La riunificazione toscana (riprendiamoci la costa)

L'intervento del presidente Enrico Rossi pubblicato oggi sullo speciale Economia del Corriere Fiorentino
 
Abbiamo attraversato e vissuto anni duri in cui la crisi si è fatta sentire in modo pesante. Ma la Toscana ha mostrato di saper reagire e di rimanere in piedi. Il nostro export dal 2008 è aumentato del 23%- Il Pil è arretrato del 5,9% a fronte di un calo nazionale del 9. Anche la disoccupazione, pur passando dal 6,5% al 9%, è aumenta in misura nettamente inferiore che nel resto d'Italia. Una delle chiavi di questi anni è stata la nostra capacità di attrarre investimenti. Non è un caso che il Financial Times ci abbia premiato come «buona pratica» tra le regioni del Sud Europa. La Toscana è infatti riuscita a invertire la rotta: gli investimenti dall'estero sono cresciuti del 30% all'anno mentre nel resto della Paese arretravano di oltre il 70. Ora siamo in una fase di debole ripresa, come conferma l'ultimo report di Bankitalia, data principalmente da due fattori: l'aumento della domanda estera e il miglioramento sul fronte dei consumi interni.
 
Questo quadro può essere riassunto in una sola parola: resilienza (capacità di assorbire un urto, ndr). Questa qualità - di cui andiamo fieri - ci ha consentito di camminare lungo la strada impervia della crisi. E ora ci permette di tornare a correre. Alla maggiore tenuta della nostra economia hanno contribuito certamente macrofattori esterni, come il cambio favorevole euro-dollaro e il prezzo del petrolio; ma le dinamiche qualitative della nostra resilienza sono state plasmate dalla nostra manifattura e dal turismo, così come dalla cultura delle nostre città d'arte e del nostro paesaggio: un ecosistema del «ben e bello vivere» dalla personalità unica, desiderato e immaginato come idea regolativa soprattutto dalle nuove borghesie che si affacciano dal Sud e dall'Est del mondo. All'altezza della sfida sono state l'agricoltura e le Università.
 
Tutto questo è stato possibile anche grazie al nostro lavoro. Abbiamo mantenuto alti gli standard qualitativi e quantitativi dei servizi pubblici, siamo stati al fianco dei lavoratori, abbiamo sfruttato al massimo la programmazio ne dei fondi europei anticipando le risorse necessarie per attivare i bandi del prossimo settennato. Abbiamo respinto il destino di una Toscana svenduta agli interessi immobiliari e speculativi, seduta sulla rendita. Una conferma della bontà di questa scelta ad esempio è venuta dalla sentenza recentissima della Consulta che ha dichiarato inammissibili le questioni di legittimità costituzionale sollevate dal governo contro la nostra legge regionale sul governo del territorio.
 
Venendo al «da fare» con lo sguardo ai prossimi anni, il tema centrale resta quello del divario e degli squilibri, la sfida di una modernizzazione giusta e inclusiva. In questi anni infatti, in modo ancor più netto rispetto al passato, sono emerse due Toscane, una più forte e una più debole, una legata ai distretti l'altra alla presenza delle partecipazioni statali, oggi più che mai in crisi. La sfida sta nel riunirle. Nessuno deve essere lasciato indietro. E necessario puntare sulle imprese dinamiche, sulla capacità di attrarre ancora investimenti, su infrastrutture efficienti. 
 
Come abbiamo chiesto al governo è poi fondamentale un intervento sul costo dell'energia, ancora troppo alto. Attenzione estrema va posta sulle aziende dinamiche che in questi anni hanno mostrato impreviste capacità di crescita e di espansione del fatturato e dell'export. Non partiamo da zero. Con le lenti delle imprese dinamiche il divario tra le due Toscane è quanto mai visibile. Nelle aree costiere ci sono meno di 40o imprese dinamiche (cioè quelle che hanno aumentato fatturati ed occupazione anche nell'ultimo decennio) che rappresentano comunque il 50,6% del fatturato manifatturiero di questa area. Nel resto della Toscana le imprese dinamiche sono circa 3.300. È da qui che siamo ripartiti. Abbiamo agito come «Stato innovatore», rompendo la catena di un assistenzialismo improduttivo.
 
La ricomposizione delle due Toscane passa anche da un nuovo regionalismo, un regionalismo differenziato. Dalle colonne del Corriere Fiorentino ho lanciato l'idea di una macro-regione dell'Italia di Mezzo. Questa idea nasce dalla volontà di intensificare l'area a sviluppo maturo rappresentata dai distretti e rafforzare la geografia costiera, puntando su infrastrutture e corridoi orizzontali (Est-Ovest) in grado di esprimere appieno la vocazione transfrontaliera e mediterranea dell'Italia. Una macro-regione di Toscana, Umbria e Marche avrebbe ben altro peso in Europa. Essa dovrebbe assumere la dimensione europea come il centro entro cui collocarsi. Dopo il referendum confermativo della legge di riforma costituzionale si potrebbe avviare un percorso di politiche comuni e di fusioni dei servizi. Ma il dibattito e lo scambio di prospettive deve partire subito. In questo modo la ricerca di una Toscana più moderna sarà anche il terreno per ricostruire una politica industriale e un vero modello neo-keynesiano fondato su spesa sana e pubblica e sull'ammodernamento infrastrutturale. 

I commenti sono chiusi