Disco della settimana: Roger Daltrey

Disco della settimana: Roger Daltrey

Roger Daltrey ha appena pubblicato un nuovo album solista, dal titolo “As Long As I Have You”. Brani originali e qualche cover per un progetto che il frontman 74enne degli Who ha descritto come “un ritorno agli inizi, ad un tempo in cui eravamo un gruppo di adolescenti e suonavamo musica soul per piccole folle negli androni delle chiese”.

Tra le cover interpretate da Daltrey “Into My Arms” di Nick Cave, “You Haven’t Done Nothing” di Stevie Wonder, “How Far” di Stephen Stills e la title track originariamente registrata da Garnet Mimms nel 1964, anno in cui Daltrey, Townshend, Entwistle e Moon decisero di cambiare il nome del gruppo da The High Numbers a The Who.

Così ha accolto il disco Rockol, il primo ad occuparsi dell’album:

L’essere rocker (o qualcosa di simile, perdonate la definizione tagliata con l’accetta) con oltre 50 anni di esperienza sulle spalle ha un vantaggio non disprezzabile: un bagaglio di amicizie e conoscenze che si possono coinvolgere facilmente quando si fa una puntatina in studio. Ed è proprio quello che il buon Daltrey ha fatto per questo suo nuovo lavoro solista.

Roger per “As Long As I Have You” ha convinto a unirsi alle session il quasi inseparabile compare Pete Townshend e Mick Talbot (Style Council, Merton Parkas, Dexy’s Midnight Runners…): e scusate se è poco. Con loro in squadra ha assemblato quello che è in gran parte un album di cover, ma – per fortuna – un album di cover con un senso differente dal più tipico “mettiamo insieme una decina di pezzi, una cosa veloce che devo pagare l’affitto del monolocale al mare”.

Già, perché – fatta eccezione per una manciata di pezzi originali (“Certified Rose” e la ballata “Always Heading Home”) – questo disco è una sorta di omaggio di Roger alle proprie radici soul, ma non solo: anche ad artisti che lo hanno toccato (si veda la sua struggente versione di “Into My Arms”, originariamente di Nick Cave).

Il senso dell’operazione è ben riassunto dal protagonista stesso, che spiega:
“Questo è un ritorno alle origini, a prima che Pete [Townshend] iniziasse a scrivere le nostre canzoni, quando eravamo una teenage band che suonava musica soul per poche persone in una chiesa. Questo è quello che eravamo, una soul band. Adesso posso suonare il soul con tutta l’esperienza di cui c’è bisogno per farlo. La vita ti insegna cosa è il soul. Ho sempre cantato dal mio cuore ma quando hai 19 anni non hai abbastanza esperienza di vita, non hai ancora passato tutti i traumi, i problemi che fronteggi quando arrivi alla mia età. Quando canti metti nelle canzoni tutte le ferite emotive della vita, queste emozioni entrano nella tua voce. Senti il dolore di un amore perso. Lo senti e lo canti e questo è il soul. Per molto tempo ho voluto tornare indietro verso la semplicità di queste canzoni, per mostrare alle persone la mia voce, una voce che non avevano mai sentito prima. Credevo fosse arrivato il momento giusto. È qui che sono, guardo indietro a quel periodo, ripercorro tutti quegli anni per arrivare qui, dove sono adesso, in un momento pieno di profondità”.
Belle parole. E andando più a fondo, ossia puntando alla musica, l’impressione è decisamente positiva. I 74 anni di Daltrey sono ben portati a livello artistico e non solo fisico: è così che l’ascolto risulta molto piacevole in più di un frangente. Forse, e questo pare un paradosso, gli episodi meno elettrizzanti sono i due originali – ma solo per il fatto di essere accostati a classici con cui è difficile competere (specie, poi, dopo il trattamento di rilettura Daltrey/Townshend). Ma non c’è proprio di che lamentarsi. Anzi.

 

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Disco della settimana: Roger Daltrey

Disco della settimana: Roger Daltrey

Roger Daltrey ha appena pubblicato un nuovo album solista, dal titolo “As Long As I Have You”. Brani originali e qualche cover per un progetto che il frontman 74enne degli Who ha descritto come “un ritorno agli inizi, ad un tempo in cui eravamo un gruppo di adolescenti e suonavamo musica soul per piccole folle negli androni delle chiese”.

Tra le cover interpretate da Daltrey “Into My Arms” di Nick Cave, “You Haven’t Done Nothing” di Stevie Wonder, “How Far” di Stephen Stills e la title track originariamente registrata da Garnet Mimms nel 1964, anno in cui Daltrey, Townshend, Entwistle e Moon decisero di cambiare il nome del gruppo da The High Numbers a The Who.

Così ha accolto il disco Rockol, il primo ad occuparsi dell’album:

L’essere rocker (o qualcosa di simile, perdonate la definizione tagliata con l’accetta) con oltre 50 anni di esperienza sulle spalle ha un vantaggio non disprezzabile: un bagaglio di amicizie e conoscenze che si possono coinvolgere facilmente quando si fa una puntatina in studio. Ed è proprio quello che il buon Daltrey ha fatto per questo suo nuovo lavoro solista.

Roger per “As Long As I Have You” ha convinto a unirsi alle session il quasi inseparabile compare Pete Townshend e Mick Talbot (Style Council, Merton Parkas, Dexy’s Midnight Runners…): e scusate se è poco. Con loro in squadra ha assemblato quello che è in gran parte un album di cover, ma – per fortuna – un album di cover con un senso differente dal più tipico “mettiamo insieme una decina di pezzi, una cosa veloce che devo pagare l’affitto del monolocale al mare”.

Già, perché – fatta eccezione per una manciata di pezzi originali (“Certified Rose” e la ballata “Always Heading Home”) – questo disco è una sorta di omaggio di Roger alle proprie radici soul, ma non solo: anche ad artisti che lo hanno toccato (si veda la sua struggente versione di “Into My Arms”, originariamente di Nick Cave).

Il senso dell’operazione è ben riassunto dal protagonista stesso, che spiega:
“Questo è un ritorno alle origini, a prima che Pete [Townshend] iniziasse a scrivere le nostre canzoni, quando eravamo una teenage band che suonava musica soul per poche persone in una chiesa. Questo è quello che eravamo, una soul band. Adesso posso suonare il soul con tutta l’esperienza di cui c’è bisogno per farlo. La vita ti insegna cosa è il soul. Ho sempre cantato dal mio cuore ma quando hai 19 anni non hai abbastanza esperienza di vita, non hai ancora passato tutti i traumi, i problemi che fronteggi quando arrivi alla mia età. Quando canti metti nelle canzoni tutte le ferite emotive della vita, queste emozioni entrano nella tua voce. Senti il dolore di un amore perso. Lo senti e lo canti e questo è il soul. Per molto tempo ho voluto tornare indietro verso la semplicità di queste canzoni, per mostrare alle persone la mia voce, una voce che non avevano mai sentito prima. Credevo fosse arrivato il momento giusto. È qui che sono, guardo indietro a quel periodo, ripercorro tutti quegli anni per arrivare qui, dove sono adesso, in un momento pieno di profondità”.
Belle parole. E andando più a fondo, ossia puntando alla musica, l’impressione è decisamente positiva. I 74 anni di Daltrey sono ben portati a livello artistico e non solo fisico: è così che l’ascolto risulta molto piacevole in più di un frangente. Forse, e questo pare un paradosso, gli episodi meno elettrizzanti sono i due originali – ma solo per il fatto di essere accostati a classici con cui è difficile competere (specie, poi, dopo il trattamento di rilettura Daltrey/Townshend). Ma non c’è proprio di che lamentarsi. Anzi.

 

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Album della settimana: Arctic Monkeys

Album della settimana: Arctic Monkeys

Gli Arctic Monkeys ritornano con il loro sesto album intitolato Tranquility Base Hotel & Casino. Prodotto da James Ford e Alex Turner, l’album è stato registrato tra Los Angeles, Parigi e Londra e segna un punto di svolta nella carriera della band.

Tranquility Base Hotel & Casino, il loro primo album dopo AM del 2013, vede la band continuare ad esplorare nuovi territori musicali. Il nuovo album alza la posta in gioco; è un album introverso e audace, che riflette più di altri la visione creativa del solo Turner, un lavoro che mette da parte le chitarre taglienti e i riff granitici per trasportarci in un ovattato futuribile universo vagamente bowiano più vicino alle atrosfere toccate da Turner con i Last Shadow Puppets. Quasi superfluo dire che l’uscita ha diviso fan ed estimatori della band tra perplessi ed entusiasti.

L’LP esce con una copertina apribile, contiene i testi dei brani, un booklet fotografico ed in esclusiva sullo store ufficiale della band, in vinile color argento. E’ disponibile anche in edizione standard su CD, vinile e digitale.

A maggio la band partirà per un tour mondiale che toccherà l’Italia per tre date già completamente sold-out, il 26/27 maggio a Roma e il 4 giugno al Forum di Assago (MI)

Così accoglie il lavoro Rockol:

Presto! Qualcuno corra ad aggiornare Wikipedia et similia, prima che scoppi qualche incidente diplomatico. L’ignaro curioso che si avvicinasse agli Arctic monkeys pescando nel mare magnum del sapere in salsa Wiki, infatti, leggerebbe che suonano garage punk, post punk, indie rock e alternative rock… peccato che nemmeno mezza di queste definizioni calzi per descrivere il nuovo – e decisamente coraggioso – lavoro in studio del gruppo di Sheffield. Anzi. Un confronto con quanto pubblicato prima avrebbe lo stesso (non) senso di comparare uno smarthpone con un rasoio elettrico: proprio non è possibile. Cosa è successo? Immaginate una sorta di spaesamento non dissimile a quello che potrebbe avervi colto ascoltando per la prima volta “Boarding House Reach” di Jack White. Vi aspettavate qualcosa che non arriva nella forma prevista; anzi, in questo caso è sostituito da elementi spiazzanti, inediti, tanto da farvi pensare di avere sbagliato disco, che forse non è questo l’ultimo degli Arctic Monkeys (“il mouse sarà rotto, clicca dove vuole” oppure “mi hanno dato un cd difettoso!”). Ma no, i vostri mouse vanno benissimo e il cd è quello corretto. Semplicemente Turner e i suoi hanno cambiato radicalmente registro, mood, texture e modalità espressive. Oltre ad avere prepotentemente scoperto il suono del piano, che insieme alla voce è il vero signore e padrone dell’album.
Bye-bye chitarre e sezione ritmica tonante, insomma. Le sei corde, in particolare, fanno cucù raramente e per break brevissimi, a dirla tutta. E il tiro, l’esuberanza, il rock (indie, alt o altro) sono stati chirurgicamente eliminati. Siamo immersi, piuttosto, in un caldo liquido amniotico fatto di lounge music scura e malinconica, con suggestioni futuristiche. Ecco: immaginate un jazz bar anni Quaranta (con tanto di crooner resident) piazzato in un cratere lunare e al bancone è appoggiato un tipo stile Philip Marlowe, ma con un giubbotto di pelle che cade a pezzi. Insomma, una visione distopica che frulla familiarità e straniamento. Non è un disco facile e non è garantito che piaccia a tutti. Soprattutto, occorrono più ascolti per annusarlo, entrarci, penetrare l’atmosfera febbrile lounge dark, da musical malato e bohemienne. “Volevo solo essere uno degli Strokes, e adesso guarda che casino che mi hai fatto combinare / Faccio l’autostop con la valigia in mano, a miglia di distanza da qualunque autostrada immaginaria”: sono le prime parole pronunciate da Alex Turner nel disco. Sta a noi provare a seguirlo in questo viaggio a sorpresa, che ha a priori il pregio di non essere prevedibile, scontato o banale.

Così Sentireascoltare:

Sono trascorsi cinque anni dall’esplosivo AM, dichiarazione d’intenti per gli Arctic Monkeys che dopo qualche anno di stanca annunciavano il proprio ritorno rock scomodando i fasti del britpop più prestigioso (sponda Blur), ma rivestendolo di una patina tipicamente americana (tra Jack White e Foo Fighters) in modo da non dare adito a equivoci sulla vena espressiva di una band ormai pienamente consapevole della propria identità (e in questo senso andava interpretato il titolo serrato di quel disco). Nell’anno domini 2018, e con alle spalle la seconda uscita discografica dei suoi Last Shadow Puppets, Alex Turner cambia nuovamente rotta e organizza per le sue scimmie artiche una piccola rivoluzione che non ha paura di scomodare i grandi monumenti musicali del passato. Impossibile, infatti, non tornare con la mente alla potenza sconvolgente di un disco come Pet Sounds dei Beach Boys, al quale il nuovo Tranquility Base Hotel & Casino è ovviamente ispirato, sia in termini musicali che produttivi, o al Revolver dei conterranei Beatles. Piccolo antefatto: nel 2016, Alex Turner riceve da un amico uno Steinway Vertegrand per il suo 30° compleanno. La mente, quindi, torna alla sua infanzia, quando per qualche anno prese lezioni di pianoforte, il cui unico risultato fu quello di riuscire a pizzicare i tasti in maniera improvvisata e anche un po’ comica. Decide allora di approfondire e dopo giorni interi passati davanti al pianoforte inizia a concepire le prime melodie. L’atmosfera è delle più rilassate, quasi fossimo proprio all’interno di un mini-club hollywoodiano, con luce soffusa e il fumo di qualche sigaro clandestino che si diffonde attraverso il locale. È un colpo di fulmine inaspettato. Il ritrovato amore per quello strumento a lungo accantonato in un angolo della propria memoria, spinge Turner in una direzione inedita che porta alla composizione di questi undici brani dalla forma e la struttura precisissima, la cui impressione iniziale potrebbe portare qualcuno a parlare di maniera, ma che a un ascolto attento finirà per ricordare essenzialmente la parola architettura. Già, perché proprio come la scultura rappresentata sul fronte di copertina, Tranquility Base Hotel & Casino è un lavoro concepito per stupire, dalle forme ora sinuose ora arzigogolate, che alla fine della giostra regala un senso di appagamento derivante dalla perfetta alchimia tra tutte le parti chiamate in causa. E proprio come nel già citato Pet Sounds, è come se un milione di suoni vibrantissimi si fossero messi d’accordo per risuonare armonicamente all’unisono, ciascuno col proprio delicato compito: imboccare una strada del tutto inedita per la storia del gruppo. Ci pensa benissimo quindi Star Treatment a dettare le linee guida di una discesa nell’anima più dolce del suo cantautore, che con un enfasi malinconica ricorda i primi sintomi di una malattia musicale pronta a diffondersi in ogni parte del suo corpo («I just wanted to be one of the Strokes, now look at the mess you made me make / Hitchhiking with a monogrammed suitcase, miles away from any half-useful imaginary highway») per poi incalzare con One Point Perspective, aggiornamento wilsoniano del pop più aggraziato che ha più di qualche punto in comune con i recenti Grizzly Bear (riff al piano compreso). Un’indole causticamente politica si affaccia alla nuova visione – al netto della consueta dolcezza dell’incedere – come in Golden Trunks, tra Presidenti wrestler innamorati della propria immagine e la noia abitudinaria da social network («The leader of the free world reminds you of a wrestler wearing tight golden trucks / My virtual reality mask is stuck on ‘Parliament Brawl’ / Emergency battery pack just in time for my weekly chat with God on Videocall»). Ci accomodiamo, invece, come all’interno di una sala cinematografica per assistere al cambiamento in atto di questa band che pure non dimentica le proprie radici, il passato recente o i binari paralleli (la title-track è un pescare a piene mani dal futuro, ma con uno sguardo sottile all’esordio solista, Submarine, mentre Four Out of Five servirà da ciambella d’emergenza per coloro che avevano amato alla follia AM). The World’s First Ever Monster Truck Front Flip ci riporta alla vena squisitamente beachboysiana dell’album, con quell’andamento che cita a più riprese Let’s Go Away for Awhile. Nella parte conclusiva del disco emergono prepotenti le influenze beatlesiane che qui è là avevano già fatto in capolino in passato; così, She Looks Like Fun appare come la sintesi ragionata tra l’animo da poeta rivoluzionario di Lennon, la prosa malinconica di McCartney e l’inconfondibile riff harrisoniano alla chitarra. A Batphone e The Ultracheese viene lasciato il compito di chiudere in maniera drastica questo ritorno entusiasmante: all’impatto devastante dell’incipit è legata una chiusa altrettanto improvvisa e inaspettata, rimandando a un eventuale prossimo capitolo cui spetterà il compito di stabilire se gli Arctic Monkeys rinati di Tranquility Base Hotel & Casino siano stati solo una parentesi geniale oppure l’inizio di un nuovo e accattivante corso tutto da scoprire.

Così, tra le fila dei “perplessi”, Ondarock:

L’avrete già letto ovunque: gli Arctic Monkeys non sono più gli stessi e ora scrivono canzoni al pianoforte. Sarebbe sciocco negare l’evidente verità su cui si basa quest’affermazione, se non fosse per il tono di rimprovero che questa porta con sé, unito al chiaro sentimento di delusione derivante da un supposto “tradimento” compiuto dalla band di Alex Turner nei confronti dei suoi stessi fan. Sono convinto che se questo “Tranquility Base Hotel & Casino” fosse uscito come album solista di Turner, tutti, fan integralisti compresi, l’avrebbero salutato come un coraggioso cambio di stile. Invece, il disco è accreditato a nome Arctic Monkeys, gli stessi dei riff di chitarra incendiari e iconici, gli stessi di “Do I Wanna Know?” e di “AM”, album che ha decuplicato la fanbase delle Scimmie di Sheffield, catapultandole in vetta allo stardom del rock mondiale. E insomma, così non va bene.
In realtà, la prima nota positiva è proprio questa: la scrollata di spalle che questo lavoro rappresenta nei confronti del disco precedente, un blockbuster che cinque anni fa lasciò in eredità una sovraesposizione mediatica scomoda da gestire per lo schivo frontman. Conclusasi l’esperienza Last Shadow Puppets dopo un secondo album e un tour mondiale nel 2016, in difficoltà nel cogliere nuovi stimoli creativi dalla tanto amata chitarra, Alex ha preferito ripiegare sullo Steinway Vertegrand regalatogli dal manager in occasione dei suoi trent’anni, trovando sui tasti di questo una nuova linfa compositiva. E il risultato delle nuove sessioni di scrittura e composizione, avvenute nella casa di Turner a Los Angeles, è proprio il disco che ci troviamo ad ascoltare, prodotto al solito assieme al fido James Ford. Ma com’è, quindi, “Tranquility Base Hotel & Casino”? 
A scanso di equivoci, è bene sottolinearlo subito: stiamo parlando di un disco abbastanza deludente. Se le premesse erano buone e la scelta di mettersi in gioco stravolgendo i propri canoni stilistici è certamente da premiare, non lo è però il risultato, che ci consegna una band, o sarebbe meglio dire un autore, decisamente fuori fuoco. “Tranquility Base Hotel & Casino” è talmente Turner-centrico da esserne dipendente, a partire dagli arrangiamenti, tutti vicini a un blando piano-rock privo di particolari guizzi, ma finalizzato solo ad accompagnare le parole e la voce di Alex, a questo giro vagamente Bowie-ana nell’impostazione. Quest’ultima, un po’ come le trame armoniche su cui poggia, spesso si slancia in strutture che si dilungano eccessivamente, finendo con l’annoiare invece che avvolgere. Lo stesso frontman, inoltre, sembra non cantare più per il pubblico, né per se stesso, ma per il sé allo specchio: lo si riesce quasi a vedere, compiacersi delle sue pose e delle sue espressioni facciali, crooner narciso della sua vita privilegiata. I testi che intona, poi, sono deliri un po’ patetici da star incompresa, i quali, più che stimolare empatia, generano distacco e disinteresse.
L’idea alla base degli arrangiamenti sarebbe quella di ambientare queste composizioni nella Hollywood malinconica e decadente di qualche decennio fa, sulla scia, per intenderci, dei recenti lavori di Lana Del Rey e Tobias Jesso Jr. L’estetica da piano bar, la patina raffinata e la veste volutamente rétro di queste canzoni, però, appaiono piatte e stereotipate, forse anche perché sfavorite dall’essere al servizio di composizioni piuttosto modeste. L’album – fa strano scriverlo per quelli che sono i suoi protagonisti – funziona più come prodotto lounge-pop che come opera da cui lasciarsi coinvolgere e emozionare. Come musica d’accompagnamento, si fa apprezzare discretamente, ma è un po’ avvilente che una band come gli Arctic Monkeys, appartenente all’Olimpo del rock contemporaneo, sia oggi schiava dei vezzi del leader e non riesca a proporre qualcosa di più stimolante.
Dai riffoni punk’n’roll degli esordi alle vampe stoner di “Humbug”, passando per le morbidezze californiane di “Suck It And See” e in ultima istanza al muscolare hip-hop-rock di “AM”, gli album degli Arctic Monkeys hanno sempre dimostrato una qualità che in questo disco manca: la solidità, l’organicità di fondo che permetteva all’intero di superare la somma delle sue parti e soprassedere sui piccoli passi falsi in cui incappavano certe volte questi lavori. In “Tranquility Base Hotel & Casino”, invece, a salvare dalla completa delusione sono proprio i singoli episodi: il passo cadenzato e gli impasti vocali di “Four Out Of Five” non avrebbero sfigurato in “Humbug” (il loro migliore per chi vi scrive); l’elegante art-pop di “The World’s First Ever Monster Truck Front Flip” farebbe la gioia dei Grizzly Bear; i saliscendi psych-pop di “Golden Trunks” e “She Looks Like Fun” oscurano da sole tutto l’ultimo mediocre dei Last Shadow Puppets; la conclusiva e lennoniana “Ultracheese”, seppur legata ad alcuni cliché melodici, è ottima come romantico congedo. Ma sono solo piccoli lampi di luce in un disco per lo più nebbioso e monocolore, un’opera composta secondo l’autoritario gusto di Alex Turner, ma che non fa che evidenziarne l’attuale confusione e carenza di idee.
In questo, davvero, gli Arctic Monkeys sembrano non essere più gli stessi, nell’aver perso la lucidità di fondo, la chiarezza alla base della loro scrittura e del loro lavoro. “Tra cinque anni la domanda sarà/ Chi diavolo sono gli Arctic Monkeys?”, cantavano le stesse Scimmie nel 2006. E cinque anni dopo, soddisfacente o meno, una risposta chiara arrivò con “Suck It And See”. Oggi, invece, alla questione non sapremmo cosa rispondere. La chiave potrebbe averla lo stesso artista che formulò la domanda, ma l’impressione è che non lo sappia nemmeno lui, e che forse, innamorato di sé e assorto nel suo mondo, non abbia nemmeno voglia di pensarci.

 

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Disco della Settimana: Damien Jurado ‘The Horizon Just Laughed’

Disco della Settimana: Damien Jurado ‘The Horizon Just Laughed’

‘The Horizon Just Laughed’, il 17° album del musicista di Seattle Damien Jurado, è una capsula spazio-temporale che porta il folk psichedelico degli anni sessanta in rarefatte atmosfere futuribili.

damien jurado
DAMIEN JURADO, MUSICIAN
022511 Damien Jurado CQ, local indie music figure, known for his serious music and tones, is about to go on tour to Tucson, Austin and points-west. He’s the godfather of the Seattle folk-rock scene.

Come i precedenti album di Damien Jurado anche il nuovo ‘The Horizon Just Laughed’ (per Secretly Canadian) è iniziato con un  sogno. Questo è il primo disco dell’artista di Seattle totalmente  autoprodotto in oltre 20 anni di carriera, l’album più personale che abbia composto, più radicato nella sua vita della trilogia di Maraqopa (composta da ‘Maraqopa’ del 2012, ‘Brothers and Sisters of the Eternal Son’ del 2014 e ‘Visions of Us on the Land’ del 2016). «E’ un album simile a un college dove si uniscono racconti, lettere e cartoline»


Le 11 canzoni del nuovo album sono state registrate con Alex Bush a Irvine, California, presso i Sonikwire Studio. L’elegante video di ‘Over Rainobows and Rainier’ è stato diretto da Jordan Halland. Più info sull’album sono reperibili sul sito ufficiale dell’artista http://damienjurado.com/

Così il disco è stato accolto da Distorsioni.net:

Antidivo per eccellenza, il pittore e cantautore di Seattle Damien Jurado, noto in Italia solo per aver fornito una sua canzone, Everything Trying, alla colonna sonora del film Premio Oscar 2013 “La Grande Bellezza” di Paolo Sorrentino, pubblica il quattordicesimo album “The Horizon Just Laughed”. Jurado non è artista da cui aspettarsi troppe sorprese, infatti questo suo ultimo lavoro si conferma in linea con le produzioni precedenti, fatte di canzoni folk dalle sonorità delicate e a tratti sognanti, e composizioni in cui l’influenza dei grandi cantautori americani degli Anni ’60 appare piuttosto evidente. Il primo singolo estratto dall’album, Over Rainbows and Rainier, è semplicemente delizioso. Si potrebbe dire che è una canzone di quelle come non se ne scrivono più: senza post-produzione evidente; solo una chitarra acustica pizzicata e la voce di Jurado, leggera come una brezza, a cantare un testo ermetico, di quelli che in Italia avrebbe potuto scrivere De Gregori negli Anni ’70. Interessante anche il brano Allocate, in cui le atmosfere si fanno più pop, quasi lounge e che racconta degli sforzi che si devono talvolta fare quando si amano persone difficili. Un altro brano particolarmente significativo di questo album è 1973, forse la canzone più intimista delle undici della tracklist: un testo prettamente cantautorale, lontanissimo dagli stilemi della musica contemporanea, e forse proprio per questo interessante. Lascia il segno anche Marvin Kaplan, dedicata all’attore televisivo americano scomparso due anni fa, sconosciuto in Italia, ma molto amato negli States. Nel complesso, uno dei dischi migliori di Jurado, interamente finalmente autoprodotto: l’artista è libero di esprimersi nei toni sommessi che più gli sono congeniali, senza l’intrusione di sovrastrutture commerciali che gli si addicono davvero poco. E’ attualmente impegnato in una tournée mondiale, con oltre 30 date al di qua ed al di là dell’oceano, ma al momento  non sono ancora previste tappe in Italia. 

Cos’ se ne parla su Sentireascoltare:

È un attitudine consolidata, quella di Damien Jurado, di mettere in musica i propri ricordi, i pensieri più articolati e i propri sogni. Dal 2012 al 2016, la trilogia di Maraqopa (Maraqopa, Brothers and sisters of the eternal son e Visions of us on the land) aveva rappresentato il punto più alto della sua fuga dal mondo, della riflessione sull’Io e dell’immersione in americanissime ambientazioni sci-fi dove perdersi in maniera più o meno risolutiva e onirica. La collaborazione con il producer Richard Swift, presente già in St. Bartlett e in tutta la trilogia, aveva arricchito questo mood escapista con soffici passaggi psych e delicati zig-zag tra immagini legate indissolubilmente al folk americano degli anni sessanta. L’idea di un uomo nuovo in maggiore sintonia col mondo già presente in Visions of us…(«I lost my mind so i stepped out for a time / Went for a walk on a long road to unwind / I met myself there, saying, “go home”») si fa sostanza pura nel nuovo prodotto targato Jurado, The horizon just laughed. Dopo oltre vent’anni di carriera tra Sub Pop e Secretly Canadian, il Nostro opta per la prima volta per l’autoproduzione, sceglie di non affiancarsi al solito Swift e decide pure che l’album non comparirà fino a luglio sulle piattaforme di streaming. Questo gap si traduce in sound più asciutto, caldo e confortevole, adatto a introdurre una componente personale sempre più marcata e urgente frutto di una riflessione malinconica sullo scorrere del tempo. Meno orchestrale, quindi, e con una attenzione minuziosa dedicata alla giustapposizione delle parole. Non è un caso che nell’opener Allocate (una delle tracce più emozionanti in assoluto) il Nostro riservi a questo lemma uno spazio e un tempo ben preciso all’interno del testo, quasi a voler rendere quel singolo segno linguistico una piccola parabola. Un uso della parola simile, anche se apparentemente lontano, a quello del connazionale Mount Eerie (massimamente in Lou Jean). Lo stesso accade in Over rainbows and Rainier, dove il mondo sembra raccogliersi in una confessione quasi sussurrata, spezzata solo dai rumori di fondo: «I forgot I was human». È tutto in questa scoperta il concetto che rende Jurado non più un outsider, ma una figura rinnovata che delicatamente compie e racconta il suo back from black :«Dear devil on my shoulder, I’ve got news for you». Per farlo utilizza la cosa a lui più cara, ovvero i ricordi di un’infanzia caotica fatti di continui spostamenti e di una precoce passione (nata anche per contrastare legami familiari non sempre rassicuranti) per musica e programmi TV. Dear Thomas Wolfe diventa quindi una citazione di uno show di Chevy Chase sul canale NBC, Marvin Kaplan (bossa nova deliziosa) e il blues di Florence-Jean (entrambi nello show TV Alice) si fanno portavoce di una laconica proiezione sul futuro: «One day the world will be an airport», «Dear Florence-Jean, they say we’ll never land». Damien Jurado diviene progressivamente più confidente, abbandonandosi alla realtà in un continuo e necessario, anche se spesso doloroso, ritorno alla ragione: «Don’t worry, it’s a long long way back». L’orizzonte che ride è una porta non più spettrale verso il futuro, sebbene i contorni di quest’ultimo risultino ancora ipnagogici e incerti. Da qui, la confessione più importante dell’intero album rivolta, ancora una volta, ad un personaggio del passato: «Mr. Allan Sherman, I am writing from the future, where the people never look you in the eye and there is no need to talk, and the sidewalks they walk for you. I know everything and yet no one at all». Al primo appuntamento con l’autoproduzione, Damien Jurado si presenta con un abito semplice ma sfavillante al tempo stesso. Dopo essere andato e tornato dal proprio inferno personale, il songwriter brilla di luce propria come mai prima e tocca la vetta più alta della propria carriera.

Queso il breve ma significativo commeto di Rolling Stone: È bello pensare che la seconda generazione di Seattle sia definita da una delicatezza di suono e atteggiamento che anche quando si è spenta la rabbia ha continuato a emozionare e segnare la strada della musica indipendente. Damien Jurado è un maestro di questo cambio di atmosfera, un incantatore che ha dipinto paesaggi acustici e malinconici disseminando i suoi 17 album (prima con la SubPop e poi con Secretly Canadian) di esperimenti con le registrazioni analogiche. The Horizon Just Laughed riprende il discorso che Damien Jurado continua dal 1997, con archi e chitarre che si intrecciano, citazioni di Tom Wolfe, melodie sospese e tempo che rimane sempre deliziosamente lento. Ascoltare un disco di Damien Jurado è come aprire una porta a caso e trovarlo sempre seduto lì, intento a riportare la musica alla sua essenza emotiva.

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Disco della settimana: Belly “Dove”

Disco della settimana: Belly “Dove”

Di nuovo insieme un pezzo di storia della musica “alternative” statunitense degli anni ’90. Il gruppo di Tanya Donelly, già con Breeders e Throwing Muses, torna nella formazione originale per riportarci nelle atmosfere tipiche del periodo. Dove è il nuovo album di Belly.

Uscito il 4 maggio via Pledge Music, Dove è il nuovo album in studio dei Belly che tornano a ventitré anni di distanza dal precedente King. Gran parte delle tracce sono state registrate nei Stable Sound Studio di Rhode Island insieme al produttore discografico Paul Q, già al lavoro in passato con artisti quali Pixies e Radiohead. Ad anticiparlo, il singolo Shiny One.

Formatisi nel 1991, hanno realizzato “Star” il loro acclamato e popolarissimo album di debutto nel 1993, nel 1995 esce “King”. I dischi uscivano per caratterizzatissima etichetta inglese 4AD. Dopo un lungo tour la band si scioglie nel 1996. Negli ultimi 20 anni i membri sono rimasti in contatto pur proseguendo ognuno con la propria carriera creativa, accarezzando sempre l’idea di una reunion della band. I brani che fanno parte di “Dove” sono completamente originali.

Scopri di più e ascolta tutto il materiale della band sul sito ufficiale: http://bellyofficial.com/

 

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