Richiedenti asilo, novemila in Toscana con il modello di accoglienza diffusa

FIRENZE - "Il modello di accoglienza diffusa in Toscana ha funzionato e va mantenuto". L'assessore all'immigrazione della Regione, Vittorio Bugli, l'ha ripetuto in più occasioni nelle ultime settimane. Accoglienza diffusa vuol dire no a tendopoli o a centri con centinaia e centinaia di ospiti, come quel campo che il governo italiano nel 2011 avrebbe voluto realizzare a Coltano in provincia di Pisa, e sì invece a sistemazioni con piccoli numeri, tali da offrire un'accoglienza più dignitosa a chi arriva ed è fuggito dai propri paesi in cerca di protezione e di una seconda possibilità, capace anche di ridurre problemi di convivenza e garantire una più facile integrazione.

I numeri spiegano più delle parole. Accoglienza diffusa vuol dire aver aperto le porte a 8.733 richiedenti asilo – che è il conto delle prefetture aggiornato alle ultime settimane – ma averli distribuiti in tutte e dieci le province e in 638 strutture diverse, a piccoli gruppi: otto o quindici per volta, alcune decine in certi casi, raramente oltre. Con gli ospiti degli Sprar, strutture di secondo livello, si superano i novemilacinquecento. "Una Toscana con otto strutture da mille persone l'una o o anche con sedici da cinquecento ospiti sarebbe stata una Toscana molto diversa" chiarisce l'assessore.

Chi arriva attraversa il mare fugge da guerre e persecuzioni. Fugge dalle guerre civili. Erano undici i conflitti interni aperti nel mondo nel 2014 -  meno dei ventisei del 1992, ma più dei quattro del 2007 - e nove di queste guerre civili, laiche o religiose, pseudo tribali o imperialiste, riversano la maggior parte dei profughi verso l'Europa.


La situazione finora ha retto, ma con gli sbarchi che sono tornati a farsi fitti è necessario pensare a nuove soluzioni: l'accoglienza in famiglia appunto, ma non solo. Così a maggio Regione e Comuni toscani riuniti in Anci hanno proposto al Governo di firmare un protocollo che possa aiutare a facilitare accoglienza e integrazione, ma fissi anche punti precisi: otto punti, ovvero il modello di accoglienza diffusa sperimentata la prima volta nel 2011 e 2012, quando ci fu l'ondata di migranti dopo le prime primavere arabe (1800 da Tunisia e Libia, storie raccontate da Toscana Notizie in un ebook e in uno speciale), e riproposta anche nel 2014, una ripartizione delle presenze in tutti i comuni – nessuno escluso e proporzionalmente agli abitanti – con incentivi e disincentivi, più posti e nuovi bandi per gli Sprar (strutture d'accoglienza di secondo livello che facilitano l'integrazione), l'accoglienza in famiglia ora autorizzata, l'uso di immobili inutilizzati anche dello Stato, oltre a quelli di Comuni e Regione (ma sempre con piccoli numeri) e progetti sperimentali come l'inserimento di chi chiede rifugio e che da più tempo è in Toscana in strutture pubbliche legate alla forestazione e l'agricoltura magari, per ripopolare anche borghi disabitati e "passare progressivamente – conclude l'assessore – dall'emergenza a forme di autogestione e formazione, con nel mezzo l'esperienza di un'attività di volontariato". L'ultimo punto riguarda gli incentivi per rimpatri volontari, necessari anch'essi nei casi in cui la domanda di protezione non venga accolta, oltre a tempi più rapidi nell'esaminare le richieste visto che mediamente, tra l'inoltro, la prima risposta che in otto casi su dieci è negativa, l'appello e il suo esito finale passano oggi anche due anni. Troppi.

"Sull'accoglienza di profughi e richiedenti asilo la Regione si è impegnata decisamente oltre le proprie competenze – conclude l'assessore -, mettendosi a disposizione di prefetture, incontrando comuni e operatori. Lo abbiamo fatto per realizzare un tipo di accoglienza che fosse la migliore possibile, sia per chi viene accolto sia per chi accoglie". Un modello che con cuore e fantasia ha visto fiorire anche tanti progetti con gli ospiti dei centri di accoglienza coinvolti, da volontari, nella cura di giardini ed arredi urbani, impegnati nell'accompagnare i bimbi a scuola assieme ai volontari di associazioni paesane, nel pulire gli argini delle città o occuparsi di oasi naturalistiche.

 

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