Odeon,Nebraska per Original Sound

Il programma Original Sound propone per questa per  la prossima settimana al cinema Odeon,Nebraska l’attesissimo film del regista Alexander Payne,premio Oscar per la sceneggiatura che con i suoi due ultimi film Sideways – In viaggio con Jack e Paradiso amaro.Questa volta Payne in uno splendido bianco e nero ci racconta di un viaggio che vede svilupparsi un emozionante confronto padre-figlio con l’ eccezionale prova di Bruce Dern, attore cult dell’ America degli anni sessanta e settanta, premiato a Cannes con la Palma d’oro.

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Woody Grant,un anziano alcolizzato, vive nel Montana, ma scappa ripetutamente di casa nel tentativo di raggiungere il Nebraska dove è convinto di ricevere un ricco premio della lotteria. Uno dei due figli decide di accompagnare il padre in questa bizzarra traversata, che diventerà l’occasione per ripercorrere il passato, raccontarsi, conoscersi.
Tornando per la quarta volta a casa, nel Nebraska, Alexander Payne ci racconta una storia on the road ma intimista, scritta da Bob Nelson, soffusa, fatta di niente e di tutto, con importanti pause, con l’insegna al neon psicologico della malinconia (ma anche melanconia). Al centro del film, bello e struggente  un rapporto difficile tra padre e figlio, che decide di assecondare il padre e gli dà un passaggio a colmare silenzi, apatie, vuoti del passato. Tipico della cultura americana (basti pensare al Miller del ‘Commesso viaggiatore’), l’incontro scontro tra due generazioni andrà a buon fine, mentre la situazione si evolve nel più assoluto, grottesco cinismo, quando il nostro all’ultimo incontra i vecchi amici tronfi di squallore e parenti serpenti pronti a rapinargli la presunta vincita. Tappe molto «made in Usa», dal saloon alla zuffa al cimitero di Spoon River, infine dopo 2000 km. ritorno a casa, missione affettiva compiuta. Nel Midwest americano, un deserto psicologico, sembra di sentire le ballate di Guthrie, le canzoni di Springsteen e una fotografia da Oscar di Phedon Papamichael che recupera il valore della memoria delle storie e della Storia come fossimo nei paesaggi rurali di Faulkner. Payne, cecoviano stilista interiore di uomini in panne, narratore di torti quotidiani e dissolvenze di famiglia, prende per mano il 77enne Bruce Dern, grande dell’America ’70 (‘Tornando a casa’, ‘Complotto di famiglia’, ‘Non si uccidono così anche i cavalli?’), e lo riporta in vetta con un’interpretazione di rara sensibilità che lo riscatta dall’aver sparato alle spalle a John Wayne nei ‘Cowboys’. Strepitosa anche l’interpretazione del figlio Will Forte che esprime al meglio l’anonimato 40enne e la pulsione piccolo borghese.

NEBRASKA (USA, 2013, 110′)
Un film di Alexander Payne con Bob Odenkirk, Bruce Dern
Versione originale con sottotitoli in italiano | Original version with Italian subtitles
Martedì 28 Gennaio: 18.30, 21.00 | January, Monday 28: 6.30, 9.00 pm
Mercoledì 29 Gennaio: 16.15, 18.30 | January, Wednesday 29: 4.15, 6.30 pm
Giovedì 30 Gennaio: 16.15, 18.30, 21.00 | January, Thursday 30: 4.15, 6.30, 9.00 pm
Friday 31 Gennaio: 16.00, 18.15, 20.30, 22.45 | January, Friday 31: 4.00, 6.15, 8.30, 10.45 pm
Lunedì 3 Febbraio: 16.15, 18.30, 21.00 | February, Monday 3: 4.15, 6.30, 9.00 pm
Martedì 4 Febbraio: 16.15, 18.30, 21.00 | January, Tuesday 4: 4.15, 6.30, 9.00 pm
Mercoledì 5 Febbraio: 16.00 | January, Wednesday 5: 4.00 pm
Cinema Odeon Firenze | Piazza Strozzi | Firenze

 

 

Una pura formalità

Da oggi 28 gennaio a domenica 2 febbraio 2014 alla Pergola  prima nazionale con Glauco Mauri in Una pura formalità dal film di Giuseppe Tornatore. Prima nazionale a Firenze dal 28 gennaio per il nuovo spettacolo della Compagnia Mauri – Sturno prodotto in collaborazione con la Fondazione Teatro della Pergola,quinta delle coproduzioni e prime nazionali che hanno scandito la stagione della Pergola e che in questi mesi attraversano i teatri della penisola. Dopo il successo de I pilastri della Società di Gabriele Lavia, restano ancora in scena e in attesa di nuovi debutti Giocando con Orlando con Stefano Accorsi e Marco Baliani, Servo per due con Pierfrancesco Favino e il gruppo Danny Rose, e al terzo anno di repliche Viviani Varietà con Massimo Ranieri.

Da oltre trenta anni insieme sulle scene, Glauco Mauri e Roberto Sturno con immutato impegno e totale dedizione aggiungono nuovi capitoli alla storia di una “ditta” all’antica italiana che felicemente coniuga impresario, attore, regista per creare nuovi e inediti adattamenti.Nei teatri di tutta Italia hanno portato i grandi classici: Sofocle, Shakespeare, Goethe, Molière, ma anche Ionesco e Beckett, Pirandello e Goldoni, Dostoevskji e Brecht, Mamet e Schmitt e Shaffer senza mancare di stagione in stagione l’appuntamento con il Teatro della Pergola.Dopo Il Vangelo secondo Pilato di Éric-Emmanuel Schmitt, Sleuth/L’inganno di Anthony Shaffer e Quello che prende gli schiaffi di Leonid Nikolaevič Andreev, ecco al debutto la versione teatrale del film di Giuseppe Tornatore Una pura formalità.
Quando il film uscì nel 1994 fu accolto, per la sua inquietante novità, con una certa difficoltà da parte della critica. Oggi è considerato uno dei suoi lavori più belli in assoluto (lo stesso autore ne è convinto), un “piccolo capolavoro”, ne erano protagonisti Gérard Depardieu e Roman Polanski con un giovanissimo Sergio Rubini.
Nell’allestimento teatrale Roberto Sturno è lo scrittore Onoff e Glauco Mauri il Commissario, con loro in scena: Giuseppe Nitti, Amedeo D’Amico, Paolo Benvenuto Vezzoso, Marco Fiore. Le scene sono di Giuliano Spinelli, i costumi di Irene Monti, le musiche di Germano Mazzocchetti.
Tema centrale di Una pura formalità: la ricerca della memoria. Gli squarci che si aprono nella mente del protagonista durante il serrato interrogatorio in uno “strano” commissariato ricostruiscono il suo passato, risalgono alle sue origini con continui colpi di scena, e come in un thriller lo spettatore arriva alla verità con un inatteso finale.
“L’intensità del racconto, il suo ritmo, illuminato da emozionanti colpi di scena, una razionale e al tempo stesso commossa visione della vita – dice Glauco Mauri – mi hanno spinto, in pieno accordo con Tornatore, ad una libera versione teatrale.
Già il film ha una sua struttura sospesa fra cinema e teatro e questo mi ha molto aiutato nel lavoro. E come negli “incontri” fortunati, la storia così magnificamente raccontata nel film, ha fatto germogliare in me emozioni inaspettate che diventavano sempre più mie.
Un’opera tanto più è valida quanto più dona a un interprete la possibilità di scoprire sfumature umane e poetiche in essa nascoste.
Ho cercato di far rivivere tutta la forza drammatica della sceneggiatura modificandone quelle parti che si presentavano con dei connotati troppo cinematografici, preservandone al tempo stesso quell’intensità che dall’inizio ci avvolge nel suo misterioso intreccio. Il racconto rimane oscuro fino al suo sconvolgente epilogo dove i pezzi lacerati di una vita si compongono in una serenità inaspettata e commovente: un capovolgimento radicale di quello che sembrava un giallo.”

Odeon Giornata della Memoria 2014

Odeon Giornata della Memoria 2014, proiezione del film di Margarethe Von Trotta HANNAH ARENDT.


Nel 1940, la filosofa ebreo-tedesca Hannah Arendt fugge con il marito e la madre dagli orrori della Germania nazista e, grazie all’aiuto del giornalista americano Varian Fry, si trasferisce negli Stati Uniti. Divenuta tutor universitario e attivista della comunità ebraica di New York, Hannah inizia a collaborare con alcune testate giornalistiche, tra cui il New Yorker che la invia in Israele per seguire da vicino il processo contro il funzionario nazista Adolf Eichmann. Da qui Hannah prenderà spunto per scrivere il libro “La banalità del male”, un testo che susciterà molte controversie.
Nel corso della sua ormai lunga carriera (esordio con Il secondo risveglio di Christa Klages, 1978) Margarethe Von Trotta  ha già diretto Rosa Luxembourg, 1986, sull’attivista socialista, e Rosenstrasse, 2003, sulle donne di Berlino negli anni bui del nazismo. Può essere considerato il completamento di una ideale trilogia dedicata alla storia tedesca del XX secolo questo suo nuovo film, che fin dal titolo chiarisce intenzioni e obiettivi. Hanna Arendt non è dedicato alla filosofa e teologa tedesca, nata ad Hannover nel 1906, imprigionata per un breve periodo dalla Gestapo nel 1933, sposatasi  in seconde nozze  con Heinrich Blucher nel 1933 e emigrata con marito e madre nel 1941 negli Stati Uniti. Queste note biografiche emergono semmai in vari momenti del racconto principale: che coglie Hannah in età ormai matura quando a  New York arriva la notizia dell’arresto di Adolf Eichmann e la decisione di Israele di processarlo in Patria. Ottenuto dal New Yorker l’incarico di inviata speciale, Hannah segue per tre anni il dibattimento.  Quando torna a casa, scrive cinque articoli sul giornale e, subito dopo, pubblica il libro La banalità del male, che esce nel 1963 e scatena subito una marea di reazioni tra il sorpreso e l’indignato soprattutto nelle varie comunità ebraiche. Se consideriamo che parlare male di quel libro è atteggiamento ancora oggi attivo tra le generazioni più lontane dagli avvenimenti, ne concludiamo che la scelta della Von Trotta è pienamente legittima  e ben motivata. Si tratta di non aver paura di discutere e riflettere, di innervare filosofia e speculazione storica dentro ideologia e pensiero unico. A ridare vigore, forza, concretezza alla vita e al lavoro della Arendt provvede poi Von Trotta con un’opera di alto livello qualitativo ed espressivo. Nitido nelle luci e negli ambienti, lucido nelle psicologie anche minori, calato in una dinamica ricostruzione degli spazi e delel geometrie esistenziali , il film trova in Barbara Sukova un’interprete capace di restituire una Arendt donna del suo tempo e ugualmente esempio per le donne di oggi.  Un prova convincente per la regista tedesca, dopo qualche passo falso.
Prima della proiezione introduzione al film da parte dello scrittore Pier Paolo Dal Monte, autore del libro “L’allucinazione della modernità”.

Giornata della Memoria 2014
HANNAH ARENDT (Germania-Lussemburgo-Francia, 2012, 113′)
di Margarethe Von Trotta, con Anna Sukowa
Versione originale con sottotitoli in italiano | Original version with Italian subtitles
Lunedì 27 gennaio ore 21.00 e Martedì 28 gennaio ore 16.00
Cinema Odeon | Piazza Strozzi | Firenze

CARLO VERDONE all’ Odeon

Domani 26 gennaio dalle ore 10 incontro con Carlo Verdone all’Odeon di Firenze,nell’ambito del progetto LIONS ACADEMY, promosso dal Lions Club della Toscana.

CARLO VERDONE parlerà del suo percorso artistico in “In viaggio con Carlo Verdone nel cinema italiano”, dopo la proiezione (alle 10) del suo film documentario dedicato ad Alberto Sordi, “Alberto il grande”.

 


THE WOLF OF WALL STREET

Il cinema Odeon presenta per il programma Original Sound il 24-26 gennaio e l’1-2 febbraio l’attesissimo ultimo film di Martin Scorsese con Leonardo di Caprio  THE WOLF OF WALL STREET.

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Jordan Belfort, un broker di Long Island, viene condannato a 20 mesi di carcere dopo aver rifiutato di collaborare alle indagini su di un massiccio caso di frode atto a svelare la diffusa corruzione vigente negli anni Novanta a Wall Street e nel mondo bancario americano.
Alla fine di un film di Scorsese ci si convince ogni volta che non si possa andare più in là, che non ci sia più spazio per un’altra inquadratura dopo l’immersione subacquea de Le royaume des fées (Hugo Cabret), che non ci sia un altro sguardo ammissibile dopo gli occhi celesti di un orfano dietro agli orologi e aggrappati alle lancette che scandiscono l’unico tempo che può vivere. Poi vedi The Wolf of Wall Street, commedia nera e stupefacente senza redenzione, e ti accorgi che è possibile. Navy Seal del cinema, Martin Scorsese si spinge daccapo oltre e questa volta negli angoli oscuri dove vivono le cose (molto) cattive e dove ingaggia una battaglia ad alto volume con gli avvoltoi di Wall Street, immorali gangster ma socialmente più accettabili di un gangster.
Jordan Belfort, trader compulsivo impegnato a consumare (letteralmente) il mondo, è in fondo il fratello di quel bravo ragazzo di Henry Hill (Ray Liotta in Goodfellas), che proprio come lui non è frutto dell’immaginazione ed è materia prima su cui si edifica il film. Recitato in prima persona da Leonardo DiCaprio, imperiale nella performance e imperioso nel film, The Wolf of Wall Street afferra in piena e frontale autarchia un personaggio incontinente e talmente brillante che non smette di rilanciare e sperimentare i suoi limiti. Alla maniera del suo ‘eroe’ le immagini di Scorsese, brillanti e smaniose, sature e vuote, si rigenerano con la costanza di un moto perpetuo, svolgendo l’oscenità bestiale del mondo della finanza e proseguendo la sua analisi antropologica sull’avidità attraverso l’economia americana. Scrupoloso studioso di ambienti, di cui L’età dell’innocenza è il vertice incomparabile, Scorsese introduce in un’ouverture rapida e vorticosa l’universo degli operatori finanziari, un regno delirante e fuori controllo che fa fortuna a colpi di bluff e di transizioni più o meno legali, che pratica il piacere e il cinismo dentro un programma quotidiano di feste decadenti popolate da spogliarelliste, puttane, nani volanti e bestie da fiera. Un’orgia senza fine e senza altra ragione che perseverare nella perversione e nel vizio del denaro e della droga, il primo serve per ottenere la seconda. Così per ‘montare’ il toro furioso di Wall Street Jordan Belfort tira la cocaina, per restarci in equilibrio ingoia sedativi.
Se si vuole accedere nei luoghi di The Wolf of Wall Street è necessario seguire la ‘striscia’ bianca e mettere in conto la tachicardia, un’accelerazione di ritmo e un aumento della frequenza delle immagini, in cui non si può fare a meno di leggere l’esperienza psicotropa e autodistruttiva che ha segnato la vita del regista e lasciato un’impronta indelebile nel suo cinema. Una conoscenza estrema e febbrile della ‘materia’ che ha forgiato il suo stile, l’eccitabilità della macchina da presa, il montaggio vertiginoso e incalzante, le atmosfere paranoiche, quelle ansiogene e quelle insonni. Gli abusi degli anni Settanta poi hanno prodotto un’identificazione primaria tra il giovane Scorsese e Jordan Belfort, di cui l’autore coglie assai bene i comportamenti ossessivi e la grottesca esuberanza, figurando un personaggio irrecuperabile, che cavalca ininterrottamente una cresta isterica e amorale fino al punto di rottura, un’onda di trenta metri che lo inghiottirà senza inghiottirlo davvero mai. Perché Belfort, in cima al suo yacht o sul palco(scenico) del suo ufficio, è un eruttante ‘re del mondo’, di un serraglio di animali selvaggi e predatori. Lupo, leone (il logo della sua azienda e della sua immagine pubblica), toro (l’emblema di Wall Street), scimmie in stato di eccitazione permanente, ubriachi di potere e dipendenti da tutto. Scorsese non fa sconti, figuriamoci lezioni morali, rinunciando a qualsiasi forma di empatia col suo personaggio, escludendo la traccia sentimentale di Casinò, la storia di un ‘asso’ che costruisce un impero per offrirlo a sua moglie, e mettendo in scena niente altro che la pura e semplice ambizione di dilapidare il mondo senza scrupoli e senza rimpianti.
The Wolf of Wall Street è (anche) lo stand-up di un buffone, corruttibile e corrotto leader di una gang disfunzionale, da cui emerge l’ambizione smisurata del trader di Jonah Hill, grande improvvisatore e habitué della commedia ‘per adulti’ a cui Scorsese regala una delle sequenze più prodigiosamente oscene e fuori misura del film. Maître in materia di cinismo e profitto personale resta nondimeno Jordan Belfort, che il regista riduce a un verme paralizzato dall’abuso di una sostanza chimica, costretto a strisciare fino alla sua vettura, vittima di un’umiliazione che ha contribuito a creare. Un uomo impossibile da redimere che quando infine cade non ha che un’idea nella testa: ricominciare. Un imperatore moderno e wellesiano, che fallisce il successo ed è un fallito di successo, senza ‘Rosebud’, traumi infantili o segreti da scoprire. Oscillante tra picchi e crisi, ansiolitici ipnotici e droghe stimolanti, The Wolf of Wall Street agisce direttamente sulla chimica cerebrale dello spettatore, che rimane con una penna in mano e la rivelazione di qualcosa di mostruoso e appassionante sulla natura umana. Scorsese ripete la magia, questa volta nera e distruttiva.

THE WOLF OF WALL STREET (USA, 2013, 165′)
Un film di Martin Scorsese con Leonardo Di Caprio, Matthew McConaughey
Versione originale con sottotitoli in italiano | Original version with Italian subtitles

Venerdì 24 gennaio: 15.30, 18.30, 21.30 | January, Friday 24: 3.30, 6.30, 9.30 pm
Sabato 25 gennaio: 15.30, 18.30, 21.30 | January, Saturday 25: 3.30, 6.30, 9.30 pm
Domenica 26 gennaio: 15.30, 18.30, 21.30 | January, Sunday 26: 3.30, 6.30, 9.30 pm
Sabato 1 febbraio: 15.30, 18.30, 21.30 | February, Saturday 1: 3.30, 6.30, 9.30 pm
Domenica 2 febbraio: 15.30, 18.30, 21.30 | February, Sunday 2: 3.30, 6.30, 9.30 pm
Cinema Odeon | Piazza Strozzi | Firenze