Torna il Disco della Settimana: The Delines “The Imperial”

Torna il Disco della Settimana: The Delines “The Imperial”

Finita la pausa festiva cominciano a far capolino le uscite discografiche destinate a segnare il 2019: “The Imperial” è il nuovo album di The Delines ed è il nostro nuovo “Disco della Settimana”!

Nei negozi dall’11 gennaio su Décor Records, disponibile in CD, LP e LP edizione limitata gatefold con un bonus 7” contenente brani inediti, anticipa il nuovo tour europeo per la band di Portland.

La band è composta dalla cantante Amy Boone (The Damnations, TX), da Cory Gray (tastiere e fiati), da Tucker Jackosn dei The Minus 5 alla pedal steel, oltre che dai membri dei Richmond Fontaine: Sean Oldham, Freddie Trujillo e Willy Vlautin. Quest’ultimo, acclamato scrittore e compositore dei Richmond Fontaine, ha scritto tutti e dieci i brani di “The Imperial”. -ASCOLTALO QUI-

L’album di debutto dei The Delines, “Colfax” sorprese sia i fan che gli addetti ai lavori. Dopo solo una settimana insieme, la band andò in studio e registrò il disco. L’album era composto da atmosfere che ricordavano tanto Dusty Springfield, quando Rickie Lee Jones. Proprio nel bel mezzo del seguito di “Colfax”, la cantante Amy Boone ebbe un incidente mentre camminava sul marciapiede ad Austin, in Texas. Rotte entrambe le gambe, dovette subire otto interventi chirurgici. La band si fermò, in attesa del suo recupero. Ora, cinque anni dopo, Amy è finalmente in via di guarigione e “The Imperial” è il nuovo lavoro della band.

Laddove “Colfax” era una sorta di esperimento, “Imperial” è invece il frutto di un anno di tour, di mesi di prove e dell’ulteriore affiatamento della band. L’album si muove nei territori di confine tra soul bianco e country sofisticato, registrato a Portland (Oregon) e prodotto da John Morgan Askew.

 

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Finita la pausa festiva cominciano a far capolino le uscite discografiche destinate a segnare il 2019: “The Imperial” è il nuovo album di The Delines ed è il nostro nuovo “Disco della Settimana”!

Nei negozi dall’11 gennaio su Décor Records, disponibile in CD, LP e LP edizione limitata gatefold con un bonus 7” contenente brani inediti, anticipa il nuovo tour europeo per la band di Portland.

La band è composta dalla cantante Amy Boone (The Damnations, TX), da Cory Gray (tastiere e fiati), da Tucker Jackosn dei The Minus 5 alla pedal steel, oltre che dai membri dei Richmond Fontaine: Sean Oldham, Freddie Trujillo e Willy Vlautin. Quest’ultimo, acclamato scrittore e compositore dei Richmond Fontaine, ha scritto tutti e dieci i brani di “The Imperial”. -ASCOLTALO QUI-

L’album di debutto dei The Delines, “Colfax” sorprese sia i fan che gli addetti ai lavori. Dopo solo una settimana insieme, la band andò in studio e registrò il disco. L’album era composto da atmosfere che ricordavano tanto Dusty Springfield, quando Rickie Lee Jones. Proprio nel bel mezzo del seguito di “Colfax”, la cantante Amy Boone ebbe un incidente mentre camminava sul marciapiede ad Austin, in Texas. Rotte entrambe le gambe, dovette subire otto interventi chirurgici. La band si fermò, in attesa del suo recupero. Ora, cinque anni dopo, Amy è finalmente in via di guarigione e “The Imperial” è il nuovo lavoro della band.

Laddove “Colfax” era una sorta di esperimento, “Imperial” è invece il frutto di un anno di tour, di mesi di prove e dell’ulteriore affiatamento della band. L’album si muove nei territori di confine tra soul bianco e country sofisticato, registrato a Portland (Oregon) e prodotto da John Morgan Askew.

 

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Disco della settimana: Van Morrison ” The Prophet Speak”

Disco della settimana: Van Morrison ” The Prophet Speak”

The Prophet Speaks è il quarantesimo album di Van Morrison (il sesto dal 2015 ad oggi!), appena pubblicato da su Caroline International. Questo nuovo disco contiene quattordici tracce e segue la traccia degli ultimi lavori (Roll With The PunchesVersatile e You’re Driving Me Crazy) che, tra riletture di classici e inediti, hanno esplorato gli stili musicali che da lungo tempo ispirano l’artista, come il vocal jazz e l’R&B. In questo nuovo lavoro, il prolificissimo Van si confronta con degli indiscutibili classici come quelli di John Lee Hoker, Sam Cooke e Solomon Burke (fra i tanti) e li rende sorprendentemente personali. Oltre a queste interpretazioni, The Prophet Speaks contiene sei nuove fenomenali composizioni originali di Van Morrison.

Vero monumento vivente della musica, dai Them ad oggi, l’irlandese Van Morrison sul nuovo album rivela: “È stato molto importante per me tornare a lavorare su nuovi brani, almeno tanto quanto lo è stato misurarmi con il blues che mi è sempre stato di grande ispirazione. Comporre musica è il mio lavoro, ma è l’opportunità di collaborare con grandi musicisti che lo rende ancora più piacevole”.

The Prophet Speaks vede Van Morrison collaborare ancora una volta con l’incredibile polistrumentista Joey DeFrancesco (l’artista nei credit di You’re Driving Me Crazy) e la sua band (formata da Dan Wilson alla chitarra, Michael Ode alla batteria e Troy Roberts al sassofono tenore).

Il risultato è un disco piacevolissimo, nel consueto altissimo standard dell’artista, perfetto per sonorizzare le prossime giornate festive di fine anno.

E’ il nostro regalo, a risentirci a gennaio.

La redazione musicale.

Tracklist:
  1. Gonna Send You Back To Where I Got You From (Eddie “Cleanhead” Vinson, Leona Blackman)
  2. Dimples (John Lee Hooker, James Bracken)
  3. Got to Go Where The Love Is (Van Morrison)
  4. Laughin’ and Clownin’ (Sam Cooke)
  5. 5 am Greenwich Mean Time (Van Morrison)
  6. Gotta Get You Off My Mind (Solomon Burke, Delores Burke, Josephine Burke Moore)
  7. Teardrops (J.D. Harris)
  8. I Love The Life I Live (Willie Dixon)
  9. Worried Blues / Rollin’ and Tumblin’ (J.D. Harris)
  10. Ain’t Gonna Moan No More (Van Morrison)
  11. Love Is A Five Letter Word (Gene Barge)
  12. Love Is Hard Work (Van Morrison)
  13. Spirit Will Provide (Van Morrison)
  14. The Prophet Speaks (Van Morrison)

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Disco della settimana: The Bevis Frond “We’re Your Friends”

Disco della settimana: The Bevis Frond “We’re Your Friends”

“We’re Your Friends, Man”, uscito il 7 dicembre per Fire Recordings è il ritorno in grande stile di Bevis Frond, forse il culmine creativo dell’artista, sicuramente il disco più “prodotto” e fruibile.

the bevis frond

The Bevis Frond, la creatura prolificissima di Nick Saloman ha sfornato dal lontano 1986, tra alti e bassi, una trentina di album, una caterva di singoli ed una innumerevole serie di progetti collaterali e partecipazioni, caratterizzati da un sound lisergico in bilico fra il tipico suono “alternative” americano e la psichedelia freakout britannica (Saloman, collezionista e appassionato “maniacale”, è nato a Londra nel 1953).

Il nuovo album “We’re Your Friends, Man” è uscito il 7 dicembre per Fire Recordings ed è un ritorno in grande stile, forse il culmine creativo dell’artista, sicuramente il disco più “prodotto” e fruibile, con echi dei Love di Arthur Lee, Neil Young, Hendrix, ma anche Teenage Fanclub e Dinosaur Jr.

La stampa specializzata italiana, pronta a recensire ogni flatulenza con un minimo di hype, ha ovviamente ignorato il disco, ma la cosa non ci stupisce.  “We’re Your Friends, Man” è comunque il nostro Disco della Settimana.

We’re Your Friends e la lunghissima Lead On sono i singoli che hanno anticipato l’album, concluso da una lunga traccia di oltre 19 minuti.

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Disco della settimana: Anderson .Paax “Oxnard”

Disco della settimana: Anderson .Paax “Oxnard”

A due anni dal disco solista “Malibu”, anticipato dai singoli “Tints” (con il featuring di Kendrick Lamar), “Bubblin’” e “’Till It’s Over”, è “Oxnard” il nuovo album di Anderson .Paak.


Il quarto disco del rapper-batterista (primo per una major) è quello della consacrazione definitiva dopo il successo di Malibu, che l’ha trasformato in uno degli artisti più apprezzati della scena. Oltre al già citato Lamar l’album contiene featuring del calibro di Snoop Dogg, Dr. Dre, Q-Tip, J Cole.

Questa è la reazione all’album da parte di Indieforbunnies:

Una produzione di lusso, collaborazioni stellari e un talento non da meno.
Ecco i tre ingredienti fondamentali di Oxnard, il nuovo album di Anderson .Paak.Il cantante americano torna sulla scena con quattordici tracce curate dall’icona dell’hip hop: Dr. Dre. Un sodalizio che, come ha affermato lo stesso .Paak, poggia su una stima reciproca e un’intesa evidente: a Dr. Dre va il merito di aver saputo dare risalto ed omogeneità ad un materiale già molto buono in partenza.Nei tre lavori precedenti, .Paak aveva dato prova del suo buon gusto e qua ritroviamo intatti i capisaldi della sua produzione musicale: l’hip-hop, l’R&B e il funk.“Six Summers” riassume perfettamente tale mix: una prima parte rappata si risolve in un cantato dolce e graffiato, caratteristica distintiva che lo avvicina a grandi nomi, come quello di Marvin Gaye. Nel mezzo, un breve, ma grande omaggio a Gil Scott Heron che già alla fine degli anni sessanta recitava poesie su basi musicali, il cosiddetto ‘spoken words’ e, se vogliamo, un pre-rap. Una voce femminile ne riprende i celebri versi The Revolution will not be televised e aggiunge but it will be streamed alive: il dipinto nudo e crudo di Oxnard, città natale di .Paak, simbolo un’America in degrado, può solo accompagnare.Anderson .Paak nasce anche come batterista e questo dà un contributo notevole alla parte ritmica: ha un flow trascinante che non porta con se un rap serrato ma, pur mantenendone la schiettezza, lascia ampio spazio alla musica vera e propria declinandola in molti modi diversi. L’incalzante “The Chase” in apertura ricorda una colonna sonora di un film gangster à la Lalo Schifrin, “Saviers Road” ci introduce al gusto retrò di un organetto psichedelico, “Tints” in collaborazione con il recente premio Pulitzer Kendrick Lamar, ci regala una botta di energia ed “Anywhere”, con Snoop Dogg, un po’ di buon vecchio stile anni ’90.Ma a confermare Anderson .Paak tra i grandi del genere sono anche un’ottima capacità di scrittura, un gusto inconfondibile e un’attenzione quasi maniacale al dettaglio: quel puntino davanti al nome Paak, infatti, è una sottigliezza di precisione.
“Oxnard” è il primo traguardo di una carriera costantemente in ascesa, ma lontana dai riflettori, di un musicista che ha sicuramente qualcosa da dire e lo fa facendoci ballare.

Così lo accogle Rockol:

Anderson .Paak (con il punto prima del cognome) è senza dubbio uno dei talenti più brillanti e poliedrici della scena black contemporanea: cantante, rapper, produttore, ottimo batterista, performer sopraffino. Dopo due disch incisi come Breezy Lovejoy ha esordito come Anderson .Paak nel 2014 con “Venice”, ma è nel 2015 che si fa notare con ben otto featuring in “Compton” il disco di Dr.Dre uscito in contemporanea con la biopic degli N.W.A.. Il suo “Malibu” è per chi scrive il miglior album del 2016, preziosa summa degli ultimo 40 anni di r’n’b & soul, e riesce a piazzare anche un interessante side project hip-hop più sperimentale chiamato NxWorries. Con questo “Oznark”, che va a chiudere un’ideale trilogia dedicate a località balneari, Paak torna prepotentemente al rap e dimostra di essere ormai nell’A-list permettendosi features prestigiosi come Kendrick Lamar, Q-Tip, J.Cole, Snoop e Pusha T.
Lo stile musicale di Anderson Paak pesca a piene mani dal funk, il suono delle OST blaxploitation (l’iniziale “The Chase”), il soul-jazz à la Thundercat (“Smile/Petty”) e pura funkadelia (la concitata e conclusiva “Left to right”) e tutti i pezzi sono ottimamente suonati e con i sample giusti (da Bootsy Collins al G funk di Snoop Doog). I testi mescolano l’edonismo tipico californiano tutto pussy e blowjob (“Sweet Chicks”) a una certa aggressività che colpiscono sia il Presidente degli States (in “6 summers” rappa “Trump’s got a love child and I hope that bitch is buckwild (..) I hope she kiss senoritas and black gals”) sia a storie di quartiere (“Headlow”) con tanto di suoni ambientali e differenti punti di vista che ricordano molto la costruzioni delle canzoni Kendrick Lamar, e in questo caso il confronto è spietato. In questo secondo lato (quello più hiphop e di contenuto) Anderson .Paak mostra tutti i suoi limiti; forse la presenza di Dr. Dre come executive producer lo ha spinto verso questa direzione. Peccato. Comunque Anderson .Paak è qui per rimanere grazie al suo stile, alla sua voce grave, al suo talento immenso (e chi l’ha visto dal vivo sa di cosa parliamo). Magari  rimanere nel suo ambito di soul e r&b sofisticato e sperimentale potrebbe giovargli ancora di più.

 

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