Disco della Settimana: Damien Jurado ‘The Horizon Just Laughed’

Disco della Settimana: Damien Jurado ‘The Horizon Just Laughed’

‘The Horizon Just Laughed’, il 17° album del musicista di Seattle Damien Jurado, è una capsula spazio-temporale che porta il folk psichedelico degli anni sessanta in rarefatte atmosfere futuribili.

damien jurado
DAMIEN JURADO, MUSICIAN
022511 Damien Jurado CQ, local indie music figure, known for his serious music and tones, is about to go on tour to Tucson, Austin and points-west. He’s the godfather of the Seattle folk-rock scene.

Come i precedenti album di Damien Jurado anche il nuovo ‘The Horizon Just Laughed’ (per Secretly Canadian) è iniziato con un  sogno. Questo è il primo disco dell’artista di Seattle totalmente  autoprodotto in oltre 20 anni di carriera, l’album più personale che abbia composto, più radicato nella sua vita della trilogia di Maraqopa (composta da ‘Maraqopa’ del 2012, ‘Brothers and Sisters of the Eternal Son’ del 2014 e ‘Visions of Us on the Land’ del 2016). «E’ un album simile a un college dove si uniscono racconti, lettere e cartoline»


Le 11 canzoni del nuovo album sono state registrate con Alex Bush a Irvine, California, presso i Sonikwire Studio. L’elegante video di ‘Over Rainobows and Rainier’ è stato diretto da Jordan Halland. Più info sull’album sono reperibili sul sito ufficiale dell’artista http://damienjurado.com/

Così il disco è stato accolto da Distorsioni.net:

Antidivo per eccellenza, il pittore e cantautore di Seattle Damien Jurado, noto in Italia solo per aver fornito una sua canzone, Everything Trying, alla colonna sonora del film Premio Oscar 2013 “La Grande Bellezza” di Paolo Sorrentino, pubblica il quattordicesimo album “The Horizon Just Laughed”. Jurado non è artista da cui aspettarsi troppe sorprese, infatti questo suo ultimo lavoro si conferma in linea con le produzioni precedenti, fatte di canzoni folk dalle sonorità delicate e a tratti sognanti, e composizioni in cui l’influenza dei grandi cantautori americani degli Anni ’60 appare piuttosto evidente. Il primo singolo estratto dall’album, Over Rainbows and Rainier, è semplicemente delizioso. Si potrebbe dire che è una canzone di quelle come non se ne scrivono più: senza post-produzione evidente; solo una chitarra acustica pizzicata e la voce di Jurado, leggera come una brezza, a cantare un testo ermetico, di quelli che in Italia avrebbe potuto scrivere De Gregori negli Anni ’70. Interessante anche il brano Allocate, in cui le atmosfere si fanno più pop, quasi lounge e che racconta degli sforzi che si devono talvolta fare quando si amano persone difficili. Un altro brano particolarmente significativo di questo album è 1973, forse la canzone più intimista delle undici della tracklist: un testo prettamente cantautorale, lontanissimo dagli stilemi della musica contemporanea, e forse proprio per questo interessante. Lascia il segno anche Marvin Kaplan, dedicata all’attore televisivo americano scomparso due anni fa, sconosciuto in Italia, ma molto amato negli States. Nel complesso, uno dei dischi migliori di Jurado, interamente finalmente autoprodotto: l’artista è libero di esprimersi nei toni sommessi che più gli sono congeniali, senza l’intrusione di sovrastrutture commerciali che gli si addicono davvero poco. E’ attualmente impegnato in una tournée mondiale, con oltre 30 date al di qua ed al di là dell’oceano, ma al momento  non sono ancora previste tappe in Italia. 

Cos’ se ne parla su Sentireascoltare:

È un attitudine consolidata, quella di Damien Jurado, di mettere in musica i propri ricordi, i pensieri più articolati e i propri sogni. Dal 2012 al 2016, la trilogia di Maraqopa (Maraqopa, Brothers and sisters of the eternal son e Visions of us on the land) aveva rappresentato il punto più alto della sua fuga dal mondo, della riflessione sull’Io e dell’immersione in americanissime ambientazioni sci-fi dove perdersi in maniera più o meno risolutiva e onirica. La collaborazione con il producer Richard Swift, presente già in St. Bartlett e in tutta la trilogia, aveva arricchito questo mood escapista con soffici passaggi psych e delicati zig-zag tra immagini legate indissolubilmente al folk americano degli anni sessanta. L’idea di un uomo nuovo in maggiore sintonia col mondo già presente in Visions of us…(«I lost my mind so i stepped out for a time / Went for a walk on a long road to unwind / I met myself there, saying, “go home”») si fa sostanza pura nel nuovo prodotto targato Jurado, The horizon just laughed. Dopo oltre vent’anni di carriera tra Sub Pop e Secretly Canadian, il Nostro opta per la prima volta per l’autoproduzione, sceglie di non affiancarsi al solito Swift e decide pure che l’album non comparirà fino a luglio sulle piattaforme di streaming. Questo gap si traduce in sound più asciutto, caldo e confortevole, adatto a introdurre una componente personale sempre più marcata e urgente frutto di una riflessione malinconica sullo scorrere del tempo. Meno orchestrale, quindi, e con una attenzione minuziosa dedicata alla giustapposizione delle parole. Non è un caso che nell’opener Allocate (una delle tracce più emozionanti in assoluto) il Nostro riservi a questo lemma uno spazio e un tempo ben preciso all’interno del testo, quasi a voler rendere quel singolo segno linguistico una piccola parabola. Un uso della parola simile, anche se apparentemente lontano, a quello del connazionale Mount Eerie (massimamente in Lou Jean). Lo stesso accade in Over rainbows and Rainier, dove il mondo sembra raccogliersi in una confessione quasi sussurrata, spezzata solo dai rumori di fondo: «I forgot I was human». È tutto in questa scoperta il concetto che rende Jurado non più un outsider, ma una figura rinnovata che delicatamente compie e racconta il suo back from black :«Dear devil on my shoulder, I’ve got news for you». Per farlo utilizza la cosa a lui più cara, ovvero i ricordi di un’infanzia caotica fatti di continui spostamenti e di una precoce passione (nata anche per contrastare legami familiari non sempre rassicuranti) per musica e programmi TV. Dear Thomas Wolfe diventa quindi una citazione di uno show di Chevy Chase sul canale NBC, Marvin Kaplan (bossa nova deliziosa) e il blues di Florence-Jean (entrambi nello show TV Alice) si fanno portavoce di una laconica proiezione sul futuro: «One day the world will be an airport», «Dear Florence-Jean, they say we’ll never land». Damien Jurado diviene progressivamente più confidente, abbandonandosi alla realtà in un continuo e necessario, anche se spesso doloroso, ritorno alla ragione: «Don’t worry, it’s a long long way back». L’orizzonte che ride è una porta non più spettrale verso il futuro, sebbene i contorni di quest’ultimo risultino ancora ipnagogici e incerti. Da qui, la confessione più importante dell’intero album rivolta, ancora una volta, ad un personaggio del passato: «Mr. Allan Sherman, I am writing from the future, where the people never look you in the eye and there is no need to talk, and the sidewalks they walk for you. I know everything and yet no one at all». Al primo appuntamento con l’autoproduzione, Damien Jurado si presenta con un abito semplice ma sfavillante al tempo stesso. Dopo essere andato e tornato dal proprio inferno personale, il songwriter brilla di luce propria come mai prima e tocca la vetta più alta della propria carriera.

Queso il breve ma significativo commeto di Rolling Stone: È bello pensare che la seconda generazione di Seattle sia definita da una delicatezza di suono e atteggiamento che anche quando si è spenta la rabbia ha continuato a emozionare e segnare la strada della musica indipendente. Damien Jurado è un maestro di questo cambio di atmosfera, un incantatore che ha dipinto paesaggi acustici e malinconici disseminando i suoi 17 album (prima con la SubPop e poi con Secretly Canadian) di esperimenti con le registrazioni analogiche. The Horizon Just Laughed riprende il discorso che Damien Jurado continua dal 1997, con archi e chitarre che si intrecciano, citazioni di Tom Wolfe, melodie sospese e tempo che rimane sempre deliziosamente lento. Ascoltare un disco di Damien Jurado è come aprire una porta a caso e trovarlo sempre seduto lì, intento a riportare la musica alla sua essenza emotiva.

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