State of the Union, Barni: “Contro euroscettici e populismi un’Europa più coraggiosa”

FIRENZE - Non ci può essere Europa con politiche al ribasso, una riduzione delle politiche di coesione o un minor peso affidato allo sviluppo regionale e per l'occupazione, ovvero i fondi Fesr e Fse. Soprattutto non può essere l'Europa che conosciamo. Lo sottolinea più volte, nel suo intervento, la vice presidente ed assessore alla cultura della Toscana Monica Barni, che ha aperto stamani a Palazzo Vecchio il secondo dei tre giorni di "State of the Union", l''evento organizzato da sette anni dall'Istituto universitario europeo ed inserito all'interno della quarta edizione del Festival d'Europa.

Firenze pronta per il Festival d'Europa 

Per tre giorni Firenze e la Toscana sono e saranno al centro del dibattito europeo, con la presenza delle più alte cariche dello Stato e dei vertici istituzionali di Bruxelles. Si ragiona di cosa vuol dire e in cosa si sostanzia l'essere cittadini europei e di come l'Unione può rilanciarsi e contenere la diffusione di populismi e nazionalismi. Ieri il presidente del Senato Pietro Grasso ha invocato un ruolo maggiore dei parlamenti nazionali, così da arrivare ad un'Europa maggiormente democratica, unificando le figure del presidente del Consiglio Ue e del presidente della Commissione, e una maggiore partecipazione dei cittadini nei processi decisionali.

"Viviamo un momento in cui siamo chiamati a dare risposte concrete a chi innalza i muri e a chi mette in discussione sessanta anni di pace e civile convivenza del nostro continente – ha sottolineato stamani la vice presidente Barni - L'Unione Europea è un progetto che deve continuare a crescere, non mettendo mai in discussione la difesa dei diritti civili su cui è stata fondata, il suo modello sociale, o la semplice cooperazione democratica tra paesi che ha contraddistinto questi ultimi decenni". "Se questo non avverrà – dice -, se saremo troppo prudenti, spaventati, chiusi in noi stessi, il nostro destino resterà sopraffatto dagli egoismi, dalle crisi politiche dei singoli Stati, dai tentennamenti nel governare le migrazioni di massa e dal non saper contrastare la minaccia del terrorismo".

Troppo poco lo 0,9 per cento del Pil nel bilancio comunitario

Per Barni l'Europa non deve essere più percepita come una unione delle elites, ma come una conquista democratica. Certo, dopo sessanti anni, ha bisogno di essere rinnovata, anche nel suo funzionamento, visto che era stata concepita solo per sei paesi e che oggi si trova ad averne ventotto, con uno, il Regno Unito, che ha deciso di uscire. "Rinnovarsi, però, non significa stravolgere le politiche fondamentali o rovesciare i principi in cui crediamo. Come possiamo – si chiede la vice presidente - rilanciare un progetto europeo con un bilancio così al ribasso? Ai tempi di Jacques Delors, la Commissione europea individuò una soglia minima da versare nel bilancio comunitario pari all'1,2 per cento del Pil di ogni Paese membro. Oggi, a distanza di un quarto di secolo, con il doppio dei paesi, con una moneta comune, con la libera circolazione, dei cittadini e soprattutto delle merci, con l'importante sfida migratoria a cui siamo confrontati e con la minaccia del terrorismo, siamo scesi allo 0,9 per cento". "E' troppo poco – dice - e immaginare una ulteriore riduzione sarebbe una scelta sbagliata che darebbe ragione a chi predica i facili slogan, dei "diamo all'Europa, più di quanto prendiamo", senza contare i vantaggi enormi di cui siamo quotidianamente beneficiari, grazie dell'appartenenza al più grande mercato unico del mondo, pari a 500 milioni di consumatori, e al più ambizioso progetto politico, economico e sociale di tutta la storia democratica".

Sette anni di politica di coesione in cifre

Parlano i numeri e lo certifica l'ultimo Consiglio Affari Generali del 25 aprile scorso. Politica di coesione ha voluto dire, nel settennato 2007-2013, più di 120mila start-up e 400mila piccole e medie imprese sostenute, significa quasi 100mila progetti di ricerca incoraggiati e più di 40mila posti di lavoro a tempo indeterminato generati. Grazie alla politica di coesione si sono costruite 4.900 chilometri di strade e autostrade e 2.400 di ferrovie, oltre a creare per 6 milioni di persone una rete idrica più sana. "Questi successi non possono passare in secondo piano, anzi vanno ricordati ai nostri cittadini e anche ad alcuni Governi europei che vorrebbero una politica di coesione al ribasso e un bilancio comunitario sempre meno ambizioso" dice Barni.

Non ridimensionare le politiche regionali

Lo stesso vale Fesr e Fse. "Ho apprezzato molto il lavoro del presidente della commissione europea Jean-Claude Junker nel presentare il Libro Bianco sul futuro dell'Europa - conclude la vice presidente toscana - e trovo importante avere avviato un dibattito pubblico a tutti i livelli e che coinvolga anche i cittadini. Dei cinque scenari ce n'è qualcuno però che mi convince di meno. Mi rincresce ad esempio leggere che sviluppo regionale (ossia il Fesr) e la politica occupazionale (ossia l'Fse) siano giudicati come settori di limitata importanza. La Commissione e il Parlamento europeo, non possono permettere questo ridimensionamento. Penso soprattutto ai piccoli imprenditori, agli agricoltori, ai giovani e a tutte le categorie a cui l'Europa è tenuta a rivolgersi. Con delle politiche al ribasso, alimenteremo solo i populismi, e daremo ancora più strumenti in mano ai partiti euroscettici, I risultati della politica regionale in tutti nostri territori sono sotto gli occhi di tutti e difficili da demolire".

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