La Certosa di Firenze

Si erge sul monte Acuto, alla confluenza dell’Ema con la Greve, circondata da un’alta cerchia di mura. Fu edificata nel 1341 da Niccolò Acciaiuoli, gran Siniscalco del Regno di Napoli e membro di una delle più illustri casate fiorentine, ma venne poi ampliata e arricchita da numerose donazioni nel corso dei secoli. Il nome e la tipologia edilizia derivano dalla prima casa dell’ordine dei certosini costruita nel 1084 da San Bruno a Chartreuse, vicino a Grenoble, e come tutte le certose anche questa è ubicata distante dalla città, in un luogo in origine solitario e silenzioso. Dopo le soppressioni degli ordini religiosi nel 1810 e nel 1866, in entrambi i casi i Certosini ripresero possesso del loro convento per essere poi sostituiti nel 1958 dai Benedettini cistercensi, che hanno reso accessibile il vasto complesso. La Certosa è composta da vari edifici: chiesa, sala capitolare, sagrestia, refettorio, chiostri, officine ed abitazioni per i monaci ed i conversi. La fondazione della chiesa dedicata a San Lorenzo risale al Trecento; fu trasformata nel XVI secolo, epoca in cui fu costruita la facciata da Giovanni Fancelli. Fra gli edifici che costituiscono il complesso si distingue il Palazzo Acciaiuoli, eretto da Jacopo Passavanti e Jacopo Talenti per il fondatore della Certosa: rimasto interrotto, fu completato intorno alla metà del Cinquecento e accoglie ora la Pinacoteca, dove sono raccolte opere provenienti dal monastero. Di particolare rilevanza artistica sono i cinque affreschi con Scene della Passione (Preghiera nell’orto degli ulivi, Gesù davanti a Pilato, Salita al Calvario, Deposizione, Resurrezione), staccati dalle lunette del chiostro grande, che furono realizzati dal Pontormo (1523-1525) durante il suo soggiorno alla Certosa per sfuggire all’epidemia di peste che imperversava a Firenze. Dei lunettoni, derivati dalle xilografie di analogo soggetto del Dürer, esistono copie fedeli eseguite dall’Empoli nella seconda metà del Cinquecento. Purtroppo la maggior parte del ricco patrimonio artistico della Certosa andò perduto con la soppressione napoleonica del 1810, quando furono dispersi gli arredi ed importanti tavole d’altare della primitiva decorazione della chiesa voluta dagli Acciaiuoli, che avevano commissionato per l’altare maggiore della loro cappella una Madonna e Santi dipinta da Gherardo Starnina, ora divisa fra musei stranieri e collezioni. Le opere conservate nel coro dei Conversi, nel coro e nel presbiterio dei Monaci sono perlopiù risalenti al tardo Cinquecento e al Seicento, in particolare gli affreschi, molti dovuti a Bernardino Poccetti e ad Orazio Fidani. Il rinnovamento barocco ha riguardato anche le varie cappelle : quella delle Reliquie voluta da Niccolò Acciaiuoli, quella di San Bruno, santo fondatore dell’ordine, affrescata da Giovanni Martinelli, e quella del Beato Niccolò Albergati, morto nel 1425 e beatificato nel 1744, che aveva donato alla Certosa la sua ricca biblioteca poi dispersa. Al piano inferiore gli ambienti sono destinati a sepolcreto, come la cappella di Tobia, che accoglie le sepolture della famiglia Acciaiuoli, unita alla fine del Trecento alla soprastante cappella gotica di Santa Maria. Il complesso visitabile comprende il Colloquio, con vetrate del XVI secolo, il chiostrino dei Monaci, ristrutturato alla fine del Cinquecento da Giovanni Fancelli, la Sala Capitolare con la Crocifissione ad affresco di Mariotto Albertinelli (1506) e la lastra tombale marmorea del priore Leonardo Buonafede eseguita da Francesco da Sangallo nel 1545. La parte più interessante dal punto di vista architettonico è il chiostro grande, realizzato agli inizi del Cinquecento e ornato da 66 busti in terracotta invetriata, raffiguranti personaggi dell’Antico testamento, Apostoli ed Evangelisti, opera della bottega di Giovanni della Robbia. Presso la Certosa ha sede la Fondazione Ezio Franceschini, sorta nel 1987 per conservare il patrimonio librario dello studioso di letteratura latina medievale. Consta di una sezione musicale e di una mariologica e ha in comune con la vicina Società Internazionale per lo studio del Medioevo Latino una sezione agiografica ed esegetica, oltre ad una ricca biblioteca di cultura medievale. Presso la Certosa ha sede anche il Laboratorio di restauro dei libri danneggiati dall’alluvione del 1966.

SANTA MARIA MAGGIORE

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La chiesa si trova sull’angolo della piazza di Santa Maria Maggiore ed è costeggiata da via Cerretani. La chiesa esisteva, sia pure con una diversa struttura, forse già in epoca longobarda nell’VIII secolo ed è già documentata nel 931, prima dunque che venissero erette intorno alla città le mura matildine (1078), il cui tratto nord passava in corrispondenza di via de’ Cerretani. Nel 1179 divenne collegiata e fu una delle dodici antiche priorie. Passata ai cistercensi, venne ricostruita in forme gotiche nel XIII secolo, forse mantenendo in piedi le mura esterne e le volte originarie. La struttura cistercense è riconoscibile dalle tre navate divise da arcate a sesto acuto su pilastri quadrangolari, con tre absidiole a fondo piano. Non è dato sapere chi sia quel “maestro Buono” che, secondo il Vasari, avrebbe diretto i lavori di rinnovamento dell’edificio. Sopravvive, della struttura romanica, la torre campanaria, sia pure mozzata, dove è murata una testa muliebre di epoca tardoromana, la cosiddetta “Berta”. Sono molte le leggende che tentano di dare una spiegazione alla misteriosa scultura: si racconta, per esempio, che sia la testa pietrificata di una donna che, avendo canzonato un condannato al suo passaggio, sarebbe stata colpita dalla maledizione di questi. Fra i vari affreschi trecenteschi che un tempo la ornavano, rimangono quelli che rappresentano le Storie di Erode e la strage degli Innocenti, nella cappella maggiore, attribuiti a Jacopo di Cione e a Mariotto di Nardo. Passato ai Carmelitani riformati della congregazione di Mantova (1521), il complesso venne ristrutturato. Fu Gherardo Silvani a rinnovare, nella prima metà del XVII secolo, l’interno della chiesa, forse sulla base di un precedente disegno di Bernardo Buontalenti. Furono inserite opere del Poccetti (nella volta affreschi della Vita di San Zanobi), del Cigoli, di Pier Dandini, del Passignano, del Volterrano, di Matteo Rosselli (la Vergine che accoglie il Bambino e San Francesco) e di Vincenzo Meucci. Nel Settecento l’aula venne dotata di altri altari, pale, stucchi e affreschi. Fu anche costruito l’altare marmoreo nella cappella di sinistra del transetto che conserva come una preziosa reliquia il bassorilievo ligneo policromo e dorato del XIII secolo, raffigurante la Madonna col Bambino, riferito a Coppo da Marcovaldo; nella stessa cappella venne individuata nel 1751 l’iscrizione su una colonna che segnala la tomba di Brunetto Latini, letterato e cancelliere fiorentino, ben noto come ‘maestro’ di Dante; alla parete sinistra si trova un sarcofago con statua giacente, riferibile all’ambito di Tino di Camaino (inizio XIV secolo). Alfonso Parigi progettò una facciata marmorea che però non venne mai realizzata; la facciata in pietra grezza fu coperta da una semplice intonacatura, poi rimossa nel restauro del 1912-1913 insieme a vari arredi barocchi all’interno. Dietro la chiesa è il chiostro cinquecentesco dell’antico convento.