Pergola: “I Promessi sposi alla prova” di Testori

Pergola: “I Promessi sposi alla prova” di Testori

Un’inedita rilettura del capolavoro di Alessandro Manzoni, che intreccia potere e oppressione, bene e male, carne e anima, desiderio e fede. Al Teatro della Pergola di Firenze, 12 – 17 marzo, “I Promessi sposi alla prova” di Giovanni Testori con Luca Lazzareschi e Laura Marinoni, regia di Andrée Ruth Shammah.

“Questo è un tempo di inquietudini, di perdita di confini e valori che chiede di tornare indietro per fare il punto – afferma Andrée Ruth Shammah – confrontarsi e rimettersi ‘alla prova’. Con questo spettacolo, non solo si vuole restituire al pubblico uno dei capisaldi della letteratura italiana e far conoscere e amare la riscrittura di Testori, ma si intende esortare a camminare con una nuova consapevolezza nel nostro tempo e a riscoprire i fondamenti del teatro, come lo intendo io, ancora e sempre di più”.

Una ricerca dei principii della scena e del mestiere dell’attore che erano veri allora, nel 1984, quando il testo fu messo in scena la prima volta da Shammah, con protagonista Franco Parenti, al Salone Pier Lombardo di Milano (oggi Teatro Franco Parenti), ma che sono veri e attuali anche e soprattutto ora.

Sul palco ci sono anche Filippo Lai – iNuovi, Laura Pasetti, Nina Pons, Sebastiano Spada – iNuovi e Carlina Torta. La scena è di Gianmaurizio Fercioni, le luci sono di Camilla Piccioni, le musiche di Michele Tadini e Paolo Ciarchi. Una produzione Teatro Franco Parenti, Fondazione Teatro della Toscana, con il sostegno dell’Associazione Giovanni Testori.

Un’azione teatrale in due giornate in cui una compagnia di giovani attori, chiamati a rappresentare I Promessi sposi, dialogano sulle sue possibili interpretazioni sotto la guida di un maestro. Giovanni Testori rilegge Alessandro Manzoni con I Promessi sposi alla prova affrontando temi come la necessità della presenza di una guida nella vita e la scoperta del talento. Per Testori, infatti, nel capolavoro manzoniano “è il popolo, l’uomo, a incarnare la storia”, riconoscendola come un dono da portare a compimento.

Pergola

“Ci sono momenti storici in cui alcuni testi ci sembrano necessari – afferma Andrée Ruth Shammah – la prima volta che ho messo in scena I Promessi sposi alla prova con Franco Parenti ne sentivo la necessità e la sento adesso, come e forse più di allora. Per quanto lontano da noi e dallo spirito del nostro tempo, un classico è tale perché capace di risvegliare dubbi ed emozioni proprie a tutti gli esseri umani, in qualsiasi epoca. Testori ha accolto, tradito o tradotto le parole di Manzoni in una nuova forma che rende contemporanee e facilmente comunicabili verità antiche di cui abbiamo nuovamente bisogno”.

Su uno spoglio palcoscenico di provincia, le pareti biancastre, l’attrezzeria falsamente in disordine, le porte, i pontili, le scalette a vista, un gruppo di giovani attori, un po’ smarriti e un po’ curiosi, prova, sotto la guida di un maestro, I Promessi sposi. Tra le pagine del copione si cela il senso del fare teatro; personaggi/uomini provano a uscire dai ruoli, quelli teatrali, ma anche umani ed entrare nel loro tempo. Luca Lazzareschi è il maestro, Laura Marinoni l’attrice che fa Gertrude, Filippo Lai l’attore che fa Renzo, Nina Pons l’attrice che fa Lucia, Laura Pasetti l’attrice che fa Perpetua, Sebastiano Spada l’attore che fa don Rodrigo e Carlina Torta l’attrice che fa Agnese.

“Si crede – interviene Shammah – di non poter far altro che abbandonare I Promessi sposi alla patina di antico che li ricopre. E se invece fosse proprio questo testo, emblema italiano dei classici, a poter parlare al presente e a raccontarne la complessità, come proprio i classici fanno? Lo pensava Testori – ragiona – quando li ha messi ‘alla prova’ del suo tempo, trent’anni fa. Lo penso io ora, che li ritrovo messi in scena, senza averli riletti, appositamente per non cedere al fascino della nostalgia. Perché è al tempo presente che parlano, questi Promessi Sposi alla prova, a un tempo di inquietudini che si avverte con forza, orfano di maestri, guide accorte e umanissimi nelle contraddizioni del reale”.

Sono ragazzi, Renzo e Lucia, a cui il maestro racconta che non fanno che vivere quel che vivono i loro coetanei di ogni tempo. Per questo, la densa intensità del lavoro è affidata a una compagnia di giovani attori, chiamati a infondersi in queste parole, con la leggerezza della loro età e la lucidità della loro passione, rivestendosene, ribellandosi, giocando al grande gioco del teatro e della vita. Le lezioni non sono soltanto educazione alla scena e al significato dell’essere attori, ma soprattutto educazione a vivere e a quello dell’essere uomini, come sosteneva, ad esempio, Orazio Costa.

“I Promessi sposi vengono sottoposti a una ‘impossibile prova di realtà’ – spiega Andrée Ruth Shammah – perché raccontino la vita, che solo sulla scena può farsi carne, inossarsi, farsi realtà. Una realtà il cui mezzo è la parola (di cui il teatro ormai sempre più diffida), e di cui invece Testori fa strumento di scavo e non di cesello. Allora – prosegue – il mio compito di regista non è portare a sé il testo, facendone strumento di messa in mostra, ma tendersi a esso, cercando di proteggere Testori con quella stessa cura con cui, a sua volta, protegge Manzoni, assumendosi, attualmente come trent’anni fa, l’audacia e il rischio di tradurlo e quindi tradirlo”.

Arte e vita si fondono. Non si tratta semplicemente di teatro nel teatro, non è Sei personaggi in cerca d’autore di Luigi Pirandello, in scena ci sono prima di tutto uomini, attori e dunque uomini. Il compito del maestro, regista, ma soprattutto guida, è di farsi esploratore assieme ai suoi allievi dell’animo umano e del mestiere dell’attore.

“L’obiettivo è restituire alla lucentezza che gli appartiene la ricchezza che la vita porta con sé nel farsi scena – conclude Shammah – mettendo il romanzo e mettendosi costantemente alla prova, ogni sera in modo nuovo, verso una comprensione ancora a venire delle battute e quindi di sé, in un futuro ancora tutto da immaginare: se debutto sarà, per queste vite comuni prestate al palcoscenico per essere specchio di quelle di tutti, verrà solo quando la scena sarà scomparsa dentro la vita, e viceversa”.

Pergola

 

INFO:

Teatro della Pergola, via della Pergola 30, Firenze

055.0763333

biglietteria@teatrodellapergola.com

Dal lunedì al sabato: 9:30 / 18:30 – domenica chiuso

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Pergola: “I Promessi sposi alla prova” di Testori

Pergola: “I Promessi sposi alla prova” di Testori

Un’inedita rilettura del capolavoro di Alessandro Manzoni, che intreccia potere e oppressione, bene e male, carne e anima, desiderio e fede. Al Teatro della Pergola di Firenze, 12 – 17 marzo, “I Promessi sposi alla prova” di Giovanni Testori con Luca Lazzareschi e Laura Marinoni, regia di Andrée Ruth Shammah.

“Questo è un tempo di inquietudini, di perdita di confini e valori che chiede di tornare indietro per fare il punto – afferma Andrée Ruth Shammah – confrontarsi e rimettersi ‘alla prova’. Con questo spettacolo, non solo si vuole restituire al pubblico uno dei capisaldi della letteratura italiana e far conoscere e amare la riscrittura di Testori, ma si intende esortare a camminare con una nuova consapevolezza nel nostro tempo e a riscoprire i fondamenti del teatro, come lo intendo io, ancora e sempre di più”.

Una ricerca dei principii della scena e del mestiere dell’attore che erano veri allora, nel 1984, quando il testo fu messo in scena la prima volta da Shammah, con protagonista Franco Parenti, al Salone Pier Lombardo di Milano (oggi Teatro Franco Parenti), ma che sono veri e attuali anche e soprattutto ora.

Sul palco ci sono anche Filippo Lai – iNuovi, Laura Pasetti, Nina Pons, Sebastiano Spada – iNuovi e Carlina Torta. La scena è di Gianmaurizio Fercioni, le luci sono di Camilla Piccioni, le musiche di Michele Tadini e Paolo Ciarchi. Una produzione Teatro Franco Parenti, Fondazione Teatro della Toscana, con il sostegno dell’Associazione Giovanni Testori.

Un’azione teatrale in due giornate in cui una compagnia di giovani attori, chiamati a rappresentare I Promessi sposi, dialogano sulle sue possibili interpretazioni sotto la guida di un maestro. Giovanni Testori rilegge Alessandro Manzoni con I Promessi sposi alla prova affrontando temi come la necessità della presenza di una guida nella vita e la scoperta del talento. Per Testori, infatti, nel capolavoro manzoniano “è il popolo, l’uomo, a incarnare la storia”, riconoscendola come un dono da portare a compimento.

Pergola

“Ci sono momenti storici in cui alcuni testi ci sembrano necessari – afferma Andrée Ruth Shammah – la prima volta che ho messo in scena I Promessi sposi alla prova con Franco Parenti ne sentivo la necessità e la sento adesso, come e forse più di allora. Per quanto lontano da noi e dallo spirito del nostro tempo, un classico è tale perché capace di risvegliare dubbi ed emozioni proprie a tutti gli esseri umani, in qualsiasi epoca. Testori ha accolto, tradito o tradotto le parole di Manzoni in una nuova forma che rende contemporanee e facilmente comunicabili verità antiche di cui abbiamo nuovamente bisogno”.

Su uno spoglio palcoscenico di provincia, le pareti biancastre, l’attrezzeria falsamente in disordine, le porte, i pontili, le scalette a vista, un gruppo di giovani attori, un po’ smarriti e un po’ curiosi, prova, sotto la guida di un maestro, I Promessi sposi. Tra le pagine del copione si cela il senso del fare teatro; personaggi/uomini provano a uscire dai ruoli, quelli teatrali, ma anche umani ed entrare nel loro tempo. Luca Lazzareschi è il maestro, Laura Marinoni l’attrice che fa Gertrude, Filippo Lai l’attore che fa Renzo, Nina Pons l’attrice che fa Lucia, Laura Pasetti l’attrice che fa Perpetua, Sebastiano Spada l’attore che fa don Rodrigo e Carlina Torta l’attrice che fa Agnese.

“Si crede – interviene Shammah – di non poter far altro che abbandonare I Promessi sposi alla patina di antico che li ricopre. E se invece fosse proprio questo testo, emblema italiano dei classici, a poter parlare al presente e a raccontarne la complessità, come proprio i classici fanno? Lo pensava Testori – ragiona – quando li ha messi ‘alla prova’ del suo tempo, trent’anni fa. Lo penso io ora, che li ritrovo messi in scena, senza averli riletti, appositamente per non cedere al fascino della nostalgia. Perché è al tempo presente che parlano, questi Promessi Sposi alla prova, a un tempo di inquietudini che si avverte con forza, orfano di maestri, guide accorte e umanissimi nelle contraddizioni del reale”.

Sono ragazzi, Renzo e Lucia, a cui il maestro racconta che non fanno che vivere quel che vivono i loro coetanei di ogni tempo. Per questo, la densa intensità del lavoro è affidata a una compagnia di giovani attori, chiamati a infondersi in queste parole, con la leggerezza della loro età e la lucidità della loro passione, rivestendosene, ribellandosi, giocando al grande gioco del teatro e della vita. Le lezioni non sono soltanto educazione alla scena e al significato dell’essere attori, ma soprattutto educazione a vivere e a quello dell’essere uomini, come sosteneva, ad esempio, Orazio Costa.

“I Promessi sposi vengono sottoposti a una ‘impossibile prova di realtà’ – spiega Andrée Ruth Shammah – perché raccontino la vita, che solo sulla scena può farsi carne, inossarsi, farsi realtà. Una realtà il cui mezzo è la parola (di cui il teatro ormai sempre più diffida), e di cui invece Testori fa strumento di scavo e non di cesello. Allora – prosegue – il mio compito di regista non è portare a sé il testo, facendone strumento di messa in mostra, ma tendersi a esso, cercando di proteggere Testori con quella stessa cura con cui, a sua volta, protegge Manzoni, assumendosi, attualmente come trent’anni fa, l’audacia e il rischio di tradurlo e quindi tradirlo”.

Arte e vita si fondono. Non si tratta semplicemente di teatro nel teatro, non è Sei personaggi in cerca d’autore di Luigi Pirandello, in scena ci sono prima di tutto uomini, attori e dunque uomini. Il compito del maestro, regista, ma soprattutto guida, è di farsi esploratore assieme ai suoi allievi dell’animo umano e del mestiere dell’attore.

“L’obiettivo è restituire alla lucentezza che gli appartiene la ricchezza che la vita porta con sé nel farsi scena – conclude Shammah – mettendo il romanzo e mettendosi costantemente alla prova, ogni sera in modo nuovo, verso una comprensione ancora a venire delle battute e quindi di sé, in un futuro ancora tutto da immaginare: se debutto sarà, per queste vite comuni prestate al palcoscenico per essere specchio di quelle di tutti, verrà solo quando la scena sarà scomparsa dentro la vita, e viceversa”.

Pergola

 

INFO:

Teatro della Pergola, via della Pergola 30, Firenze

055.0763333

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“Appuntamento al buio” alla Pergola: girotondo di destini firmato Andrèe Ruth Shammah

“Appuntamento al buio” alla Pergola: girotondo di destini firmato Andrèe Ruth Shammah

Da martedì 10 a domenica 15 aprile Andrée Ruth Shammah dirige al Teatro della Pergola di Firenze la novità assoluta per l’Italia “Cita a ciegas” (Appuntamento al buio): un sorprendente girotondo di destini interpretato da Gioele Dix, Laura Marinoni, Elia Schilton, Sara Bertelà, Roberta Lanave.

“Cita a Ciegas (Appuntamento al buio) è un thriller appassionante – afferma la regista – un avvincente intreccio di incontri apparentemente casuali dove violenza, inquietudine e comicità serpeggiano dentro rapporti d’amore. E’ il testo di Mario Diament più rappresentato nel mondo: è stato per cinque anni in cartellone a Buenos Aires e in molti teatri in Sud America e negli Stati Uniti; in Europa è stato rappresentato a Parigi, Stoccolma e in Ungheria”.

Un uomo cieco, Gioele Dix, è seduto su una panchina di un parco a Buenos Aires. È un famoso scrittore, ispirato a Jorge Luis Borges, che era solito godersi l’aria mattutina; è a lui infatti che è ispirato il personaggio di Gioele che, insieme a Laura Marinoni (la Donna), Elia Schilton (l’Uomo), Sara Bertelà (la Psicologa), Roberta Lanave (la Ragazza), dà vita a uno spettacolo che svela il gioco del destino che gioca sempre allo stesso gioco. Quella mattina la meditazione dell’uomo cieco viene interrotta da un passante: da qui una serie di incontri e dialoghi svelano legami tra i personaggi sempre più inquietanti, misteriosi e a tratti inaspettatamente divertenti.

E’ stato un vero e proprio colpo di fulmine per la regista Andrée Ruth Shammah: Diament è uno scrittore interculturale, un emigrato e un esule che scrive della e sull’Argentina, l’identità e l’isolamento: “Cita a ciegas è un testo che richiede di andare dentro la vita – dice Andrée Ruth Shammah – l’abilità sta nel trasformare tutte quelle cose che non sono visibili, tangibili, che non hanno corpo, come i pensieri, le intenzioni del personaggio, in qualcosa di concreto, riconoscibile nei corpi, nell’intonazione. Bisognava trovare il modo di rivelare tutto quello che non si dice. Lo scrittore cieco, in cui è facile riconoscere il celebre Borges, parla delle realtà parallele, dei due mondi, fa teoria, ma parla di sé, della sua realtà. Quando non vedi, vedi altre cose, dunque c’è un’altra realtà e lui la abita nella sua cecità, che lo rende intuitivo”.

“Non bastava tradurre il testo dall’inglese – interviene ancora la regista – ho confrontato le varie versioni rappresentate nel mondo, le varie traduzioni in diverse lingue e poi ho rimesso insieme i pezzi. Cita a ciegas è stato ra

ppresentato ovunque. Mario Diament, che io amo chiamare “Diamante Diabolico”, ha costruito questa storia con un rigore assoluto, in un insieme di rimandi, coincidenze. Costruisce un meccanismo perfetto, un mondo che prende forma al di là delle parole, della pagina. Volevo sottolineare questa capacità del testo di andare dentro la vita e oltre la realtà”.

In scena c’è una panchina e di fronte a essa, dove il tempo determina giorni e stagioni, frammenti di vita. Lì è seduto il Cieco, il testimone attorno al quale la regia spinge da subito i personaggi che si raccontano attratti dal suo silenzio; lui, lo scrittore, che presta il suo corpo cieco all’avvicendarsi di racconti che denunciano lo stesso irrinunciabile desiderio. Panchina e testimone sono una sola cosa. Quello che deve succedere viene svelato come se non succedesse nulla oltre ai pensieri che si pensano. L’atmosfera è quella di una lunga meditazione. Andrée Ruth Shammah, oltre alla regia, ha curato anche la traduzione e l’adattamento.

Tutto può accadere dietro alle apparenze e nulla ha veramente importanza. Dare vita a cose destinate a essere buttate via, popolare un mondo fatto di pensieri che si ripetono. Fino a che il muro dietro alla panchina si apre come un libro: la panchina si sdoppia in un interno dove due donne si affrontano, tra verità e finzione accennate. La traduzione dallo spagnolo è di Maddalena Cazzaniga, le scene sono di Gian Maurizio Fercioni, i costumi di Nicoletta Ceccolini, le luci di Camilla Piccioni, le musiche di Michele Tadini.

“Per certi versi – riflette la regista – questa storia è anche, insieme, un elogio e un monito alla potenza dell’immaginazione che ci può portare altrove, in mondi paralleli, ma bisogna stare attenti a dove ci lasciamo condurre. Per questo, il muro alle loro spalle si apre e si richiude proprio come fosse un libro. Come se fosse il confine tra l’immaginazione e la realtà, quella realtà da cui un po’ tutti i personaggi tentano di fuggire e che può metaforicamente schiacciarli, richiudendosi”.

Siamo di fronte a una messinscena che non ha segreti da celare: lascia intuire un profondo, irrinunciabile rispetto per le diversità, rese simili da un destino che le unisce, una ruota che gira senza sosta. Ritorna la panchina, come all’inizio. E ci si domanda se l’uomo sia capace di arrivare a se stesso senza dover passare da montagne gelate, percorsi perversi, anni impietosi che annunciano la vecchiaia. Un inno al potere del teatro.

“Lavorare a Cita a ciegas è stata una vera e propria indagine nella psiche umana. Non volevo far vedere – spiega Andrée Ruth Shammah – un unico aspetto dei personaggi, dar loro un solo colore senza mostrarne le sfumature. È per questo che mi sono divertita anche a giocare con i colori dei loro costumi. Un colore esce e ne segue un altro che poi ritorna con una lieve differenza di tonalità. Tutti i personaggi hanno una ferita interiore e le loro azioni, anche le più abiette e pericolose, hanno delle motivazioni profonde, nascono da quella ferita. Ho tentato di dare loro una chance, una possibilità di riscatto”.

“Credo che questa storia sia molto vicina alla nostra esperienza quotidiana. Guardando lo spettacolo, chiunque può sentire in qualche modo che questa vicenda lo riguarda. In molte affermazioni e riflessioni dei personaggi si può intravedere qualcosa di sé, qualcosa in cui riconoscersi”, conclude la regista.

Una produzione Teatro Franco Parenti e Fondazione Teatro della Toscana.

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