche Dario Brunori, Irene Grandi, Francesco Guasti, Tommaso Novi e Diana Winter, ha decretato i cinque vincitori:

FRIGO (Firenze), GIADA BERNARDINI (Isola del Giglio), FOGG (Pisa) DIARI DELLA FINE (Lucca), GIO MANNUCCI (Livorno).

Mai in silenzio è un progetto realizzato dall’emittente radiofonica Controradio con il sostegno di Regione Toscana nell’ambito del progetto Giovanisì e SIAE – Società Italiana degli Autori ed Editori e con la sponsorizzazione di Unipol

Firenze, 12 luglio 2018 – Sono state più di 100 da tutta la Toscana le domande di partecipazione al concorso “Mai in silenzio”, progetto musicale realizzato dall’emittente radiofonica Controradio con il sostegno di Regione Toscana nell’ambito del progetto Giovanisì, e SIAE – Società Italiana degli Autori ed Editori e con la sponsorizzazione di Unipol, teso a sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema della violenza sulle donne e per un corretto rapporto tra i generi. La giuria, composta fra gli altri da musicisti di fama quali Irene Grandi, Dario Brunori, Francesco Guasti, Tommaso Novi e Diana Winter (questi ultimi tre già tutor nel progetto con le scuole), ha decretato i 5 vincitori che sono: i Frigo (Firenze), primi classificati con il brano “Leoni da cortile”, Giada Bernardini (Isola del Giglio) con “Come la pioggia”, Fogg (Pisa) con “Tutti tranne me”, Diari della fine (Lucca) con “Piccolo così” e Gio Mannucci (Livorno) con “la ballata dell’amore mala- to”. I cinque brani vincitori del concorso “Mai in silenzio – La musica contro la violenza di genere” sono diversi per tipologia musicale e approccio all’argomento. Non era scontato che il concorso riscuotesse il successo di partecipazione che ha avuto, proprio per la difficoltà ad approcciarsi ad un tema sociale così complesso e drammatico. Eppure più di cento musicisti, giovani band e cantautori toscani si sono messi in gioco e hanno prodotto tante canzoni, ognuna capace di esprimere punti di vista diversi sulle problematiche inerenti la violenza di genere. In questo senso le canzoni della cinquina vincitrice sono una perfetta sintesi di tutte le altre e sono la manifestazione impor- tante della creatività musicale giovanile del territorio toscano. Sono canzoni che parlano di amore, libertà, felicità e della loro negazione quando un rapporto degenera nella violenza. Le parole e la musica riescono a comunicare le angosce, le disillusioni, la rabbia e le frustrazioni attraverso semplici canzoni che mettono in luce la difficile realtà di chi vive ogni giorno con la paura. Ma allo stesso tempo sono una presa di coscienza, una denuncia, una volontà di sostegno a chi si sente isolato, una speranza di vita e una rinascita. Ai primi tre vincitori la possibilità di realizzare delle proprie produzioni musicali (dalla registrazione di un album alla produzione di un videoclip, al servizio di promozione e ufficio stampa), con budget – a decrescere, dal primo al terzo – da 3.000 a 1.000 euro) e a concerti dove suonare il loro brano e sensibilizzare dunque platee di giovani sul tema della violenza di genere, scopo primario del progetto, come il Beat Festival di Empoli nel mese di agosto, il Metarock a Pisa a settembre, nei concerti di Irene Grandi, Francesco Guasti, Tommaso Novi e molti altri che si stanno aggiungendo in questi giorni. Il grande finale del progetto sarà al prossimo Meeting dei Diritti Umani al Mandela Forum di Firenze a dicembre con una platea di oltre 9.000 giovani studenti provenienti da tutta la Toscana. Le canzoni vincitrici saranno inoltre trasmesse sulle radio toscane a partire da Controradio e i brani vincitori, grazie alla collaborazione con Audioglobe, sono da oggi ascoltabili su tutte le piattaforme di distribuzione digitale (Itunes, Youtube, Deezer, Spotify) alla voce “Mai in Silenzio – il concorso”, con l’auspicio che si replichi lo straordinario successo delle canzoni del progetto con le scuole, con oltre 20.000 ascolti. Afferma Monica Barni – Vicepresidente e Assessore alla Cultura della Regione Toscana: “Questo concorso, insieme ad altri progetti di educazione culturale che stiamo realizzando in Toscana, vanno tutti verso una direzione: sollecitare una svolta culturale per agire preventivamente sulle cause della violenza. È molto importante lavorare con le nuove generazioni per combattere i comportamenti sessisti e le varie forme di discriminazione legate alle differenze di genere. Su questi temi non bisogna mai abbassare la guardia” “È un successo che non aspettavamo così straordinario – afferma Marco Imponente, direttore di Controradio. Sono stati oltre 300, comprendendo singoli artisti e tutti i componenti dei gruppi, i gio- vani musicisti toscani che hanno deciso di impegnarsi su un tema di cui non si parla se non nelle cronache dei giornali. Questo moto d’animo ci lascia ben sperare, l’approccio – i giovani che parlano ai giovani con un elemento fortissimo che è la musica – è una scommessa vinta su cui puntare anche nel futuro per promuovere comportamenti etici. La qualità delle canzoni lascia inoltre pensare che ci sia molta musica da valorizzare in Toscana, musica a cui dare supporto per una crescita della creatività e, in questo caso, anche per migliorare la società in cui viviamo”.

Gaetano Blandini, Direttore Generale di SIAE, ha commentato: “SIAE segue e sostiene da alcuni anni l’attività dei ragazzi di Controradio, con cui condivide la passione per la musica e l’attenzione per i giovani e per il talento, la voglia di offrire loro sempre più numerosi canali di formazione e di comunicazione. Per questo la Società Italiana degli Autori ed Editori continua ad esserci anche per la seconda fase del progetto ‘Mai in silenzio: la musica contro la violenza di genere’, nato per dimostrare che le parole e l’arte sono strumenti di alfabetizzazione, emotiva e sociale. Dopo i brani dei giovanissimi, ascoltiamo allora le parole e le musiche con cui i cinque under 35 premiati hanno saputo tradurre in emozione un tema tanto attuale, e mettere l’etica della musica e della cultura al servizio di un messaggio che oggi più che mai ha bisogno di essere ribadito e raccontato, dato che la violenza sa come prendere forme sempre nuove e tocca ad ognuno di noi saperle riconoscere e trasformare in bellezza. In questo percorso, sono gli artisti a guidare”.

Maria Luisa Parmigiani, responsabile Sostenibilità del Gruppo Unipol, ha sottolineato l’importanza del tema trattato: “Siamo contenti di aver supportato un progetto che ha coinvolto 300 giovani su un tema così importante come la violenza di genere. Siamo convinti che ragionare sui problemi sia il primo passo per risolverli perché solo dove esistono coscienza e consapevolezza, si può lavorare sulla responsabilità. Oggi puntiamo sui giovani vincitori per arrivare a parlare ad altri giovani, sui social e nei concerti che verranno fatti sulle piazze, convinti che la qualità del loro lavoro sarà un prezioso alleato.”

I brani vincitori del concorso parteciperanno inoltre al progetto del co.re.com Toscana, la produzione di video e di spot radiofonici sul tema che utilizzeranno le musiche dei vincitori. “Abbiamo accolto con entusiasmo la proposta di collaborazione da parte della Vicepresidente Barni su un’urgenza così importante e attuale come il contrasto alle violenze fisiche e psicologiche su donne e adolescenti. Il Corecom, condividendone le motivazioni e lo spirito, ha deciso di raccogliere il testimone del progetto “Mai in silenzio” declinando su questo tema il bando 2018 “Toscana in spot”, rivolto a videomaker e autori toscani per la realizzazione di messaggi televisivi e radiofonici. Entro questo mese uscirà il bando, che resterà aperto fino alla fine di settembre, che premierà la creatività e la forza comunicativa di cui la nostra regione ha già dimostrato di essere dotata.” Enzo Brogi, Presidente Corecom Toscana.

Tutte le info, brani e testi su www.maiinsilenzio.it.

I VINCITORI

Frigo – I Frigo nascono a Firenze nell’aprile del 2011, composti da Tony Frigo (voce), Paolo Frigo (chitarra e synth), Elia Frigo (basso) ed Enzo Frigo (batteria), poco più che trentenni Nel 2015 esce Donsusai, primo LP che pone le basi del loro sound electro-pop, registrato e mixato da Francesco Felcini (Le Luci della Centrale Elettrica, Giorgio Canali, Motta), e distribuito da Audioglobe. Nel 2016 registrano il loro secondo EP, prodotto e mixato da Pietro Paletti (Foolica, Su- gar Music). Impegnati in un’intensa attività live, hanno diviso il palco con Elio e le Storie Tese, Meg, Aucan, Marta Sui Tubi, Piotta, NoBraino, Lo Stato Sociale.

Giada Bernardini – 28 anni, inizia a cantare da piccola nel coro dell’isola del giglio, da adolescente si trasferisce a Grosseto dove inizia a studiare musica pop e jazz. Oggi vive a Milano dove studia presso il Cpm Music Institute di Franco Mussida e ha iniziato il suo percorso da cantautrice.

Fogg Polistrumentista e cantautore 26enne Fogg è una “identità misteriosa” di cui nessuno conosce il volto e del quale nessuna informazione trapela. Tra i semifinalisti del Rock Contest di Controradio nel 2017, è autore di un raffinato pop contemporaneo piuttosto ballabile, al momento in studio per preparare il disco d’esordio in uscita nei prossimi mesi. “Fogg non ha forma, è niente e nessuno. È come la nebbia, e come il mare”.

Diari Della Fine – Il loro momento di vita è quello bastardo dei 25 anni dove sei più vicino ai 30 che ai 20. Sperimentano l’elettronica internazionale in cameretta dal 2014 vestendola di un cantautorato Italiano intellegibile e immaginifico al contempo, Sono 3 toscani: Nicolò, Filippo e Iacopo Dopo una gestazione di 2 anni sono pronti a partorire il loro primo album: “Documenti” che uscirà in Autunno 2018 per Black Candy / Warner, un disco in cui non c’è spazio per politica, non c’è spazio per cronaca e non c’è spazio per la protesta. “C’è l’individuo, ci sono io e ci sei te e c’è chi ascolta quello che ci diciamo quando siamo soli”

Gio Mannucci – Dopo aver inciso alcuni album con Mandrake, Sinfonico Honolulu (vincitori della Targa Tenco 2013 con il disco “Maledetto Colui che è Solo” con Mauro Ermanno Giovanardi) e The Walrus, e numerose tournee a giro per l’Italia e l’Europa, Giorgio decide di mettersi in solo e Il 3 Novembre 2017 fa uscire per ManitaDischi e Santeria Records, il suo primo disco solista “ACQUARIO”. Un disco pop, italiano, nato e terminato nella camera di Giorgio, frutto di un intenso lavoro tête-à- tête con il produttore artistico Ale Bavo (Mina, Subsonica, Virginiana Miller), che subisce l’influenza di artisti internazionali come Damon Albarn o Sufjan Stevens ma anche quella di talenti di casa nostra come Daniele Silvestri o Lucio Dalla. Chitarre, batterie elettroniche, synth caratterizzano gli 8 brani prodotti da Gio. Il brano “Clinomania”, prima ancora di essere pubblicato, gli vale il Premio “Ernesto De Pascale” per la miglior canzone in italiano proposta al Rock Contest 2016 di Controradio. Da Novembre 2017, Giorgio porta “Acquario” in lungo e in largo per lo stivale in solo o accompagnato dalla sua band, composta da Matteo Lenzi (Filarmonica Municipale La Crisi), Daniele Cata- lucci (Virginiana Miller) e Tommaso Bandecchi (Mandrake), collezionando sino adesso circa 30 date incluse aperture illustre come a Gazzelle, Diodato o a Eugenio in via di Gioia.

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Sono Frigo, Giada Bernardini, Fogg, Diari della Fine e Gio Mannucci i vincitori del concorso Mai in Silenzio decretati da Dario Brunori, Irene Grandi, Francesco Guasti, Tommaso Novi e Diana Winter

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Sono stati più di 100 i partecipanti al concorso da tutta la Toscana al progetto Mai in Silenzio. La giuria, che vede tra le fila anche Dario Brunori, Irene Grandi, Francesco Guasti, Tommaso Novi e Diana Winter, ha decretato i cinque vincitori:

FRIGO (Firenze), GIADA BERNARDINI (Isola del Giglio), FOGG (Pisa) DIARI DELLA FINE (Lucca), GIO MANNUCCI (Livorno).

Mai in silenzio è un progetto realizzato dall’emittente radiofonica Controradio con il sostegno di Regione Toscana nell’ambito del progetto Giovanisì e SIAE – Società Italiana degli Autori ed Editori e con la sponsorizzazione di Unipol

Firenze, 12 luglio 2018 – Sono state più di 100 da tutta la Toscana le domande di partecipazione al concorso “Mai in silenzio”, progetto musicale realizzato dall’emittente radiofonica Controradio con il sostegno di Regione Toscana nell’ambito del progetto Giovanisì, e SIAE – Società Italiana degli Autori ed Editori e con la sponsorizzazione di Unipol, teso a sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema della violenza sulle donne e per un corretto rapporto tra i generi. La giuria, composta fra gli altri da musicisti di fama quali Irene Grandi, Dario Brunori, Francesco Guasti, Tommaso Novi e Diana Winter (questi ultimi tre già tutor nel progetto con le scuole), ha decretato i 5 vincitori che sono: i Frigo (Firenze), primi classificati con il brano “Leoni da cortile”, Giada Bernardini (Isola del Giglio) con “Come la pioggia”, Fogg (Pisa) con “Tutti tranne me”, Diari della fine (Lucca) con “Piccolo così” e Gio Mannucci (Livorno) con “la ballata dell’amore mala- to”. I cinque brani vincitori del concorso “Mai in silenzio – La musica contro la violenza di genere” sono diversi per tipologia musicale e approccio all’argomento. Non era scontato che il concorso riscuotesse il successo di partecipazione che ha avuto, proprio per la difficoltà ad approcciarsi ad un tema sociale così complesso e drammatico. Eppure più di cento musicisti, giovani band e cantautori toscani si sono messi in gioco e hanno prodotto tante canzoni, ognuna capace di esprimere punti di vista diversi sulle problematiche inerenti la violenza di genere. In questo senso le canzoni della cinquina vincitrice sono una perfetta sintesi di tutte le altre e sono la manifestazione impor- tante della creatività musicale giovanile del territorio toscano. Sono canzoni che parlano di amore, libertà, felicità e della loro negazione quando un rapporto degenera nella violenza. Le parole e la musica riescono a comunicare le angosce, le disillusioni, la rabbia e le frustrazioni attraverso semplici canzoni che mettono in luce la difficile realtà di chi vive ogni giorno con la paura. Ma allo stesso tempo sono una presa di coscienza, una denuncia, una volontà di sostegno a chi si sente isolato, una speranza di vita e una rinascita. Ai primi tre vincitori la possibilità di realizzare delle proprie produzioni musicali (dalla registrazione di un album alla produzione di un videoclip, al servizio di promozione e ufficio stampa), con budget – a decrescere, dal primo al terzo – da 3.000 a 1.000 euro) e a concerti dove suonare il loro brano e sensibilizzare dunque platee di giovani sul tema della violenza di genere, scopo primario del progetto, come il Beat Festival di Empoli nel mese di agosto, il Metarock a Pisa a settembre, nei concerti di Irene Grandi, Francesco Guasti, Tommaso Novi e molti altri che si stanno aggiungendo in questi giorni. Il grande finale del progetto sarà al prossimo Meeting dei Diritti Umani al Mandela Forum di Firenze a dicembre con una platea di oltre 9.000 giovani studenti provenienti da tutta la Toscana. Le canzoni vincitrici saranno inoltre trasmesse sulle radio toscane a partire da Controradio e i brani vincitori, grazie alla collaborazione con Audioglobe, sono da oggi ascoltabili su tutte le piattaforme di distribuzione digitale (Itunes, Youtube, Deezer, Spotify) alla voce “Mai in Silenzio – il concorso”, con l’auspicio che si replichi lo straordinario successo delle canzoni del progetto con le scuole, con oltre 20.000 ascolti. Afferma Monica Barni – Vicepresidente e Assessore alla Cultura della Regione Toscana: “Questo concorso, insieme ad altri progetti di educazione culturale che stiamo realizzando in Toscana, vanno tutti verso una direzione: sollecitare una svolta culturale per agire preventivamente sulle cause della violenza. È molto importante lavorare con le nuove generazioni per combattere i comportamenti sessisti e le varie forme di discriminazione legate alle differenze di genere. Su questi temi non bisogna mai abbassare la guardia” “È un successo che non aspettavamo così straordinario – afferma Marco Imponente, direttore di Controradio. Sono stati oltre 300, comprendendo singoli artisti e tutti i componenti dei gruppi, i gio- vani musicisti toscani che hanno deciso di impegnarsi su un tema di cui non si parla se non nelle cronache dei giornali. Questo moto d’animo ci lascia ben sperare, l’approccio – i giovani che parlano ai giovani con un elemento fortissimo che è la musica – è una scommessa vinta su cui puntare anche nel futuro per promuovere comportamenti etici. La qualità delle canzoni lascia inoltre pensare che ci sia molta musica da valorizzare in Toscana, musica a cui dare supporto per una crescita della creatività e, in questo caso, anche per migliorare la società in cui viviamo”.

Gaetano Blandini, Direttore Generale di SIAE, ha commentato: “SIAE segue e sostiene da alcuni anni l’attività dei ragazzi di Controradio, con cui condivide la passione per la musica e l’attenzione per i giovani e per il talento, la voglia di offrire loro sempre più numerosi canali di formazione e di comunicazione. Per questo la Società Italiana degli Autori ed Editori continua ad esserci anche per la seconda fase del progetto ‘Mai in silenzio: la musica contro la violenza di genere’, nato per dimostrare che le parole e l’arte sono strumenti di alfabetizzazione, emotiva e sociale. Dopo i brani dei giovanissimi, ascoltiamo allora le parole e le musiche con cui i cinque under 35 premiati hanno saputo tradurre in emozione un tema tanto attuale, e mettere l’etica della musica e della cultura al servizio di un messaggio che oggi più che mai ha bisogno di essere ribadito e raccontato, dato che la violenza sa come prendere forme sempre nuove e tocca ad ognuno di noi saperle riconoscere e trasformare in bellezza. In questo percorso, sono gli artisti a guidare”.

Maria Luisa Parmigiani, responsabile Sostenibilità del Gruppo Unipol, ha sottolineato l’importanza del tema trattato: “Siamo contenti di aver supportato un progetto che ha coinvolto 300 giovani su un tema così importante come la violenza di genere. Siamo convinti che ragionare sui problemi sia il primo passo per risolverli perché solo dove esistono coscienza e consapevolezza, si può lavorare sulla responsabilità. Oggi puntiamo sui giovani vincitori per arrivare a parlare ad altri giovani, sui social e nei concerti che verranno fatti sulle piazze, convinti che la qualità del loro lavoro sarà un prezioso alleato.”

I brani vincitori del concorso parteciperanno inoltre al progetto del co.re.com Toscana, la produzione di video e di spot radiofonici sul tema che utilizzeranno le musiche dei vincitori. “Abbiamo accolto con entusiasmo la proposta di collaborazione da parte della Vicepresidente Barni su un’urgenza così importante e attuale come il contrasto alle violenze fisiche e psicologiche su donne e adolescenti. Il Corecom, condividendone le motivazioni e lo spirito, ha deciso di raccogliere il testimone del progetto “Mai in silenzio” declinando su questo tema il bando 2018 “Toscana in spot”, rivolto a videomaker e autori toscani per la realizzazione di messaggi televisivi e radiofonici. Entro questo mese uscirà il bando, che resterà aperto fino alla fine di settembre, che premierà la creatività e la forza comunicativa di cui la nostra regione ha già dimostrato di essere dotata.” Enzo Brogi, Presidente Corecom Toscana.

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I VINCITORI

Frigo – I Frigo nascono a Firenze nell’aprile del 2011, composti da Tony Frigo (voce), Paolo Frigo (chitarra e synth), Elia Frigo (basso) ed Enzo Frigo (batteria), poco più che trentenni Nel 2015 esce Donsusai, primo LP che pone le basi del loro sound electro-pop, registrato e mixato da Francesco Felcini (Le Luci della Centrale Elettrica, Giorgio Canali, Motta), e distribuito da Audioglobe. Nel 2016 registrano il loro secondo EP, prodotto e mixato da Pietro Paletti (Foolica, Su- gar Music). Impegnati in un’intensa attività live, hanno diviso il palco con Elio e le Storie Tese, Meg, Aucan, Marta Sui Tubi, Piotta, NoBraino, Lo Stato Sociale.

Giada Bernardini – 28 anni, inizia a cantare da piccola nel coro dell’isola del giglio, da adolescente si trasferisce a Grosseto dove inizia a studiare musica pop e jazz. Oggi vive a Milano dove studia presso il Cpm Music Institute di Franco Mussida e ha iniziato il suo percorso da cantautrice.

Fogg Polistrumentista e cantautore 26enne Fogg è una “identità misteriosa” di cui nessuno conosce il volto e del quale nessuna informazione trapela. Tra i semifinalisti del Rock Contest di Controradio nel 2017, è autore di un raffinato pop contemporaneo piuttosto ballabile, al momento in studio per preparare il disco d’esordio in uscita nei prossimi mesi. “Fogg non ha forma, è niente e nessuno. È come la nebbia, e come il mare”.

Diari Della Fine – Il loro momento di vita è quello bastardo dei 25 anni dove sei più vicino ai 30 che ai 20. Sperimentano l’elettronica internazionale in cameretta dal 2014 vestendola di un cantautorato Italiano intellegibile e immaginifico al contempo, Sono 3 toscani: Nicolò, Filippo e Iacopo Dopo una gestazione di 2 anni sono pronti a partorire il loro primo album: “Documenti” che uscirà in Autunno 2018 per Black Candy / Warner, un disco in cui non c’è spazio per politica, non c’è spazio per cronaca e non c’è spazio per la protesta. “C’è l’individuo, ci sono io e ci sei te e c’è chi ascolta quello che ci diciamo quando siamo soli”

Gio Mannucci – Dopo aver inciso alcuni album con Mandrake, Sinfonico Honolulu (vincitori della Targa Tenco 2013 con il disco “Maledetto Colui che è Solo” con Mauro Ermanno Giovanardi) e The Walrus, e numerose tournee a giro per l’Italia e l’Europa, Giorgio decide di mettersi in solo e Il 3 Novembre 2017 fa uscire per ManitaDischi e Santeria Records, il suo primo disco solista “ACQUARIO”. Un disco pop, italiano, nato e terminato nella camera di Giorgio, frutto di un intenso lavoro tête-à- tête con il produttore artistico Ale Bavo (Mina, Subsonica, Virginiana Miller), che subisce l’influenza di artisti internazionali come Damon Albarn o Sufjan Stevens ma anche quella di talenti di casa nostra come Daniele Silvestri o Lucio Dalla. Chitarre, batterie elettroniche, synth caratterizzano gli 8 brani prodotti da Gio. Il brano “Clinomania”, prima ancora di essere pubblicato, gli vale il Premio “Ernesto De Pascale” per la miglior canzone in italiano proposta al Rock Contest 2016 di Controradio. Da Novembre 2017, Giorgio porta “Acquario” in lungo e in largo per lo stivale in solo o accompagnato dalla sua band, composta da Matteo Lenzi (Filarmonica Municipale La Crisi), Daniele Cata- lucci (Virginiana Miller) e Tommaso Bandecchi (Mandrake), collezionando sino adesso circa 30 date incluse aperture illustre come a Gazzelle, Diodato o a Eugenio in via di Gioia.

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Disco della settimana: Roger Daltrey

Disco della settimana: Roger Daltrey

Roger Daltrey ha appena pubblicato un nuovo album solista, dal titolo “As Long As I Have You”. Brani originali e qualche cover per un progetto che il frontman 74enne degli Who ha descritto come “un ritorno agli inizi, ad un tempo in cui eravamo un gruppo di adolescenti e suonavamo musica soul per piccole folle negli androni delle chiese”.

Tra le cover interpretate da Daltrey “Into My Arms” di Nick Cave, “You Haven’t Done Nothing” di Stevie Wonder, “How Far” di Stephen Stills e la title track originariamente registrata da Garnet Mimms nel 1964, anno in cui Daltrey, Townshend, Entwistle e Moon decisero di cambiare il nome del gruppo da The High Numbers a The Who.

Così ha accolto il disco Rockol, il primo ad occuparsi dell’album:

L’essere rocker (o qualcosa di simile, perdonate la definizione tagliata con l’accetta) con oltre 50 anni di esperienza sulle spalle ha un vantaggio non disprezzabile: un bagaglio di amicizie e conoscenze che si possono coinvolgere facilmente quando si fa una puntatina in studio. Ed è proprio quello che il buon Daltrey ha fatto per questo suo nuovo lavoro solista.

Roger per “As Long As I Have You” ha convinto a unirsi alle session il quasi inseparabile compare Pete Townshend e Mick Talbot (Style Council, Merton Parkas, Dexy’s Midnight Runners…): e scusate se è poco. Con loro in squadra ha assemblato quello che è in gran parte un album di cover, ma – per fortuna – un album di cover con un senso differente dal più tipico “mettiamo insieme una decina di pezzi, una cosa veloce che devo pagare l’affitto del monolocale al mare”.

Già, perché – fatta eccezione per una manciata di pezzi originali (“Certified Rose” e la ballata “Always Heading Home”) – questo disco è una sorta di omaggio di Roger alle proprie radici soul, ma non solo: anche ad artisti che lo hanno toccato (si veda la sua struggente versione di “Into My Arms”, originariamente di Nick Cave).

Il senso dell’operazione è ben riassunto dal protagonista stesso, che spiega:
“Questo è un ritorno alle origini, a prima che Pete [Townshend] iniziasse a scrivere le nostre canzoni, quando eravamo una teenage band che suonava musica soul per poche persone in una chiesa. Questo è quello che eravamo, una soul band. Adesso posso suonare il soul con tutta l’esperienza di cui c’è bisogno per farlo. La vita ti insegna cosa è il soul. Ho sempre cantato dal mio cuore ma quando hai 19 anni non hai abbastanza esperienza di vita, non hai ancora passato tutti i traumi, i problemi che fronteggi quando arrivi alla mia età. Quando canti metti nelle canzoni tutte le ferite emotive della vita, queste emozioni entrano nella tua voce. Senti il dolore di un amore perso. Lo senti e lo canti e questo è il soul. Per molto tempo ho voluto tornare indietro verso la semplicità di queste canzoni, per mostrare alle persone la mia voce, una voce che non avevano mai sentito prima. Credevo fosse arrivato il momento giusto. È qui che sono, guardo indietro a quel periodo, ripercorro tutti quegli anni per arrivare qui, dove sono adesso, in un momento pieno di profondità”.
Belle parole. E andando più a fondo, ossia puntando alla musica, l’impressione è decisamente positiva. I 74 anni di Daltrey sono ben portati a livello artistico e non solo fisico: è così che l’ascolto risulta molto piacevole in più di un frangente. Forse, e questo pare un paradosso, gli episodi meno elettrizzanti sono i due originali – ma solo per il fatto di essere accostati a classici con cui è difficile competere (specie, poi, dopo il trattamento di rilettura Daltrey/Townshend). Ma non c’è proprio di che lamentarsi. Anzi.

 

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Disco della settimana: Roger Daltrey

Disco della settimana: Roger Daltrey

Roger Daltrey ha appena pubblicato un nuovo album solista, dal titolo “As Long As I Have You”. Brani originali e qualche cover per un progetto che il frontman 74enne degli Who ha descritto come “un ritorno agli inizi, ad un tempo in cui eravamo un gruppo di adolescenti e suonavamo musica soul per piccole folle negli androni delle chiese”.

Tra le cover interpretate da Daltrey “Into My Arms” di Nick Cave, “You Haven’t Done Nothing” di Stevie Wonder, “How Far” di Stephen Stills e la title track originariamente registrata da Garnet Mimms nel 1964, anno in cui Daltrey, Townshend, Entwistle e Moon decisero di cambiare il nome del gruppo da The High Numbers a The Who.

Così ha accolto il disco Rockol, il primo ad occuparsi dell’album:

L’essere rocker (o qualcosa di simile, perdonate la definizione tagliata con l’accetta) con oltre 50 anni di esperienza sulle spalle ha un vantaggio non disprezzabile: un bagaglio di amicizie e conoscenze che si possono coinvolgere facilmente quando si fa una puntatina in studio. Ed è proprio quello che il buon Daltrey ha fatto per questo suo nuovo lavoro solista.

Roger per “As Long As I Have You” ha convinto a unirsi alle session il quasi inseparabile compare Pete Townshend e Mick Talbot (Style Council, Merton Parkas, Dexy’s Midnight Runners…): e scusate se è poco. Con loro in squadra ha assemblato quello che è in gran parte un album di cover, ma – per fortuna – un album di cover con un senso differente dal più tipico “mettiamo insieme una decina di pezzi, una cosa veloce che devo pagare l’affitto del monolocale al mare”.

Già, perché – fatta eccezione per una manciata di pezzi originali (“Certified Rose” e la ballata “Always Heading Home”) – questo disco è una sorta di omaggio di Roger alle proprie radici soul, ma non solo: anche ad artisti che lo hanno toccato (si veda la sua struggente versione di “Into My Arms”, originariamente di Nick Cave).

Il senso dell’operazione è ben riassunto dal protagonista stesso, che spiega:
“Questo è un ritorno alle origini, a prima che Pete [Townshend] iniziasse a scrivere le nostre canzoni, quando eravamo una teenage band che suonava musica soul per poche persone in una chiesa. Questo è quello che eravamo, una soul band. Adesso posso suonare il soul con tutta l’esperienza di cui c’è bisogno per farlo. La vita ti insegna cosa è il soul. Ho sempre cantato dal mio cuore ma quando hai 19 anni non hai abbastanza esperienza di vita, non hai ancora passato tutti i traumi, i problemi che fronteggi quando arrivi alla mia età. Quando canti metti nelle canzoni tutte le ferite emotive della vita, queste emozioni entrano nella tua voce. Senti il dolore di un amore perso. Lo senti e lo canti e questo è il soul. Per molto tempo ho voluto tornare indietro verso la semplicità di queste canzoni, per mostrare alle persone la mia voce, una voce che non avevano mai sentito prima. Credevo fosse arrivato il momento giusto. È qui che sono, guardo indietro a quel periodo, ripercorro tutti quegli anni per arrivare qui, dove sono adesso, in un momento pieno di profondità”.
Belle parole. E andando più a fondo, ossia puntando alla musica, l’impressione è decisamente positiva. I 74 anni di Daltrey sono ben portati a livello artistico e non solo fisico: è così che l’ascolto risulta molto piacevole in più di un frangente. Forse, e questo pare un paradosso, gli episodi meno elettrizzanti sono i due originali – ma solo per il fatto di essere accostati a classici con cui è difficile competere (specie, poi, dopo il trattamento di rilettura Daltrey/Townshend). Ma non c’è proprio di che lamentarsi. Anzi.

 

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Album della settimana: Arctic Monkeys

Album della settimana: Arctic Monkeys

Gli Arctic Monkeys ritornano con il loro sesto album intitolato Tranquility Base Hotel & Casino. Prodotto da James Ford e Alex Turner, l’album è stato registrato tra Los Angeles, Parigi e Londra e segna un punto di svolta nella carriera della band.

Tranquility Base Hotel & Casino, il loro primo album dopo AM del 2013, vede la band continuare ad esplorare nuovi territori musicali. Il nuovo album alza la posta in gioco; è un album introverso e audace, che riflette più di altri la visione creativa del solo Turner, un lavoro che mette da parte le chitarre taglienti e i riff granitici per trasportarci in un ovattato futuribile universo vagamente bowiano più vicino alle atrosfere toccate da Turner con i Last Shadow Puppets. Quasi superfluo dire che l’uscita ha diviso fan ed estimatori della band tra perplessi ed entusiasti.

L’LP esce con una copertina apribile, contiene i testi dei brani, un booklet fotografico ed in esclusiva sullo store ufficiale della band, in vinile color argento. E’ disponibile anche in edizione standard su CD, vinile e digitale.

A maggio la band partirà per un tour mondiale che toccherà l’Italia per tre date già completamente sold-out, il 26/27 maggio a Roma e il 4 giugno al Forum di Assago (MI)

Così accoglie il lavoro Rockol:

Presto! Qualcuno corra ad aggiornare Wikipedia et similia, prima che scoppi qualche incidente diplomatico. L’ignaro curioso che si avvicinasse agli Arctic monkeys pescando nel mare magnum del sapere in salsa Wiki, infatti, leggerebbe che suonano garage punk, post punk, indie rock e alternative rock… peccato che nemmeno mezza di queste definizioni calzi per descrivere il nuovo – e decisamente coraggioso – lavoro in studio del gruppo di Sheffield. Anzi. Un confronto con quanto pubblicato prima avrebbe lo stesso (non) senso di comparare uno smarthpone con un rasoio elettrico: proprio non è possibile. Cosa è successo? Immaginate una sorta di spaesamento non dissimile a quello che potrebbe avervi colto ascoltando per la prima volta “Boarding House Reach” di Jack White. Vi aspettavate qualcosa che non arriva nella forma prevista; anzi, in questo caso è sostituito da elementi spiazzanti, inediti, tanto da farvi pensare di avere sbagliato disco, che forse non è questo l’ultimo degli Arctic Monkeys (“il mouse sarà rotto, clicca dove vuole” oppure “mi hanno dato un cd difettoso!”). Ma no, i vostri mouse vanno benissimo e il cd è quello corretto. Semplicemente Turner e i suoi hanno cambiato radicalmente registro, mood, texture e modalità espressive. Oltre ad avere prepotentemente scoperto il suono del piano, che insieme alla voce è il vero signore e padrone dell’album.
Bye-bye chitarre e sezione ritmica tonante, insomma. Le sei corde, in particolare, fanno cucù raramente e per break brevissimi, a dirla tutta. E il tiro, l’esuberanza, il rock (indie, alt o altro) sono stati chirurgicamente eliminati. Siamo immersi, piuttosto, in un caldo liquido amniotico fatto di lounge music scura e malinconica, con suggestioni futuristiche. Ecco: immaginate un jazz bar anni Quaranta (con tanto di crooner resident) piazzato in un cratere lunare e al bancone è appoggiato un tipo stile Philip Marlowe, ma con un giubbotto di pelle che cade a pezzi. Insomma, una visione distopica che frulla familiarità e straniamento. Non è un disco facile e non è garantito che piaccia a tutti. Soprattutto, occorrono più ascolti per annusarlo, entrarci, penetrare l’atmosfera febbrile lounge dark, da musical malato e bohemienne. “Volevo solo essere uno degli Strokes, e adesso guarda che casino che mi hai fatto combinare / Faccio l’autostop con la valigia in mano, a miglia di distanza da qualunque autostrada immaginaria”: sono le prime parole pronunciate da Alex Turner nel disco. Sta a noi provare a seguirlo in questo viaggio a sorpresa, che ha a priori il pregio di non essere prevedibile, scontato o banale.

Così Sentireascoltare:

Sono trascorsi cinque anni dall’esplosivo AM, dichiarazione d’intenti per gli Arctic Monkeys che dopo qualche anno di stanca annunciavano il proprio ritorno rock scomodando i fasti del britpop più prestigioso (sponda Blur), ma rivestendolo di una patina tipicamente americana (tra Jack White e Foo Fighters) in modo da non dare adito a equivoci sulla vena espressiva di una band ormai pienamente consapevole della propria identità (e in questo senso andava interpretato il titolo serrato di quel disco). Nell’anno domini 2018, e con alle spalle la seconda uscita discografica dei suoi Last Shadow Puppets, Alex Turner cambia nuovamente rotta e organizza per le sue scimmie artiche una piccola rivoluzione che non ha paura di scomodare i grandi monumenti musicali del passato. Impossibile, infatti, non tornare con la mente alla potenza sconvolgente di un disco come Pet Sounds dei Beach Boys, al quale il nuovo Tranquility Base Hotel & Casino è ovviamente ispirato, sia in termini musicali che produttivi, o al Revolver dei conterranei Beatles. Piccolo antefatto: nel 2016, Alex Turner riceve da un amico uno Steinway Vertegrand per il suo 30° compleanno. La mente, quindi, torna alla sua infanzia, quando per qualche anno prese lezioni di pianoforte, il cui unico risultato fu quello di riuscire a pizzicare i tasti in maniera improvvisata e anche un po’ comica. Decide allora di approfondire e dopo giorni interi passati davanti al pianoforte inizia a concepire le prime melodie. L’atmosfera è delle più rilassate, quasi fossimo proprio all’interno di un mini-club hollywoodiano, con luce soffusa e il fumo di qualche sigaro clandestino che si diffonde attraverso il locale. È un colpo di fulmine inaspettato. Il ritrovato amore per quello strumento a lungo accantonato in un angolo della propria memoria, spinge Turner in una direzione inedita che porta alla composizione di questi undici brani dalla forma e la struttura precisissima, la cui impressione iniziale potrebbe portare qualcuno a parlare di maniera, ma che a un ascolto attento finirà per ricordare essenzialmente la parola architettura. Già, perché proprio come la scultura rappresentata sul fronte di copertina, Tranquility Base Hotel & Casino è un lavoro concepito per stupire, dalle forme ora sinuose ora arzigogolate, che alla fine della giostra regala un senso di appagamento derivante dalla perfetta alchimia tra tutte le parti chiamate in causa. E proprio come nel già citato Pet Sounds, è come se un milione di suoni vibrantissimi si fossero messi d’accordo per risuonare armonicamente all’unisono, ciascuno col proprio delicato compito: imboccare una strada del tutto inedita per la storia del gruppo. Ci pensa benissimo quindi Star Treatment a dettare le linee guida di una discesa nell’anima più dolce del suo cantautore, che con un enfasi malinconica ricorda i primi sintomi di una malattia musicale pronta a diffondersi in ogni parte del suo corpo («I just wanted to be one of the Strokes, now look at the mess you made me make / Hitchhiking with a monogrammed suitcase, miles away from any half-useful imaginary highway») per poi incalzare con One Point Perspective, aggiornamento wilsoniano del pop più aggraziato che ha più di qualche punto in comune con i recenti Grizzly Bear (riff al piano compreso). Un’indole causticamente politica si affaccia alla nuova visione – al netto della consueta dolcezza dell’incedere – come in Golden Trunks, tra Presidenti wrestler innamorati della propria immagine e la noia abitudinaria da social network («The leader of the free world reminds you of a wrestler wearing tight golden trucks / My virtual reality mask is stuck on ‘Parliament Brawl’ / Emergency battery pack just in time for my weekly chat with God on Videocall»). Ci accomodiamo, invece, come all’interno di una sala cinematografica per assistere al cambiamento in atto di questa band che pure non dimentica le proprie radici, il passato recente o i binari paralleli (la title-track è un pescare a piene mani dal futuro, ma con uno sguardo sottile all’esordio solista, Submarine, mentre Four Out of Five servirà da ciambella d’emergenza per coloro che avevano amato alla follia AM). The World’s First Ever Monster Truck Front Flip ci riporta alla vena squisitamente beachboysiana dell’album, con quell’andamento che cita a più riprese Let’s Go Away for Awhile. Nella parte conclusiva del disco emergono prepotenti le influenze beatlesiane che qui è là avevano già fatto in capolino in passato; così, She Looks Like Fun appare come la sintesi ragionata tra l’animo da poeta rivoluzionario di Lennon, la prosa malinconica di McCartney e l’inconfondibile riff harrisoniano alla chitarra. A Batphone e The Ultracheese viene lasciato il compito di chiudere in maniera drastica questo ritorno entusiasmante: all’impatto devastante dell’incipit è legata una chiusa altrettanto improvvisa e inaspettata, rimandando a un eventuale prossimo capitolo cui spetterà il compito di stabilire se gli Arctic Monkeys rinati di Tranquility Base Hotel & Casino siano stati solo una parentesi geniale oppure l’inizio di un nuovo e accattivante corso tutto da scoprire.

Così, tra le fila dei “perplessi”, Ondarock:

L’avrete già letto ovunque: gli Arctic Monkeys non sono più gli stessi e ora scrivono canzoni al pianoforte. Sarebbe sciocco negare l’evidente verità su cui si basa quest’affermazione, se non fosse per il tono di rimprovero che questa porta con sé, unito al chiaro sentimento di delusione derivante da un supposto “tradimento” compiuto dalla band di Alex Turner nei confronti dei suoi stessi fan. Sono convinto che se questo “Tranquility Base Hotel & Casino” fosse uscito come album solista di Turner, tutti, fan integralisti compresi, l’avrebbero salutato come un coraggioso cambio di stile. Invece, il disco è accreditato a nome Arctic Monkeys, gli stessi dei riff di chitarra incendiari e iconici, gli stessi di “Do I Wanna Know?” e di “AM”, album che ha decuplicato la fanbase delle Scimmie di Sheffield, catapultandole in vetta allo stardom del rock mondiale. E insomma, così non va bene.
In realtà, la prima nota positiva è proprio questa: la scrollata di spalle che questo lavoro rappresenta nei confronti del disco precedente, un blockbuster che cinque anni fa lasciò in eredità una sovraesposizione mediatica scomoda da gestire per lo schivo frontman. Conclusasi l’esperienza Last Shadow Puppets dopo un secondo album e un tour mondiale nel 2016, in difficoltà nel cogliere nuovi stimoli creativi dalla tanto amata chitarra, Alex ha preferito ripiegare sullo Steinway Vertegrand regalatogli dal manager in occasione dei suoi trent’anni, trovando sui tasti di questo una nuova linfa compositiva. E il risultato delle nuove sessioni di scrittura e composizione, avvenute nella casa di Turner a Los Angeles, è proprio il disco che ci troviamo ad ascoltare, prodotto al solito assieme al fido James Ford. Ma com’è, quindi, “Tranquility Base Hotel & Casino”? 
A scanso di equivoci, è bene sottolinearlo subito: stiamo parlando di un disco abbastanza deludente. Se le premesse erano buone e la scelta di mettersi in gioco stravolgendo i propri canoni stilistici è certamente da premiare, non lo è però il risultato, che ci consegna una band, o sarebbe meglio dire un autore, decisamente fuori fuoco. “Tranquility Base Hotel & Casino” è talmente Turner-centrico da esserne dipendente, a partire dagli arrangiamenti, tutti vicini a un blando piano-rock privo di particolari guizzi, ma finalizzato solo ad accompagnare le parole e la voce di Alex, a questo giro vagamente Bowie-ana nell’impostazione. Quest’ultima, un po’ come le trame armoniche su cui poggia, spesso si slancia in strutture che si dilungano eccessivamente, finendo con l’annoiare invece che avvolgere. Lo stesso frontman, inoltre, sembra non cantare più per il pubblico, né per se stesso, ma per il sé allo specchio: lo si riesce quasi a vedere, compiacersi delle sue pose e delle sue espressioni facciali, crooner narciso della sua vita privilegiata. I testi che intona, poi, sono deliri un po’ patetici da star incompresa, i quali, più che stimolare empatia, generano distacco e disinteresse.
L’idea alla base degli arrangiamenti sarebbe quella di ambientare queste composizioni nella Hollywood malinconica e decadente di qualche decennio fa, sulla scia, per intenderci, dei recenti lavori di Lana Del Rey e Tobias Jesso Jr. L’estetica da piano bar, la patina raffinata e la veste volutamente rétro di queste canzoni, però, appaiono piatte e stereotipate, forse anche perché sfavorite dall’essere al servizio di composizioni piuttosto modeste. L’album – fa strano scriverlo per quelli che sono i suoi protagonisti – funziona più come prodotto lounge-pop che come opera da cui lasciarsi coinvolgere e emozionare. Come musica d’accompagnamento, si fa apprezzare discretamente, ma è un po’ avvilente che una band come gli Arctic Monkeys, appartenente all’Olimpo del rock contemporaneo, sia oggi schiava dei vezzi del leader e non riesca a proporre qualcosa di più stimolante.
Dai riffoni punk’n’roll degli esordi alle vampe stoner di “Humbug”, passando per le morbidezze californiane di “Suck It And See” e in ultima istanza al muscolare hip-hop-rock di “AM”, gli album degli Arctic Monkeys hanno sempre dimostrato una qualità che in questo disco manca: la solidità, l’organicità di fondo che permetteva all’intero di superare la somma delle sue parti e soprassedere sui piccoli passi falsi in cui incappavano certe volte questi lavori. In “Tranquility Base Hotel & Casino”, invece, a salvare dalla completa delusione sono proprio i singoli episodi: il passo cadenzato e gli impasti vocali di “Four Out Of Five” non avrebbero sfigurato in “Humbug” (il loro migliore per chi vi scrive); l’elegante art-pop di “The World’s First Ever Monster Truck Front Flip” farebbe la gioia dei Grizzly Bear; i saliscendi psych-pop di “Golden Trunks” e “She Looks Like Fun” oscurano da sole tutto l’ultimo mediocre dei Last Shadow Puppets; la conclusiva e lennoniana “Ultracheese”, seppur legata ad alcuni cliché melodici, è ottima come romantico congedo. Ma sono solo piccoli lampi di luce in un disco per lo più nebbioso e monocolore, un’opera composta secondo l’autoritario gusto di Alex Turner, ma che non fa che evidenziarne l’attuale confusione e carenza di idee.
In questo, davvero, gli Arctic Monkeys sembrano non essere più gli stessi, nell’aver perso la lucidità di fondo, la chiarezza alla base della loro scrittura e del loro lavoro. “Tra cinque anni la domanda sarà/ Chi diavolo sono gli Arctic Monkeys?”, cantavano le stesse Scimmie nel 2006. E cinque anni dopo, soddisfacente o meno, una risposta chiara arrivò con “Suck It And See”. Oggi, invece, alla questione non sapremmo cosa rispondere. La chiave potrebbe averla lo stesso artista che formulò la domanda, ma l’impressione è che non lo sappia nemmeno lui, e che forse, innamorato di sé e assorto nel suo mondo, non abbia nemmeno voglia di pensarci.

 

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