Disco della Settimana: Ben Harper & Charlie Musselwhite

Disco della Settimana: Ben Harper & Charlie Musselwhite

Ben Harper & Charlie Musselwhite tornano con un nuovo album dal titolo No Mercy in This Land. Il precedente album Get Up! del 2013, che entrò in classifica al No. 1 della  Billboard  Blues Album Chart, vinse il prestigioso Grammy Award nel 2014 come “Best Blues Album”.

Espressione musicale dell’amicizia tra i due, l’album non racconta solo le storie personali di Ben e Charlie, ma anche la storia americana fatta di sacrifici e sopravvivenza. “Con Charlie Musselwhite il blues del passato, quello del presente e quello del futuro entrano in collisione” afferma Ben sul suo amico e collaboratore. “E’ in grado di trasformare le note in emozioni, che sono straordinariamente familiari e nuove allo stesso tempo. E’ una leggenda vivente: il suono della sua fisarmonica dovrebbe essere inviata nello spazio ed utilizzata per cercare altre forme di vita!

E se Ben Harper non ha bisogno di presentazioni solo gli appassionati conoscono lo spessore di un personaggio come Charlie Musselwhite. 74 anni, armonicista e cantante, è un nome storico del blues bianco statunitense, ha suonato con John Lee Hooker, ma anche con B.B. King e altri mostri sacri del blues, la leggenda vuole che sia stato proprio lui a ispirare il personaggio di Dan Aykroyd nei Blues brothers. Musselwhite ha alle spalle una vita difficile, suo padre l’ha abbandonato da piccolo, sua madre è stata uccisa durante una rapina nel 2005 e lui ha dovuto combattere per anni con problemi di alcolismo.

Lavorare con Ben Harper sul palco e in studio, mi da le stesse emozioni che provavo lavorando a Chicago con le leggende del blues” dice Charlie. “Penso che sia vero dire che Ben ha reinventato il blues in modo straordinario: suonare con modernità, preservando quella sensazione tipica del blues. Sono onorato di partecipare a questo progetto.”

Ben e Charlie celebreranno  l’uscita  del nuovo album il 30 marzo 2018 e partiranno per un tour internazionale dal Fillmore di San Francisco, raggiungendo poi l’Europa. Il lungo tour mondiale toccherà l’Italia Lunedì 23 Aprile al Fabrique di Milano.

Così accoglie l’album Sentireascoltare:

Nonostante i Grammy Awards vinti e una produzione non sempre perfettamente a fuoco, Ben Harper è rimasto tutto sommato sul pezzo, nel senso che si coglie ancora in quello che fa e dice un certo attaccamento alla materia prima, ovvero la musica e in particolare il blues. Quest’ultimo è sempre stato il punto di partenza per un artista capace poi di rielaborare alla sua maniera le personali ispirazioni e che tuttora non esita un momento a mettere in mostra una filosofia di vita lineare e basale almeno quanto il blues stesso: Che cosa è il successo? «Continuare ad amare quello che fai». Qual è la formula magica per la longevità in un ambiente difficile come quello della discografia? «Avere abbastanza disciplina da non farsi intimidire dal silenzio o da un foglio bianco. Suonare live è meglio che non suonare live. Ascoltare solo le critiche che arrivano da persone di cui ti fidi». Consigli per i giovani musicisti? «Leggete tanto quanto scrivete. Leggete giornali, libri, biografie, narrativa. Non abbiate paura di far uscire troppo di voi stessi. Siate più onesti possibile». Dall’altra parte c’è un Charlie Musselwhite la cui armonica a bocca è diventata una leggenda a furia di incrociare la strada con altrettante leggende, da John Lee Hooker a Sonny Boy Williamson, da Muddy Waters a Howlin’ Wolf, fino a Paul Butterfield. Un musicista che dagli anni sessanta in poi non è stato solo un sideman di lusso, ma ha contribuito a definire il significato stesso della parola “blues” anche attraverso la sua produzione solista. No Mercy In This Land segue il Get Up! condiviso e pubblicato dai due nel 2013, e lo perfeziona – Harper sostiene, non a torto, di essere «sceso più in profondità» in questo disco e di essersi confrontato alla pari con i suoi «blues heroes» – con dieci brani alla cui scrittura Musselwhite non mette mano, limitandosi a scorticare le melodie con la sua spigolosissima armonica. Quel che riesce qui al chitarrista statunitense, invece, è di distanziarsi ancora di più dal suo riconoscibile stile – pur non rinnegandolo, ad esempio nell’introduttiva When I Go – per mettersi al servizio di un linguaggio tradizionale e con le sue regole. Emotive, prima che stilistiche. Il Nostro, insomma, passa idealmente da Chicago e la omaggia con ottimi blues elettrici come Bad Habits e Movin’ On, maneggia un soul atipico e sudista in episodi come Love And Trust, riscopre Muddy Waters e Buddy Guy grazie alle frizioni chitarristiche di The Bottle Wins Again, torna ai fasti di un Ray Charles prima maniera con le malinconie di When Love Is Not Enough, senza dimenticare il Delta del Mississippi di brani splendidi come la title track (in cui canta anche Musselwhite) e Trust You To Dig My Grave. No Mercy In This Land alla fine è un ottimo disco di blues che evita la maniera, appropriandosi dei fonemi e delle strutture di base del linguaggio senza portarsi dietro tutto il dizionario. Da questo punto di vista, Harper fa un gran lavoro, personalizza a dovere, confezionando dieci brani che sono tutto tranne che un esercizio di stile. E poi c’è la voce del Nostro a battezzare il suono, profondamente calata in un mood tagliato sui contenuti (e ben definito anche dai testi) e veicolo per un soul che non si compra un tanto al chilo nei mercatini dell’usato ma è innato. È forse questa “trasparenza” di fondo, questa aderenza a certi valori del blues che ci pare di cogliere nella scrittura, sommata alla grande esperienza di Musselwhite, l’aspetto che valorizza di più questo disco.

Questa la recensione su Ondarock:

Il blues racconta sempre una storia. E ogni strofa di quel blues ha un significato. (John Lee Hooker)

La storia di “No Mercy In This Land” inizia nella mente del veterano del blues, ormai scomparso, John Lee Hooker. Il leggendario musicista riteneva infatti che Ben Harper e Charlie Musselwhite fossero destinati a suonare insieme. Come prima tappa del suo “piano”, li porta quindi in studio a registrare il remake di “Burnin’ Hell”, finita poi nell’album “The Best Of Friends” di Hooker nel 1998. I due da quell’incontro rimangono amici, incrociando periodicamente le loro strade fino al 2013, quando si ritrovano a condividere ancora la sala di registrazione per l’album di coppia “Get Up!” (2013), rinforzando in tour il loro già saldo legame. Ad accomunare due musicisti distanti per tradizione e generazione è la passione mai sopita per il buon vecchio blues. Se Ben Harper, artista ormai affermatosi a livello internazionale, è partito da Claremont (California) dove i suoi nonni avevano fondato il Folk Music Center, Charlie è invece cresciuto in totale povertà a Memphis, patria del rockabilly e terra d’adozione di Elvis Presley. Tuttavia, ognuno di loro si è ritrovato, in epoche diverse, a trascorrere interi pomeriggi nei negozi di musica alla bramosa ricerca di vinili blues. Negli anni questa fede è rimasta una costante nella lunga carriera del superstite armonicista Charlie Musselwhite (classe 1944), talmente ligio al verbo da essere stato l’uomo che ha ispirato Dan Aykroyd per il personaggio di Elwood Blues dei Blues Brothers. Dal canto suo, Ben Harper ha invece lavorato per sottrazione, dapprima allargando i confini del blues verso la musica reggae, folk e funk, poi scoprendo se stesso in un viaggio a ritroso verso le radici del genere.”No Mercy In This Land” è quel tipo di disco che racconta storie di sofferenze e perseveranza, una catarsi ruggente dove le vicende personali di Ben e Charlie si incrociano, fino a mescolarsi, con quelle di milioni  di cittadini americani. Impossibile, infatti, non cogliere i riferimenti a Trump presenti nella title track, come altrettanto impossibile è non essere toccati dall’ultima strofa cantata direttamente da Musselwhite, dove esorcizza il dolore per l’abbandono del padre e la morte prematura della madre (“Father left us down here all alone/ My poor mother is under a stone”). Soltanto qualche nota d’organo si intromette nel formidabile connubio tra l’armonica di Musselwhite e la chitarra di Ben Harper, mentre altrove l’accompagnamento è dato dal piano e dalla sezione ritmica, che segue alla lettera lo struggente ululato del loro blues al chiaro di luna. Il passato dell’armonicista torna a galla inaspettatamente anche nei brani “The Bottle Wins Again” e “Bad Habits”, dove alla voce di Harper si mescolano gli sbalorditivi fraseggi dell’armonica di Musselwhite, capace persino di portare alla mente certe atmosfere tipiche del disinibito jazz di Charlie Parker.Nel corso del disco, a momenti più duri si mescolano altri più introspettivi, come nel caso del soul à-la Otis Redding di “When Love Is Not Enough” e della ballata per pianoforte di “Nothing At All”, che evoca la contemplazione di una notte solitaria. Grazie a questo espediente l’album di Musselwhite e Harper, che sulla carta potrebbe risultare un disco “passatista” e prevedibile, riesce nell’impresa di tenere sempre viva l’attenzione dell’ascoltatore, attraverso febbrili brani di blues rock come “Found The One”, accuratamente collocata a metà dell’opera, e l’energica opening track di “When I Go”.
Insomma, se vale la regola che il blues racconta sempre una storia – come sosteneva il buon John Lee Hooker – si può dire che il duo riesca ancora a trovare le parole giuste per farlo, seppur senza rocamboleschi cambi di abito e di scena.

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Disco della Settimana: Robert Finley

Disco della Settimana: Robert Finley

Un po’ come Charles Bradley: grande talento, un po’ di sfortuna, poi arriva un giovane produttore a costruire la giusta cornice. Per Robert Finley è stato Dan Auerbach dei Black Keys l’artefice della rinascita.

Goin’ Platinum! è il suo secondo album, uscito su Easy Eye Sound, etichetta creata da Dan Auerbach dei Black Keys, il primo dell’etichetta a essere pubblicato e distribuito da Nonesuch Records / Warner Music Group.
L’album cattura il cantante al suo meglio, attorniato da storici musicisti di altissimo livello a fare da supporto alla sua voce particolare. Tra coloro che hanno collaborato alla realizzazione sonora di questo disco il batterista Gene Chrisman (già con Elvis Presley e Aretha Franklin), il tastierista Bobby Woods (JJ Cale, Bobby Womack), i trombettisti della Preservation Hall e il leggendario chitarrista Duane Eddy.
Goin’ Platinum! è stato scritto e prodotto insieme a Dan Auerbach e vede anche la collaborazione di cantautori leggendari quali John Prine, Nick Lowe e Pat McLaughlin. File under “retromania”.

Così ne parla Leo Giovannini su Loudd:

Paradigmatico il disco che vi propongo oggi.
La sua genesi è la classica storia americana: il personaggio di cui parleremo, Robert Finley, ma potrebbe essere chiunque, ad 11 anni riceve dal padre (famiglia non agiata, della Louisiana, of course) i soldi per comprarsi un paio di scarpe, ma Robert, già appassionatissimo di musica, userà quei soldi per comprarsi una chitarra.
All’età di 17 anni si arruolerà nell’esercito verrà mandato di stanza in Germania, dove metterà a frutto la sua passione per la musica formando una band e allietando i suoi commilitoni. Finita la ferma e tornato in patria andrà di casa discografica in casa discografica a cercare uno straccio di contratto, cosa che gli sarà negata. Troverà impiego come muratore e in altri lavori manuali ma continuerà ad esibirsi come cantante in quei locali da panze gonfie di birra e costine di maiale.
Un peccato, perché Finley la voce ce l’ha e pure bella, ma capite bene che nel 1967 o giù di lì la musica black era tutto un fiorire di artisti superlativi e quindi era anche molto facile beccarsi una porta in faccia.
Arrivati ad oggi il nostro buon Robert viene scoperto da Dan Auerbach dei Black Keys che fulminato come San Paolo sulla via di Damasco, si innamora della voce di Finley, lo mette sotto contratto e nell’anno di grazia 2017, all’età di 70 anni e dintorni, il cantante della Louisiana ha il suo posto al sole in forma di disco (vinile, cd, mp3, streaming e bla bla bla).
Che poi “Goin’ Platinum!” è davvero un signor disco, dove soul e blues la fanno da padrone: ben cantato, ben suonato e, qui casca l’asino, ben registrato, anzi, registrato e prodotto come se fosse uscito cinquant’anni fa.
E vince facile, come detto: nella penuria di prodotti black che si ammantano di una finta avanguardia, cosa c’è di meglio che tornare ai “good ol’ days”, intorno ad un braciere acceso che cuoce bistecche t-bone, salsicce di fegato, pannocchie di mais , il tutto annaffiato da boccali di birra ?

Così lo accoglie Enzo Curelli sul suo blog:
A volte abbiamo bisogno delle favole per andare avanti e credere ancora in qualcosa. La musica non è esente, se ben setacciata, anzi, ne è fucina inesauribile. La storia di Robert Finley non è che una delle ultime favole a lieto fine infarcita di verità e leggende, ricordando da vicino quella di Seasick Steve: un giovane della Louisiana, che a diciannove anni nel 1974 lascia i campi di cotone a Bernice e si arruola nell’esercito americano, unico modo sicuro per poter aiutare economicamente la madre. Con l’esercito arriva in una base americana in Germania e proprio in Europa, in mezzo al dovere (chiamiamolo così) ha modo di sviluppare la sua grande passione per la musica con la band dell’esercito: cresciuto a pane e gospel (a undici anni si comprò la prima chitarra con i soldi che il padre gli diede per un nuovo paio di scarpe), con James Brown, B.B. King e i Temptations in testa. Tornato in Usa dopo il duro lavoro da carpentiere capisce che la sua vera strada è la musica. La strada è però dura e in salita. Fino a due anni fa girava vie secondarie e piccoli locali mentre ora a 64 anni si trova a registrare un disco insieme a Gene Chrisman (Elvis Presley band) e a mostri sacri come Duane Eddy (suo il solo di chitarra in ‘You Don’t Have To Do Right’), Bobby Woods e la Preservation Hall. Arriva alla musica che conta con GOIN’ PLATINUM! (dopo l’esordio Age Don’t Mean a Thing del 2016), il primo disco a uscire per la nuova etichetta di Dan Auberbach, Easy Eye Sound. Già è proprio “prezzemolo” Auberbach a prendere questo vecchio bluesman sotto la sua ala protettrice, invitarlo nel suo mondo, lo stesso che gravitava intorno al suo ultimo album solista (le canzoni sono scritte da lui, John Prine, Nick Love, Pat McLaughlin) e a fargli fare il grande salto. “Ho capito le capacità di Robert di andare oltre le canzoni blues. È un grande chitarrista blues, ma se posa la chitarra e si mette davanti ad una orchestra può diventare come Ray Charles.” Così lo presenta Aurbach. Black Keys meets blues singer, quello che ne esce è un magnetico incrocio tra R&B, swamp blues (‘Three Jumpers’) retro soul di casa Nashville e il suo è nome Robert Finley (provate il suo falsetto in ‘Holy Wine’). Lui è un personaggio, il disco senza un’età apparente è da ascoltare per la varietà stilistiche con cui è stato assemblato. L’ultimo colpo di questo 2017.

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De Pascale Blues Revue su Controradio

Sabato 22 febbraio, dalle 15 alle 22.30, Controradio e Il Popolo del Blues organizzano la terza edizione di “Ernesto De Pascale Blues Revue”, evento radiofonico dedicato ad Ernesto De Pascale per ricordare il giornalista, fondatore ed ideatore del programma Il Popolo del Blues, firma di Rolling Stone e Jam, voce storica di Rai Stereonotte.

Sarà un pomeriggio di musica e testimonianze, nel corso del quale interverranno amici, dj, colleghi giornalisti, musicisti che con Ernesto hanno collaborato e che a lui sono stati vicini che si esibiranno dal vivo in una serie di set acustici.Ernesto De Pascale, oltre ad aver condotto Il Popolo del Blues sulle frequenze di Controradio dal 1995, è stato storico presidente di giuria del Rock Contest (www.rockcontest.it), concorso nazionale per band emergenti organizzato proprio da Controradio.In conduzione per Il Popolo del Blues ci saranno Fabrizio Berti, Giulia Nuti e Michele Manzotti.Sarà un lungo pomeriggio di musica all’insegna della radio, mezzo di comunicazione caro a Ernesto De Pascale e centrale nella sua carriera.
“Ernesto De Pascale Blues Revue”
In onda su Controradio sabato 22 febbraio 2014 dalle 15 alle 22.30
FM 93,6 – 98,9 Firenze e Toscana settentrionale
Streaming su www.controradio.it
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