L’accoglienza dei rifugiati in quattro parole: cuore, fantasia, testa e metodo

FIRENZE - Tanta fantasia, con un obiettivo sopra tutti: facilitare le relazioni tra chi è arrivato, scappato dalla guerra o dalle persecuzioni e alla ricerca di un futuro migliore, e i toscani che abitano i paesi e le città che li hanno accolti. Anzi, con due obiettivi: perché c'è anche quello di rendere i profughi, la maggior parte giovani o giovanissimi, progressivamente autonomi.

C'è dunque il teatro, per raccontarsi e conoscere, o il coinvolgimento nelle feste di paese. C'è chi aiuta a pulire gli argini dei fiumi che attraversano le città: non da soli, ma insieme ad altri volontari italiani. C'è chi accompagna i bambini del paese a scuola e dalla scuola a casa, a piedi in fila indiana, chi si prende cura di un giardino pubblico scartando e ridipingendo i giochi per più piccoli e le panchine per gli anziani e chi ridona nuova vita a rottami di bicicletta abbandonati, poi messi all'asta.

E poi i corsi di italiano, certo, ma anche di agricoltura e floricoltura, l'abc sulle regole del lavoro in Italia, due dritte ed altrettanti anticorpi contro il caporalato, il lavoro nero e cosa si rischia, anche colloqui, simulati prima e poi veri, con agenzie interinali e aziende. Progetti non strettamene richiesti dai protocolli, ma utili.

Cuore e fantasia, appunto. "Perché per gestire un'emergenza che diventa ordinarietà il primo obiettivo – sottolinea l'assessore all'immigrazione della Toscana, Vittorio Bugli – non può che essere la coesione sociale. E se i profughi smettono di essere profughi  e diventano persone, come facciamo in Toscana con l'accoglienza diffusa e tanti progetti,  tutto cambia e le paure si stemperano".

Cuore e fantasia hanno già dimostrato di esserci in questi due anni e mezzo. L'esperienza all'ostello della gioventù di villa Camerata a Firenze ha smosso addirittura una delegazione ufficiale di parlamentari tedeschi, giunti dalla Germania qualche mese fa per studiarlo da vicino. Ma serve anche testa e metodo: la condivisione di buone pratiche e di scogli in cui ci si è imbattuti e magari superato.

Sfiorano le 13 mila presenze oggi i richiedenti asilo in Toscana, ripartiti in oltre ottocento strutture e dunque con numeri piccoli nei singoli territori. Nei Cas, i centri di accoglienza straordinaria, trovavano posto ad aprile in 11.773; gli altri sono negli Sprar, le strutture di seconda accoglienza. Non più di cinquanta, su 276, sono i comuni senza ospiti.

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Così nei mesi scorsi si è fatta strada l'idea di un percorso di partecipazione e confronto, Regione e Anci, l'associazione dei Comuni, insieme. Degli oltre duecento progetti mappati sono state raccolte centoventi schede. Sono state analizzate in base alla capacità di far acquisire competenze a chi ne fruisce, agire in sinergia e favorire le relazioni con la comunità locale. Sono tre indicatori considerati fondamentali. Ed oggi a Palazzo Strozzi Sacrati, partendo da quei progetti ma senza raccontarli nello specifico - divisi in dieci tavoli a cui siedono centocinquanta persone di mondi diversi: istituzioni, associazioni, università anche ma non solo - si discute per trovare linee comuni sul sistema di accoglienza che si intende adottare in Toscana.

 

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