San Salvatore al Monte

Dietro il piazzale Michelangelo sorge la chiesa che Michelangelo chiamava la bella villanella.Non è certa la data di inizio dei lavori del primitivo edificio francescano sorto sul posto di una villa con giardino e cappella, forse dedicata ai Santi Cosma e Damiano, donate ai frati nel 1417 da Luca di Jacopo del Toso (o della Tosa). Nel 1442 tuttavia, con l’edificazione della sagrestia, i lavori di questo primo complesso, frutto di interventi ad opera di maestranze appartenenti all’ordine francescano, sembrano terminati. Resti di questo primo insediamento sono forse rintracciabili nella sala capitolare dell’attiguo convento quattrocentesco. Per volontà del ricco mercante Castello Quaratesi, rappresentato dopo la sua morte dall’Arte di Calimala che patrocinò l’opera (come ricorda lo stemma con l’Aquila sul frontone), presto si intraprese un rifacimento dell’edificio, ultimato dopo una lunga elaborazione alla fine degli anni novanta, ma consacrato nel 1504, eretto nel luogo dell’acropoli del Mons Florentinus. Il ruolo di edificatore sostenuto dal Quaratesi fu celebrato nel 1509, l’anno successivo alla sua morte, con la sistemazione all’interno della chiesa della lunetta in terracotta dipinta raffigurante la Sepoltura di Cristo, opera della bottega di Giovanni della Robbia. La nuova chiesa, capolavoro architettonico del Rinascimento fiorentino, fu realizzata da Simone del Pollaiolo, detto il Cronaca, per quanto recentemente nuove ipotesi di studio scorgano in lui solo il responsabile del cantiere, attribuendo invece la responsabilità del progetto a Giuliano da Sangallo, interprete dell’organico disegno laurenziano di una restaurazione in forme classiche dell’intera città.  A partire dall’assedio del 1529, e per tutto il secolo XVI, chiesa e convento subirono gravi danni, solo in parte arginati da restauri, tanto che nel 1665 i frati lasciarono San Salvatore, in stato di avanzata decadenza, ai francescani spagnoli detti Scalzetti, e si trasferirono in Ognissanti, portando con sé molti degli arredi. La semplice decorazione sia dell’interno della chiesa che delle sobrie ed austere pareti esterne è affidata alla bicromia dell’intonaco e della pietra forte che rende più marcati gli elementi architettonici: tale sobrietà era in linea con i dettami francescani di povertà e semplicità. Sull’unica navata, coperta dal tetto a capriate, contrassegnata da alti finestroni e da paraste in doppio ordine, si aprono numerose cappelle che hanno perduto l’originale arredo e le opere d’arte pertinenti ed esibiscono ora oggetti d’arte di diversa provenienza. Anche l’altar maggiore, destinato originariamente a ricevere il saio di San Francesco – cioè l’abito che il santo indossava nel 1224 quando ricevette le stigmate presso La Verna – ha perso il suo prestigioso cimelio, dal 1571 migrato nella chiesa di Ognissanti. Notevole dal punto di vista architettonico, a destra del presbiterio, la Cappella Nerli con volta a botte, che ospita un’interessante tavola cinquecentesca con la Madonna in trono col Bambino, Santi e Angeli di Anonimo del XVI secolo. Fu proprio Tanai di Francesco Nerli, acerrimo nemico del Savonarola, a ‘punire’ la campana di San Marco che aveva suonato per avvertire i seguaci dell’arresto del predicatore (1498), frustandola e deportandola proprio in San Salvatore, la medesima chiesa che accolse anche il Monumento a Marcello di Virgilio Adriani, noto per aver firmato la condanna a morte dello stesso Savonarola, realizzato da Andrea di Pietro Ferrucci (1526). Interessanti tavole quattrocentesche sono nel coro, verosimilmente destinate alla primitiva chiesa (Madonna in trono col Bambino, Santi e la committente di Giovanni dal Ponte; La Vergine con Cristo in Pietà e Santi di Neri di Bicci ) e nel convento (I Santi Cosma e Damiano, Francesco e Antonio, di Rossello di Jacopo Franchi e Il Volto Santo della Scuola di Fra Bartolomeo). Riconosciuti come opera di maestri della cerchia di Baccio da Montelupo e Benedetto da Maiano e di quella di Andrea Ferrucci sono i due grandi Crocifissi lignei, collocati nel Cappellone e sull’altar maggiore (1496 ca.). Attribuite al Perugino sono varie vetrate della chiesa dell’inizio del Cinquecento.