Disco della settimana: Anderson .Paax “Oxnard”

Disco della settimana: Anderson .Paax “Oxnard”

A due anni dal disco solista “Malibu”, anticipato dai singoli “Tints” (con il featuring di Kendrick Lamar), “Bubblin’” e “’Till It’s Over”, è “Oxnard” il nuovo album di Anderson .Paak.


Il quarto disco del rapper-batterista (primo per una major) è quello della consacrazione definitiva dopo il successo di Malibu, che l’ha trasformato in uno degli artisti più apprezzati della scena. Oltre al già citato Lamar l’album contiene featuring del calibro di Snoop Dogg, Dr. Dre, Q-Tip, J Cole.

Questa è la reazione all’album da parte di Indieforbunnies:

Una produzione di lusso, collaborazioni stellari e un talento non da meno.
Ecco i tre ingredienti fondamentali di Oxnard, il nuovo album di Anderson .Paak.Il cantante americano torna sulla scena con quattordici tracce curate dall’icona dell’hip hop: Dr. Dre. Un sodalizio che, come ha affermato lo stesso .Paak, poggia su una stima reciproca e un’intesa evidente: a Dr. Dre va il merito di aver saputo dare risalto ed omogeneità ad un materiale già molto buono in partenza.Nei tre lavori precedenti, .Paak aveva dato prova del suo buon gusto e qua ritroviamo intatti i capisaldi della sua produzione musicale: l’hip-hop, l’R&B e il funk.“Six Summers” riassume perfettamente tale mix: una prima parte rappata si risolve in un cantato dolce e graffiato, caratteristica distintiva che lo avvicina a grandi nomi, come quello di Marvin Gaye. Nel mezzo, un breve, ma grande omaggio a Gil Scott Heron che già alla fine degli anni sessanta recitava poesie su basi musicali, il cosiddetto ‘spoken words’ e, se vogliamo, un pre-rap. Una voce femminile ne riprende i celebri versi The Revolution will not be televised e aggiunge but it will be streamed alive: il dipinto nudo e crudo di Oxnard, città natale di .Paak, simbolo un’America in degrado, può solo accompagnare.Anderson .Paak nasce anche come batterista e questo dà un contributo notevole alla parte ritmica: ha un flow trascinante che non porta con se un rap serrato ma, pur mantenendone la schiettezza, lascia ampio spazio alla musica vera e propria declinandola in molti modi diversi. L’incalzante “The Chase” in apertura ricorda una colonna sonora di un film gangster à la Lalo Schifrin, “Saviers Road” ci introduce al gusto retrò di un organetto psichedelico, “Tints” in collaborazione con il recente premio Pulitzer Kendrick Lamar, ci regala una botta di energia ed “Anywhere”, con Snoop Dogg, un po’ di buon vecchio stile anni ’90.Ma a confermare Anderson .Paak tra i grandi del genere sono anche un’ottima capacità di scrittura, un gusto inconfondibile e un’attenzione quasi maniacale al dettaglio: quel puntino davanti al nome Paak, infatti, è una sottigliezza di precisione.
“Oxnard” è il primo traguardo di una carriera costantemente in ascesa, ma lontana dai riflettori, di un musicista che ha sicuramente qualcosa da dire e lo fa facendoci ballare.

Così lo accogle Rockol:

Anderson .Paak (con il punto prima del cognome) è senza dubbio uno dei talenti più brillanti e poliedrici della scena black contemporanea: cantante, rapper, produttore, ottimo batterista, performer sopraffino. Dopo due disch incisi come Breezy Lovejoy ha esordito come Anderson .Paak nel 2014 con “Venice”, ma è nel 2015 che si fa notare con ben otto featuring in “Compton” il disco di Dr.Dre uscito in contemporanea con la biopic degli N.W.A.. Il suo “Malibu” è per chi scrive il miglior album del 2016, preziosa summa degli ultimo 40 anni di r’n’b & soul, e riesce a piazzare anche un interessante side project hip-hop più sperimentale chiamato NxWorries. Con questo “Oznark”, che va a chiudere un’ideale trilogia dedicate a località balneari, Paak torna prepotentemente al rap e dimostra di essere ormai nell’A-list permettendosi features prestigiosi come Kendrick Lamar, Q-Tip, J.Cole, Snoop e Pusha T.
Lo stile musicale di Anderson Paak pesca a piene mani dal funk, il suono delle OST blaxploitation (l’iniziale “The Chase”), il soul-jazz à la Thundercat (“Smile/Petty”) e pura funkadelia (la concitata e conclusiva “Left to right”) e tutti i pezzi sono ottimamente suonati e con i sample giusti (da Bootsy Collins al G funk di Snoop Doog). I testi mescolano l’edonismo tipico californiano tutto pussy e blowjob (“Sweet Chicks”) a una certa aggressività che colpiscono sia il Presidente degli States (in “6 summers” rappa “Trump’s got a love child and I hope that bitch is buckwild (..) I hope she kiss senoritas and black gals”) sia a storie di quartiere (“Headlow”) con tanto di suoni ambientali e differenti punti di vista che ricordano molto la costruzioni delle canzoni Kendrick Lamar, e in questo caso il confronto è spietato. In questo secondo lato (quello più hiphop e di contenuto) Anderson .Paak mostra tutti i suoi limiti; forse la presenza di Dr. Dre come executive producer lo ha spinto verso questa direzione. Peccato. Comunque Anderson .Paak è qui per rimanere grazie al suo stile, alla sua voce grave, al suo talento immenso (e chi l’ha visto dal vivo sa di cosa parliamo). Magari  rimanere nel suo ambito di soul e r&b sofisticato e sperimentale potrebbe giovargli ancora di più.

 

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