Rossi: “La grande diseguaglianza si combatte con la politica UE”

Enrico Rossi è relatore di un parere dei Comitato delle Regioni Europee sull'inserimento dei disoccupati di lungo periodo nel lavoro. Ecco la sua analisi sullo speciale Album Firenze pubblicato oggi da Repubblica
 
La festa della Toscana rivive nella capacità del nostro civile continente di affrontare le grandi sfide del proprio tempo. Potrei elencarne molte. Il mondo si presenta oggi come una tavolozza impazzita. Scelgo la lotta alla povertà. Il suo spettro triste e cupo s'aggira per l'Europa. Frutto avvelenato d'otto anni di crisi economica curata male. Anzitutto la povertà bisogna riconoscerla da vicino e da lontano. La sua anticamera è la disoccupazione, in particolare quella di lungo periodo. In questo limbo lo spettro della povertà adesca e seduce le sue reclute sotto la sorveglianza dell'austerità, che complotta con esso. A causa sua, sul corpo lacero del popolo dei senza lavoro, è calata anche la scure che ha tagliato investimenti, innovazione e credito alle imprese. Una catena di flagelli che ha tradotto l'impoverimento da fenomeno congiunturale a grado solido d'esistenza. Sono 25 milioni disoccupati europei, 12 quelli di lunga durata. Un primo passo è quello di occuparsi di questi ultimi che abitano l'anticamera.
 
1 recente rapporto Eurostat 2015 evidenzia come prima della crisi (2008) i disoccupati fossero 16,8 milioni (7%), mentre nel 2014 sono diventati 24,6 milioni (10,1 %). Ma ancor più significativa è la loro distribuzione..Fra le regioni europee che si collocano oltre il 20% ci sono tutte quelle greche, quasi tutte quelle spagnole, quattro regioni meridionali italiane, regioni croate, bulgare, francesi, irlandesi. Quasi tutte queste regioni hanno visto crescere il tasso di disoccupazione fra il 2008 e il 2014 di oltre il 5%. La nuova regione nata da questo profondo mutamento è quella diffusa e trasversale della disuguaglianza. La disoccupazione di lunga durata è insieme a quella giovanile un grande problema. Le statistiche ci dicono che la possibilità di reintegrare chi ha perso il lavoro diminuisce drasticamente con il prolungarsi dei periodo di disoccupazione (dal 44,3% entro il primo mese al 20,7% fra il 18° e il 23° mese di disoccupazione). Questa inattività crea marginalità, frustrazione, disperazione.
 
Combattere la povertà con politiche d'investimento per creare nuova domanda di lavoro è una priorità per l'Europa. Nelle scorse settimane sono stato a Bruxelles, relatore di un parere del Comitato delle Regioni Europee dedicato alla materia dell'inserimento dei disoccupati di lungo periodo nel mercato del lavoro. In questa sede come toscano e come europeo mi sento impegnato a far comprendere alle istituzioni comunitarie e al campo socialista, di cui sono fiero di far parte, che la piaga della disoccupazione non può essere affrontata efficacemente delegandola interamente agli Stati membri. Essa deve essere assunta direttamente dall'Europa. Se il suo volto non vuole essere solo quello della difesa della moneta unica e della rigida applicazione delle politiche di austerità essa deve fare questo salto. Se, come pretende il Consiglio Europeo, si lasciasse soltanto ai singoli Stati membri, attraverso i loro Servizi per l'Impiego, il compito di fronteggiare il problema, allora i paesi maggiormente colpiti dalla crisi dovrebbero farsi carico del peso maggiore del problema. La regione della disuguaglianza finirebbe così per allargarsi e conquistare nuovi territori. Mettendo in crisi l'edificio comunitario. 
 
Urge che l'Europa mostri la sua radice, cacci lo spettro della povertà. Un tema che intreccia la lotta alla povertà, ma che si può solo accennare in finale e che nasce dalla più atroce attualità, riguarda poi le crisi del Medio Oriente e il cuore del Mediterraneo. Come ho già detto altrove il mostro dell'Isis deve essere decapitato prima che esso ci decapiti. Non mi annovero tra quelli che instaurano un nesso semplice tra radicalismo jiahdista ed esclusione sociale. Gli autori e gli ideatori degli attentati sono spesso élites ricche e colte. Una vera e propria aristocrazia del nichilismo che sta spargendo il suo veleno in Europa dopo aver costruito una nuova statualità criminale tra Iraq e Siria. In che modo c'entra la lotta alla povertà? In quel posto del mondo bisogna ricostruire una statualità legittima e legale e questo si potrà fare, dopo un tempestivo intervento militare, con un grande piano Marshall per il Medio oriente, che spetta anzitutto all'Europa. 
 
E in che modo il contrasto alla povertà interna intreccia questa dinamica del terrore? Prima di tutto per la prossimità che ha reso i nostri paesi naturale approdo di chi fugge dalle guerre legate a quel crollo di statualità. Si tratta di nuovi milioni di potenziali poveri. In secondo luogo perché una rappresentazione superficiale del conflitto e della spirale che ci avvolge potrebbe dar fiato all'islamofobia, che come ha detto Gilles Kepel è l'ingrediente di cui anzitutto va in cerca questa nuova avanguardia del terrore per costruire un folle consenso attorno a sé. La lotta alla povertà è una grande sfida per rilanciare una nuova Europa dei "lumi", che fondale sue radici nella Rivoluzione Francese e nell'abolizione della pena di morte da parte di Pietro Leopoldo nel 1786 fondale sue radici.

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