Operatori sociali in sciopero per 100% salute, salario e qualità servizi

Operatori sociali in sciopero per 100% salute, salario e qualità servizi

Sciopero nazionale e presto davanti alla prefettura di Firenze dei lavoratori che si prendono cura delle persone con disabilità nelle scuole, nei centri diurni e residenziali, nei servizi di assistenza domiciliare e nel settore dell’accoglienza e delle povertà.

La mobilitazione è stata indetta oggi a livello nazionale dalla Rete Intersindacale Nazionale degli operatori sociali per chiedere la reinternalizzazione dei servizi pubblici in appalto

Jacopo dell’Assemblea autoconvocata dei lavoratori e lavoratrici del sociale di Firenze Firenze intervistato da Chiara Brilli

 

Lettera aperta alle Istituzioni, agli Enti locali, alle Cooperative, ai colleghi e alle colleghe, ai genitori degli utenti dei servizi.

Con questa lettera aperta sollecitiamo delle risposte ai dubbi che accompagnano quotidianamente le nostre giornate di lavoro. Il servizio scolastico e il servizio domiciliare sono iniziati da più di un mese, ma sono molti i dubbi e nessuna certezza è arrivata dai responsabili del servizio e dall’ente appaltante. Stiamo lavorando nel silenzio più
assordante. Ad oggi non abbiamo nessun protocollo  né indicazioni precise su come comportarci in caso di covid-19. In particolare ci chiediamo: cosa sarà del nostro orario di lavoro e salario in caso di isolamento per la positività di alcuni dei bambini che seguiamo o che sono nelle classi dove sono collocati i nostri utenti? Che succede in caso di quarantena fiduciaria? È prevista la malattia per le educatrici e gli educatori? Chi deve garantire la nostra sicurezza? Per il servizio domiciliare che succede se un lavoratore non può andare in famiglia causa covid-19? Dato che l’applicazione di procedure molto stringenti è
palesemente inapplicabile in diversi contesti, allora quale responsabilità può essere attribuita all’educatore in tali casi se si verifica un contagio? Come sta cambiando il ruolo dell’educatore nei vari servizi a causa dell’emergenza legata al Covid-19? La distribuzione dei Dispositivi di Protezione Individuali (DPI) è avvenuta, ma con ritardo e carenze. Assistiamo e prediamo parte a situazioni pericolose e prive di logica (per esempio il post scuola fatto nell’aula covid di una scuola elementare).
Queste domande sollecitano considerazioni sul fatto che il disagio vissuto quotidianamente non viene solo dalla mancanza dei protocolli, ma anche e sopratutto dalla pretesa – riscontrata in buona parte del mondo del lavoro – di riattivare interi comparti della produttività seguendo ancora una volta logiche di puro profitto. Logiche che negli anni hanno depotenziato progressivamente tutto il comparto dei servizi alla persona e alla collettività (nonché l’assistenza sanitaria pubblica), sottraendo fondi per favorire esternalizzazioni e appalti al massimo ribasso e quindi ponendo la nostra attività lavorativa dequalificata in un limbo nel quale contenere il disagio sociale (perché il miglioramento della qualità della vita degli assistiti non è più nemmeno preso in considerazione), senza avere gli strumenti, le strutture e nemmeno il riconoscimento professionale adeguato.
Per questo notiamo come, invece di pensare a una profonda ristrutturazione sostenibile di interi settori lavorativi, si voglia a tutti i costi mantenere in piedi una macchina difettosa e dannosa per la salute collettiva. Infatti, non si può pretendere senso di responsabilità individuale, laddove ciò che più conta è sempre e comunque un lavoro che deve essere svolto perché fonte di ricchezza (anzi, ad oggi, puro mezzo per evitare un disastroso impoverimento). Non a caso, dell’argomento dell’impoverimento e del rischio della perdita di posti di lavoro si serve chi sembra non capire che ad evitare l’impoverimento generale è proprio il lavoro delle persone a cui viene rinfacciato il pericolo di perderlo qualora si rifiutassero di lavorare. Pertanto, i lavoratori e le lavoratrici del sociale prendono atto della
insanabile difficoltà a svolgere la loro attività secondo standard di “normalità” che oggettivamente non sussistono più nella attuale situazione sanitaria e chiedono che si pensi alla salute e alla vita di tutti e di ciascuno prima di anteporre a queste astratte ragioni economiche e di sistema. Inoltre, si trovano nella condizione di ripensare profondamente alla natura del loro lavoro, avvertendo la necessità di affermare modalità nuove che non riguardano esclusivamente il mantenimento del posto di lavoro, ma anche il significato dei ruoli, delle mansioni e delle attività svolte in un settore lavorativo fondamentale e particolare quale quello dei servizi alla persona e alla collettività. Per tutte queste ragioni, noi lavoratori e lavoratrici del sociale ci sentiamo vicini e solidali con tutti i lavoratori di altre realtà, come le lavoratrici delle pulizie, i lavoratori delle biblioteche, i servizi di portineria, i lavoratori di tutti i servizi in appalto del comune di Firenze che ad oggi sono sempre più precari e quindi più ricattabili.

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