Manifesta a Palermo, 3° puntata

Manifesta a Palermo, 3° puntata

Come abbiamo già visto qui e qui, Manifesta 12 coinvolge tante persone e tante parti di Palermo, dalle sue varie comunità di base a una serie molto nutrita di luoghi della città. E questo è uno degli aspetti più affascinanti della Biennale nomade di arte contemporanea: grazie a Manifesta infatti moltissimi luoghi altrimenti chiusi e/o impenetrabili della città si aprono al pubblico, rivelando tesori inaspettati.

Alcuni dei palazzi occupati da Manifesta 12 sono a dire poco strabilianti: perla tra le perle è il palazzo Forcella De Seta, che ha sorprendenti interni meravigliosissimi e che è normalmente off limits.

Qui Manifesta 12 ha portato 7 artisti belli tosti, che non fanno sconti a nessuno quando parlano del corpo post-coloniale, come fa con i suoi video Kader Attia; di donne irachene fuggite dall ‘Isis, intervistate da Erkan Ozgen; dei vari sistemi di controllo delle frontiere, come fanno i video interessantissimi di Forensic Oceanography; della questione dei MUOS, esplorata nel bel lavoro di Laura Poitras Signal Flow.

E al centro del palazzo si staglia una enorme, fantastica montagna di sale, opera di Patricia Kaesenhout. Sale che l’artista, basandosi su un’antica leggenda tramandata dagli schiavi portati via dall’Africa, invita i visitatori a prendere e a sciogliere poi con un rito magico che dissolva il dolore.

Anche gli altri palazzi aperti per questa biennale non scherzano. E pur se fatiscenti, Palazzo Ajutamicristo e Palazzo Costantino, emblemi di un degrado e di un abbandono che sono l’ovvio controcanto dell’opulenza e del fasto sconfinato della nobiltà locale, conservano tracce di una grandeur struggente, che dialoga in maniera molto interessante con l’arte socialmente impegnata di Manifesta12.

A Palazzo Ajutamicristo soprattutto i lavori affrontano temi cruciali, come quello dei vari network transnazionali, che sono oggi le vere strutture di potere e che pur rimanendo spesso non visibili plasmano il mondo contemporaneo. Tante sono le opere interessanti: da quella No Muos di Tania Bruguera, Article 11,

 

a quella di Filippo Minelli, che espone parte del suo progetto tuttora in divenire Across the Border, per il quale ha chiesto urbi et orbi online di produrre bandiere,

fino ai barili vuoti di petrolio Naftal, più cellulari e radioline, di The Third Choir, dell’artista algerina Lydia Ourahmane.

Ma non tutto è degrado. Ci sono palazzi, come Palazzo Mazzarino, Palazzo Branciforte e soprattutto Palazzo Butera, che raccontano un’altra storia. Palazzo Butera sorge in quella che deve essere la posizione più bella di tutta Palermo, di fronte al mare, e ha deliziose terrazze e saloni dai quali si gode un panorama stupendo. Il bellissimo palazzo, che cadeva a pezzi, è stato recentemente acquistato e restaurato (un lavoro immane) da Massimo e Francesca Valsecchi, grandi collezionisti di stanza a New York, Londra e Milano, che hanno scelto di mettere radici a Palermo e di crearvi un centro per l’arte contemporanea che ospiti anche la loro collezione.

Per Manifesta 12 a Palazzo Butera sono esposte le opere di 6 artisti che lavorano intorno al concetto chiave della biennale: quello della contaminazione e della coesistenza di flora, fauna, e umani. Tra questi, Theatre of the Sun è una coloratissima istallazione di Fallen Fruit dedicata a tutti gli alberi da frutta di Palermo; e ai limoni caduti su mattonelle di argilla cruda è dedicato Giardino, di Renato Leotta, un’altra istallazione ambientale.

Esposti nelle sale di questo luogo veramente favoloso i lavori dialogano magnificamente con la natura, che esplode in tutta la sua generosità e magnificenza così squisitamente palermitane appena fuori dalle finestre.

 

Margherita Abbozzo (3, continua)

Tutte le foto sono mie, a parte la prima, courtesy OMA for Manifesta 12; e la seconda, una veduta di porta dei Greci che è presa online e non ha crediti.

L'articolo Manifesta a Palermo, 3° puntata proviene da www.controradio.it.

Arte e politica: Manifesta 12 a Palermo

Arte e politica: Manifesta 12 a Palermo

 

Come si diceva nel precedente articolo la biennale d’arte nomade Manifesta, appena aperta a Palermo, ha scelto di misurarsi con le questioni più attuali e problematiche della nostra società: la mobilità internazionale, i flussi migratori, il rapporto con il progredire delle tecnologie e con il pianeta Terra. Il tutto senza tralasciare di coinvolgere il luogo che la ospita, cioè la città di Palermo, luogo di incomparabile bellezza e di altrettanto incomparabile degrado.

 

Manifesta 12 ha quindi un chiaro taglio politico e critico. Non mette in mostra arte decorativa o seducente ma cerca il confronto diretto con opere impegnate, che vogliono far riflettere. E che vogliono contribuire a cambiare in meglio la situazione. Come sostiene Hedwig Fijen, la fondatrice e direttrice di Manifesta, che non le manda a dire:

Manifesta 12 a Palermo è una grande sfida per ripensare a come gli interventi culturali possano avere un forte ruolo nell’aiutare a ridefinire uno dei più iconici crocevia del Mediterraneo della nostra storia, all’interno di un lungo processo di trasformazione. Manifesta 12 vuole affrontare diversi interrogativi tra cui la partecipazione dei cittadini alla governance della Città, e come riconoscersi cittadini e riappropriarsi della Città. Le questioni migratorie della città sono emblematiche di una più ampia situazione di crisi che l’intera Europa si trova ora a fronteggiare.” 

Dunque è importante capire che questa è arte che vuole cambiare il mondo, visto che la politica risulta non pervenuta.

E come si fa? Lavorando in modo interdisciplinare accanto alle comunità locali in modo da ripensare e cambiare le infrastrutture architettoniche, urbane, economiche, sociali e culturali della città. E tenendo ben chiaro il concetto chiave che ogni intervento culturale ha un ruolo importantissimo nel permettere ai cittadini di riconoscere le proprie responsabilità e i propri diritti.

E’ bene ripetere: qui si parla di arte che serve a riconoscere le proprie responsabilità e i propri diritti.  Manifesta 12 la vuole fare supportando le comunità locali attraverso diversi interventi culturali; proponendo di ripensare la città nelle sue strutture socio-economiche e culturali; creando il cambiamento sociale.

Tutto questo si fa non tanto paracadutando qualche bella mostra su una città, facendo qualche festa e poi sparendo in un turbine di mondanità. Quanto, al contrario, impegnandosi sul territorio in maniera duratura e articolata, e col dar vita a molti eventi educativi e preparatori tutti destinati, e in collaborazione con, le varie comunità locali. Adesso che Manifesta 12 è aperta la miriade di progetti artistici, interventi, incontri, performances e mostre continua. E il bello è che continuerà anche nei prossimi mesi.

Il programma è così ricco e strabordante che è impossibile rendere conto di tutto, e per questo rimando al sito di Manifesta. Nei prossimi articoli vi porterò a fare un giro per le varie mostre in cui si articolano le sezioni di questa interessantissima Manifesta 12.

Margherita Abbozzo (2, continua).

Tutte le immagini courtesy OMA for Manifesta 12.

L'articolo Arte e politica: Manifesta 12 a Palermo proviene da www.controradio.it.

Manifesta 12 ovvero Il Giardino Planetario. Coltivare la Coesistenza.

Manifesta 12 ovvero Il Giardino Planetario. Coltivare la Coesistenza.

E’ arrivata Manifesta 12, la biennale nomade di arte e cultura contemporanea, che quest’anno ha scelto Palermo per la sua nuova reincarnazione. Palermo è anche capitale italiana della cultura per il 2018, e questo cortocircuito ha scatenato tantissime energie in tutta la città. Ma andiamo con ordine.

Manifesta è stata fondata dalla storica dell’arte olandese Hedwig Fijen nel 1993 come piattaforma interdisciplinare che utilizza la cultura per esplorare i temi e i cambiamenti sociali in Europa. E si tratta di una biennale “nomade” perché avviene ogni due anni in una città diversa. Partita da Rotterdam con la prima edizione del 1996, è passata poi dal Lussemburgo alla Slovenia, la Germania, la Spagna, Cipro, l’Italia (in Trentino, nel 2008), poi dalla Spagna ancora una volta, Belgio, Russia, Svizzera… e adesso si materializza a Palermo con Manifesta 12.

A Palermo Manifesta12 ha inaugurato il 16 giugno e rimane aperta fino al 4 novembre. Occupa 20 sedi diverse della città e presenta lavori di circa 50 artisti e collettivi. Si tratta di un “sistema diffuso” di mostre, tra installazioni, video, performance, interventi urbani e progetti letterari, che sono stati raggruppati sotto il titolo-ombrello di Il Giardino Planetario. Coltivare la Coesistenza.

Questa edizione di Manifesta, la dodicesima appunto, è un progetto curato da Bregtje van der Haak, giornalista e film maker olandese, Andrés Jaque, architetto e ricercatore spagnolo, Ippolito Pestellini Laparelli, architetto nato in Sicilia e partner del celeberrimo studio di architettura OMA di Rotterdam, e da Mirjam Varadinis, curatrice svizzera di arti visive. Un “cast” di tutto rispetto e soprattutto di respiro pan-europeo.

L’idea alla radice (appunto) di Il Giardino Planetario. Coltivare la Coesistenza è stata ispirata da un quadro del 1875, la Veduta di Palermo del paesaggista siciliano Francesco Lojacono, esposto alla Galleria d’ Arte Moderna di Palermo.

Come mai? Il fatto è che in questo bel quadro che sembra una semplice veduta romantica nessuno degli elementi naturali raffigurati è in realtà indigeno dell’isola… Gli alberi d’ulivo provengono dall’Asia, il pioppo tremulo arriva dal Medio Oriente, l’eucalipto dall’Australia, il fico d’India dal Messico, il nespolo dal Giappone. Persino gli alberi di agrumi, considerati così tipici della Sicilia, sono stati introdotti dalla dominazione araba.

E guarda caso a Palermo si trova uno straordinario giardino botanico, che fu fondato nel 1779 come laboratorio in cui coltivare, studiare, sperimentare e mescolare le diverse specie. Proprio questo luogo è adesso diventato metafora e principale ispirazione di Manifesta 12, che prendendo spunto dalle teorie del filosofo contemporaneo Gilles Clément ha scelto di sviluppare l’idea di “giardino” come metafora di una ricerca di aggregazione delle differenze, con lo scopo di generare vita da tutti i movimenti e flussi migratori.

Bellissimo, vero? Proprio una metafora straordinaria e molto calzante della nostra società,  e soprattutto della società siciliana e palermitana in particolar modo, da sempre centro e crogiolo di sincretismo culturale.

Ecco gli elementi guida di Manifesta12. Alla luce di queste note non sarà una sorpresa scoprire che la biennale nomade ha scelto di confrontarsi con i problemi più attuali della nostra società: il che vuol dire soprattutto mobilità internazionale e flussi migratori.

Margherita Abbozzo (continua, 1)

Tutte le foto sono prese online. I credits per quest’ultima sono: Ballarò, Palermo © Manifesta 12 Photo by Minimum Studio. Murales di Gio Pistone (in basso) e di Mangiatori di Patate (in alto).

L'articolo Manifesta 12 ovvero Il Giardino Planetario. Coltivare la Coesistenza. proviene da www.controradio.it.

Mosul – cosi’ lontana, cosi’ vicina: fotografie della devastazione

Mosul – cosi’ lontana, cosi’ vicina: fotografie della devastazione

MOSUL – COSÌ LONTANA, COSÌ VICINA e’ una mostra di fotografie di Giovanni Fontana Antonelli, curata dalla fotografa Daniela Tartaglia e presentata da ARCHI.MEDIA TRUST Onlus, che ha inaugurato al Dipartimento di Architettura dell’ Universita’ di Firenze, Santa Teresa, in occasione del “Symposium of Representation Scientific Area for the development of multidisciplinar International programs”.

Mosul – Cosi’ lontana, cosi’ vicina presenta 24 fotografie a colori. Giovanni Fontana Antonelli e’ un architetto che ha studiato a Firenze e che oggi è il coordinatore del programma UNESCO di ricostruzione del centro storico di Mosul, cittadina tristemente nota alle cronache per essere stata devastata dall’ISIS prima, e dagli interventi bellici avvenuti per liberare la città poi.

Infatti Mosul e’ uno di quei nomi di citta’ tristemente impressi nella mente di ognuno di noi perche’ ne abbiamo sentito parlare ogni giorno per mesi, anzi, per anni alla radio, alla televisione, sulla stampa. Ma com’era e com’e’ veramente questa cittadina? Cosa vuol dire camminare per le strade di Mosul oggi?

Ce lo raccontano queste fotografie.

Come scrive la curatrice,

“La fotografia, nella sua lotta per fermare il tempo, riesce anche a contrapporsi al “grande devastatore”, a ricomporre e rendere immortali i monumenti che rischiano di andare in rovina: le guerre, le rivoluzioni, le convulsioni terrestri   –  sosteneva nel 1856 il noto pubblicista francese Ernest Lacan – possono distruggerli fino all’ultima pietra ma essi vivono per sempre nell’album dei nostri fotografi”. Ed è esattamente quell’ultima pietra che Giovanni Fontana Antonelli è riuscito a fotografare, a rischio della propria incolumità e degli ordigni inesplosi disseminati fra le macerie. Non ha molto tempo a disposizione e probabilmente non gli capiterà ancora di poter girare per l’antica città di Mosul a piedi, ma, spinto da una urgenza interiore e dal bisogno di essere testimone di una follia manifesta, si spinge fra le macerie di case, palazzi abbandonati, minareti, cercando tracce dell’antica bellezza di quella che un tempo era la capitale assira.”

Mosul –  cosi’ lontana, così vicina ci porta a camminare per le strade della cittadina e ci fa vedere da vicino cosa può fare la follia umana e l’enormità della devastazione. Ce lo fa vedere attraverso gli occhi di un architetto, cioe’ con uno sguardo allenato a cogliere la volumetria, l’ organizzazione spaziale e i dettagli di ogni edificio.

Queste immagini ci permettono di immaginare quello che Mosul era e di vedere come e’ stata ridotta.

Margherita Abbozzo.

Mosul – così lontana, così vicina rimane aperta sino al 24 giugno. Tutte le foto sono dell’architetto Giovanni Fontana Antonelli.

L'articolo Mosul – cosi’ lontana, cosi’ vicina: fotografie della devastazione proviene da www.controradio.it.

Icons, Steve McCurry a Villa Bardini

Icons, Steve McCurry a Villa Bardini

Icons, la mostra fotografica di Steve McCurry a Villa Bardini. 

Icons è composta da 100 immagini, che offrono una bella panoramica della lunga carriera di questo fotografo famosissimo. Star della mostra, inevitabilmente, la sua foto più famosa, cioè il ritratto della ragazzina afghana dagli incredibili occhi verdi. La ragazza si chiama Sharbat Gula, e McCurry la fotografò nel campo profughi di Peshawar in Pakistan. Data l’immensa popolarità della fotografia, la andò a ricercare molti anni dopo. E la ritrovò.

Ma non c’è solo Sharbat. La mostra, curata da Biba Giacchetti e organizzata da
Photodepartments e SudEst57, riunisce molte immagini celeberrime e ci accompagna in un lungo viaggio intorno al globo. Steve McCurry è stato ovunque: India, Afghanistan, Birmania, Giappone, Cuba, Brasile…

 

Ovunque McCurry è riuscito a scattare immagini che sono diventate “iconiche”, espressione del classico contemporaneo.

Con le sue foto Steve McCurry ci pone a contatto con le etnie più lontane e con le
condizioni sociali più disparate – ha scritto la curatrice Biba Giacchetti – mettendo in evidenza una condizione umana fatta di sentimenti universali e di sguardi la cui fierezza afferma la medesima dignità. Con le sue foto ci consente di attraversare le frontiere e di conoscere da vicino un mondo che è destinato a grandi cambiamenti. La mostra inizia, infatti, con una straordinaria serie di ritratti e si sviluppa tra immagini di guerra e di poesia, di sofferenza e di gioia, di stupore e d’ironia”.

Oltre alle immagini fotografiche Icons presenta due video: nel primo, dal titolo “Le massime di Steve McCurry”, il fotografo spiega il suo modo di intendere la fotografia; nel secondo,  prodotto dal National Geographic, viene raccontata la lunga ricerca che gli ha consentito di
ritrovare, 17 anni dopo, Sharbat Gula, “la ragazza afghana” ormai adulta. I cui occhi sono sempre belli, anche se ne hanno viste tante…

STEVE McCURRY. ICONS, è aperta dal 14 Giugno al 16 Settembre 2018 a Villa Bardini
con ingresso da Costa San Giorgio, 2 e da Via dei Bardi 1r, a Firenze.
Tutte le info pratiche per la visita qui.

Margherita Abbozzo.

Le didascalie delle foto, tutte ovviamente di Steve McCurry, in ordine di apparizione:

Rio de Janeiro, Brasile, 2009; Mazar-i-Sharif, Afghanistan, 1991; Peshawar, Pakistan, 1984; Rangoon, Birmania, 1994; Sittwe, Birmania, 1995; Lago Inle, Birmania, 2011;Rangoon, Birmania, 1995.

;

L'articolo Icons, Steve McCurry a Villa Bardini proviene da www.controradio.it.