Mediterraneo Downtown, per i diritti Lgbt la strada è ancora lunga

PRATO - «Dobbiamo imparare ad usare la parola "lesbica" senza vergogna, soprattutto con felicità».  Lepa Mladenovic, attivista serba, che omosessuale si è scoperta a trentatré anni, parla nella tre giorni pratese di Mediterraneo Downtown dei diritti che le donne ancora non hanno: non solo in Africa. O meglio: li hanno legalmente, ma nella società ancora sopravvive il pregiudizio. 

"Durante la guerra del Balcani, durata dieci anni, c'era una gerarchia dell'etica  - racconta -: le donne vittime di violenze sessuali si trovavano al punto più alto ma lesbiche a quello più basso". Da lì ha deciso di raccontare quelle storie e poi fondare il gruppo "Women in Black".
Se felicità è la parola di Lepa, 'legalita' diventa quella per cui combattere in Tunisia. "Lì (nonostante la primavera araba del 2011 e l'esplosione di tanti movimenti ndr) essere omosessuale è tuttora un reato, punibile con tre anni di reclusione secondo una legge che risale al 1913, eredità del colonialismo francese" racconta Silvia Quattrini, italiana, rappresentante dell'associazione Chouf che si batte per i diritti della donne, che è nata in Francia nel 2013 ed arriva in Tunisia l'anno scorso, nel 2016. "Il movimento LGBTI tunisino – continua Silvia – mira per questo da una parte ad una modifica della legge e dall'altra,all'abolizione della pratica del test anale, condotto dalle autorità per provare l'omosessualità, benché privo di alcun fondamento medico o scientifico: un vero atto di tortura." Ma il 64 per cento,  annota, sia pur secondo  una ricerca le cui fonti non sono certe, accetterebbe la criminalizzazione dell'omosessualità. E così, facendosi scudo di questo studio e di una presunta 'volontà popolare', il governo tunisino ha deciso per ora di non cambiare alcuna legge.

Non va meglio in Turchia. "I movimenti LGBTI si trovano in una posizione difficile – spiega la giornalista Fazila Mat -, anche se negli ultimi quindici anni hanno fatto sentire la propria voce con determinazione. Al primo gay pride di Istanbul, nel 2003, si contavano meno di 50 persone, ora sono in 50.000 a voler marciare per i propri diritti".  Ma la società turca rimane fondamentalmente patriarcale e maschilista; e se l'omosessualità tra le donne viene letta come un'amicizia molto stretta, decisamente più forte è la reazione verso gli uomini che, se gay, fino a poco tempo fa neppure venivano ammessi al sevizio militare. 

Il Mediterraneo vanta comunque anche un primato positivo. Tra  tutti i paesi dell'Unione europea la piccola Malta, lo sottolinea il deputato a Bruxelles Daniele Viotti, è quello con la legislazione più avanzata. Peccato che Slovenia e Slovacchia, dopo i recenti referendum su nozze e adozioni gay e il passo indietro fatto, figurino invece tra le pecore nere.
 

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