Un tablet per Santa Maria Novella

I Musei Civici Fiorentini e Opera per Santa Maria Novella, in accordo con il Fondo Edifici di Culto-Ministero dell’Interno, propongono al pubblico un nuovo strumento per la visita del complesso domenicano: un tablet 7’’ che racchiude al suo interno tutti i contenuti utili a comprendere la storia del convento e ad apprezzarne i capolavori artistici.

Un tablet per Santa Maria Novella

Il prodotto è realizzato dall’Associazione MUS.E e da C&T Crossmedia e delinea i tratti salienti di uno dei luoghi più straordinari di Firenze: dopo un’introduzione a cura di P. Alessandro Salucci, Presidente Opera per Santa Maria Novella, viene illustrata la storia della basilica, dei chiostri, del capitolo e del refettorio grazie a una serie di testi e inserti audio, corredati di una ricca photogallery e di approfondimenti interattivi: “inviti tecnologici” che consentono al visitatore di attivarsi in prima persona nella comprensione delle diverse tematiche. Non mancano i focus sulle grandi opere che il complesso custodisce, dalle Croci di Giotto, Masaccio e Brunelleschi ai meravigliosi cicli di Andrea di Bonaiuto, Domenico Ghirlandaio o Filippino Lippi, dalle tombe illustri di Leonardo Dati o di Giuseppe Patriarca di Costantinopoli alle raffinatezze di Andrea Cavalcanti e Sandro Botticelli: testimonianze tangibili della storia del convento, nutrite delle più  profonde riflessioni teologiche e formate alle più alte espressioni artistiche. La narrazione audiovisiva risponde quindi al tentativo di ricomporre quell’unità artistica, civica e religiosa che ha caratterizzato lo sviluppo del convento e che lo porta agli occhi del pubblico come uno straordinario documento della storia della città.
La proposta si inserisce nel più ampio progetto di valorizzazione unitaria del complesso di Santa Maria Novella, definito nell’accordo tra Comune di Firenze e Fondo Edifici di Culto con Opera per Santa Maria Novella, grazie a cui è stato possibile istituire un unico percorso di visita del complesso e proporre un servizio di visite guidate in lingua italiana, inglese e francese (da agosto 2013).
Il tablet è disponibile in cinque lingue (italiano, inglese, francese, tedesco, spagnolo) e viene distribuito durante gli orari di apertura del complesso di Santa Maria Novella presso il Desk all’ingresso della Basilica.

Abbazia di San Salvatore (Badia a Settimo)

BadiaNew.jpg (36889 bytes)L’Abbazia si trova nei pressi della riva sinistra dell’Arno a circa 7 miglia dal centro di Firenze, fu fondata verso la fine del primo millennio su iniziativa della famiglia feudale dei conti Cadolingi, signori di Borgonuovo (l’odierno Fucecchio), ma una forma di presenza monastica esisteva in quel luogo fin dalla tarda epoca longobarda, in un’isola fra gli acquitrini, un tempo sede di culto pagano. Nell’epoca romanica i Cadolingi vi chiamarono i monaci Cluniacensi dalla Francia e nell’XI sec. vi fu la presenza dei Vallombrosani di S.Giovanni Gualberto richiesti da Guglielmo detto Bulgaro della famiglia dei Cadolingi, feudatari della zona. Fu proprio sotto l’abbaziato del Gualberto che si svolse la famosa “Prova del Fuoco” di Pietro Igneo (13 febbraio 1068), che decretò la sconfitta della simonia e l’affermazione della linea riformista del papato di Gregorio VII, (lldebrando da Soana).
L’Abbazia raggiunse il massimo splendore nei secoli XIII-XVII per opera dei monaci cistercensi provenienti da San Galgano di Siena, ai quali il pontefice Gregorio IX l’aveva affidata fin dal 1236. Da Settimo essi diffusero in tutta l’area fiorentina la loro conoscenza in ogni campo del sapere e dell’attività umana, secondo il più genuino stile benedettino, portando nella zona anche i primi tratti della nascente architettura gotica. Gli abati di Settimo furono dei principi feudali illuminati e dei mecenati senza precedenti, promuovendo le arti ed i mestieri e intrecciando legami importanti sia religiosi sia economici in ambito europeo, e in particolare con la Repubblica Fiorentina, dalla quale per secoli i Cistercensi ebbero in custodia il Sigillo e l’Amministrazione del Tesoro.

Nel XIV sec. il monastero fu munito di possenti fortificazioni proprio con il contributo del Comune di Firenze, che lo riteneva punto strategico e snodo fondamentale fra la via Pisana, l’Asse Cadolingio della Francigena e l’Arno, fiume allora navigabile, su cui transitavano i beni necessari per la città. Fondamentale fu infatti l’opera dei monaci per la regimazione ed il controllo delle acque e il loro sfruttamento economico, e per la bonifica e messa a coltura di tutta la piana a sud-ovest di Firenze, compresa la forestazione di Monte Morello.
L’Abbazia attraversò momenti di decadenza a cavallo di vari periodi storici, subendo anche spaventosi assedi, come quello dei Lanzichenecchi di Carlo V alla fine del 1529, (gli imperiali dopo tanto assedio entreranno in Firenze il 12 agosto 1530).

Nel 1783, l’infausta soppressione operaia dal Granduca Pietro Leopoldo, in pieno clima pre rivoluzionario e di ostilità all’esperienza monastica, decretò lo smembramento in due proprietà del complesso monumentale e la vendita ai privati di quasi due terzi del monastero e di tutte le terre, l’esilio del monaci, con la conseguente dispersione di un patrimonio artistico immenso ed il trasferimento degli archivi in altre sedi. Le parte nord-orientale incorporò nel titolo abbaziale di S. Salvatore anche quello parrocchiale di S. Lorenzo e ricadde sotto la potestà dell’arcivescovo di Firenze che da allora ne nominò i priori. La parte sud-occidentale fu trasformata in fattoria e come tale fu utilizzata dai proprietari privati fino agli anni 80 del XX secolo.
Nel primo decennio del 1900 il Ministero dei Beni Culturali aveva iniziato ad effettuare alcuni interventi dl restauro nella speranza di una valorizzazione unitaria, ma la cosa non ebbe seguito a causa del precipitare della situazione internazionale, con la Seconda Guerra Mondiale. Nel dopoguerra vi fu una parziale ricostruzione di parti importanti degli edifici abbaziali andati distrutti, di cui sono ancora visibili i segni, insieme a quelli della devastazione procurata dall’alluvione del 1966.

Tra le principali opere presenti nel complesso monumentale della Badia è possibile visitare: l’abside rinascimentale realizzata dalle maestranze di Brunelleschi e decorata con gli angeli di terracotta invetriata del modello robbiano eseguite da Benedetto Buglioni (1401-1521) e i due tondi affrescati con l’Angelo e l’Annunziata di Domenico Ghirlandaio (1440-1494); l’altare monumentale realizzato nel 1639 dall’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, opera magistrale di Pietro Tacca (1577-1640), e il ciborio in bassorilievo di Giuliano da Maiano (1432-1490); la sacrestia, che custodisce tre tavole rinascimentali a tempera; l’Adorazione dei Magi del Ghirlandaio (nella foto) con le tre età dell’uomo; la deposizione nel sepolcro di Cosimo Rosselli, la Deposizione dalla Croce di Francesco Botticini, con il bacio della Maddalena; la tomba del poeta Dino Campana, morto a Castelpulci e qui sepolto dopo la sua esumazione dal cimitero di San Colombano, fortemente voluta da Piero Bargellini (1897-I980) ed altri insigni letterati.

Santa Trinità

santa trinità

Nonostante la facciata in pietra di gusto tardo cinquecentesco, dovuta a B. Buontalenti, la chiesa di S. Trinita è, per il suo interno trecentesco a croce egizia, fra le più belle realizzazioni gotiche della città.
L’interno è a tre navate divise da pilastri su cui poggiano archi a sesto acuto e volte a crociera. I restauri compiuti in seguito ai danni provocati dall’alluvione, hanno eliminito i falsi decorativi del principio del secolo, riportando alla bellezza originaria gli affreschi delle cappelle. Vi si trovano fra l’altro, un’Annunciazione di Lorenzo Monaco, la tomba Federighi, marmorea creazione di Luca della Robbia, mentre del Ghirlandaio sono gli affreschi della Cappella Sassetti e l’Adorazione dei pastori sull’altare.

 

Chiesa di Ognissanti

La chiesa faceva parte del complesso conventuale fondato nel 1251 dagli Umiliati, giunti a Firenze dalla Lombardia nel 1239. Anche se la loro regola era stata approvata da Papa Onorio III, l’ordine si era costituito nell’ambito dei movimenti pauperistici ai limiti dell’eresia. Gli Umiliati si affermarono come congregazione laica maschile e femminile, dedita alla perfezione evangelica ed alla povertà, ma specialmente al lavoro che era parte integrante della vita dei religiosi, impegnati soprattutto nella lavorazione della lana e del vetro. A Firenze gli Umiliati si stabilirono prima fuori città, quindi presso la chiesetta di Santa Lucia, ed estesero poi le loro proprietà fino a comprendere un oratorio sul borgo, dove fecero costruire la loro chiesa “ad honorem Sanctorum Omnium” e il convento; il complesso venne portato a termine fra il 1251 e il 1260. La zona era particolarmente adatta alla lavorazione della lana, perché all’altezza della Porta alla Carraia, dove il Mugnone sfociava nell’Arno, c’era un’isoletta che formava un canale utile per ricavare l’energia idraulica per mulini e gualchiere. Per favorire tale sfruttamento, gli Umiliati costruirono la pescaia di Santa Rosa, insieme a un ricco sistema di canali. Il paesaggio urbano circostante venne caratterizzato da edifici legati all’attività dei religiosi, assieme alle case per gli artigiani ed ai tiratoi. Per il loro prestigio, alla fine del Duecento gli Umiliati furono chiamati a ricoprire importanti cariche pubbliche. Intanto la chiesa si andava arricchendo di opere d’arte di straordinario pregio, grazie anche al mecenatismo delle famiglie del quartiere, che avevano raggiunto una solida posizione economica e sociale. Intorno al 1310 venne posta sull’altar maggiore la Maestà di Giotto, ora agli Uffizi. Nella sagrestia sono conservate altre opere trecentesche, come una Crocifissione ad affresco di Taddeo Gaddi ed un Crocifisso dipinto da un collaboratore di Giotto. Nel Quattrocento, lavorarono in Ognissanti Botticelli (che nella chiesa è sepolto) e Ghirlandaio, il quale affrescò per i Vespucci, al secondo altare della navata destra, la Madonna della Misericordia e la Pietà (1470-1472). Del Botticelli è il Sant’Agostino nello studio, mentre il Ghirlandaio dipinse il San Girolamo nello studio (affreschi staccati, entrambi del 1480), posti à pendant al centro della navata. Nel refettorio del convento il Ghirlandaio eseguì ad affresco l’Ultima Cena (1480), della quale è conservata anche la sinopia. Durante il secolo successivo gli Umiliati cominciarono a diminuire di numero e di prestigio, tanto che nel 1571, per volere di Cosimo I, cedettero il loro cenobio ai Francescani minori osservanti. Il complesso fu sùbito ristrutturato: vennero costruiti i due chiostri, e la chiesa fu riconsacrata nel 1582 e intitolata a San Salvatore ad Ognissanti, denominazione tratta dall’altra illustre sede dei Minori al Monte alle Croci. Da tale sede nel 1571 era stato trasferito in Ognissanti il saio che San Francesco avrebbe indossato nel 1224 quando ricevette alla Verna le stimmate (la reliquia è tuttora in loco). Ai primi del Seicento, i frati fecero affrescare da Jacopo Ligozzi, Giovanni da San Giovanni ed altri pittori il chiostro grande con le Storie di San Francesco, inteso come “alter Christus”, ovvero protagonista di episodi che trovano il diretto corrispondente nella vita di Cristo. I rinnovamenti più radicali della chiesa furono effettuati fra il XVII e il XVIII secolo, con nuovi altari, dipinti e sculture. Distrutto il coro dei monaci, all’inizio del Seicento fu realizzato l’altar maggiore in pietre dure, su disegno di Jacopo Ligozzi. Nella volta Giuseppe Romei dipinse la Gloria di San Francesco (1770). Nel 1637 era stata portata a compimento la bella facciata su disegno di Matteo Nigetti (restaurata nel 1872 e coronata dal grande stemma di Firenze). Sopra il portale fu posta la terracotta invetriata cinquecentesca con l’Incoronazione della Madonna e santi, attribuita a Benedetto Buglioni.

Chiesa della Santissima Annunziata

http://www.italia-tours.com/firenze/g/santissima-annunziata.jpg

Uno dei più venerati santuari fiorentini dedicati alla Madonna fu fondato nel 1250, come oratorio detto di Cafaggio, dai Sette Santi Fondatori dell’Ordine dei Servi di Maria. Questi nobili fiorentini, a seguito di un’apparizione della Vergine, si ritirarono in un romitorio presso il Monte Senario, a nord della città. La storia del santuario è strettamente legata al culto di un’immagine della Madonna, raffigurante l’Annunciazione, tuttora conservata nella cappella dell’Annunziata. La tradizione popolare racconta che l’autore dell’affresco trecentesco, tal frate Bartolomeo, non riusciva a dipingere il volto della Vergine, che per miracolo apparve già compiuto mentre il pittore dormiva; la grande devozione sorta intorno a questa miracolosa immagine fece sì che la chiesa venisse inclusa nella cinta muraria trecentesca. La struttura attuale prese forma fra il 1444 e il 1477, quando venne iniziata per mano di Michelozzo la tribuna con le cappelle disposte a corona, poi completata da Leon Battista Alberti. Negli ultimi decenni del Quattrocento furono sopraelevate le pareti laterali della chiesa, consacrata nel 1516. All’esterno, sopra l’arco centrale del portico, costruito nel 1601 dall’architetto Giovanni Battista Caccini, sono rimaste tracce di affreschi, eseguiti fra il 1513 e il 1514 dal Pontormo, mentre il portale centrale è sormontato da un’Annunciazione a mosaico, di Davide Ghirlandaio (1509). Dal portico si accede al chiostro antistante la chiesa, detto dei Voti, perché vi furono esposti nel corso dei secoli quadretti votivi e statue di cera decorate con preziosi ornamenti. Ora il chiostro è soprattutto famoso per i pregevoli affreschi che decorano le pareti: il più antico è il Presepe di Alesso Baldovinetti, eseguito nel 1460, mentre al 1476 risale la Vocazione di San Filippo Benizzi, dipinta da Cosimo Rosselli; tutte le altre storie del santo furono affrescate dal giovane Andrea del Sarto nel 1510. La Vita della Madonna fu narrata nel secondo decennio del Cinquecento dagli artisti più giovani e promettenti del tempo: il Rosso Fiorentino, che dipinse l’Assunzione, il Pontormo, che affrescò la Visitazione, e il Franciabigio, che eseguì lo Sposalizio della Vergine. Dal 1511 al 1514 lavorò allo stesso ciclo anche Andrea del Sarto, già impegnato nelle Storie di San Filippo Benizzi, con la Natività di Maria e l’Arrivo dei Magi. L’interno della chiesa, di notevole suggestione, presenta archi e pilastri ricoperti di marmi eseguiti tra il Sei e il Settecento, e un soffitto decorato fra il 1664 e il 1670 su disegno di Baldassarre Franceschini detto il Volterrano (sua è l’Assunta su tela). In alto, fra le finestre, vi sono riquadri e medaglioni, dipinti con i Miracoli dell’Annunziata da artisti del Seicento. A sinistra è la cappella della Santissima Annunziata dove si conserva la veneratissima immagine della Vergine. Il tempietto fu progettato da Michelozzo ed eseguito da Pagno Portigiani nel 1448; nel piccolo oratorio comunicante si conserva una tavoletta con il Volto Santo di Andrea del Sarto. Numerose sono le cappelle lungo la navata, perlopiù realizzate fra il Seicento e il Settecento, come quella Feroni, di Giovan Battista Foggini e altri, gioiello del barocco fiorentino. La tribuna presenta nove cappelle e fu interamente trasformata in epoca barocca. Nella Santissima Annunziata fu attivo anche Andrea del Castagno: di lui si conservano due affreschi, uno raffigurante San Giuliano, nella cappella Feroni, e l’altro, la Trinità e San Girolamo, nella cappella adiacente. Uscendo dalla chiesa si accede al chiostro dei Morti, progettato intorno al 1453. Qui, sopra la porta di accesso, è affrescata la celebre Madonna del sacco di Andrea del Sarto (1525). Nelle altre lunette si presenta assai rovinato un interessante ciclo con le Storie dei Servi di Maria dipinte ai primi del Seicento da Bernardino Poccetti e da altri artisti. Nel chiostro è ubicata la cappella della Compagnia di San Luca, dove dal 1562 ebbe sede la Confraternita dei pittori, trasformata nel 1563 per volontà del granduca Cosimo I in Accademia delle Arti del Disegno. La volta è affrescata con l’Assunta di Luca Giordano e l’altare maggiore è ornato da una tela di Giorgio Vasari raffigurante San Luca che dipinge la Madonna. Nelle altre pareti, opere del Bronzino, del Pontormo e di Santi di Tito.