La “pedagogia del riconoscimento” contro i pregiudizi razziali al Salone del libro di Torino

TORINO – Quale soluzione può esserci per contrastare l'antisemitismo provato da un giovane ragazzo arabo nei confronti dei suoi coetanei ebrei, e più in generale un'insofferenza verso le tematiche legate alla deportazione, allo sterminio e alla Shoah? E' la domanda che si è posta Elke Gryglewski, dottore di ricerca in scienze politiche e vicedirettrice del Memoriale e centro di formazione "Villa della Conferenza di Wannsee" di Berlino, il luogo dove i nazisti pianificarono la "soluzione finale" nel gennaio del 1942.

La professoressa Gryglewski è stata invitata al Salone del libro di Torino dalla Regione Toscana e dal Museo della deportazione e resistenza di Prato, proprio per illustrare i risultati della sua ricerca intitolata "Approcci di giovani berlinesi di origine arabo-palestinese e turca al tema del nazismo e dell'Olocausto".

"Solo chi sente riconosciuta la propria sofferenza è in grado di provare empatia verso la sofferenza altrui" - risponde Elke Gryglewski interrogata da Camilla Brunelli direttrice del museo pratese. "I nostri ospiti hanno una lingua, una cultura, una storia diversa da quella tedesca. Tale realtà deve essere 'riconosciuta' e non solo 'percepita' all'interno di una società multiculturale come la nostra. In questo modo sarà più semplice confrontarsi e discutere della cosiddetta 'Cultura della memoria tedesca'. Per la ricercatrice berlinese chi viene trattato democraticamente e senza pregiudizio potrà quindi avere un approccio più razionale e meno emotivo sui fatti oggetto della discussione.

"Durante la ricerca è emerso come le posizioni antisemite, le più radicali, possono essere così smussate fino ad azzerarsi rapidamente", ha continuato. "Cosa che non avviene, ad esempio, con gli estremisti di destra o con chi affronta il tema dell'Olocausto ideologicamente".

Per Gryglewski è quindi necessario lavorare su una "pedagogia del riconoscimento", su "processi formativi" che talvolta permettono ai giovani arabi di "identificarsi proprio con quegli ebrei eredi delle vittime della Shoah, di empatizzare con le loro vicende storiche e famigliari, capire meglio il presente".

Camilla Brunelli ha citato infine la sperimentazione che il Museo della deportazione e della resistenza sta compiendo con alcune scuole del pratese e del fiorentino. Da qualche mese è stato tradotto in cinese - grazie alla Giunta regionale - il catalogo del Museo, un volume illustrato ricco di storie, documenti, mappe, oggetti che raccontano la più grande tragedia del Novecento. "Il fatto che i bambini e i ragazzi cinesi vedano 'riconosciuta' la propria lingua come veicolo di una storia a loro lontana li entusiasma e permette loro di confrontarsi prima e meglio con i temi e i luoghi della memoria, paradossalmente sempre più difficili da far conoscere nell'epoca di internet a causa del sempre più dilagante 'hate speech' (incitamento al discorso d'odio) sui social."


"L'incontro restituisce al pubblico del Salone di Torino il lavoro pluriennale condotto sui temi della memoria della deportazione dalla Regione Toscana, con particolare attenzione alle giovani generazioni. Accanto all'iniziativa del Treno della memoria (https://goo.gl/tEXQWY) – che ha portato negli anni migliaia di studenti toscani e centinaia di insegnanti a visitare i campi di sterminio di Auschwitz e Birchenau – la Toscana è un luogo di sperimentazione e dibattito critico in relazione alle forme con cui la costruzione di una coscienza critica su questi temi possa essere alimentata nel mondo contemporaneo. E' in questo contesto che si colloca la traduzione in cinese del catalogo del Museo della Deportazione di Prato (partner consolidato con cui da anni lavoriamo su questi temi) che rappresenta la prima esperienza italiana che prova a mediare questi contenuti con le giovani generazioni multiculturali".

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