Chiesa dei Santi Apostoli

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Situata in piazza del Limbo, dove un tempo sorgeva un cimitero per bambini morti prima di essere battezzati, la chiesa, ricordata per la prima volta nel 1075, si trovava poco fuori dalle mura cittadine della ‘cerchia antica’. Sulla facciata un’iscrizione ricorda che la chiesa sarebbe stata fondata da Carlo Magno e consacrata dall’arcivescovo Turpino, ma non ci sono prove che suffraghino tale ipotesi. L’edificio ha una struttura romanica con impianto basilicale a tre navate, di cui quella centrale absidata, con colonne in marmo verde di Prato, capitelli corinzi, mura a filaretto in pietra e copertura a capriate lignee dipinte. Ricorda le pievi del contado fiorentino, ma a differenza di queste è un edificio solenne nei suoi ornamenti in marmi bicromi e nei suoi elementi architettonici classici. Nel Trecento, il priore Ugolotto fece rinnovare la chiesa nelle forme poi reintegrate nel Novecento. Fra XV e XVI secolo, alla chiesa vennero aggiunte le cappelle laterali, poste sotto il patronato di importanti famiglie del quartiere (Carducci, Altoviti, Del Bene) e da queste poi decorate e arredate. Intorno al 1515, Benedetto da Rovezzano, su disegno di Baccio d’Agnolo, realizzò il portale esterno con l’arme degli Altoviti che lo commissionarono. Lo stemma, scolpito dallo stesso Benedetto, torna anche a fianco della chiesa, all’esterno della canonica, fatta ristrutturare probabilmente da Bindo di Antonio Altoviti (1523-1524). Il monumento sepolcrale di Oddo Altoviti, priore della chiesa dal 1490 circa al 1507, realizzato dal medesimo scultore, è fra le opere più rilevanti custodite all’interno, in fondo alla navata sinistra. In prossimità dell’opera marmorea, nella testata della stessa navata, si trova il bellissimo tabernacolo del Sacramento in terracotta invetriata di Giovanni della Robbia. Gli Altoviti rimasero a lungo generosi benefattori della chiesa; ma quando il duca Cosimo I de’ Medici condannò all’esilio l’arcivescovo Alessandro Altoviti (1553) e fece dichiarare ‘ribelle’ Bindo (1554), della fazione antimedicea, il patronato della chiesa passò ai Capitani di Parte. Nel 1565 gli Altoviti furono riabilitati, tanto che Bindo venne sepolto in Santi Apostoli (1570) e la sua tomba si trova sopra la porta d’accesso alla sagrestia. Ma ormai Cosimo I aveva già sollecitato le altre famiglie patrone a rinnovare cappelle e arredi in linea con quei dettami della Controriforma già in corso di applicazione nelle maggiori chiese cittadine. Rientra in questo programmatico rinnovamento la decorazione a marmi policromi dell’abside realizzata fra il 1573 e il 1583 da Giovanni Antonio Dosio, ove è collocato il sepolcro del vescovo Antonio Altoviti. Nella navata di sinistra si trovano, nella prima cappella la sinopia della Madonna in trono col Bambino e angeli di Paolo Schiavo, nella terza la tavola con l’Arcangelo Michele che abbatte Lucifero di Alessandro Fei del Barbiere, nella quarta l’Adorazione dei pastori di Maso da San Friano. Nella navata destra, nella seconda cappella, monumento sepolcrale di Piero del Bene, nella terza l’Immacolata Concezione di Giorgio Vasari (1541), assai danneggiata dall’alluvione del 1966. Dopo gli aggiornamenti di singole cappelle e di alcuni altari, ai primi del Settecento venne rimaneggiata l’intera chiesa sia all’interno che all’esterno. Tali modifiche sono state eliminate perlopiù nel restauro degli anni trenta del Novecento, vòlto a ripristinare l’antico aspetto romanico della chiesa. Dalla soppressa chiesa di Santa Maria della Porta, alla fine del Settecento furono trasferite in Santi Apostoli le scaglie di pietra ritenute del Santo Sepolcro, portate a Firenze, secondo un’antica tradizione, da Pazzino de’ Pazzi al ritorno dalla prima crociata del 1096. La sacra reliquia veniva usata il Sabato Santo di ogni anno per accendere il fuoco, che viene portato con grande solennità in Battistero dentro un pregevole portafuoco in rame dorato e argento. Continuando la tradizione, la mattina di Pasqua un grande carro decorato, detto il ‘Brindellone’, viene portato sul sagrato di Santa Maria del Fiore, dove si tiene la cerimonia dello ‘Scoppio del Carro’.

Santa Trinità

santa trinità

Nonostante la facciata in pietra di gusto tardo cinquecentesco, dovuta a B. Buontalenti, la chiesa di S. Trinita è, per il suo interno trecentesco a croce egizia, fra le più belle realizzazioni gotiche della città.
L’interno è a tre navate divise da pilastri su cui poggiano archi a sesto acuto e volte a crociera. I restauri compiuti in seguito ai danni provocati dall’alluvione, hanno eliminito i falsi decorativi del principio del secolo, riportando alla bellezza originaria gli affreschi delle cappelle. Vi si trovano fra l’altro, un’Annunciazione di Lorenzo Monaco, la tomba Federighi, marmorea creazione di Luca della Robbia, mentre del Ghirlandaio sono gli affreschi della Cappella Sassetti e l’Adorazione dei pastori sull’altare.

 

La Certosa di Firenze

Si erge sul monte Acuto, alla confluenza dell’Ema con la Greve, circondata da un’alta cerchia di mura. Fu edificata nel 1341 da Niccolò Acciaiuoli, gran Siniscalco del Regno di Napoli e membro di una delle più illustri casate fiorentine, ma venne poi ampliata e arricchita da numerose donazioni nel corso dei secoli. Il nome e la tipologia edilizia derivano dalla prima casa dell’ordine dei certosini costruita nel 1084 da San Bruno a Chartreuse, vicino a Grenoble, e come tutte le certose anche questa è ubicata distante dalla città, in un luogo in origine solitario e silenzioso. Dopo le soppressioni degli ordini religiosi nel 1810 e nel 1866, in entrambi i casi i Certosini ripresero possesso del loro convento per essere poi sostituiti nel 1958 dai Benedettini cistercensi, che hanno reso accessibile il vasto complesso. La Certosa è composta da vari edifici: chiesa, sala capitolare, sagrestia, refettorio, chiostri, officine ed abitazioni per i monaci ed i conversi. La fondazione della chiesa dedicata a San Lorenzo risale al Trecento; fu trasformata nel XVI secolo, epoca in cui fu costruita la facciata da Giovanni Fancelli. Fra gli edifici che costituiscono il complesso si distingue il Palazzo Acciaiuoli, eretto da Jacopo Passavanti e Jacopo Talenti per il fondatore della Certosa: rimasto interrotto, fu completato intorno alla metà del Cinquecento e accoglie ora la Pinacoteca, dove sono raccolte opere provenienti dal monastero. Di particolare rilevanza artistica sono i cinque affreschi con Scene della Passione (Preghiera nell’orto degli ulivi, Gesù davanti a Pilato, Salita al Calvario, Deposizione, Resurrezione), staccati dalle lunette del chiostro grande, che furono realizzati dal Pontormo (1523-1525) durante il suo soggiorno alla Certosa per sfuggire all’epidemia di peste che imperversava a Firenze. Dei lunettoni, derivati dalle xilografie di analogo soggetto del Dürer, esistono copie fedeli eseguite dall’Empoli nella seconda metà del Cinquecento. Purtroppo la maggior parte del ricco patrimonio artistico della Certosa andò perduto con la soppressione napoleonica del 1810, quando furono dispersi gli arredi ed importanti tavole d’altare della primitiva decorazione della chiesa voluta dagli Acciaiuoli, che avevano commissionato per l’altare maggiore della loro cappella una Madonna e Santi dipinta da Gherardo Starnina, ora divisa fra musei stranieri e collezioni. Le opere conservate nel coro dei Conversi, nel coro e nel presbiterio dei Monaci sono perlopiù risalenti al tardo Cinquecento e al Seicento, in particolare gli affreschi, molti dovuti a Bernardino Poccetti e ad Orazio Fidani. Il rinnovamento barocco ha riguardato anche le varie cappelle : quella delle Reliquie voluta da Niccolò Acciaiuoli, quella di San Bruno, santo fondatore dell’ordine, affrescata da Giovanni Martinelli, e quella del Beato Niccolò Albergati, morto nel 1425 e beatificato nel 1744, che aveva donato alla Certosa la sua ricca biblioteca poi dispersa. Al piano inferiore gli ambienti sono destinati a sepolcreto, come la cappella di Tobia, che accoglie le sepolture della famiglia Acciaiuoli, unita alla fine del Trecento alla soprastante cappella gotica di Santa Maria. Il complesso visitabile comprende il Colloquio, con vetrate del XVI secolo, il chiostrino dei Monaci, ristrutturato alla fine del Cinquecento da Giovanni Fancelli, la Sala Capitolare con la Crocifissione ad affresco di Mariotto Albertinelli (1506) e la lastra tombale marmorea del priore Leonardo Buonafede eseguita da Francesco da Sangallo nel 1545. La parte più interessante dal punto di vista architettonico è il chiostro grande, realizzato agli inizi del Cinquecento e ornato da 66 busti in terracotta invetriata, raffiguranti personaggi dell’Antico testamento, Apostoli ed Evangelisti, opera della bottega di Giovanni della Robbia. Presso la Certosa ha sede la Fondazione Ezio Franceschini, sorta nel 1987 per conservare il patrimonio librario dello studioso di letteratura latina medievale. Consta di una sezione musicale e di una mariologica e ha in comune con la vicina Società Internazionale per lo studio del Medioevo Latino una sezione agiografica ed esegetica, oltre ad una ricca biblioteca di cultura medievale. Presso la Certosa ha sede anche il Laboratorio di restauro dei libri danneggiati dall’alluvione del 1966.

San Salvatore al Monte

Dietro il piazzale Michelangelo sorge la chiesa che Michelangelo chiamava la bella villanella.Non è certa la data di inizio dei lavori del primitivo edificio francescano sorto sul posto di una villa con giardino e cappella, forse dedicata ai Santi Cosma e Damiano, donate ai frati nel 1417 da Luca di Jacopo del Toso (o della Tosa). Nel 1442 tuttavia, con l’edificazione della sagrestia, i lavori di questo primo complesso, frutto di interventi ad opera di maestranze appartenenti all’ordine francescano, sembrano terminati. Resti di questo primo insediamento sono forse rintracciabili nella sala capitolare dell’attiguo convento quattrocentesco. Per volontà del ricco mercante Castello Quaratesi, rappresentato dopo la sua morte dall’Arte di Calimala che patrocinò l’opera (come ricorda lo stemma con l’Aquila sul frontone), presto si intraprese un rifacimento dell’edificio, ultimato dopo una lunga elaborazione alla fine degli anni novanta, ma consacrato nel 1504, eretto nel luogo dell’acropoli del Mons Florentinus. Il ruolo di edificatore sostenuto dal Quaratesi fu celebrato nel 1509, l’anno successivo alla sua morte, con la sistemazione all’interno della chiesa della lunetta in terracotta dipinta raffigurante la Sepoltura di Cristo, opera della bottega di Giovanni della Robbia. La nuova chiesa, capolavoro architettonico del Rinascimento fiorentino, fu realizzata da Simone del Pollaiolo, detto il Cronaca, per quanto recentemente nuove ipotesi di studio scorgano in lui solo il responsabile del cantiere, attribuendo invece la responsabilità del progetto a Giuliano da Sangallo, interprete dell’organico disegno laurenziano di una restaurazione in forme classiche dell’intera città.  A partire dall’assedio del 1529, e per tutto il secolo XVI, chiesa e convento subirono gravi danni, solo in parte arginati da restauri, tanto che nel 1665 i frati lasciarono San Salvatore, in stato di avanzata decadenza, ai francescani spagnoli detti Scalzetti, e si trasferirono in Ognissanti, portando con sé molti degli arredi. La semplice decorazione sia dell’interno della chiesa che delle sobrie ed austere pareti esterne è affidata alla bicromia dell’intonaco e della pietra forte che rende più marcati gli elementi architettonici: tale sobrietà era in linea con i dettami francescani di povertà e semplicità. Sull’unica navata, coperta dal tetto a capriate, contrassegnata da alti finestroni e da paraste in doppio ordine, si aprono numerose cappelle che hanno perduto l’originale arredo e le opere d’arte pertinenti ed esibiscono ora oggetti d’arte di diversa provenienza. Anche l’altar maggiore, destinato originariamente a ricevere il saio di San Francesco – cioè l’abito che il santo indossava nel 1224 quando ricevette le stigmate presso La Verna – ha perso il suo prestigioso cimelio, dal 1571 migrato nella chiesa di Ognissanti. Notevole dal punto di vista architettonico, a destra del presbiterio, la Cappella Nerli con volta a botte, che ospita un’interessante tavola cinquecentesca con la Madonna in trono col Bambino, Santi e Angeli di Anonimo del XVI secolo. Fu proprio Tanai di Francesco Nerli, acerrimo nemico del Savonarola, a ‘punire’ la campana di San Marco che aveva suonato per avvertire i seguaci dell’arresto del predicatore (1498), frustandola e deportandola proprio in San Salvatore, la medesima chiesa che accolse anche il Monumento a Marcello di Virgilio Adriani, noto per aver firmato la condanna a morte dello stesso Savonarola, realizzato da Andrea di Pietro Ferrucci (1526). Interessanti tavole quattrocentesche sono nel coro, verosimilmente destinate alla primitiva chiesa (Madonna in trono col Bambino, Santi e la committente di Giovanni dal Ponte; La Vergine con Cristo in Pietà e Santi di Neri di Bicci ) e nel convento (I Santi Cosma e Damiano, Francesco e Antonio, di Rossello di Jacopo Franchi e Il Volto Santo della Scuola di Fra Bartolomeo). Riconosciuti come opera di maestri della cerchia di Baccio da Montelupo e Benedetto da Maiano e di quella di Andrea Ferrucci sono i due grandi Crocifissi lignei, collocati nel Cappellone e sull’altar maggiore (1496 ca.). Attribuite al Perugino sono varie vetrate della chiesa dell’inizio del Cinquecento.

SAN MINIATO al MONTE

http://www.fionline.it/chiese-fi/SanMiniato/SMiniatoMonte1.JPG

Dopo il Battistero e` una delle piu` alte testimonianze dell’architettura romanica fiorentina. Gia` esistente ai tempi di Carlomagno, fu ricostruita dal vescovo Ildebrando dopo il 1018 e completata anche nella parte decorativa solo al principio del sec. XIII.
La facciata, iniziata nel XII sec. e conclusa all’inizio del XIII, ha il tipico paramento fiorentino in marmo bianco e verde di Prato a scomparti geometrici. Nella parte inferiore presenta il classico ritmo di cinque arcate cieche nelle quali si aprono alternativamente i tre portali.
L’interno, in alcune parti restaurato ed alterato, e` diviso in tre navate da colonne alternate a pilastri polistili, che determinano cosi` tre campate di cui l’ultima con il presbiterio rialzato sulla cripta. I capitelli, alcuni dei quali provengono da monumenti romani, altri invece sono romanici, sono parte in marmo, parte in laterizio.
La navata centrale, con il tetto a travature scoperte, ha il pavimento diviso in riquadri decorati con intarsi marmorei.
In fondo alla navata, l’elegante Cappella del Crocifisso di Michelozzo (1448), con volta a botte smaltata ad opera di Luca della Robbia.
La Cappella del cardinale di Portogallo, a croce greca con volta a padiglione, fu costruita da Antonio Manetti, allievo del Brunelleschi. La volta e` rivestita da piastrelle che formano un motivo a dadi, ed e` decorata da tondi di terracotta di Luca della Robbia.
A destra della chiesa troviamo il Palazzo dei Vescovi, residenza estiva dei vescovi fiorentini fino al 1553, quando fu utilizzato come caserma dalle truppe spagnole di Cosimo I. Nel 1594 fu incorporato nel convento di S. Miniato.
Oltre il palazzo, la Fortezza realizzata in pochi mesi sotto la direzione di Michelangelo, e costruita stabilmente nel 1553 ad opera di Francesco da Sangallo.
Nel recinto della fortezza si trova il Cimitero monumentale, costruito da Nicolo` Matas nel 1854.