Disco della Settimana: J Mascis “Elastic Days”

Disco della Settimana: J Mascis “Elastic Days”

E’ uscito il 9 Novembre su Sub Pop Records/Audioglobe Elastic Days il nuovo album di J Mascis dei Dinosaur Jr, una delle vere e proprie leggende della scena alternativa statunitense.

Alla realizzazione dell’album hanno collaborato Mark Mulcahy e Pall Jenkins dei Black Heart Procession e Zoë Randell dei Luluc. L’album è stato registrato nel suo studio di Bisquiteen nel Massachusetts.
Il precedente album solista di J Mascis, “Tied to a star” è stato pubblicato nel 2014 sempre dalla Sub Pop Records. Nel 2016, con i Dinosaur Jr., ha pubblicato un nuovo album, “Give a Glimpse of What Yer Not”.
35 anni fa J Mascis è stato il fondatore dei Dinosaur Jr una delle più rappresentative formazioni della scena indie rock americana degli anni ottanta assieme a band come Hüsker Dü, Minutemen, Sonic Youth e Pixies.

Il nuovo album, lontano dalle ondate noise della sua produzione con i Dinosaur Jr, inanella una sequella di ballate “alla Neil Young”, intense e malinconiche ma incredibilmente “intime”. La formula è sicuramente già nota, ma il risultato è ai massimi livelli.

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Disco della settimana: Richard Ashcroft “Natural Rebel”

Disco della settimana: Richard Ashcroft “Natural Rebel”

Torna con “Natural Rebel”, il suo quinto album solista, l’ex frontman dei Verve Richard Ashcroft. Le dieci tracce che compongono l’album sono un “bignamino” dei suoni dell’anima di Richard.

Scritte interamente da Ashcroft, le canzoni sono state da lui prodotte insieme a Jon Kelly (Paul McCartney, Kate Bush) ed Emre Ramazanoglu (Bobby Gillespie, Jarvis Cocker). Ad anticiparlo il singolo “Surprised by the joy”, il cui video è stato diretto dallo stesso Ashcroft.

Il risultato è un disco “pop”, immediato e volutamente semplice, ma estremamente curato ed efficace, molto lontano dal precedente (poco riuscito) esperimento elettronico di “These People”. L’album esce nei formati 180 grammi vinile, CD e musicassette. Sul sito ufficiale di Richard Ashcroft il merchandise include dischi autografati e una versione limitata blu del vinile.

Così l’album è stato accolto da Ondarock:

“Ci sono due modi per ascoltare il sesto album da solista di Richard Ashcroft. Il primo, probabilmente il più semplice, si basa sull’idea che “Natural Rebel” di ribelle non abbia proprio niente, ma che sia semplicemente un pastiche di tutte le velleità del cantautore di Wigan: languori romantici (“That’s How Strong”), anamnesi del suo passato britpop (“That’s When I Feel It”, “Birds Fly”), spiluccamenti blues (“Born To Be Strangers”), pop orchestrale (“Surprised By The Joy”, “A Man In Motion”), cantautorato crooneristico (“Streets Of Amsterdam”) e rock’n roll serrato e malmostoso (“Money Money”). E probabilmente è proprio così. “Natural Rebel” è tutto questo. Forse un po’ piatto. Troppo condiscendente.
D’altro canto, la seconda possibile interpretazione consiste nel riuscire ad andare oltre le melodie non troppo originali del disco, per accorgersi di quanto queste dieci canzoni siano dirette, prive di sofisticazioni ma al contempo grandemente curate nei variegati arrangiamenti. La “naturale ribellione” del cantautore britannico altro non è che la sua strafottente felicità che non teme giudizi, che si avventura tra melodie semplici e serene, “alberi d’ulivo tra loro intersecati”, un amore adamantino e, soprattutto, la capacità di riuscire ancora a sorprendersi e gioire delle piccole cose, avendo la premura di raccontarle apertamente.
Si poteva fare di meglio? Certamente. In fin dei conti il tanto vituperato “These People” di due anni fa, coi suoi azzardi elettropop, aveva più brio e intensità di quest’ultimo lavoro di Ashcroft, che invece ha un’anima romantica e un assetto omogeneo ma che potrebbe fare breccia nei cuori più sensibili. Anche se brani straordinari dell’era-Verve come “The Drugs Don’t Work” e “Sonnet” sembrano ormai appannaggio del passato.  ”

Così se ne parla su Rockol:

“Ribelle e sprezzante Richard Ashcroft, anche quando c’è da cantare d’amore. Il sentimento che lo lega alla moglie Kate Radley, già tastierista degli Spiritualized, è stato infatti il principale motore che ha generato il nuovo album solista, “Natural Rebel”, in cui da vero eversivo non teme il giudizio di passare per un tenero romanticone dedito alla famiglia.Uscito relativamente in fretta rispetto ai canonici tempi compositivi del cantautore britannico, il disco si distingue per un recupero di quelle atmosfere a lui care, che si misura con un pop-rock piacevole e lezioso quanto basta per avere un utile compendio dell’artista una volta indicato come Mad Richard. Sembrano infatti molto lontani i tempi in cui Ashcroft dava sfoggio del suo umore instabile e di una notoria insofferenza alle regole, sentendolo intonare in questo “Natural Rebel” i versi appassionati di “That’s how strong” (“Your beauty is so fine / Really turns my mind and steals my breath away”), gongolante per un rapporto che evidentemente ha dato un forte imprinting alla scrittura dei brani.Con la consueta aria beffarda e la sua timbrica profonda da moderno crooner, il musicista di Wigan, anche in assenza di particolari sussulti compositivi, canta infatti tutta la sua estasi affettiva in ogni aspetto possibile, muovendosi con disinvoltura tra una suggestione pop e l’altra dalle forti radici anni Novanta. Difficile infatti non ritrovare lo spirito che fu di “The drugs don’t work” nella sofferta ballata di “We all bleed”, così come la più smaliziata “That’s when I felt it” pare appartenere a quelle medesime latitudini, con l’aggiunta di una inedita positività di fondo che ora il vecchio Richard non ha alcuna paura di mettere in mostra.Eppure anche se le atmosfere non sempre brillano per ingegnosa originalità, il cantante applica al lavoro tutte le sue principali pulsioni, emotive e musicali. Alterna momenti energici come il blues sporco di “Born to strangers” e la ruvida cavalcata di “Money money”, in cui si lancia contro lo strapotere del dio denaro, a momenti più intimi come l’iniziale “All my dreams”, prestando il suo gran vocione a echi di britpop, rock, folk e easy listening. Nel farlo cade anche in qualche scivolone, come nella altrimenti accorata “Streets of Amsterdam” in cui inciampa in un testo che recita “You could be Yoko and I could be John / We’ll stay in bed and they’ll ban the bomb”, peccando di eccessiva tracotanza.Per manifestare così tutto il migliore repertorio sentimentale di cui dispone, Richard Ashcroft sceglie perciò di rivisitare il suo passato, aggiornandolo ai nostri giorni con semplici giri di accordi e un’orchestrazione leggera tutta a beneficio della propria ugola eccellente. “Surprised by the joy” e “A Man in motion”, ma anche le già citate “We all bleed” e “That’s when I felt it” sono i fra momenti di forza di un disco che tenta di mettere d’accordo ambizioni, riferimenti e personalità con una sequenza di brani d’autore dal gusto classico e un filino melodrammatico. D’altra parte, i pregi di “Natural rebel” sono anche i suoi limiti principali, finendo per risultare un po’ prevedibile nella sua cadenzata e impermeabile coerenza.Pur senza particolari velleità quindi quello che Ashcroft restituisce è il carattere di un artista che non mai messo da parte la sua indole più spavalda e si lascia andare ai bei vecchi tempi in cui da leader dei Verve andava dritto per la sua strada senza curarsi di niente e di nessuno, felice, libero e strafottente. Un irriducibile che rischia anche quando, alla fine, sceglie di non rischiare affatto. Come un vero ribelle, appunto.”

 

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Disco della Settimana: The Allergies, “Steal the Show”

Disco della Settimana: The Allergies, “Steal the Show”

Terzo album del duo di Bristol, un altro tuffo nel groove attraverso la loro divertita rilettura di funk, hip hop e acid jazz. All’album collaborano, tra gli altri, Andy Cooper degli Ugly Ducking, Izo FitzRoy e Dr Syntax, una leggenda dell’hip hop britannico.

“Suonatissimi” nel mondo anglosassone, praticamente ignorati in Italia, li scopriamo insiame ascoltando l’album “Steal The Show”, appena uscito per Japapeno Records, nella nostra rubrica “Il Disco della Settimana”.

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Disco della settimana: Subsonica 8

Disco della settimana: Subsonica 8

E’ “8” l’attesissimo album dei Subsonica ed è una scommessa sull’attualità degli anni ’90. La band composta da Samuel, Max Casacci, Boosta, Ninja e Vicio torna insieme dopo quattro anni per presentare un nuovo lavoro di inediti, già anticipato dal singolo “Bottiglie Rotte”. Scopri il disco canzone per canzone e le simbologie legate alla scelta del titolo.


8 è l’ottavo album di una band che, pur continuando a evolvere nel proprio approccio alla musica e senza mai smettere di sperimentare, è riuscita a coinvolgere un pubblico sempre più ampio.

8 è la stilizzazione del tempo che gira su se stesso, è la rappresentazione dell’infinito, è l’occasione per ridefinire un punto di partenza dopo le pause individuali, ricominciando da dove tutto è iniziato. Ma è anche e soprattutto un album di riflessione attenta sul tempo presente.

Il gruppo torinese, che ha da sempre un respiro internazionale, sarà protagonista dal 4 al 19 dicembre di “European reBoot2018” sui palchi di 9 città: Amsterdam, Londra, (dove hanno recentemente lavorato al disco con l’ingegnere del suono Marta Salogni, astro nascente, già engineer dell’ultimo album di Björk), Dublino, Zurigo, Parigi, Bruxelles, Colonia, Berlino, Monaco. A questo seguirà “8 TOUR”, la tournée italiana nei palazzetti che toccherà 8 città lungo tutta la penisola: Torino, Milano (città nelle quali oggi si annunciano le date doppie) Ancona, Bologna, Padova, Genova, Roma e Firenze.

In questi ultimi anni i Subsonica hanno fatto molto: Samuel voleva sperimentare l’avventura da solista. Ha creato “Il codice della bellezza”. Inoltre si è impegnato in svariate collaborazioni, tra cui quelle con Mannarino e Tom Morello, già chitarrista dei Rage Against The Machine. Max, distanziandosi dalla scrittura delle canzoni, ha esplorato, invece, l’alchimia fra suoni e rumori nell’elettronica sperimentale dell’album “Glasstress” e nell’ultra jazz del progetto MCDM con l’album “The City”, dedicandosi anche al cinema (colonna sonora del film “Uno per tutti” di Mimmo Calopresti) e alla scienza “botanica” con Deproducers. Boosta a sua volta si è cimentato con la dimensione individuale e ha prodotto il suo primo album “La stanza intelligente”, collaborando con autori quali Luca Carboni, Enrico Ruggeri e Malika Ayane. Ha firmato, poi, le colonne sonore delle serie “1992” e “1993” per Sky Atlantic. Ninja ha dato ritmo al progetto elettronico Demonology HiFi insieme a Max nell’album “Inner Vox”, mettendo anche in mostra le proprie qualità di batterista, sia in veste di session man, sia collezionando grandi quantità di like sui social. Vicio ha sfornato, da parte sua, un singolo con Ezra James, oltre a collaborare con nomi storici della musica italiana e produrre nel suo studio svariati artisti indipendenti. E ha scritto un libro, di prossima uscita, sulle pratiche di yoga applicate alla musica. Strade molto diverse.

Poi è arrivata la chiamata. Bisognava tornare a casa. Una creatura costruita in più di 20 anni di vita, di energie, di capacità, di lavoro, diventa qualcosa che vivendo di vita propria manifesta volontà ed esigenze. Più forti di quelle dei suoi singoli organi vitali. Per ritrovare un punto di partenza, la band ha scelto di ricominciare dalla propria storia, ispirandosi a quel numero 8 che richiama la suggestione circolare del tempo.
Un gruppo che rimane fedele a se stesso abbastanza a lungo riesce a vedere il proprio passato tornare attuale.

E infatti “8” incomincia, quasi provocatoriamente, da quegli anni ‘90 dove tutto ha avuto inizio. Scommettendo sulla loro attualità.
Per poi proiettarsi, traccia dopo traccia, progressivamente verso il futuro.
Con parole che guardano il presente di questi “anni senza titolo” dritto negli occhi.
L’album è stato scritto e registrato a Torino (gennaio/giugno 2018), nel quartiere Vanchiglia, tra le pareti di quello Studio Andromeda che ha sostituito la storica Casa Sonica.

È stato prodotto interamente dalla band, sotto la supervisione di Max, che ne ha anche curato la registrazione. Il mixaggio, realizzato a Londra, è stato affidato a Marta Salogni. Giovanissima engineer e producer italiana, trasferitasi in Inghilterra da 10 anni, Marta ha recentemente firmato il mix dell’ultimo album di Björk. Per l’unico featuring (“L’incubo”) è stato coinvolto il rapper torinese Willie Peyote, volto nuovo della scena cittadina, già amatissimo in tutta Italia. E molto stimato dai Subsonica. L’artwork è stato affidato a Marino Capitanio, graphic designer poco più che trentenne attualmente attivo ad Amsterdam.

TRACKLIST “8” VERSIONE DELUXE
1. Jolly Roger
2. L’incubo
3. Punto critico
4. Fenice
5. Respirare
6. Bottiglie rotte
7. Le onde
8. L’incredibile performance di un uomo morto
9. Nuove radici
10. Cieli in fiamme
11. La bontà
12. L’incredibile performance di un uomo morto (Boosta Demo)
13. The Gadagheciu (Bottiglie Rotte Max Demo)
14. Pipistrello della frutta (Respirare Demo)

JOLLY ROGER
È il brano che colloca “8” in una cornice di suggestione “temporale”.
Si parte dagli anni ‘90, da quel sound che ha ispirato fortemente la band durante le caldissime nottate di una stagione sonora che rivive in questa base proposta da Boosta e Ninja.
La “Jolly Roger” è la bandiera dell’adolescenza e il testo – diviso tra una rievocazione “giovanile” dei sogni musicali di Samuel, contrapposta a strofe di Max che raccontano dell’oggi in relazione al tempo trascorso – si lega fortemente alla forma ciclica del numero 8. Mentre le corde di Vicio sostengono la pulsazione.
“Ma adesso siamo qui” è la dichiarazione dell’essere presenti oggi più che mai, dopo che i sogni realizzati sono stati esposti all’attrito del tempo, ai sussulti dei traguardi, delle gioie, ma anche delle disillusioni.

L’INCUBO
Nasce da un’idea di Samuel, con un suono ancorato saldamente alle sonorità del primissimo album. Il testo racconta dello smarrimento che si prova nel restare sospesi tra le proprie certezze e i timori di un passo verso l’ignoto, necessario per dare vita alle proprie aspirazioni.
Il brano è anche occasione per l’unico featuring di “8”. Le strada dei Subsonica incontra quella di Willie Peyote, intelligentissimo rapper, autore di testi brillanti e graffianti, ma soprattutto testimone di una rinata vitalità musicale torinese, molto apprezzata ovunque.

PUNTO CRITICO
Se “Microchip emozionale” uscisse oggi, conterrebbe con tutta probabilità sonorità come queste.
Ninja e Max danno vita ad una base acida e groovosa, che fornisce occasione per un’analisi del tempo. Il testo di Max (come la melodia), costruito per abbinamenti, prova a descrivere questi “anni senza titolo”.
Poveri di slanci ideali e di narrazione collettiva, votati all’individualismo, segnati da rigide chiusure, ansie patriottiche e tensioni nazionalistiche. E pur tuttavia globalmente decisivi per come pongono l’umanità di fronte a ineludibili scelte epocali. Spesso di non ritorno.
La clonazione, il rapporto tra nuove tecnologie e libertà individuali, l’automazione del lavoro umano, lo sviluppo di intelligenze artificiali, le emergenze climatiche, appaiono temi fuori portata rispetto alla comune consapevolezza e alla sensibilità del tempo.

LA FENICE
La Fenice è la figura individuata da Samuel e Max per descrivere quelle personalità dominanti, spesso tiranniche, quasi sempre intramontabili, che tendono ad infestare l’immaginario collettivo e la sfera privata del nostro presente.
Dalle realtà di potere ai luoghi del lavoro, dalle Università fino all’interno delle mura domestiche. Talvolta anche nei rapporti sentimentali segnati da violenza.
La Fenice rappresenta l’elemento autoritario che si ripropone con perenne capacità di trasformismo, che non rinuncia alla propria centralità, che ostruisce il ricambio di energia.
Ma La Fenice rappresenta anche la forza, la capacità, il potere liberatorio del bruciare tutto per risorgere dalle proprie ceneri.
Le sonorità oscillano tra una rilettura dei Subsonica di “Microchip emozionale” e un basso di Vicio dal carattere new wave.

RESPIRARE
Con base armonica di Boosta e la melodia dolce e spaziosa di Samuel, “Respirare” è un brano carico di sentimento. È un invito a dissolversi, ad alleggerirsi dal peso di un’ansia, oggi così comunemente presente, ad uscire dalla propria autocentratura per smaterializzarsi nel flusso del tempo e nello scenario della natura.
Testo di Samuel con lievi interventi di Max.

BOTTIGLIE ROTTE
È il primo singolo dell’album. Passi di danza per giovani star autistiche da pianerottolo, in un mondo nel quale i titoli sostituiscono le notizie, le svastiche vengono tracciate per noia e l’indifferenza è una materia prima. Strofa di Boosta, ritornello e testo di Max.

LE ONDE
L’11 marzo del 2015 moriva improvvisamente, in un incidente stradale, Carlo Rossi. Carissimo amico della band, figura di riferimento fondamentale per la musica torinese prima e per quella italiana poi. Maestro di tecniche di registrazione per Max.
Carlo ha lavorato per e con innumerevoli artisti celebri e importanti.
Dedicare un brano alla sua dolorosa scomparsa sarebbe potuto risultare pretenzioso.
Ma la cosa, nata spontaneamente dal pianoforte e da una melodia di Boosta, è stata successivamente arricchita da ampi spazi strumentali, capaci di rendere sostenibile il peso dell’argomento. Che è la perdita di una persona cara, ma che è anche il nostro interrogarci sul significato di quello che succede dopo.
Con o senza risposte.
Testo collettivo.

L’INCREDIBILE PERFORMANCE DI UN UOMO MORTO
È un brano proposto da Boosta, anche nella prima stesura del testo, successivamente rivisto e implementato insieme a Max e Samuel. È l’ingrandimento di un istante di fuga dai sentimenti, di un abbandono, di una riscrittura un po’ codarda e narcisistica, ma pienamente consapevole, degli eventi.
Lo zoom si concentra sul dettaglio delle lacrime altrui per come cadono “bellissime” al rallentatore.
Mentre la musica, inizialmente dolce e malinconica, accompagna il quadro emotivo in un crescendo di tensione.

NUOVE RADICI
Li chiamano contadini 2.0. Spesso sono giovani che, dopo avere studiato e viaggiato, scelgono di lavorare la terra. Con consapevolezza, inventiva e rispetto. È un’immagine luminosa del futuro.
In qualche modo, questo brano di Max, che elabora una strofa di Boosta, è dedicato a loro. Tra suggestioni afro beat, synth visionari e un basso di Vicio che mantiene ostinatamente lo stesso riff per tutto il brano, attraverso i diversi cambi di scenario.

CIELI IN FIAMME
Brano proposto da Samuel (suo anche il testo), elaborato ritmicamente da Ninja e Max in chiave “bass”, contrappuntato da incursioni elettroniche di Boosta e dalle plettrate nervose di Vicio.
È un brano carico di tensione fisica. Luci e ombre vorticano in un uragano capace di inghiottire per poi risputare la rabbia e i sentimenti. Fino ad una tregua finale patteggiata con i propri demoni.

LA BONTÀ
L’album si chiude su un tema oggi molto discusso: la bontà. Da alcuni identificata con buonismo, a cavallo tra cinismo e ingenuità. Il brano offre suggestioni, senza necessariamente indicare conclusioni, sull’inevitabile dualismo interiore. Il brano, proposto da Samuel anche nelle parole, ha il compito di chiudere l’album in una delicata sintesi di stili differenti che solo nel suono (e nella storia) dei Subsonica possono riuscire a convivere.

Da più di 20 anni la geografia sonora dei nostri orientamenti è l’Europa. Oggi che riavviamo i motori per l’ottavo viaggio, desideriamo ripartire -anche idealmente- da questo grande luogo che continua ad allargare e a restringere i suoi confini. Senza il suono tecnologico e meticcio della Londra degli anni ’90, senza l’elettronica tedesca, la Parigi ironica e groovosa del french funk, i colori delle street parade di Zurigo, gli inaspettati echi africani del Matongé di Bruxelles proprio nel cuore dell’Europa; senza la leggendaria Amsterdam con la storica sala del Melkweg e in questo giro anche l’Irlanda, la nostra italianità musicale oggi avrebbe molti meno elementi di confronto e di stimolo. È anche bella l’idea di ripartire, insieme dopo una lunga pausa, con il pensiero di intraprendere un viaggio vero. Non solo una bella serie di concerti”.

CALENDARIO TOUR EUROPEO DICEMBRE 2018
4.12 NL – Amsterdam, Melkweg
6.12 UK – Dublino, The Button Factory
9.12 UK – Londra, 02 Shepherd’s Bush Empire
11.12 SWI – Zurigo, Volkhaus
12.12 FRA – Parigi, Trabendo
15.12 BEL – Bruxelles, VK
17.12 GER – Colonia, Kantine
18.12 GER – Berlino, Huxkley’s
19.12 GER – Monaco, Muffathalle

CALENDARIO “8 TOUR” FEBBRAIO 2019
9.02.19 @ ANCONA, PALAPROMETEO
11.02.19 @ BOLOGNA, UNIPOL ARENA
12.02.19 @ PADOVA, KIOENE ARENA
14.02.19 @ TORINO, PALA ALPITOUR
15.02.19 @ TORINO, PALA ALPITOUR – NUOVA DATA
16.02.19 @ GENOVA, RDS STADIUM
18.02.19 @ MILANO, MEDIOLANUM FORUM
19.02.19 @ MILANO, MEDIOLANUM FORUM – NUOVA DATA
21.02.19: @ ROMA, PALALOTTOMATICA
23.02.19 @ FIRENZE, MANDELA FORUM

8
CREDITS

Produzione Artistica di Subsonica e Max Casacci
Registrato da Max Casacci e Nicolò Foglia all’Andromeda Studio (Torino)
Mix e programmazione addizionale di Marta Salogni presso F(E)M Studios per Solar Management Ltd. (Londra)
Masterizzato da Matt Colton all’ Alchemy Mastering (Londra) tranne “L’incredibile performance di un uomo morto (Boosta demo)”, “The Gadagheciu (Bottiglie rotte Max demo)” e “Pipistrello della frutta (Respirare demo)” masterizzati da Simone Squillario all’ HybridMasteringStudio (Torino)

I Subsonica:
Samuel / voce, cori
Boosta / tastiere, programmazione, chitarre, cori
Max Casacci / chitarre, cori, programmazione
Ninja / batteria, programmazione, percussioni
Vicio / basso

Castel del Monte è una costruzione che risale al XIII secolo, collocata sull’altipiano delle Murge occidentali in Puglia, nell’attuale frazione omonima del comune di Andria. La sua origine risale al 29 gennaio del 1240 quando fu commissionato dall’imperatore del Sacro Romano Impero Federico II.

L’edificio, noto a tutti per la sua inconfondibile forma ottagonale, è considerato un rinomato esempio di architettura medievale. Al suo interno, coesistono elementi stilistici divergenti ma perfettamente integrati fra di loro. Visitandolo, infatti, si possono notare il taglio romanico dei leoni dell’ingresso, la cornice gotica delle torri, l’arte classica dei fregi interni e le delicate raffinatezze islamiche dei suoi mosaici. Questo castello, nonostante sia privo di alcuni elementi tipici dell’architettura militare medioevale, quali il fossato e le mura di cinta, ha avuto un ruolo importante come anello di congiunzione fra la linea difensiva costiera e quella dell’entroterra.

Ciò che diversifica e rende unico Castel del Monte è proprio la sua planimetria, basata su una figura ricca di significati e a tratti enigmatica, il numero otto. Castel del Monte è caratterizzato da una pianta ottagonale circondata da otto torri ottagonali, con otto sale al piano inferiore ed otto sale al piano superiore disposte in modo da formare un ottagono e con un cortile interno ottagonale.

Il numero 8 compare innumerevoli volte nella costruzione in ogni particolare dell’architettura e in infiniti dettagli decorativi all’interno.

L’edificio, oltre a essere un esempio di costruzione precisa, è carico di simbolismi che hanno appassionato numerosi studiosi.
L’ottagono è una forma geometrica fortemente simbolica: si tratta della figura intermedia tra il quadrato, simbolo della terra, e il cerchio, che rappresenta l’infinità del cielo, e quindi segnerebbe il passaggio dell’uno all’altro. La scelta dell’ottagono potrebbe derivare dalla Cupola della Roccia a Gerusalemme, che Federico II aveva visto durante la sesta crociata, o dalla Cappella Palatina di Aquisgrana. L’intera costruzione è intrisa di forti simboli astrologici e la sua posizione è studiata in modo che nei giorni di solstizio ed equinozio le ombre gettate dalle pareti abbiano una particolare direzione. A mezzogiorno dell’equinozio di autunno, ad esempio, le ombre delle mura raggiungono perfettamente la lunghezza del cortile interno, ed esattamente un mese dopo coprono anche l’intera lunghezza delle stanze. Due volte l’anno (l’8 aprile e l’8 ottobre, ed ottobre in quel tempo era considerato l’ottavo mese dell’anno), inoltre, un raggio di sole entra dalla finestra nella parete sudorientale e, attraversando la finestra che si rivolge al cortile interno, illumina una porzione di muro dove prima era scolpito un bassorilievo.

Da secoli, infatti, gli studiosi e gli innumerevoli visitatori, si sono appassionati ed hanno cercato di capire quali significati e interpretazioni si celano dietro una struttura architettonica così misteriosa e simbolica.

Si sono susseguite nel tempo diverse ipotesi circa un utilizzo alternativo o una finalità completamente diversa da quella di castello per Castel del Monte.
A causa dei forti simbolismi di cui è intrisa, è stato ipotizzato che la costruzione potesse essere una sorta di tempio, o forse una sorta di tempio del sapere, in cui dedicarsi indisturbati allo studio delle scienze. In ogni caso si rivela come un’opera architettonica grandiosa, sintesi di raffinate conoscenze matematiche, geometriche ed astronomiche. Alcune lievi asimmetrie nella disposizione delle residue decorazioni e delle porte interne, quando non dovute a spoliazioni o alterazioni, hanno suggerito ad alcuni studiosi l’idea che il castello e le sue sale, pur geometricamente perfette, fossero stati progettati per essere fruiti attraverso una sorta di “percorso” obbligato, probabilmente legato a criteri astronomici. Una recente ipotesi assegnerebbe alla costruzione la funzione di centro benessere, atto alla rigenerazione e alla cura del corpo, su modello dell’hammam arabo. Diversi sono gli elementi della costruzione che porterebbero in tale direzione: i molteplici e ingegnosi sistemi di canalizzazione e raccolta dell’acqua, le numerose cisterne per la conservazione, la presenza delle più antiche stanze da bagno della storia, la particolare conformazione dell’intero complesso, il percorso interno obbligato e la forma ottagonale. A causa della sua forma ottagonale, con altrettanti ottagoni posti in corrispondenza dei vertici della pianta centrale, è possibile supporre che l’edificio fosse costruito per richiamare la forma di una corona; ciò spiegherebbe la funzione di Castel del Monte, ovvero un’ulteriore affermazione del potere imperiale, un monumento.

Castel del Monte è stato inserito nell’elenco dei monumenti nazionali italiani nel 1936 e in quello dei patrimoni dell’umanità dell’UNESCO nel 1996. Questo edificio è considerato un luogo estremamente affascinante e ricco di enigmi, merita di essere visitato almeno una volta nella vita.

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Disco della settimana di Controradio: i Jungle con “For Ever”

Disco della settimana di Controradio: i Jungle con “For Ever”

Il nuovo disco della settimana di Controradio (a partire dal primo ottobre) è il secondo lavoro dei londinesi Jungle e si intitola “For Ever”

Era il luglio del 2014 quando  i Jungle pubblicavano l’omonimo disco d’esordio. Album che includeva singoli di grande impatto come “Platoon”, “Busy Earnin’”, “Time” e “The Heat”, in poco tempo diventati dei veri e propri classici neo soul. Il  duo di  Londra composto  da  Josh “J” Lloyd-Watson e Tom “T” McFarland, due produttori e polistrumentisti  mai avrebbe immaginato di uscire dal proprio studio di registrazione, né tanto meno di fondare un collettivo di sette artisti che su un palco sarebbe diventato incontenibile. Il passaparola online iniziale,  l’entusiasmo dei fan, la nomination per il Mercury Music Prize, i video diventati virali, le parole di Noel Gallagher che definisce l’album “fottutamente grandioso”, porta il duo in poco tempo a mezzo milione di dischi venduti, promettenti carriere come DJ e un tour mondiale durato circa due anni.

Per la seconda prova il duo londinese si è spostato in California e con l’aiuto del giovane produttore Inflo ha elaborato 13 canzoni dall’impatto fortemente radiofonico ma che sapessero parlare anche di cose tristi come la fine di un amore.

TRACKLIST:

1. Smile

2. Heavy, California

3. Beat 54 (All Good Now)

4. Cherry

5. Happy Man

6. Casio

7. Mama Oh No

8. House In LA

9. Give Over

10. Cosurmyne

11. Home

12. (More and More) It Ain’t Easy

13. Pray

Così ne parla Rockol

Il debutto dei Jungle nel 2014 è stato uno dei più scintillanti e folgoranti degli ultimi anni: il loro disco eponimo era un brillante flusso sonoro che univa falsetto e funk, neo-soul e groove. Solo dopo si è scoperto che dietro questa iniezione di gioia danzereccia c’erano due amici di Shepherd’s Bush, Josh ‘J’ Lloyd-Watson e Tom ‘T’ McFarland, a cui sono seguiti mezzo milione di dischi venduti, una candidature al prestigioso Mercury Prize e due anni di fortunato world tour passato anche dall’Italia.
C’erano quindi tutte le condizioni per fare il grande passo, ovvero registrare il disco a Los Angeles, luogo eletto per quel suono. Quindi si trasferiscono lì, ma nel frattempo per entrambi i musicisti arrivano le separazioni con i rispettivi partner e tutto questo va a influire pesantemente sulla produzione del disco che rimane in una fase di stallo, al punto che sono costretti a tornare a Londra per finire di registrare un disco con l’ausilio di un produttore (Inflo) che li faccia uscire dall’empasse. Una buona parte delle canzoni di questo “For ever” ha il groove classico dei Jungle ma i testi parlano di cuori spezzati e perdite, disperazione e rimpianto.  “Heavy, California” dietro la superficie dance nasconde una senso di vulnerabilità; sopra il beat minimal di “Cherry” si sente cantare ripetutamente “Non mi cambierai mai, stavo già cambiando”,;  “Happy man” inizia con “Sono un uomo problematico / Cambiato dalle cose che faccio” e poi continua con “Comprati un sogno / E non significherà nulla” rinnovando il racconto delle illusioni perdute  della California. Ma come spesso avviene nei migliori dischi pop questo contrasto tra musica e testi, porta a un risultato eccellente.

Ogni tanto anche il ritmo cambia: ecco quindi gli archi cinematici di “Pray” e le noti struggente di un pianoforte polveroso in “Cosurmyne” e il groove di “Beat 54 (All good now)” che trasforma il malinconico rimpianto per l’amore perduto in una canzone calda e solare. E così alla fine anche questo “For ever” in tutte le sue  traversie al di qua e al di là dell’oceano, ci regala 13 canzoni magari meno da party ma di certo più ricche e profonde.

Questa la recensione di Sentireascoltare

Quattro anni fa, ai tempi di Random Access Memories dei Daft Punk, sembrava che il disco d’esordio (e pure omonimo) dei Jungle fosse un prodotto con tutti gli ingranaggi a posto, ma anche una mossa furbetta per scalare le chart alla maniera dei colleghi francesi. Il duo inglese strizzava prepotentemente l’occhio tanto al funk quanto al soul, in una confezione tremendamente neo-tutto che faceva del flirt con l’elettronica il proprio tratto distintivo. De Stefano, non a caso, parlava così di Jungle sulle nostre pagine: «Jungle è oggi l’ennesimo esperimento di rivitalizzazione dello storico R&B che ha dato i suoi frutti in passato e che continuerà a farlo anche nei decenni a venire … ma a pensarci bene potrebbe essere soltanto la retromania che sposa il business».

Cosa aspettarsi dunque da un nuovo album della formazione, oggi che la stessa retromania è diventata quasi un dogma da rispettare e la maggior parte delle produzioni non riesce a scrollarsi di dosso tale fardello? Ad un primissimo play, Josh Lloyd-Watson e Tom McFarland (ai quali dal vivo si uniscono altri cinque musicisti) sembrano puntare dritti allo stesso tipo di sound: falsetti, groove ammiccante, sample. Ma andando più a fondo si scopre che qualcosa di nuovo è dietro l’angolo. Il concetto di California Dreamin’, ad esempio, preponderante lungo l’intero lotto di canzoni è tanto solare quanto straniante. Basti pensare a brani come House in L.A. o Give Over che uniscono il miraggio simbolico della Bay Area a un sentimento di fine e irraggiungibilità («You and I are so much older», «In sunset boulevard I need her») o alla succosa Heavy California, che, tra Childish Gambino e i The Avalanches, gioca sulla dicotomia I will love you / can’t afford you. Questi sentimenti contrastanti rendono complesso un album che racconta delle separazioni personali dei due componenti della band, giocando meno sul colpo ad effetto (nonostante picchi come la ronsoniana Happy man e Beat 54) e più sul risultato globale.

L’RnB risulta stavolta rivitalizzato in maniera più solida e ragionata e gli Earth Wind and Fire e la Motown possono godere dei giusti omaggi senza grossi scivoloni. Rispetto all’esordio, i Jungle indossano lo stesso vestito, ma in una guisa meno sardonica e più riflessiva. Per una band che rischia di pagare a vita la riconoscibilità del proprio sound, questo è il primo passo verso una futuribile indipendenza.

 

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