Dove l’omosessualità è reato, tra campi di prigionia e test oltraggiosi

FIRENZE - Di passi in avanti ne sono stati fatti, ma la strada è ancora lunga. Lo sottolinea la vice presidente ed assessore alle pari opportunità della Toscana, Monica Barni. Lo ripetono gli organizzatori del Toscana Pride, la manifestazione presentata oggi a Palazzo Strozzi Sacrati a Firenze e che sabato 27 maggio animerà il centro di Arezzo. Soprattuto, dicono tutti, non si può essere sordi ai moniti che arrivano dal mondo che ci circonda.

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Sembra infatti lontano anni luce quel 1990 in cui l'organizzazione mondiale per la sanità cancellava dall'elenco delle malattie mentali l'omosessualità. Meraviglia, anzi, che ventisette anni fa ancora lo si pensasse. Poi arriva un mese fa, ultima tra le tante, la denuncia del periodico russo Novaja Gazeta sulla presenza di campi di prigionia per omosessuali in Cecenia. Sulla sponda sud del Mediterraneo, in Tunisia, nonostante le primavere arabe non si riesce a cancellare una legge del 1913, eredità del colonialismo francese, che punisce con tre anni di reclusione il "reato di omosessualità". Nel paese nord africano sopravvive anche un test, oltraggioso e dall'improbabile fondamento scientifico, per provare l'omosessualità.

Sono ancora ottantasei i paesi nel mondo dove le relazioni tra persone dello stesso sesso sono punite con carcere, fustigazioni o addirittura con la pena di morte. Numeri pesanti. E poi, oltre il diritto, ci sono i luoghi comuni e pregiudizi da scardinare. A Mediterraneo Downtown, un mese fa a Prato, attiviste raccontavano come nella vicinissima Serbia, durante la guerra dei Balcani, le donne lesbiche vittime di violenza fossero relegate al gradino più basso della gerarchia etica. «Dobbiamo imparare ad usare la parola "lesbica" senza vergogna e soprattutto con felicità» ricordava Lepa Mladenovic: un'altra battaglia e un altro fronte da combattere, un altro muro da abbattere.

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