Crisi del cotto, Bugli: “Muoversi tutti assieme: istituzioni, lavoratori e proprietà”

GREVE IN CHIANTI (FI) - Sul cotto fiorentino e come rilanciarlo la Regione chiama sindacati e imprenditori a sedersi di nuovo attorno ad una tavolo per confrontarsi su quello che si può fare. Proprio i sindacati, che hanno avanzato anche proposte, avevano chiesto alla Regione di assumere la regia, soddisfatti adesso per la sensibilità istituzionale trovata. Ma occorre che tutti facciano la loro parte, dice Palazzo Strozzi Sacrati. "E deve essere un tavolo operativo con tempi stretti – sottolinea l'assessore alla presidenza della Toscana, Vittorio Bugli – perché non c'è più da tempo da perdere. E dovranno essere definiti i punti su cui impegnarsi, il 'chi fa cosa'".

Si tratterà di valutare se la strada sarà quella di un marchio comune, di un sostegno per l'accesso al credito o di un aiuto per l'innovazione tecnologica. Ma un'idea l'assessore l'ha ben chiara: un'idea maturata incontrando maestranze e proprietari e visitando stamani, assieme ai sindacati e ai sindaci del posto, tre aziende storiche tra l'Impruneta e Greve in Chianti. Tre aziende raccolte in un fazzoletto di poche centinaia di metri lungo la strada di piano del Ferrone: prima la Sannini spa, poi la Manetti e quindi la Palagio Engineering. L'iniziativa era stata organizzata e promossa dai sindacati. Doveva esserci il presidente Enrico Rossi, impegnato però in riunioni a Roma.

"La battaglia – dice Bugli - non è solo quella di salvaguardare quattro o cinque preziose aziende e gli operai e tecnici che vi lavorano. La battaglia è quella di salvare un prodotto storico come il cotto, che se non viene prodotto più in questi territori non è più il cotto e quindi se ne cancella la storia".

Una battaglia di difesa culturale e di identità storica su cui mobilitare non solo il mondo dell'economia: una battaglia come quelle per difendere i cipressi della Toscana, il paesaggio delle sue colline o un muro antico. Del resto il cotto si produce all'Impruneta fin dal 1098 e il Brunelleschi scelse gli artigiani dell'Impruneta nel 1419 per le tegole e i mattoni della cupola del duomo di Firenze.

Per salvare il cotto, è convinzione dell'assessore, serve però l'unione tra tutti gli attori coinvolti. Occorre capire se il problema è di mercato, di liquidità insufficiente a far fronte agli investimenti necessari o l'una e l'altra cosa. Ci sono analisi, già fatte, da ricomporre. Magari serve un marchio condiviso. "Di certo – sottolinea l'assessore - non hanno senso confini o campanilismi". E infatti non a caso, nel giro tra le tre aziende del cotto di stamani, proseguito poi al cementificio Sacci, hanno partecipato tutti e tre i sindaci della zona: Impruneta, Greve in Chianti e San Casciano in Val di Pesa.

Già persi quattrocento posti di lavoro
I numeri sono terribili e non lasciano scampo. Lungo la strada del Ferrone, in un fazzoletto di poche centinaia di metri dal 1929 diviso tra due comuni, sfilano cataste di mattoni, embrici e tegole. Fanno capolino anche giare, orci e anfore per arredare i giardini. Ci sono lastre pavimenti e rivestimenti verticali per pareti ventilate. Ognuno si è specializzato. Ma molte fabbriche sono oggi silenziose e lavorano appena quattro mesi l'anno.

Nel 2001 le fornaci di cotto fiorentino contavano 550 addetti. Nel 2010 erano scesi a 450. L'anno scorso superavano di poco i 150. Ci sono anche isole felici, come la Manetti del Ferrone (comune di Greve in Chianti) che non ha mai fatto un'ora di cassa integrazione, sette generazioni e mezzo dal 1820 e che, accanto ai mattoni, realizza orci artigianali per la fermentazione del vino che spedisce in California. Ma tanti operai hanno perso il lavoro negli ultimi anni e dei 150 addetti del settore molti sono finiti in cassa integrazione od hanno contratti di solidarietà. "Una situazione da cui si può uscire solo tutti assieme e che certo alla lunga non può giovare neppure a chi finora non ha sofferto troppo".

"Certo – conclude Bugli – questo percorso può essere fatto solo assieme anche alle aziende".

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