Picasso e la modernita’ spagnola

Ultimi giorni a Palazzo Strozzi per la mostra Picasso e la modernita’ spagnola, che chiuderà il 25 gennaio. Picasso e la modernità spagnola accoglie circa 90 opere della produzione di Picasso e di altri artisti tra dipinti, sculture, disegni, incisioni e una ripresa cinematografica, grazie alla collaborazione tra la Fondazione Palazzo Strozzi e il Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía di Madrid. Tra le opere esposte sono presenti celebri capolavori come il Ritratto di Dora Maar, la Testa di cavallo e Il pittore e la modella di Picasso, Siurana, il sentiero di Miró e inoltre i disegni, le incisioni e i dipinti preparatori di Picasso per il grande capolavoro Guernica, mai esposti in numero così elevato fuori dalla Spagna.

Il colore dell’ombra

Il colore dell’ombra. Andito degli Angiolini.
Galleria d’arte moderna di Palazzo Pitti, Firenze 25 novembre 2014 – 8 marzo 2015

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La mostra “Il colore dell’ombra” si inserisce nell’ambito delle manifestazioni volte a celebrare il centenario dall’inaugurazione della Galleria d’arte moderna di Firenze e si collega quindi strettamente a “Luci sul ‘900”, la grande rassegna di pittura e scultura inaugurata lo scorso 28 ottobre e aperta anch’essa fino all’8 marzo 2015, rappresentativa delle acquisizioni storiche della Galleria stessa.
E’ la primavera del 1914, infatti, quando, non lontano dalle sale presso la Galleria dell’Accademia dove è allestito il primo nucleo della Galleria d’arte moderna, apre i battenti a Firenze, nei locali espositivi della Società di Belle Arti in via della Colonna, un’importante esposizione internazionale dedicata esclusivamente alla grafica, che comprende disegni, ma anche acqueforti, xilografie e litografie.
Il successo dell’evento trova pieno riscontro nell’interesse ad esso tempestivamente rivolto da parte delle Gallerie pubbliche attraverso Commissioni preposte all’acquisto di opere sia per le collezioni del Gabinetto disegni e stampe (luogo storico di raccolta e conservazione del materiale grafico), che per la nascente istituzione della Moderna, la quale confermava in tal modo il proprio rapporto vitale con la contemporaneità.
Come notato da Simonella Condemi, del resto, “La grafica è (…) un settore importante per la Galleria, visto il suo rilevante peso all’interno dell’ intera collezione: su un totale di 8300 opere del museo più di 4500 infatti sono su carta, dalle prime idee per la creazione delle opere ai taccuini dei giovani artisti”.
Il nostro titolo vuol dunque essere un’allusione alla favola antica sull’invenzione del disegno narrata da Plinio il Vecchio, nella quale una fanciulla traccia sul muro il profilo dell’ombra dell’amato per serbarne il ricordo, ma anche un omaggio a quell’evento di cento anni fa che offrì l’opportunità di conoscere quasi duemila opere di grafica. In un momento di grande fervore intellettuale della realtà cittadina, infatti, l’Esposizione fiorentina del Bianco e Nero diede modo di apprezzare de visu la qualità di un’arte divenuta nel corso dei secoli tecnicamente complessa e variamente declinata, ricca di sfumature, oggetto in quegli anni di rinnovato interesse nonché tramite di un’intensa attività di sperimentazione formale.
Pur nell’impossibilità oggettiva di ricostruire nel suo insieme tale molteplicità di presenze, la selezione che oggi presentiamo (un centinaio di opere dal folto nucleo acquisito dalle Gallerie grazie al contributo economico del Re, dello Stato e del Comune), intende appunto restituire un clima, far percepire il “colore” di un mezzo espressivo per definizione in “bianco e nero”.
Fra coloro che furono selezionati allora dalla Galleria d’arte moderna, per la quale fu deciso di circoscrivere la scelta agli artisti italiani, oltre ad alcuni nomi più illustri del recente passato, come Antonio Fontanesi e Gaetano Previati, entrambi con disegni di grande qualità (ed economicamente impegnativi: gli Ostaggi di Crema di Previati, ad esempio, costava ben 3.000 lire), venne dato spazio a personalità di spicco della ricerca contemporanea (in particolare furono acquisite ben otto xilografie di Adolfo De Carolis, tra i maggiori interpreti in Italia della rinascita di questa tecnica antica e illustre, e ben due eleganti immagini di un giovane interprete della stessa come Francesco Nonni), ma anche a figure ancora poco note, come nel caso di artisti della Scuola d’incisione fiorentina di Celestino Celestini, nata nel 1912 presso l’Accademia di Belle Arti per raccogliere il testimone di Giovanni Fattori, quali Piero Bernardini o Francesco Chiappelli, ad esempio.
La storica raccolta degli Uffizi si arricchì invece, prevalentemente, di opere di artisti stranieri. Tra questi, nomi illustri della grafica di fine ottocento, quali Alphonse Legros e Robert Goff , ad esempio (di area franco-anglosassone, il secondo però fiorentino d’elezione), ma anche di contemporanei che si facevano notare alle Biennali veneziane (pittori come Charles Cottet o Eugène Carrière), o ancora personalità già affermate il cui ruolo d’illustratori della realtà sociale contemporanea già indicava la direzione non più élitaria verso cui il genere si stava ampiamente orientando (il belga Constantin Meunier o lo svizzero Théophile Steinlen, la tedesca Käthe Kollwitz, coi loro minatori e operai in rivolta), o, infine, giovani sconosciuti come Ernest Callebout, le cui due opere acquisite, poetici paesaggi delle Fiandre, sono esemplari invece di come la stampa d’arte potesse mantenere anche, e anzi esaltare, un ruolo di opera d’arte autonoma.
Proprio per la grande varietà di opere, di soggetti e di tecniche che caratterizzò l’esposizione del 1914 e conseguentemente le acquisizioni delle Gallerie, la nostra mostra si articola in nove sezioni che intendono individuare alcuni temi portanti.
Accolti dall’afflato ideale del grande disegno di Previati (il tema è tratto da un episodio delle guerre comunali contro l’Impero e ha una forte valenza di contemporaneità, nell’imminenza del Conflitto mondiale), cui si contrappone l’elegante ‘manifesto’ dell’inglese Spencer-Pryse, prodromo del ruolo di comunicazione sociale che la grafica assumerà nel nuovo secolo, la sezione “Artisti e ritratti” presenta volti e opere di protagonisti della grafica di primo novecento (come Adolfo De Carolis e Steinlen), ma non solo: se infatti il bel ritratto a sanguigna della pittrice Evangelina Alciati di Edgardo Rossaro, segretario allora della Società delle Belle Arti che aveva promosso l’impresa della mostra, parla ancora il linguaggio di una nobile tradizione figurativa, il profilo di Eugène Carrière, Gli occhi chiusi, ci introduce alla sezione successiva, intitolata “Incubi e sogni”, nella quale soggetti disparati sono tuttavia accomunati dalla capacità propria del mezzo grafico nelle sue diverse accezioni anche tecniche di evocare l’ignoto o meglio quello che, visti i tempi, con Jung potremmo definire l’inconscio.
Per contro, se l’inquietante La morte e la donna della Kollwitz o lo scheletrico arlecchino che sega il ponte su cui danzano incoscienti mascherine dell’austroungarico Von Divecky bene interpretano un mondo alle soglie della catastrofe bellica, il clima della sezione “Presenze” rispecchia un universo vario e prevalentemente femminile, nel quale sono già in nuce spunti e tematiche di stile e sociali che saranno ampiamente sviluppati nel dopoguerra.
Analogamente nelle “Vedute”, nei “Paesaggi d’acqua” e nei “Paesaggi urbani”, è possibile apprezzare il trascorrere del paesaggismo ‘romantico’ dalle finezze grafiche di Fontanesi e della scuola inglese sulla scia di Whistler, o belga, fino alle sintesi squisite influenzate dal giapponismo e dal linguaggio elegante della Secessione viennese, ma anche fino alla semplificazione astrattiva derivata da Cézanne nel sorprendente carboncino del giovane toscano Guido Ferroni, che già parla il linguaggio del decennio a venire.
Di tale linguaggio, che aveva il suo punto di riferimento ideale nel magistero di Giovanni Fattori, è quindi interprete Celestino Celestini, direttore come si è detto della neonata Scuola d’incisione fiorentina, la cui Cupola bella c’introduce a una sezione interamente dedicata al tema delle grandi “Cattedrali” urbane, immagini di grande suggestione visiva per gli artisti oltre che emblematiche, in quel momento storico, dell’acceso dibattito intellettuale sul ruolo della Chiesa nella società civile e sulla laicità dello Stato.
Il passo successivo e conclusivo è dedicato infine al “Lavoro”, con una rassegna che dai campi alle officine ci presenta una varietà di volti e di situazioni di grande pregnanza espressiva, rassegna che ci segnala una sensibilità non effimera per un tema sempre attuale, ma cui proprio allora la grafica cominciò a dare ampio spazio adottando dimensioni che se oggi ci sono familiari, all’epoca costituivano ancora una novità, collocandosi autorevolmente in un ruolo di comunicazione attiva intermedio fra stampa d’arte e manifesto che fa ormai parte della storia visiva del novecento.

Luci sul 900

Con la mostra Luci sul 900,fino al 8 marzo 2015,a cento anni dalla sua fondazione la Galleria d’arte moderna di Palazzo Pitti espone e racconta le sue collezioni del ’900.

Per celebrare il centenario della sua fondazione la Galleria d’arte moderna di Palazzo Pitti ha voluto dedicare una mostra alle collezioni novecentesche possedute dal museo. Infatti nonostante la Galleria d’arte moderna sia nota soprattutto per essere il museo che vanta la più vasta e importante, storicamente e qualitativamente, collezione di dipinti macchiaioli al mondo, è probabile che non tutti conoscano l’interessante raccolta di opere novecentesche fino ad oggi relegata nei depositi.  che gli pervennero nel corso del secolo stesso con donazioni e acquisti. L’esposizione  tende quindi ad attrarre l’attenzione su questo museo nel museo, fino ad ora sommerso per insufficienza di spazi espositivi.

Racconteremo proprio attraverso questa esposizione, grazie al suo taglio storicistico, i tempi e i modi che caratterizzarono le acquisizioni delle opere in Galleria così da evidenziare, attraverso le scelte operate nel corso dei decenni del secolo scorso, i fermenti culturali della Firenze di quel tempo.

Ma, come si accenna nel sottotitolo, è più di una mostra, è la prova per un percorso museale di capolavori per lo più inediti del Novecento, che speriamo possano finalmente trovare, a conclusione dell’esposizione, una collocazione stabile nelle ultime sale di facciata della Galleria d’arte moderna di Palazzo Pitti.

Fu l’importante Legato al museo voluto nel 1896 dal critico Diego Martelli, sodale del movimento macchiaiolo, ad evidenziare la necessità che anche a Firenze, come già a Roma e Venezia, vi fosse una Galleria che presentasse al pubblico le proposte dell’arte moderna. La raccolta di opere di importanti esponenti dell’arte ottocentesca toscana, soprattutto macchiaiola, doveva quindi trovare degna collocazione in un percorso che comprendesse anche le novità delle correnti contemporanee.

Nel marzo del 1913 nelle sette sale della Galleria dell’Accademia di Firenze, il Direttore generale del ministero, Arduino Colasanti inaugurava una prima modesta sezione degli spazi museali dedicati all’arte moderna che dieci anni più tardi, nel giugno 1924, sarebbe approdata a Palazzo Pitti nell’attuale sede. Le diverse provenienze delle opere che allora la componevano, consistenti soprattutto nei premi Accademici e nelle raccolte lorenesi e sabaude, erano già in grado di illustrare criticamente la lunga e complessa storia verso la fondazione museale; si trattò di fasi storiche che precedettero e prepararono la successiva stagione culminata con la Convenzione tra Stato e Comune di Firenze stipulata nel giugno 1914; rimaneva però ancora da individuare uno spazio espositivo adeguato ad una collezione in continua crescita.

Le donazioni di opere accolte, oltre agli acquisti allora effettuati finalizzati a comporre il percorso del futuro museo ci permettono di comprendere i criteri di scelta che vennero adottati da quella Commissione, tuttora vigente,  che era stata istituita e giuridicamente prevista dalla Convenzione e che aveva proprio e soprattutto l’incarico di accrescere, secondo precise indicazioni critiche, il patrimonio del museo.

Nella selezione delle opere esposte sono state scelte quelle dei principali interpreti della cultura figurativa italiana del ’900: Felice Carena, Felice Casorati, Giorgio De Chirico, Filippo De Pisis, Gino Severini, Giuseppe Capogrossi, Guido Peyron, Ottone Rosai, che contrappuntano quelle, prevalenti per quantità, degli esponenti del gruppo del “Novecento toscano” di Baccio Maria Bacci, Giovanni Colacicchi  e degli altri sodali, vicini al clima della rivista Solaria ed al  ritrovo canonico della cultura fiorentina, il caffè delle “Giubbe Rosse”, che resero la città negli anni Venti un fertile centro di incontro dei migliori artisti ed intellettuali italiani.

In mostra le opere acquistate alle varie edizioni delle biennali veneziane tra il 1925 ed il 1945, alla  Quadriennale Romana del 1935, e a quelli, molto più numerosi, operati in sede locale presso la Società di Belle Arti di Firenze e soprattutto delle Sindacali Toscane, dedicate alla cultura figurativa regionale, ove vennero comprate, fra le altre, opere di Giovanni Colacicchi, Ottone Rosai, Alberto Magnelli, Oscar Ghiglia, Achille Lega, Ardengo Soffici, Lorenzo Viani, Libero Andreotti, Italo Griselli etc.

Oltre a questi ingressi non meno rilevanti erano quelli che giungevano grazie ai doni, testimonianza, con la loro crescente frequenza, di un rapporto sempre più stretto tra la Galleria d’arte moderna e la città.

Gli anni del dopoguerra furono caratterizzati da una stasi nell’attività di acquisizioni di opere da parte della Commissione; tuttavia a partire dal 1950, per i successivi venti anni, la Galleria aggiornò comunque le proprie collezioni del Novecento grazie all’ingresso delle opere premiate alle varie edizioni del Premio del Fiorino, che lo statuto della stessa manifestazione destinava al museo.

Queste opere, del resto, sono l’unica testimonianza efficace della cultura figurativa italiana di quegli anni e rappresentano un significativo incremento di dipinti dovuti alla mano di Felice Casorati, Filippo De Pisis, Primo Conti, Fausto Pirandello, Vinicio Berti, Fernando Farulli, Sergio Scatizzi, Corrado Cagli.

Rilevanti, poiché documentano un deliberato interesse della Commissione verso la contemporaneità,  appaiono invece quegli acquisti conclusi, in via del tutto straordinaria, alla II° Esposizione Internazionale della Grafica del “Fiorino” del 1970: Burri e Jasper Jones.

Il percorso della mostra termina con la presentazione delle ultime acquisizioni volute dalla Commissione operate negli ultimi trenta anni della sua attività, dal 1985 ad oggi: tra queste Confidenze di Armando Spadini, la Mascherata di Mario Cavaglieri, già in collezione Longhi, e una bellissima Veduta di Grizzana di Giorgio Morandi, dedicata all’amico Ragghianti.

 

 

A Palazzo Pitti i dipinti di Savage Landor

A Palazzo Pitti i dipinti di Savage Landor.
Nell’ambito del suo centenario (1914-2014), la Galleria d’arte moderna di Palazzo Pitti dedicainteresse ad un variegato panorama di eventi che prende avvio con la presentazione di opere d’arte del pittore esploratore Arnold Henry Savage Landor della collezione Fusi.

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Si tratta di un nucleo di 40 opere capacidi documentare l’intera esperienza dell’artista nel suo fecondo girovagare per il mondo narrando per immagini usi e costumi di quei popoli lontani. I dipinti si potrebberodefinire una sorta di “compagni di viaggio” in quanto furono per lui fonte primaria di sostentamentodivenendo merce di scambio per il cibo locale.
Direttada Simonella Condemi,curata da Francesco Morena (che l’11 giugno, alle 17 terrà una conferenza nella sala dell’esposizione)e allestita da Mauro Linari, la mostra
che si apre domani nel Saloncino delle Statue della Galleria d’arte moderna, a Palazzo Pitti,proseguirà fino al 29 giugno; lamostra sarà visitabile dal martedì alla domenica dalle 8.15 alle 18.50 (ingresso compreso nel bigliettod’accesso alla Galleria d’arte moderna/Galleria Palatina).
Chi era Arnold Henry Savage Landor, uomo dai mille interessi e dai numerosi talenti, fu pittore raffinato, prolifico scrittore, antropologo, fotografo, inventore e molto altro ancora. Ma, soprattutto, com’ebbe egli stesso a dire e scrivere in più occasioni, fu esploratore, e a questa passione dedicò gran parte delle sue energie nel corso di una vita che fu insieme avventurosa e ricca di successi.
Nipote di Walter SavageLandor (1775-1864), famoso poeta inglese che nel 1821 si era trasferito in Toscana, Arnold Henry nacque nel 1865 a Firenze, neocapitale del Regno d’Italia, dove si formò nell’arte della pittura. Dopo avere frequentato con profitto lo studio di Stefano Ussi(1822-1901), che in quel periodo era appena rientrato dai suoi viaggi in Nord Africa, ancora adolescente Savage Landor iniziò a viaggiare, e non si sarebbe più fermato se non per far ritorno nella sua amata Firenze. Qui visse gli ultimi anni di vita,
coltivando multiformi interessi e ricucendo le trame dei suoi ricordi per comporre la sua autobiografia,pubblicata proprio nell’anno della morte.
Non c’è continente o territorio che questo artista non abbia visitato, dall’Europa all’Africa, dall’Asia alle Americhe e perfino l’Australia, a piedi in nave o a cavallo, sotto il sole del deserto o tra le nevi dell’Himalaya. Quest’illustre fiorentino aveva un’inesauribile curiosità e uno straordinario spirito di adattamento, doti che gli permisero di diventare giapponese nel Paese del Sol Levante e maghrebino in Egitto. Colto, acuto e reattivo dal punto di vista fisico, Arnold Henry fu in più cronista d’eccezione, autore di numerosi resoconti dei suoi
viaggi. Il suo stile letterario fu scarno come si addiceva ad uno scienziato ma coinvolgente, come voleva il grande pubblico.