Marina Abramovic e la sua storia

Marina Abramovic e la sua storia

Vita, opere e miracoli di Marina Abramovic: continua la breve introduzione alla fantastica artista che sarà presto a Palazzo Strozzi con la mostra The Cleaner.

Sin dagli inizi Marina Abramovic ha messo al centro del suo lavoro di performer il corpo, come in una delle sue prime performances che ebbe luogo nel 1974 allo Studio Morra a Napoli. Per Rhytm 0  rimase ferma per sei ore, a completa disposizione del pubblico, che potè letteralmente farle ciò che volle, utilizzando tutto ciò che lei aveva disposto su un tavolo.

Il corpo al centro di tutto, quindi. Insieme alla determinazione di testare i limiti: sono questi gli elementi chiave del lavoro di Marina Abramovic.  Quali limiti? Quelli fisici, mentali e psicologici. I suoi e degli altri, cioè degli spettatori, della società, di tutti noi.

Il suo lavoro si incentra su questa determinazione. Da Rhytm O del 1974 a The Artist is Present, la mega performance durata 736 ore nell’atrio del MOMA, il Museum of Modern Art di New York, nel 2010.

E’ una delle sue performances più famose. Come racconta lei stessa nella sua autobiografia Attraversare i muri, edita da Bompiani, ” Le regole erano semplici; ogni persona poteva sedersi davanti a me per tutto il tempo che voleva, breve o lungo che fosse. Ci saremmo guardati negli occhi. Non era permesso nè toccarmi nè parlarmi”.

Successero cose straordinarie. Rimando alle belle pagine dell’autobiografia per il suo racconto e al film dallo stesso titolo della performance.  Qui basti dire che più di millecinquecento persone si sedettero davanti a lei.

 

Tra Rhytm O e The Artist is Present ci sono quasi quarant’anni di lavoro sempre coerente, poetico e indimenticabile. Qui non è possibile ripercorrerne tutte le tappe. Voglio solo ricordare un lavoro che magari qualcuno dei miei piccoli lettori si ricorda di aver visto alla Biennale di Venezia del 1997.

Si tratta di Balkan Baroque, che fu una performance epica. Per 7 ore al giorno, per 4 giorni, Marina Abramovic rimase in una stanza-sottoscala buia, seduta su una piramide enorme di ossa sanguinolente “fetide e piene di vermi”.

Lei, coperta da un camice bianco, le ripuliva con un bruschino, in un rituale di purificazione di se stessa e per le stragi che avvenivano in quegli anni nei Balcani. Un video alle sue spalle raccontava una storia violenta, alternandosi a  scene dove, “vestita con una sottoveste nera e un fazzoletto rosso  ballavo freneticamente al ritmo di una canzone popolare serba. (…) L’orrore della carne e del sangue, un racconto disturbante, una danza sexy e poi il ritorno ad orrori ancora peggiori. Per quattro giorni, sette ore al giorno. Ogni mattina dovevo tornare ad immergermi in una catasta di ossa verminose. Nel seminterrato il caldo e la puzza erano insopportabili. Ma quello era il mio lavoro. Per me quello era il barocco balcanico”. Vinse il Leone d’oro.

Margherita Abbozzo (2, continua.)

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