Centro Pecci Cinema, la rassegna cinematografica Top 5 2019

Centro Pecci Cinema, la rassegna cinematografica Top 5 2019

Il Centro Pecci di Prato sceglie il periodo natalizio, quello in cui si va maggiormente al cinema, per avere più possibilità di convincere gli spettatori a vedere questi cinque film straordinari, su grande schermo, il luogo più adatto dove goderne a pieno. Scopri la programmazione!

Ci sono due film asiatici, più precisamente dalla Corea del Sud, e questo conferma quanto il cinema coreano sia all’avanguardia nella realizzazione di opere che rappresentano una sintesi straordinaria tra Cinema come Arte e come Industria (quello di Bong Joon-ho ha vinto la Palma d’Oro al Festival di Cannes); due film statunitensi, di un maestro indiscusso del Cinema come Martin Scorsese e di uno dei nuovi autori più interessanti d’oltreoceano, Noah Baumbach; infine, una delle più belle sorprese dell’anno, ovvero un film brasiliano, che è servito a ricordarci come, seppur con molti meno mezzi economici, anche l’America Latina possa offrire molto in quanto a qualità, originalità e ricerca estetica-narrativa. (Luca Barni)

The Irishman
(Usa, 2019; 209′; vers.orig.sott) di Martin Scorsese, con Robert De Niro, Al Pacino, Joe Pesci, Harvey Keitel
13 dicembre, ore 20.30
14 dicembre, ore 10.00 e 15.15

La vita invisibile di Eurídice Gusmão | A vida invisível de Eurídice Gusmão
(Germania-Brasile, 2019; 139′; vers.orig.sott.) di Karim Aïnouz, con Carol Duarte e Julia Stockler
20 dicembre, ore 21.15
21 dicembre, ore 11.00 e 16.00

Parasite – Gisaengchung
(Corea del Sud, 2019; 132′; vers.orig.sott) di Bong Joon-ho, con Song Kang-ho, Sun-kyun Lee, Yeo-jeong Jo, Choi Woo-Sik, Park So-dam, Hyae Jin Chang
27 dicembre, ore 21.15
28 dicembre, ore 11.00 e 16.00

Marriage Story – Storia di un matrimonio
(Usa, 2019; 136′; vers.orig.sott) di Noah Baumbach, con Scarlett Johansson, Adam Driver, Laura Dern
3 gennaio, ore 21.15
4 gennaio, ore 11.00 e 16.00

Burning – L’amore brucia | Beoning
(Corea del Sud, 2018; 148′; vers.orig.sott) di Lee Chang-dong, con Yoo Ah-In, Steven Yeun, Jong-seo Jun, Joong-ok Lee
10 gennaio, ore 21.15
11 gennaio, ore 11.00 e 16.00

Ingresso

intero 7 euro
ridotto 5 euro

INFO

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Chroma Keys, un’incursione dentro il cinema e nella meraviglia della finzione

Chroma Keys, un’incursione dentro il cinema e nella meraviglia della finzione

Un corpo “alieno” appare e scompare nella scena di un film e in atto un vero e proprio sabotaggio. È quello di Silvia Calderoni dei Motus, che venerdì 22 e sabato 23 novembre al Centro Pecci porta in scena Chroma Keys, una incursione dentro il cinema e nella meraviglia della finzione e dei suoi vecchi “trucchi” stereoscopici

Silvia Calderoni dei Motus porta in scena un sabotaggio sfrontato e ironico del frame cinematografico. Una performance che crea una nuova sceneggiatura, che sarà il pubblico a completare. Venerdì 22 e sabato 23 novembre alla Sala Bianca del Centro Pecci di Prato
Chroma Keys è parte del programma di Body To Be, progetto curato da Kinkaleri che indaga sulla performance contemporanea nelle sue diverse declinazioni. Ospitato per la quarta edizione al Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci, Body To Be rinnova la sua relazione con la città cercando per ogni occasione il luogo più rappresentativo che la riguardi. La performance esplora la possibilità del Green Screen, un’antica tecnica cinematografica che accelera il potere liberatorio e visionario delle immagini alla base degli artifici di tanto cinema delle origini.

Silvia Calderoni precipita quindi in un viaggio dal clima apocalittico, immerso in quella luce da disastro imminente che tanto ricorre nella filmografia di Bela Tarr… Un movimento/immobile che potrebbe continuare all’infinito, attraversando “citazioni” di film che in qualche modo rimandano/trattano/riflettono la sparizione, il senso dell’andare o dell’andarsene, dell’abbandono, ma anche della scoperta. L’atmosfera futuristica e distopica resta ambigua e sospesa: si presuppone un “mondo a venire” o piuttosto, “un mondo a venire senza mondo”, con il profilarsi di un evento che “la fa finita con tutti gli eventi” come in Melancholia di Lars Von Trier? Sta al pubblico completare la sceneggiatura.
La compagnia Motus, fondata nel 1991 da Enrico Casagrande e Daniela Nicolò esplode negli anni 90 con spettacoli di grande impatto emotivo e fisico, riuscendo a prevedere e raccontare alcune tra le più aspre contraddizioni del presente.
Dalla sua fondazione, affianca la creazione artistica – spettacoli teatrali, performance e installazioni – con un’intensa attività culturale, conducendo seminari, incontri, dibattiti e partecipando a festival interdisciplinari nazionali e internazionali. Ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra cui tre premi UBU e prestigiosi premi speciali per il suo lavoro. Nel 2020 i registi della compagnia saranno direttori artistici della cinquantesima edizione del Santarcangelo Festival.

PecciCentro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci, Viale della Repubblica 277, Prato.
Informazioni e prenotazioni tel. 0574 448212 – info@kinkaleri.it
Ticket:
Intero : 10 euro
Ridotto under 26, Over 65, Studenti: 7euro
Convenzione studenti dell’Accademia delle Belle Arti Firenze: 5 euro

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Lo Schermo dell’Arte Film Festival, anno 12

Lo Schermo dell’Arte Film Festival, anno 12

Lo Schermo dell’Arte Film Festival, diretto da Silvia Lucchesi, torna anche quest’anno. Dal 12 al 17 novembre, al Cinema La Compagnia.

Come al solito Lo Schermo dell’Arte offre un nutritissimo programma di approfondimenti sull’arte e sugli artisti contemporanei.

E in parallelo, dal 12 novembre al 1 dicembre, a Palazzo Strozzi si vede l’interessantissima mostra VISIO Moving Images After Post Internet, curata da Leonardo Bigazzi.  promossa e organizzata da Fondazione Palazzo Strozzi e da Lo schermo dell’arte Film Festival.

VISIO è rivolto e dedicato agli artisti under 35 che lavorano con video e cinema. C’è stata una open call. Hanno risposto in più di 100 artisti da 35 diversi paesi. 12 sono stati selezionati. In mostra vedremo i loro lavori sulla “condizione post-internet”.

Lo Schermo dell’Arte parte alla grande. Subito infatti, alla serata di apertura, arriva una doppietta niente male: un film-istallazione del celebre artista francese Philippe Parreno

e un documentario sulla mitica fotografa Letizia Battaglia.

Si parte col botto insomma. Dopodichè il programma di Lo Schermo dell’Arte è pieno zeppo di film da vedere.

Oltre allo speciale Focus dedicato quest’anno all’artista britannico Jeremy Deller, che abbiamo visto pochi mesi fa al Museo Pecci con la mostra Wiltshire Before Christ, ci sono tanti film d’artista e documentari, molti dei quali in anteprima nazionale o mondiale; e poi progetti speciali, incontri e tavole rotonde.

Nonchè una specialissima performance. Il 15, 16 e 17 novembre gli artisti Roberto Fassone e Kasia Fudakowski “saranno” le tende del lavoro Lo scherzo dell’arte. Per un progetto speciale sull’umorismo e la comicità nell’arte contemporanea.

Si diceva della doppietta d’apertura: mercoledì 13 novembre alle 18 si parte con l’ anteprima italiana di No More Reality Whereabouts di Philippe Parreno. Si tratta di un “film di film” che riunisce brani di lavori realizzati da Parreno negli ultimi vent’anni.

Sarà una sorta di performance-film, con il pianista Mikhail Rudy che accompagnerà la visione del film con brani di molti musicisti, tra i quali John Cage, Bach, Ligeti e Scriabin.

Poi si torna con i piedi per terra in compagnia della grande Letizia Battaglia, protagonista di Shooting the Mafia, della regista inglese Kim Longinotto.

Da lì in poi il programma de Lo Schermo dell’Arte è pieno di chicche. Che esplorano il mondo dell’arte, ma anche i cambiamenti e le tematiche sociali, geopolitiche e ambientali che interessano il mondo contemporaneo.

Tra i film e documentari scelti per la dodicesima edizione de Lo Schermo dell’Arte ci sono tre anteprime mondiali:

La prima è quella del 14 novembre, alle ore 22: Romanistan (2019) di Luca Vitone racconta il suo viaggio all’incontrario lungo il tragitto di emigrazione del popolo Rom, dall’India nord occidentale all’Europa iniziato nell’VIII secolo. E per chi vuole approfondire, Vitone ha una personale al Centro Pecci fino al 2 febbraio 2020.

Poi il 15 novembre alle ore 21 arriva Welcome Palermo del duo Masbedo, realizzato l’anno scorso durante Manifesta 12.

 

Infine il 17 novembre alle ore 21 si potrà vedere Nelson-Jorit e il condominio dei diritti di Omar Rashid (2019). Il documentario segue le fasi dell’esecuzione del grande murale con il volto di Mandela realizzato nel 2018 a Firenze dallo street artist Jorit.

Altre gemme?  Ettore Spalletti, di Alessandra Galletta (2019) film dedicato al grande artista abruzzese appena scomparso.

E Beyond the Visible – Hilma Af Klint di Halina Dyrschka (2019), che racconta la storia della prima artista che ha introdotto l’astrazione nella pittura all’inizio del XX secolo. Non è stato Kandinsky, come c’è scritto su tutti i manuali! Le mostre  di Hilma Af Klimt nel mondo sono state affollatissime. Noi potremo conoscerla grazie a Lo Schermo dell’Arte il 15 novembre, alle 19.15.

Interessante infine sarà anche vedere Barbara Rubin and the Exploding NY Underground di Chuck Smith (2018). Il film racconta la storia di Barbara Rubin, artista e filmmaker in anticipo sui tempi e oggi dimenticata, che con le sue opere e le sue amicizie celebri, da Andy Warhol a Bob Dylan, da Allen Ginsberg a Salvador Dalì, ha influenzato l’evolversi dei movimenti artistici degli anni Sessanta a New York (16 novembre, alle 22.30).

Ma interessanti sono tutti i film di questa edizione de Lo Schermo dell’Arte. Quindi consultate il programma e organizzatevi: il consiglio è quello di portarsi un sacco a pelo e piantare le tende al Cinema La Compagnia per tutti i sei giorni de Lo Schermo dell’Arte.

 

Margherita Abbozzo.

 

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At the Matinée, la storia del CBGB e della scena punk hardcore degli anni 80

At the Matinée, la storia del CBGB e della scena punk hardcore degli anni 80

At the Matinée, il documentario che racconta la storia del CBGB e della scena punk hardcore degli anni 80. La regia è di Giangiacomo De Stefano.  (Italia-Germania-Usa, 2019; 85′; vers.orig.sott) Centro Pecci, Prato dal 24 al 30 ottobre 2019.

Un’operazione insolita, coraggiosa, quasi temeraria per i tempi e le esigenze del mercato odierno. Un documentario dedicato a un fenomeno di nicchia e del passato ma che, per qualcuno, resta indimenticabile. A girarlo un italiano, Giangiacomo De Stefano che si è recato in loco, dove tutto è cominciato, nel luogo in cui un tempo sorgeva il CBGB’s, locale di New York che ospitò i primi concerti di Ramones, Blondie e Talking Heads. Il sancta sanctorum del punk ’77, in quel Lower East Side che un tempo era luogo di meticciato e oggi è soggetto alla gentrificazione più spietata.

“Il documentario ripercorre quel periodo attraverso Walter Schreifels ( protagonista di band-simbolo del genere come Gorilla Biscuits, Youth Of Today, Quicksand e le sue canzoni.) Tuttavia, At the matinée non solo descrive la scena musicale, ma attraverso essa, anche le persone che ne facevano parte e il Lower East Side degli anni Ottanta, raccontando anche ciò che New York è diventata oggi. Negli anni ‘80 si sviluppò in questo contesto degradato il fenomeno dei matinée, che altro non erano che concerti svolti in orari diurni la domenica.”

ORARI

giovedì 24 ottobre, ore 21.15

sabato 26 ottobre, ore 18.45

domenica 27 ottobre, ore 11.00 e ore 21.15

mercoledì 30 ottobre, ore 18.30

Cinema – Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci

Viale della Repubblica, 277, Prato INFO

 

Ingresso

intero 7 euro
ridotto 5 euro

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‘My Fever’ quattro incontri al Centro Pecci

‘My Fever’ quattro incontri al Centro Pecci

Prato, lo scorso 7 giugno ha aperto i battenti, al Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci di Prato, il secondo tempo di quella che è, con buona probabilità, la più completa e importante mostra che sia mai stata dedicata alla storia e alla cultura dei club: ‘Night Fever. Designing Club Culture 1960 – Today’.

Il primo tempo si era svolto, con grande successo internazionale, al Vitra Design Museum che, assieme ad ADAM – Brussels Design Museum, ha prodotto il grande progetto espositivo fornendo uno staff curatoriale di alto livello, capitanato da Jochen Eisenbrand e coadiuvato da Elena Magini, come curatrice associata per la mostra al Centro Pecci che ha visto l’aggiunta di un’importante sezione dedicata agli incroci, tutti italiani e molto fiorentini, tra architettura radicale e mondo dei club.

Per accompagnarci nel migliore dei modi verso la chiusura della mostra, il Centro Pecci ha ideato ‘My Fever’ una rassegna di quattro incontri in mostra per scoprire dalla voce dei protagonisti la storia della Club Culture. Nel primo incontro di giovedì 19 settembre alle ore 18, ci accompagneranno nelle sale della mostra Simona Faraone, una delle prima donne dj d’Europa, pionieristica animatrice della scena romana dai primi anni 90, e Mauro “Boris” Borella, uno dei fondatori e animatori dello storico club Link di Bologna, luogo cruciale per lo sviluppo del clubbing italiano collegato alle scene internazionali. Io avrò il ruolo di incalzarli e mediare le domande del pubblico. Dopo la visita alla mostra seguirà un Dj Set di Simona Faraone. L’ingresso all’evento è libero con biglietto della mostra.

Bisogna considerare che il modo in cui questa storia è stata scritta parte da un presupposto: le discoteche sono stati veri e propri epicentri di cultura contemporanea. Hanno messo in discussione i codici prestabiliti del divertimento e hanno permesso di sperimentare stili di vita alternativi attraverso le manifestazioni più d’avanguardia del design, della grafica e della moda. Comprendendo a fondo questo assioma si può tessere una intricata matassa di fili che tengono insieme contesti e linguaggi differenti. Perché i club sono stati dei luoghi fondamentali per l’emersione e la crescita delle subculture. Oltre agli eventi musicali, per i quali hanno costituito il laboratorio delle nuove tendenze, sono stati la cornice ideale per lo sviluppo delle arti performative e del design, chiamato a rispondere alle necessità di flessibilità dello spazio. Lo spazio definito dai club è partecipativo e democratico e così deve essere il design che lo struttura. Ma hanno amplificato anche alcuni dei movimenti e delle scuole di moda più radicali e creative, hanno generato un nuovo modo di intendere l’editoria di costume e società, hanno proficuamente intrecciato la propria storia con quella di tanti momenti fondamentali dell’arte più rivoluzionaria e fuori dagli schemi.

E non si tratta solo di edonismo, anzi. A ben guardare, dalla mostra emerge una continuità forte quella tra i movimenti di emancipazione rivendicazione sociale e la scena club. “La costruzione dei processi di auto-coscienza e di identità dei movimenti per i diritti dei gay e delle lesbiche – dice ai nostri microfoni Jochen Eisenbrand – non sarebbe stato lo stesso, per esempio, senza il fondamentale lavoro fatto da almeno due club nella New York degli anni 70. E se la Grande Mela, Chicago, Detroit, Berlino e Londra possono essere considerati i punti cardinali di questa storia non è trascurabile il ruolo rivestito da alcune seminali esperienze italiane. Continua il curatore. “Dall’inizio della nostra ricerca la scena italiana dei club storici ci è sembrata un riferimento fondamentale, soprattutto per l’imprescindibile ruolo che architetti e designer hanno avuto nella definizione degli spazi dei club, negli anni 70. Magazine come Domus e Casabella hanno saputo ospitare il dibattito attorno agli aspetti teorici connessi con quelle visioni d’avanguardia. In più a Firenze c’erano il Mac II e lo Space Electronic che hanno rappresentato degli esempi straordinari di applicazioni di quegli slanci utopici. Ecco perché abbiamo voluto creare una nuova parte della mostra con contenuti specificatamente pensati per approfondire questi aspetti”.

Assieme a film, fotografie d’epoca, manifesti, abiti e opere d’arte, la mostra propone anche una serie di installazioni luminose e sonore che accompagneranno il visitatore in un viaggio affascinante e pieno di spunti da decifrare. A completare la mostra, Konstantin Grcic e Matthias Singer hanno elaborato un’installazione musicale e luminosa, una silent disco che catapulta i visitatori nella movimentata storia della club culture. Una raccolta selezionata di copertine di dischi, tra cui i disegni di Peter Saville per Factory Records o la copertina programmatica dell’album Nightclubbing di Grace Jones, sottolinea infine le importanti relazioni tra musica e grafica nella storia delle discoteche dal 1960 a oggi. Il percorso espositivo segue un iter cronologico che prende avvio con le discoteche degli anni Sessanta, che per la prima volta trasformano il ballo in un rito collettivo da officiare in un mondo fantastico fatto di luci, suoni e colori in cui immergersi. Ci sono i luoghi della subcultura newyorchese, come l’Electric Circus, che con il suo carattere multidisciplinare influenzò anche i club europei, tra cui lo Space Electronic a Firenze concepito dal collettivo Gruppo 9999. C’è il Piper di Torino, lo spazio multifunzionale concepito da Giorgio Ceretti, Pietro Derossi e Riccardo Rosso, che con i suoi mobili modulari non solo faceva ballare, ma si prestava ottimamente anche per concerti, happening e teatro sperimentale. Il Bamba Issa, una discoteca toscana sulla spiaggia di Forte dei Marmi ideata dal Gruppo UFO, era essa stessa un teatro dell’arte. Negli anni Settanta, con l’ascesa della disco music la cultura dei club ha un nuovo impulso. Il dancefloor offre un palcoscenico ideale per performance individuali e collettive, creatori di moda come Stephen Burrows o Halston fornivano gli abiti giusti per uno stile sfavillante. Lo Studio 54, aperto a New York nel 1977, diviene un luogo d’incontro molto amato dagli idoli del culto delle celebrità. Due anni dopo, il film Saturday Night Fever segnà il culmine della commercializzazione del movimento disco che, invece, era nato nata in club e bar frequentati dalla comunità LGBTQ+ e nera ma anche latinoamericana, marginalizzate dalla maggioranza bianca e eterosessuale, in modo assolutamente politicizzato e con una forte connotazione sociale come un fenomeno underground, poi traghettato attraverso locali come il Paradise Garage – gay club che per primo rompe le regole della discriminazione razziale − verso la cultura di massa. Non a caso, i contro-movimenti come quello culminato con la Disco Demolition Night di Chicago (1979) diedero voce a tendenze reazionarie, in parte caratterizzate da omofobia e razzismo. Contemporaneamente, discoteche come il Mudd Club o l’Area di New York, fondendo vita notturna e arte, offrivano nuove opportunità ai giovani artisti emergenti come Keith Haring e Jean-Michel Basquiat, mentre nei club londinesi come Blitz e Taboo, con i New Romantics nacquero un nuovo stile musica e una nuova moda dalla quale sarebbe emersa la stilista Vivienne Westwood. A Manchester l’architetto e designer Ben Kelly progetta una cattedrale del rave postindustriale, la mitica Haçienda (1982), cofinanziato, tra l’altro, dalla band britannica New Order. Da qui l’acid house, un sottogenere della musica house, partè alla conquista della Gran Bretagna. La scena berlinese dei primi anni Novanta cresce attorno a discoteche come Tresor, dando nuova vita a spazi abbandonati e deteriorati, scoperti dopo la caduta del muro. Anche il Berghain, aperto nel 2004 in una vecchia centrale termoelettrica, dimostra che una scena disco vivace si sviluppa soprattutto dove ci sono gli spazi urbani necessari. Dagli anni 2000, lo sviluppo della club culture si fa più complesso: da un lato è in forte ripresa e in continua espansione, appropriata da marchi e festival di musica globali, dall’altro, molti club sono spinti fuori dai contesti urbani. Nel frattempo, però, è cresciuta una nuova generazione di architetti che si confronta nuovamente con la tipologia del locale notturno: tra questi, lo studio olandese OMA di Rem Koolhaas propone un nuovo concept per una delle discoteche più famose del mondo, il Ministry of Sound II di Londra, definendo le caratteristiche del club del Ventunesimo secolo. “Oggi per i club è diventato molto più difficile essere dei luoghi speciali, con un ruolo di avanguardia – ammette Eisenbrand – anche a causa della rivoluzione digitale. Prima dovevi per forza andare in un club per sentire della nuova musica. Ora ce l’hai ovunque attorno a te, sul tuo telefono. Prima, ciò che accadeva nel club restava nel club, ora tutto viene forzatamente documentato con foto, video, post, instagram stories etc… Un’altra delle ragioni per la attuale crisi dei club credo risieda nell’esplosione del fenomeno festival, nei quali nell’arco di una giornata puoi vedere e sentire decine di dj, uno dopo l’altro. Difficile per i club poter competere con qualcosa del genere”. Staremo a vedere: il futuro del clubbing è ancora tutto da scrivere.

L’intervista di Giustina Terenzi ad Andrea Mi: https://www.controradio.it/podcast/my-fever-suoni-e-voci-della-club-culture-intervista-ad-andrea-mi/

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