Conversazione con Vera Gheno su internet, social network e shitstorm

Conversazione con Vera Gheno su internet, social network e shitstorm

Vera Gheno è sociolinguista, docente, scrittrice e conduttrice radiofonica. Abbiamo parlato con lei dell’evoluzione del linguaggio mediato dal computer e dei cambiamenti in corso nella comunicazione.

Questa conversazione con Vera Gheno, sociolinguista e docente all’Università di Firenze, collaboratrice dell’Accademia della Crusca, conduttrice del programma “Linguacce” in onda su Rai Radio 1 e persona cool a tutto tondo, nasce con l’idea di fare chiarezza sull’evoluzione del linguaggio nei canali digitali.

Durante la chiacchierata diventa evidente che, per la ricchezza dei contributi offerti dall’intervistata e per l’incapacità dell’intervistatore di rimanere sul tema, il risultato non sarà una semplice intervista ma una conversazione di ampio respiro su numerosi temi di attualità.

Parto subito con un argomento che mi preme: dal punto di vista dei creatori di contenuti c’è il costante bisogno di ampliare la propria base di utenti, con il rischio che i contenuti escano dalle nicchie con cui si condivide lo stesso linguaggio. C’è modo di evitare il fraintendimento proveniente dall’esposizione a soggetti con linguaggi diversi?

Il linguaggio umano per definizione non è mai univoco. Un’eccezione è quello giuridico, che nasce con l’intento di non essere elastico, che deve essere “massimamente esplicito e rigido” come dice Francesco Sabatini (presidente onorario dell’Accademia della Crusca, ndr). In tutti gli altri contesti, quelli in cui noi interagiamo, un certo grado di fraintendimento è strutturale. Ognuno di noi approccia una conversazione con degli schemi mentali: giudizi, pregiudizi, stereotipi e poi, sulla base di questi, decodifica il messaggio altrui. Peraltro io sto cercando di diffondere l’idea – ben nota nell’ambiente linguistico – che la comunicazione umana è talmente complessa che la norma è che non funzioni. É necessario uno sforzo per farla funzionare.

Come si concilia questo sforzo con le nuove piattaforme?

Il punto è che, siccome impariamo a usare le parole molto presto, finiamo per dare per scontata la competenza nell’uso della parola. Da un punto di vista cognitivo è successa anche un’altra cosa con i nuovi media: il panorama mediale nel quale ci muoviamo si è complicato tantissimo. Molte persone hanno acquisito una voce pubblica senza aver acquisito le competenze per averla, finendo per combinare dei casini, soprattutto sui social. Spesso non si rendono conto di essere su un palcoscenico e continuano ad agire come se fossero a casa propria. Si può provare a minimizzare il fraintendimento concentrandosi quando si dicono le cose, valutando con attenzione e un po’ di sforzo il contesto, il comunicatore e le intenzioni comunicative. Però leviamoci dalla testa che comunicare sia semplice e che il fallimento sia un’anomalia. É il contrario: il successo è un’anomalia.

Alla luce di questo, come si gestisce un contenuto estrapolato dal contesto? Mi viene in mente il recente caso di Donald McNeil, giornalista scientifico del New York Times che durante una lezione, per spiegarne l’uso nel linguaggio, ha usato la parola dispregiativa “nigger”. Nonostante l’abbia usata nel modo più clinico possibile gli è valso l’allontanamento dalla redazione.

Il politicamente corretto è un’istanza sacrosanta. Il rischio che non possiamo più dire le cose è abbastanza remoto. Il politicamente corretto nasce in un contesto angloamericano in cui la questione etnica è molto forte, ma l’attenzione ai termini derogatori è necessaria in generale. Ciò non toglie che per essere politicamente corretti nella maniera “corretta” si debba studiare. Deve studiare sia chi vede il politicamente corretto come una museruola, sia chi lo invoca in ogni occasione. Altrimenti c’è il rischio di una polarizzazione. É chiaro che se io faccio una riflessione metalinguistica su un termine, un certo grado di libertà lo devo avere: devo avere la possibilità di citare l’oggetto del mio discorso. Da linguista mi occupo anche di termini offensivi e nei libri li trascrivo. Ecco, magari si può fare come suggerisce il mio collega, il linguista Federico Faloppa, che si occupa di razzismo da una vita, che evita di pronunciare termini offensivi in pubblico, pur occupandosene diffusamente. Ci rendiamo conto che qualcuno potrebbe rimanere ferito da quella parola anche se la stiamo usando per scopi scientifici. Direi che un buon parametro è questo: la mia libertà di espressione deve essere messa sotto analisi se con le mie parole arrivo a ferire una persona. Come controesempio mi viene in mente la storia del professore dell’Università della California Meridionale che durante una lezione ha usato l’espressione cinese “nei ge”, un riempitivo; gli studenti afroamericani presenti l’hanno percepita come la famosa “n word” e si sono rivolti al preside. Il preside, anziché chiarire la situazione, ha sospeso il professore. Questo è evidentemente un eccesso.

É di ieri la notizia che un canale Youtube è stato sospeso perché l’intelligenza artificiale ha individuato dei termini considerati inappropriati. La frase incriminata è “bianco attacca nero”, solo che si trattava di un canale di scacchi.

É quello che succede se ci affidiamo agli algoritmi. A me è successo che, durante una live su Twitch in cui si parlava di lingua, ho usato il termine “negro” come esempio di razzismo e i proprietari del canale che mi ospitava sono sbiancati e hanno immediatamente cancellato la live perché altrimenti i bot avrebbero chiuso il canale. Delegare la lettura delle sfumature e del contesto all’intelligenza artificiale è rischioso, siamo noi esseri umani a doverlo fare. Anche perché poi accade una cosa che a me su Facebook succede spesso. Io vengo offesa in maniera trasversale: “questa che si definisce linguista”, “questa sedicente professoressa”; non sono insulti espliciti e quindi, quando segnalo il commento, il più delle volte non succede niente perché per gli standard di Facebook quelli non sono insulti.

Capita spesso che sui social la reazione a delle uscite infelici abbia dei toni molto più aggressivi e violenti dell’insulto iniziale.

Su questo tema condivido l’editoriale di Faloppa, che è anche direttore della Rete Nazionale per il Contrasto ai Discorsi e ai Fenomeni d’Odio, secondo cui le reazioni sono un fenomeno di superficie. Non vanno ad approfondire le biografie e i profili delle persone coinvolte nelle polemiche. La lettura prevalente è quella immediata. Il problema delle shitstorm (le polemiche che si sviluppano in modo esponenziale attraverso commenti sui social, ndr) è che perpetuano il ciclo d’odio gonfiandolo. Tempo fa scrissi un articolo sull’odio dei giusti, il fenomeno che avviene quando si identifica un colpevole e si procede a una lapidazione verbale e mediatica del soggetto sentendosi perfettamente titolati a farlo.

Servirebbe anche consapevolezza da parte degli ascoltatori di alcuni programmi che solo una parte della trasmissioni che guardano è analisi della realtà e che un’altra parte è intrattenimento.

Dipende dal contenitore. Se ti poni come un ambiente di cultura progressista devi essere fedele al tuo indirizzo, anche solo per mantenere la credibilità.

C’è che ogni tanto l’indirizzo di destinazione è semplicemente quello dove il pubblico è più ampio, e non necessariamente condivide il tuo stesso linguaggio. Mi viene in mente l’esempio di Twitter, le cose che ha detto Trump e che gli sono valse la sospensione sono state dette anche da altri, pure con parole più gravi, che non hanno subito ripercussioni da parte della piattaforma.

Quello che è successo con Trump è che lui ha potuto a lungo dire tutto quello che voleva. Quando il pericolo del colpo di stato si è fatto più concreto, Twitter è intervenuto. Per quattro anni Trump ha scritto delle cose orrende senza che venisse fatto più di tanto. Sul tema non ho una visione chiara, da un lato era innegabile che si era arrivati a un punto, benchè tardivo, in cui si dovevano limitare i danni. Tuttavia mi chiedo se sia giusto delegare alle piattaforme il compito di decidere cosa sia legittimo dire o meno. Si ricollega a quello che dicevamo prima sugli algoritmi. Comunque l’effetto che questi mezzi hanno sulla comunicazione politica è ancora in corso, non sappiamo come si svilupperanno. Vorrei che fosse chiara una cosa che ho già detto: non è scontato che la comunicazione funzioni. Al complicarsi della società, aumenta anche la complessità della comunicazione.

Però esistono delle figure che si occupano di comunicazione per lavoro e che sono state ignorate dalle istituzioni. Abbiamo avuto dei rappresentanti politici e degli amministratori che si sono rifiutati di rivolgersi ai giornalisti, che hanno deciso di rifiutare i canali istituzionali in favore di piattaforme private di proprietà estere, oppure programmi di varietà per dare delle comunicazioni istituzionali sullo stato della pandemia.

La questione principale è che internet ci è arrivata addosso all’improvviso senza che noi avessimo gli strumenti per gestire la complessità derivante. Questo è un fatto. Però c’è anche che chi detiene il potere sa che questo passa dalla gestione delle parole. Pensa alla politica degli slogan. C’è una parte politica che ha sfruttato questi canali per parlare alla pancia di gente delusa, impaurita, stanca e depauperata che si è dimostrata terreno fertile per la propaganda. Il populismo però, inteso come l’uso della lingua per fini non virtuosi, è sempre esistito. Quello che dovremmo provare a migliorare deve essere la resistenza delle persone a questo tipo di contenuti. Chi sfrutta la propaganda esisterà sempre, la permeabilità delle persone però si può adeguare a contrastarla. La mia speranza è che le nuove generazioni siano più corazzate contro gli slogan.

Io credo che sia così. La generazione che si è sviluppata avendo accesso a questi strumenti li ha sfruttati anche per creare una sorta di sistema immunitario. Il problema è che i ruoli di potere e di influenza in questo momento non sono occupati da quella generazione. In Italia temo che non lo saranno ancora per un bel po’. La generazione che oggi comunica, e lo smart working lo ha mostrato in modo brutale, non ha dimestichezza con gli strumenti e i linguaggi della rete.

Lo so bene. La mia esperienza di studiosa della comunicazione digitale mi vale ancora oggi dei giudizi paternalistici da parte di professori che studiano argomenti più tradizionali. Un ricambio generazionale sarebbe abbondantemente necessario. O perlomeno, serve trovare una via di mezzo tra le dirette dei ministri su Facebook e la totale assenza dai social network.

La formazione all’uso di questi strumenti dove avviene?

Avviene spesso per vie naturali, come successo ad alcune generazioni. Le ultime generazioni iniziano ad avere qualche infarinatura anche a scuola, purtroppo in misura insufficiente, e siamo in una strana situazione in cui le generazioni precedenti non sono necessariamente più competenti di quelle successive. La tradizionale perpetuazione del sapere avveniva per trasmissione dalle generazioni precedenti a quelle più giovani. Nel digitale questo paradigma si ribalta: chi ha delle competenze derivanti dall’esperienza spesso non comunica con chi ha conoscenza dei nuovi strumenti, quindi non c’è scambio intergenerazionale e non c’è crescita.

Il problema è che le piattaforme dove questo scambio potrebbe avvenire efficacemente sono inospitali. Sai già che affrontare alcuni temi sensibili ti esporrà a critiche e ti censuri perché sai che non ne vale la pena.

C’è una cosa chiamata “spirale del silenzio”. Chi è competente in un certo campo se ne lava le mani perché è stressante sottoporsi alle reazioni. Questo compromette ulteriormente la trasmissione del sapere.

Il mio timore è la convinzione che su internet ci sia spazio solo per l’intrattenimento, e che quindi anche chi fa informazione debba imitare le strategie dell’intrattenimento.

Quello lo pensa chi è convinto di poter applicare una specie di formula magica che possa far funzionare i contenuti, prendendo alcuni stilemi di una comunicazione che conosce poco. In sostanza quelle cose le dice e le fa chi su internet non ci vive. In questo momento la divulgazione che funziona davvero la fanno gli abitanti della rete, non quelli che dall’esterno, magari animati da buone intenzioni, arrivano e scimmiottano quello che loro percepiscono come lo stile della rete. Semplificare non vuol dire svilire.

Una conversazione tra Vera Gheno e Carlo Lascialfari

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Donald Trump ha graziato 70 persone nel suo ultimo giorno da Presidente

Donald Trump ha graziato 70 persone nel suo ultimo giorno da Presidente

Donald Trump ha passato le ultime ore del suo mandato a dare la grazia a decine di persone. Da imprenditori a rapper, ecco la lista.

Uno dei principali poteri conferiti al Presidente degli Stati uniti consiste nel “pardon”, ovvero la possibilità di far decadere ogni accusa pendente su qualcuno o modificare la pena comminata. Tanto che nell’ultimo periodo ci si era chiesti se un Presidente potesse perdonare sé stesso in via preventiva, per evitare processi una volta terminata l’immunità presidenziale.

Fino al momento dell’insediamento ufficiale di Joe Biden avvenuto il 20 gennaio, il Presidente uscente Donald Trump ha approfittato di tutti i poteri concessi dall’incarico per dare la grazia a 73 persone e a commutare la pena di altre 70.

Il comportamento di Donald Trump non è una novità per un Presidente a fine mandato. Quasi sempre le iniziative presidenziali più controverse vengono lasciate verso la fine e la decisione di graziare personalità vicine al Presidente non fa molto scalpore. Nel caso di Trump colpisce la quantità di persone a lui vicine finite sotto processo per corruzione o falsa testimonianza.

Tra i pardon più attesi e discussi c’era quello di Steve Bannon, ex-consulente di Donald Trump poi finito fuori dalle sue simpatie, graziato dalle accuse di truffa per le questioni riguardanti il finanziamento del muro al confine tra Messico e Stati Uniti.

Tra gli imprenditori graziati c’è Tommaso Buti, fiorentino di 54 anni, accusato di frode per la gestione di alcuni ristoranti. Era stato processato anche in Italia e prosciolto nel 2007 ma il Governo Statunitense non aveva aggiornato il suo stato di accusa fino ad adesso.

I due rapper che hanno ricevuto la grazia sono Lil Wayne e Kodak Black, entrambi incriminati per reati legati al possesso di armi da fuoco. Anche Bob Zangrillo è riuscito a evitare la propria pena per il coinvolgimento nello scandalo delle ammissioni truccate ai college, ma è stato l’unico a essere perdonato per quella questione. Nessuno dei genitori ha ricevuto la grazia.

Si è fatto notare anche il caso di Anthony Levandowsky, ex-dirigente e ingegnere di Google, uscito dall’azienda insieme ad alcuni colleghi per fondare una società acquisita da Uber dopo neanche otto mesi, valsagli una condanna per furto di segreti industriali.

Oltre ai casi di concessione della grazia considerati “prevedibili”, la peculiarità è che Donald Trump abbia privilegiato la lealtà dei suoi alleati, come chi ha evitato di testimoniare contro di lui durante il processo per il primo impeachment.

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Cosa succederà ai social network in Europa

Cosa succederà ai social network in Europa

La sospensione di Donald Trump dai social network ha riacceso il dibattito sul ruolo delle piattaforme e sulla responsabilità della loro gestione. Anche nell’Unione Europea.

La decisione di Twitter per primo, e degli altri social network poi, di eliminare o sospendere il profilo del Presidente degli Stati Uniti è stata accolta da molti come la tanto attesa assunzione di responsabilità dei gestori di queste piattaforme.

In realtà si tratta di una scelta eccezionale e per certi versi unica. Resta fondamentale capire in che misura la mai celata disapprovazione nei confronti di Trump abbia influenzato la decisione delle aziende coinvolte nella sua sospensione, dopo che si erano a lungo dichiarate super partes sui temi politici. In occasione di episodi paragonabili, come le Primavere Arabe, erano stati riconosciuti a social network come Facebook dei meriti nell’offrire uno spazio di condivisione libero dalle imposizioni governative capace perfino di portare all’abbattimento di regimi dittatoriali.

Il dibattito è vivace e sembra non essere più di natura etica ma pratica, perlomeno in Europa. Sembra passato il tempo in cui la discussione ruotava attorno al diritto all’anonimato online. Sia il trasferimento di alcuni servizi essenziali della pubblica amministrazione sulla rete, sia la maggior propensione degli utenti a condividere spontaneamente i propri dati, hanno reso meno prioritario il tema dell’identificazione online, che sembra ormai stare a cuore soltanto ad alcuni pionieri di internet. L’argomento attuale è quale grado di penetrazione debbano avere le leggi dei singoli Stati nelle attività online e come possano essere applicate ad aziende multinazionali.

Finora erano spiccati due modelli di gestione: quello statunitense e quello cinese, con l’UE che faceva da spettatore interessato. Il primo prevede un certo lassismo e molta discrezione alle singole società, per due ragioni sopra tutte le altre: perché le più grandi aziende digitali hanno sede in USA dove pagano miliardi di tasse al Governo e danno lavoro a decine di migliaia di cittadini, e per il Primo Emendamento (quello sulla libertà d’espressione). Le cose sembrano però essere cambiate dopo i fatti di Washington, soprattutto per quanto riguarda la seconda ragione.

Il modello cinese invece è agli antipodi. Nel 2014, in occasione della prima riunione del Gruppo Centrale per l’Informatizzazione e la Sicurezza di Internet, l’organo preposto alla censura della rete, Xi Jinping aveva detto: “Non c’è sicurezza nazionale senza sicurezza online”. Finora la Cina non era mai stata presa come un esempio virtuoso di gestione della libertà di espressione, con critiche anche dall’UE, non ultimo riguardo alle repressione delle proteste di Hong Kong effettuata in larga parte grazie al controllo dei dati dei cittadini.

L’Unione Europea, che finora era intervenuta solo su situazioni specifiche e principalmente di natura finanziaria, correggendo l’abuso di posizione dominante di alcune aziende statunitensi, ha presentato lo scorso dicembre l’introduzione di due nuovi protocolli di gestione.

Il DSA, Digital Services Act, prevede delle linee guida per i social network riguardanti la gestione dell’incitamento alla violenza e la violazione di copyright. Il DSA farà anche sì che alle piattaforme come Google e Facebook venga riconosciuto il ruolo di editore e che siano quindi obbligati a moderare i contenuti e fornire informazioni su alcune scelte come i criteri dietro l’offerta pubblicitaria online. L’Unione Europea si riserva il potere di infliggere multe che possono ammontare fino al sei per cento del fatturato globale delle aziende. Tuttavia il DSA non modifica l’immunità legale dei social network, perciò a essere punibili saranno solo i singoli utenti.

Il DMA, DIgital Market Act, introduce delle normative per il controllo e la limitazione delle quote di mercato delle aziende statunitensi che sono accusate di aver ostacolato la crescita dei fornitori di servizi digitali europei attraverso strategie monopolistiche.

La Commissione Europea ha annunciato che il DSA e il DMA non entreranno in vigore prima del 2023, quando dovrebbe concludersi l’iter legislativo.

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Donald Trump e il secondo impeachment. Cosa succede adesso?

Donald Trump e il secondo impeachment. Cosa succede adesso?

Per la seconda volta durante il suo mandato, Il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha subito la richiesta di impeachment da parte della Camera. Vediamo cosa c’è di diverso dall’ultima volta e quali sono le prossime tappe.

I primi quattro anni di mandato di Donald Trump sarebbero naturalmente scaduti il prossimo 20 gennaio con l’effettivo insediamento del Presidente Eletto Joe Biden. Questo non ha però impedito alla Camera di chiedere d’urgenza l’impeachment di Donald Trump in seguito al recente assalto a Capitol Hill da lui istigato, secondo molti commentatori e politici statunitensi.

Dopo essere stato scagionato a febbraio 2020 dalle accuse del primo impeachment, quello sui fatti riguardanti l’Ucraina, Trump si ritrova adesso a difendere la sua innocenza in un contesto molto diverso. Benché la fine del mandato sia prossima e le elezioni di novembre abbiano sancito una netta vittoria di Biden, la transizione dell’incarico è stata messa in discussione e ostacolata più volte dal Presidente Trump e da una parte del suo staff. Questo avrebbe portato alle rivolte avvenute il 6 gennaio a Capitol Hill.

Le accuse di brogli sono state prese seriamente dalla parte più radicale dell’elettorato di Trump ma tanti repubblicani, anche vicini a Donald Trump, erano consapevoli che si trattasse solo di una strategia del Presidente uscente di salvaguardare l’immagine che si era costruito agli occhi della sua base elettorale. La differenza sostanziale con il precedente impeachment è che, all’interno del Partito Repubblicano, Trump non ha più il potere che gli garantirebbe la fedeltà necessaria a evitare il sollevamento dall’incarico.

La procedura di impeachment è slegata dal processo di insediamento di Biden, che dovrebbe proseguire senza ulteriori intoppi burocratici. Per quanto riguarda Trump invece, dopo il voto della Camera di mercoledì a procedere con l’impeachment, è previsto il processo da parte del Senato che si svolgerà nelle prossime settimane e avrà un esito che non influenzerà l’amministrazione Biden.

Secondo la prassi, dopo le accuse formali da parte della Camera, il Senato si deve riunire e aprire un’indagine sui fatti. Il Capo della Maggioranza al Senato Mitch McConnell ha già annunciato che il processo non inizierà prima del 19 gennaio, quindi riguarderà un ex-Presidente. Nonostante la conseguenza più grave, in caso di colpevolezza, sia la destituzione dall’incarico ci sono anche altre conseguenze. La più rilevante in questo caso sarebbe il divieto di candidarsi nuovamente e, visto che Trump ha già annunciato la possibilità di ripresentarsi alle Presidenziali del 2024, questa avrebbe delle conseguenze dirette (anche se non è dato sapere quanta parte dell’annuncio sia strategia e quanta verità). Inoltre, in seguito all’impeachment, è prevista anche la perdita di un vitalizio a sei cifre.

Se i due terzi dei senatori presenti in aula decideranno che le accuse sono fondate, il Presidente verrà destituito. Attualmente il Senato è perfettamente diviso tra 50 senatori repubblicani e 50 senatori democratici, questo significa che sarebbero necessari 67 voti a favore per decretare l’impeachment di Trump. Ancora però non si sono insediati i due senatori democratici della Georgia e questo porterebbe la soglia per l’impeachment a 66 voti (però con una maggioranza repubblicana). I Senatori, specialmente i repubblicani, potrebbero decidere di non presentarsi in aula e alterare così le proporzioni tra i voti ma è ancora presto per fare previsioni sull’andamento della procedura.

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Lamantino della Florida (Manatee), con ‘Trump’ sul dorso

Lamantino della Florida (Manatee), con ‘Trump’ sul dorso

Sta facendo molto scalpore sulla stampa estera il ritrovamento di un Lamantino, nome di una specie di mammiferi acquatici che gli americani chiamano Manatee, ritrovato con inciso sul dorso il nome ‘Trump’.

Le autorità della fauna selvatica della Florida stanno indagando sulla vicenda ed hanno sottolineato che le molestie fatte ad un lamantino sono illegali secondo le leggi statali e federali, crimine punibile con 50.000 dollari di multa e fino ad un anno di reclusione.

Il Center for Biological Diversity ha offerto inoltre, una ricompensa di $ 5.000 per informazioni che portassero ad una condanna “per la mutilazione crudele e illegale” di un lamantino nel fiume Homosassa nella contea di Citrus, sulla costa del Golfo della Florida.

“È straziante che questo lamantino sia stato sottoposto a questo atto vile e criminale”, ha detto lunedì Jaclyn Lopez, direttore del centro in Florida, intervistata dal New York Times, “È chiaro che chiunque abbia fatto del male a questo gigante indifeso e gentile è in grado di fare grave violenza e deve essere arrestato immediatamente”, ha aggiunto.

Il U.S. Fish and Wildlife Service and the Florida Fish and Wildlife Conservation Commission and Wildlife Conservation Commission, hanno iniziato a indagare dopo che il lamantino è stato scoperto domenica con cicatrici sotto forma del nome del presidente, ha detto il centro. La scoperta è stata riportata dal Citrus County Chronicle.

L’US Fish and Wildlife Service ha affermato che il lamantino non sembra essere stato gravemente ferito “poiché sembra che la parola sia scritta nelle alghe sulla schiena dell’animale”.

“Questa azione abominevole va oltre i limiti di ciò che è considerato crudele e disumano”, ha detto Elizabeth Fleming, rappresentante senior della Florida presso Defenders of Wildlife. “Sono disgustato dal fatto che qualcuno possa danneggiare una creatura indifesa per inviare quello che posso solo presumere sia un messaggio politico. Faremo tutto ciò che è in nostro potere per aiutare a trovare, arrestare e perseguire con successo questo codardo”.

Per capire il risalto che la stampa americana sta dando a questa notizia bisognerebbe sapere quanto questa lenta ed innocua creatura sia amata specialmente dalla popolazione della Florida che l’ha eletta a mascotte non ufficiale dello stato.

Il lamantino è una specie di mammifero marino erbivoro grande, lento e timido. E’ una specie protetta, e secondo i dati l’US Fish and Wildlife Service ne sono rimasti solo circa 6.300 in Florida. Con il clima più freddo, tendono a riunirsi vicino alle centrali elettriche della Florida del sud, dove si crogiolano nello scarico dell’acqua calda.

Sono protetti a livello federale ai sensi dell’Endangered Species Act e del Marine Mammal Protection Act. I lamantini sono anche protetti dal Florida Manatee Sanctuary Act del 1978, che sancisce: “è illegale per qualsiasi persona, in qualsiasi momento, intenzionalmente o per negligenza, infastidire, molestare, molestare o disturbare qualsiasi lamantino”.

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