Disco della Settimana: Motta “Vivere o Morire”

Disco della Settimana: Motta “Vivere o Morire”

Anticipato da “Ed è quasi come essere felice” e “La nostra ultima canzone“ (già tra i brani italiani più trasmessi), è uscito su etichetta Sugar “Vivere o Morire”, il nuovo album del cantautore pisano Francesco Motta.

“Vivere o Morire”, disponibile in cd, vinile, su Spotify e tutte le piattaforme digitali, è il secondo album del polistrumentista e cantautore toscano che ha esordito con “La fine dei vent’anni”, TARGA TENCO per la miglior Opera Prima. La storia di Francesco Motta sì è più volte intrecciata con quella di Controradio: dagi esordi con i Criminal Jokers, poi tra i 108 selezionati per il progetto Toscana100Band, infine ospite della grande finale sold out del Rock Contest 2016 (quella di Manitoba, Ros e Handlogic). è per questo con grande piacere che eleggiamo anche questo “Vivere o Morire” a nostro Album della Settimana.

“Vivere o Morire” è stato prodotto, registrato e mixato tra Roma, New York e Milano, da Francesco Motta e Taketo Gohara. “Il segreto di questo disco è che non ha segreti e per scrivere le nuove canzoni ho messo il mio cuore sul tavolo. Questo lavoro è la perfetta fotografia di quello che sono oggi – ha spiegato Francesco Motta da Livorno – perché mi sono raccontato nei miei tanti modi. E’ il lavoro che mi ha fatto scoprire la sintesi, non so se in termini di maturità o consapevolezza, grazie alla quale ho messo nel disco niente di più rispetto a quello che ci andava messo”. L’album vede la collaborazione di Pacifico, ma c’è anche lo zampino di Riccardo Sinigallia, vero e proprio mentore di Motta e questa volta nei panni di produttore, oltre a quello dell’ingegnere del suono Taketo Gohara con il quale la voce delle nuove ‘Quello che siamo diventati’, ‘Ed è quasi come essere felice’ e tutte le altre, è andato a New York per registrare negli studi dove un tempo era di casa Jimi Hendrix. “Dopo dieci anni di gavetta vera – ha detto Motta – ho avuto la possibilità di lavorare in un certo modo e di incontrare alcuni personaggi importanti per questo lavoro da studio”

Subito dopo l’uscita del disco, Motta sarà impegnato con una serie di incontri con i fan che toccheranno le principali città italiane (l’appuntamento toscano è per il 10 Aprile alla Feltrinelli RED di Piazza della Repubblica, Firenze ore 18:30), la data toscana del tour live è invece fissata per il 29 maggio all’OBIHALL di Firenze.

Ma intanto diamo una veloce occhiata alle reazioni della stampa specializzata italiana. Così se ne parla su Rockol: “A guardarlo così, con quel volto dall’aria rude e severa, non lo diresti mai. Ma sotto sotto Motta è un vero romanticone. Soprattutto in questo periodo: è innamoratissimo dell’attrice Carolina Crescentini, alla quale è legato sentimentalmente da qualche mese, e per sua stessa ammissione nelle canzoni che ha scritto negli ultimi tempi l’amore gioca un ruolo di primo piano. “Vivere o morire” è un album sentimentale, nella migliore accezione del termine. È un disco che parla di sentimenti e di emozioni, che ci racconta Motta più di quanto non avesse fatto il precedente “La fine dei vent’anni”: “Ho messo il mio cuore sul tavolo”, dice lui. “Vivere o morire? Aver paura di tuffarsi e di lasciarsi andare”, canta l’ex Criminal Jokers nel ritornello della canzone che dà il titolo all’intero album. È il verso più emblematico del disco, forse: “Vivere o morire” è un inno a buttarsi nella mischia, a perdere il controllo. La naturale conseguenza di “La fine dei vent’anni”, insomma: lì Motta provava a mettere da parte le sue turbe e le sue inquietudini, ma c’era sempre qualcosa che lo tratteneva, che non gli permetteva di smarcarsi del tutto dall’irrequietezza. “Sarebbe bello finire così, lasciare tutto e godersi l’inganno”, cantava in “Del tempo che passa la felicità”. Adesso si lascia andare e mostra il dito medio ai demoni, complice anche l’aiuto di Pacifico, che ha collaborato alla stesura dei testi di buona parte delle nuove canzoni: “Mi ha fatto da psicanalista, ha avuto un ruolo maieutico. Mi sono ritrovato a scrivere di cose che non avrei mai tirato fuori senza di lui. Ho visto il mio passato in maniera più lucida e consapevole”, racconta il cantautore toscano. In confronto a “La fine dei vent’anni”, “Vivere o morire” è un album meno rumoroso: se già con l’album del 2016 Motta aveva fatto un bel passo in avanti dal punto di vista strettamente sonoro, almeno rispetto al punk rock dei Criminal Jokers (la produzione era di Riccardo Sinigallia, uno che con i suoni ci sa fare – ascoltate, se non lo avete già fatto, “Musiche ribelli” di Luca Carboni o “Non erano fiori” di Coez, tra i suoi lavori più recenti), stavolta il passo è ancora più lungo. Anche se Sinigallia è rimasto di lato e il suo ruolo se lo sono diviso Motta e Taketo Gohara. I suoni sono limpidi, cristallini. Il cantautore ha raccontato di aver lavorato molto per sottrazione: non ha messo di più di quel che doveva mettere. Canzoni come “Quello che siamo diventati”, “Vivere o morire”, “La nostra ultima canzone”, “La prima volta” (impreziosita pure da un quartetto d’archi) si prestano benissimo ad essere riproposte dal vivo semplicemente chitarra e voce: l’essenziale. “La fine dei vent’anni” era il racconto onesto di un momento di passaggio critico, non solo anagrafico ma anche artistico, con cui Motta delimitava il passato (l’esperienza come fonico di palco, i Criminal Jokers, il punk rock) dal presente (la carriera solista). Le canzoni di “Vivere o morire” rappresentano un sequel perfetto di quel racconto, che continua ad emozionare soprattutto per il modo con cui il loro autore – per citare una bella descrizione che la sua discografica, Caterina Caselli, ha fatto di lui – esibisce le sue fragilità (l’ultima traccia, “Mi parli di te”, una lettera scritta a suo papà, è un vero colpo al cuore). C’è molta urgenza espressiva, dentro questo disco, il desiderio di farsi sentire, di far sentire la propria voce. Ma senza scalpitare, senza urlare. Semplicemente, mettendo il cuore sul tavolo.

Così su Sentireascoltare:La fine dei vent’anni, il disco dell’esordio solista che due anni fa è valso a Francesco Motta la Targa Tenco e un’affermazione nazionale, si chiudeva fissando un punto con la conclusiva Abbiamo vinto un’altra guerra, ultimo residuale di una battaglia tutta personale condotta sulla propria esistenza giunta ad un momento cruciale tra interrogativi, incertezze e un futuro precario e indistinguibile. Vivere o morire riparte esattamente da lì ma alterando completamente la prospettiva, l’approccio: stavolta il cantautore toscano si concentra su sé stesso, operando un’autoanalisi profonda e stratificata in cui ci sono scelte da prendere e bivi da imboccare, senza mezze misure né compromessi, solo acqua o fuoco. A fare da gancio Ed è quasi come essere felice, utile a tracciare una linea di confine che musicalmente c’entra poco con il resto dell’album, ma che apre alla perfezione il nuovo orizzonte buttandoci dentro un vortice incendiario, un frullatore in crescendo alimentato dalle percussioni di Mauro Refosco (Atoms for Peace, Red Hot Chili Peppers). Al ritorno ritroviamo l’arpeggio acustico e sognante di Quello che siamo diventati che rimbalza sull’io pacificato di chi la sua decisione l’ha finalmente presa e sta guardando già altrove («è arrivata l’ora di restare»). La lunga riflessione che il cantautore compie nella canzone che dà il titolo all’album è il manifesto programmatico di una filosofia di vita che anche a costo di sbagliare, di fallire, ha bisogno del coraggio e della vitalità di una presa di posizione chiara e netta, a cominciare dall’amore (è di qualche mese la notizia comunicata con una foto su Instagram della relazione con l’attrice romana Carolina Crescentini), un tema che ritorna prepotente e ingombrante a più riprese nel disco, con il riflesso dell’urgenza di chiudere una storia e iniziarne un’altra, come ben delinea in Per amore e basta. Ha scelto di fare (quasi) tutto da solo, Motta, per questo secondo album; non c’è stavolta con lui Riccardo Sinigallia a produrre il disco (presente comunque insieme a Pacifico come autore di La prima volta), e così il Nostro si è diviso tra le varie strumentazioni allo storico Brooklin Recording Studio di New York affidando i suoni alle mani di Taketo Gohara, e in termini di arrangiamenti le differenze si percepiscono. Se La fine dei vent’anni vantava una versatilità di soluzioni pop che faceva brillare il suo cantautorato sbilenco tra atmosfere diverse, il mood di Vivere o morire è più costante, omogeneo e asciutto, ricordandoci lo spirito dei tempi busker con i Criminal Jokers. Ancora un vibrante fingerpicking, stavolta sostenuto da claps, in La nostra ultima canzone, aggiunge un altro punto su una storia d’amore giunta alla conclusione e con cui il cantautore fa i conti in maniera diretta, vis-à-vis, proseguendo in una Chissà dove sarai con la sua voce determinata e tagliente a fare il paio a un testo oscenamente diretto, sincero e franco, e con gli archi che arrivano in soccorso a darci ossigeno e ad ampliare il respiro del brano. Un’ampiezza che viene confermata nei fiati della già citata Per amore e basta o nei ritmi tribali di una E poi ci pensi un po’ che aggiunge un pizzico di leggerezza ad un lavoro fortemente malinconico e introspettivo. La chiusura è affidata ad una narrazione familiare ancora una volta affrontata senza reticenze e mettendo a nudo tutto sé stesso, a cominciare dal linguaggio intimo utilizzato nel rivolgersi al padre. Vivere o morire è il Rimmel di Motta, un disco che probabilmente piacerà meno del suo predecessore, più difficile e impegnativo da digerire, forse ancor di più per chi l’ha scritto che per chi l’ascolta. Ma è un disco che conferma lo spessore, la qualità e la bontà di un autore che in barba a mode e tendenze ora in voga e domani chissà, ci conferma che un altro cantautorato italiano è ancora possibile ed è in ottima forma.”

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Disco della settimana: Manitoba “Divorami”

Disco della settimana: Manitoba “Divorami”

Finalmente disponibile in digitale, “Divorami” è il debut album dei Manitoba. Filippo Santini e Giorgia Rossi Monti, duo scoperto e lanciato dal Rock Contest di Controradio, pubblica il suo lavoro per la prestigiosa Sugar Music. L’uscita del formato fisico è fissata per il 23 marzo.

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Noi di Controradio li conosciamo bene. Dalla loro partecipazione al Rock Contest 2016, che gli valse il secondo posto, i loro brani “Brasilia”, “Glaciale” e “Ti Schianterai contro di me” non sono mai usciti dalla nostra programmazione.

Ora, finalmente, lo abbiamo: “Divorami” è il titolo del primo album scritto da Filippo Santini e Giorgia Rossi Monti, che dal 2014 si esibiscono sui palchi italiani come Manitoba. Il disco è nato da una scintilla accesa quasi 15 anni fa in riva al mare di Baratti, vicino Piombino, quando i due protagonisti di questa storia s’incontrarono per la prima volta e, ancora senza saperlo, si legarono indissolubilmente per gli anni a venire in un sodalizio artistico e di vita. E così come fu naturale giocare su quel bagnasciuga, estate dopo estate, nella fase della vita in cui tutto è più puro e autentico, altrettanto spontaneamente la musica è entrata nella vita dei due ragazzi e fluisce oggi libera nelle dieci canzoni che compongono questo primo lavoro.

Quel che colpisce immediatamente nell’ascoltare i Manitoba, infatti, è proprio l’assenza di calcolo e artifici perchè Filippo e Giorgia scrivono canzoni così come bevono acqua e le interpretano con quella gioia travolgente e quella stessa disinvoltura con cui da piccoli si scatenavano ogniqualvolta i loro genitori premevano il tasto play per godersi un disco.

Grazie alla attenta guida del produttore Samuele Cangi ed alla supervisione artistica di Andrea Marmorini, i due artisti si sono messi completamente a nudo, senza paura di sbagliare o di scavare troppo dentro se stessi. Il risultato è un album variopinto, che travolge l’ascoltatore in un viaggio coraggioso e intriso d’amore autentico, in cui le voci s’intrecciano in maniera inedita fino a fondersi con l’R’n’B della sezione ritmica, l’elettronica dei synth e l’alternative rock delle chitarre graffianti.

I contenuti sono altrettanto trasversali ed è così che brani come il singolo apripista “Hollywood Pompei” restano in testa con una naturalezza disarmante, pur trattando temi assolutamente non banali come il passare del tempo, pregiudizi, libertà sessuale e rivoluzioni culturali. Un altro esempio è la title-track “Divorami”, ispirata alle poesie di Bukowski, in cui passaggi come «Ti penso e non ti cerco, ti cerco e non ti penso mai» ritraggono l’eterno rincorrersi, tra speranza e disperazione, dell’amore descritto nelle opere dello scrittore statunitense.

E proprio nel titolo è racchiusa la chiave di lettura di questo viaggio: una scelta che allude a quella voracità creativa di due songwriter mai sazi di respirare vita e trasformarla in musica, fiduciosi che questo disco «qualcuno lo divori nello stesso modo in cui divora un pranzo chi ha davvero fame».

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Manitoba è un progetto nato a Firenze nel 2014. Filippo Santini e Giorgia Rossi Monti si conoscono dall’infanzia, ben dodici estati a giocare spensierati sul bagnasciuga di Baratti, vicino Piombino. Da subito appare chiaro che entrambi condividono un amore smisurato per la musica e per il ritmo, senza preclusione di generi, ciò che conta è quell’indescrivibile emozione che li portava sin da bambini a ballare ogni qualvolta i genitori ascoltassero un disco.

Poi a 14 anni i Nirvana cambiano la vita di Filippo, mentre sarà un concerto di Battiato a sortire lo stesso effetto su Giorgia. Gli anni dell’adolescenza vedono il primo impegnarsi con abnegazione nel cercare altri coetanei rapiti dal demone del rock’n’roll; dopo aver fondato e sciolto varie formazioni locali, inizia l’avventura con i Cento (precedentemente Blue Popsicle, vincitori del Rock Contest 2011) con i quali condivide 7 anni di storia e oltre 300 intensissimi concerti. Proprio nel momento in cui la felice parabola della band volge al termine, Filippo ritrova Giorgia e, da quel momento, appare chiaro ad entrambi che il loro sodalizio umano ed artistico coincide con il desiderio di mettere la musica al centro delle proprie vite.

Gli ascolti onnivori dei due ragazzi li porteranno a comporre – prima in versione acustica e poi con i preziosi arrangiamenti curati assieme al talentuoso producer Samuele Cangi – quel mix di elettronica, r’n’b e alt- rock, che costituisce il codice sonoro della formazione assieme ad un innovativo approccio nella stesura delle linee melodiche vocali.

Ma la svolta importante avviene nel dicembre 2016 quando i Manitoba si classificano al secondo posto del Rock Contest di Controradio, esibendosi nella serata finale davanti ad una ricca giuria di addetti ai lavori e artisti quali Alberto Ferrari (Verdena, presidente di giuria), Colapesce, Iosonouncane e Giulio Ragno Favero de Il Teatro degli Orrori.

Da quel momento il duo fiorentino condivide il palco con alcune delle più interessanti formazioni italiane quali Motta, OneDimensionalMan, His Clancyness, Nobraino e Colombre, e con star internazionali come Of Montreal o gli scozzesi Franz Ferdinand, che scelgono i Manitoba come supporter ufficiali in occasione del loro concerto al Beat festival di Empoli nell’estate 2017. Tra i concerti memorabili restano l’esibizione davanti a oltre 30.000 persone in occasione del Capodanno a Firenze prima di Marco Mengoni e l’opening- act per gli Ex-Otago presso il club milanese Alcatraz, gremito in ogni ordine di posti.

Anche la stampa si accorge presto dei Manitoba e così arrivano le nomination come “Miglior Promessa 2017” su Repubblica Musical Box e il premio “New Live Band” 2017 e 2018 su Keeponlive.com.

Nella primavera del 2017 Sugar firma in esclusiva discografica ed editoriale i Manitoba, pubblicando prima il singolo “Brasilia” – in radio e tv dal 2 giugno – per poi arrivare alla release del debut album “Divorami” in uscita il 9 marzo 2018.

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Disco della settimana: The Zen Circus “Il fuoco in una stanza”

Disco della settimana: The Zen Circus “Il fuoco in una stanza”

E’ uscito il 2 marzo “Il fuoco in una stanza”, il nuovo album di inediti firmato The Zen Circus. La band al completo sarà negli studi di Controradio mercoledì 7 alle 15:00 ospite di “Rockville”.

Il disco, la cui lavorazione ha visto la band impegnata per oltre un anno, arriva dopo il successo dell’ultimo album, “La Terza Guerra Mondiale”(2016) , e 66 date in tutta Italia in 10 mesi, per oltre 98.000 presenze.  “IL FUOCO IN UNA STANZA” affronta e sviscera i rapporti affettivi che segnano la nostra esistenza e determinano la nostra identità. Si tratta di un disco musicalmente e narrativamente eterogeneo, dedicato alla ricerca di un senso molto più profondo dell’esistenza dove il sentimento di una madre, di un padre, un figlio o un amante sono, alla fine, espressioni della stessa verità.

Parlare degli altri parlando di se stessi. E viceversa. Una volta abbiamo cantato che “gli altri siamo noi, gli altri siamo tutti” e con questo album abbiamo voluto approfondire entrando direttamente nelle stanze dei nostri personaggi, ovvero noi stessi e le persone alle quali siamo indissolubilmente legati da catene più o meno invisibili. Narrare senza fronzoli o eccessivo romanticismo (ma nemmeno troppo bieco e posato cinismo) di tutti quei rapporti umani che ci definiscono e ci rendono quello che siamo; il paradosso dell’individualità che esiste davvero solo quando può essere testimoniata da altre anime simili, gli altri appunto. Se nella celebre stanza di Gino Paoli si intravedeva il cielo, nelle stanze di questo disco si vedono fuochi più o meno benevoli, fiamme o veri e propri incendi di vita. Un album di cui andiamo molto fieri, lavorato costantemente fin dal Maggio 2016, ovvero quattro mesi prima che uscisse “La terza guerra mondiale”. È il disco su cui abbiamo lavorato di più in studio nella nostra carriera; musicalmente eterogeneo e poliglotta nella narrazione per lo scopo di avvicinarsi a noi, tutti diversi ma tutti uguali: figli, madri, padri o amanti“, così la stessa band parla del disco.

Gli Zen Circus sono un punto di riferimento della scena indipendente italiana: in 18 anni si sono costruiti una credibilità condivisibile da pochissimi altri artisti nostrani, grazie all’attività live più urgente e di qualità che si possa immaginare (oltre 1.000 concerti) e al successo di tutti i dischi pubblicati (9 album e un ep). Il loro talento è stato riconosciuto anche da importanti artisti internazionali, che hanno scelto di collaborare con loro, come i Violent Femmes, i Pixies e i Talking Heads. Con il più recente album, “La Terza Guerra Mondiale”, gli The Zen Circus hanno superato tutti i loro record, entrando direttamente al 6 posto della Classifica FIMI/Gfk dei dischi più venduti in Italia, aumentando la loro già ampissima fanbase e incantando la critica, che li aveva sempre premiati.

Così accoglie l’album Impattosonoro:

Neanche il tempo di riprendersi da un tour estenuante che è già tempo di nuovi annunci: a solo un anno e mezzo dall’uscita de “La terza guerra mondiale“, gli Zen Circus tornano in pista con un nuovo album, “Il fuoco in una stanza“. Come confermato anche dalla band stessa, si tratta di un disco inevitabilmente figlio di una tanto improvvisa quanto inaspettata ondata di ispirazione, grazie alla quale si sono ritrovati con ben tredici inediti fra le mani nonostante una tempistica così risicata. Troppe, evidentemente, le cose accadute fuori e dentro di loro, troppa la necessità di raccontarle, per una band da sempre vulcanica, ma mai così costante. Chiaro è che, oltre all’ispirazione folgorante, l’altro aspetto su cui è indispensabile contare per poter lavorare in tempi tanto brevi è quella di avere alle spalle un impianto musicale ampiamente collaudato su cui muoversi, un linguaggio già consolidato e, in questo, gli Zen Circus sono veri maestri.

A livello lirico è indubbio che “Il fuoco in una stanza” sia pregno e fecondo come preannunciato, là dove la penna di Appino si regge ancora bene su quelle caratteristiche che l’hanno resa una delle più brillanti in Italia. La dote, innata e qui confermata, è quella di saper descrivere la realtà con una crudezza disarmante, con disamine azzeccate e lucidissime, passate in rassegna sotto la sola forza della rima baciata. Per il resto, c’è la capacità di mettersi a nudo nei momenti di dolore (Catene) e quella, più di tutte, di aprirsi ad una malinconia e ad una rassegnazione mai così intime e vivide (Caro Luca e Il mondo come lo vorrei fra le tante, ma il lavoro da questo punto di vista è davvero ricco).

Anche musicalmente, “Il fuoco in una stanza” riparte da tutte le certezze del precedente “La terza guerra mondiale“, proseguendo quel percorso che ha sganciato gradualmente la band pisana dal combat-folk degli esordi per abbracciare un alternative rock votato alle chitarre elettriche. Stavolta, anche sulla scia di quanto fatto da Appino stesso nel suo percorso solista, il passo avanti è stato insistere proprio sulla matrice pop-rock della formula. Certi episodi mostrano infatti un deciso ammorbidimento dei toni e, a conti fatti, è proprio qui che alla fine risiede il valore aggiunto dell’album. Se il bel singolo Catene ha ampiamente dimostrato quanto il sound degli Zen Circus sia ormai forte, personale e riconoscibile, La stagione, Questa non è una canzone e, soprattutto, la delicata Il fuoco in una stanza sono tutti gioielli di questa nuova corrente. Scongiurato l’effetto Ligabue – semmai ce ne fosse stato il concreto pericolo -, ci si trova quindi davanti a canzoni che non hanno paura della melodia e del sing-along, anche perché supportate da costanti echi alternative e da bei testi, tanto da non snaturare minimamente l’originale proposta degli Zen Circus.

Per il resto, “Il fuoco in una stanza” alterna brani interessanti (l’imponente Low Cost, la sorta di revival combat-folk de La teoria delle stringhe) ad altri trascurabili, che magari dal vivo troveranno anche la loro rivalsa, ma che per ora girano un po’ a vuoto. Rosso o nero, ad esempio, è un pop rock inoffensivo a cui gli Zen Circus non ci avevano abituati, mentre la sfuriata di Quello che funziona resta con un’ironia non pienamente compiuta. Poco efficace anche Sono Umano, che sembra più un bozzetto che un brano vero e proprio, mentre la chiusura di Caro Luca è salvata in corner da un bel testo, là dove l’arrangiamento con archi e pianoforte non convince appieno.

Forse Appino e soci si sono lasciati trascinare dall’entusiasmo per l’improvvisa ispirazione, forse no, sta di fatto che magari con qualche cura e qualche taglio in più si sarebbe potuto bilanciare un album che, seppur forte di tanti bei momenti, nell’insieme va un po’ a sprazzi. Peccato, soprattutto perché dagli Zen Circus è sempre lecito aspettarsi fuoco e fiamme ad ogni nota.

Così se ne parla invece su Sentireascoltare:

Ascoltare Il fuoco in una stanza dei The Zen Circus è un po’ come trovarsi di fronte all’ultimo disco dei Weezer, Pacific Daydream: viene da chiedersi, cioè, se la vena pop evidente nei brani di Appino, Karim Qqru e Ufo (nulla di scandaloso nel fatto che sia contemplata, sia chiaro) non sia l’altra faccia della medaglia di un’ispirazione forse un po’ meno brillante rispetto al passato. Alla fine, finiscono davvero in scaletta canzoni à la Weezer come Quello che funziona e Low Cost, ad affiancare parentesi tipicamente Zen Circus rappresentate dalla tagliente Catene e dalla title track, scelte non a caso come primi singoli per presentare il disco.

L’aspetto positivo è che Appino e soci anche qui non rinunciano a cercare strade inedite per esprimersi, come ad esempio in una Caro Luca pianoforte e arrangiamento d’archi – con dietro una vera e propria orchestra, chiamata a dare il suo contributo in quattro brani su tredici del disco – evocativa nella sua classicità autoriale, o in una sorprendente Il mondo come lo vorrei che tira fuori una sorta di doo-wop anni cinquanta ironico e tutto coretti e contrappunti orchestrali. Segno comunque di una voglia di rinnovamento che non può che far bene all’economia di un trio che in questo album diventa quartetto, con l’apporto di Francesco Pellegrini. Eppure c’è anche qualche falla in un lavoro con una produzione forse fin troppo invadente (La stagione) che non riesce sempre ad essere pungente o significativo come ci saremmo aspettati: per una Rosso e nero e una Panico che, nonostante una certa orecchiabilità radiofonica versante Strokes, buttano sul piatto un paio di riflessioni con una buona lucidità nei testi, ci sono anche una Sono umano prolissa e un po’ pretenziosa, una Teoria delle stringhe prevedibile nelle armonie e tarata sui sing-along da concerto e una Emily che fa pensare alla Molly’s Lips dei Vaselines ripresa anche dai Nirvana, ma che non lascia granché.

Non c’è nulla che stia sotto la sufficienza in questo album, anche per merito di un frontman diventato ormai talmente bravo a manovrare autobiografia e filosofie di vita in rima che, anche quando non brilla, risulta quantomeno dignitoso. Ma se è vero che «è il disco su cui abbiamo lavorato di più in studio nella nostra carriera; musicalmente eterogeneo e poliglotta nella narrazione per lo scopo di avvicinarsi a noi, tutti diversi ma tutti uguali: figli, madri, padri o amanti», è vero anche che quell’empatia di cui si parla indirettamente nella citazione non la si coglie sempre. E in una formula musicale come quella degli Zen Circus, l’empatia è (quasi) tutto.

 

*THE ZEN CIRCUS – BIOGRAFIA

Il Circo Zen, da Pisa. Nove album ed un Ep all’attivo, diciotto anni di onorata carriera ed oltre mille concerti. Ha riportato lo spirito padre del folk e del punk al moderno cantautorato con Andate Tutti Affanculo (2009), un album che l’ha consacrato dopo anni di duro lavoro. Il disco – per Rolling Stone fra i migliori 100 album Italiani di tutti i tempi – ha contribuito a definire la nuova generazione della musica italiana degli anni zero. Precedentemente la band ha collaborato con tre mostri sacri dell’alternative americano, come Violent Femmes, Pixies e Talking Heads in Villa Inferno (2008).

The Zen Circus si è costruito una credibilità condivisibile da pochissimi altri artisti nostrani grazie all’attività live più incessante, urgente e di qualità che si possa immaginare. Ha confermato e moltiplicato il proprio pubblico con Nati Per Subire (2011) fino a raggiungere la top ten della classifica Fimi/Gfk ed il primo posto di quella generale di iTunes con Canzoni Contro La Natura (2014). Oggi più che mai il gruppo si conferma come una certezza del rock indipendente Italiano, portabandiera indiscutibile della musica libera da vincoli: zero pose, zero hype, ma solo tanto, tanto sudore. Questa attitudine è stata premiata nel tempo da un pubblico affezionato e sempre più trans generazionale, che riempie ormai da anni i migliori club e i migliori festival del paese.

Con l’ultimo album, “La Terza Guerra Mondiale” (La Tempesta, 2016) hanno superato tutti i loro record, aumentando la loro già ampissima fanbase e incantando la critica, che li aveva sempre premiati. Questo ha permesso loro di affrontare il tour più lungo della loro carriera: 66 date in tutta Italia in 10 mesi, per oltre 98.000 presenze.

“La Terza Guerra Mondiale” è entrato direttamente al 6°posto della Classifica FIMI/Gfk dei dischi più venduti in Italia. E’ stato presentato in televisione in programmi come “Quelli che il calcio” di Rai 2 e nel TG3 nazionale e in programmi radio come Radio 1 Music Club, Radio Deejay Tropical Pizza, Radio 1 King Kong, Radio 2 Rock’n Roll Circus, Radio 3 La Lingua Batte.

Il 10 agosto 2017 Radio 2 ha trasmesso l’intero concerto della band, registrato a giugno al Biografilm Festival di Bologna.

L’album è stato recensito dalle principali testate nazionali, ricevendo un enorme consenso. Ne hanno parlato Repubblica Nazionale, il Corriere della Sera, La Stampa, L’Espresso, Il Fatto Quotidiano, Sette de Il Corriere della Sera, Internazionale, TV sorrisi e canzoni, Rolling Stone, tutte le riviste musicali e non solo.

Tutti i video estratti (“Ilenia”, “L’anima non conta” e “Non voglio ballare”) son stati trasmessi da RockTv e da MTV. Inoltre, hanno parlato degli Zen Circus e dell’album “La Terza Guerra Mondiale” oltre 200 radio e oltre 300 testate online.

Discografia:
1998 – About Thieves, Farmers, Tramps and Policemen (come The Zen)
2001 – Visited by the Ghost of Blind Willie Lemon Juice Namington IV (Ice For Everyone)
2004 – Doctor Seduction
2005 – Vita e opinioni di Nello Scarpellini, gentiluomo (I dischi de l’amico immaginario)
2008 – Villa Inferno (Unhip Records, con Brian Ritchie)
2009 – Andate tutti affanculo (Unhip Records, La Tempesta Dischi)
2011 – Nati per subire (La Tempesta Dischi)
2012 – Metal Arcade Vol. 1 (EP
2014 – Canzoni contro la natura (La Tempesta Dischi)
2016 – La terza guerra mondiale (La Tempesta Dischi)
2018 – Il fuoco in una stanza (Woodworm Label/La Tempesta Dischi)

 

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Tutte Le Cose Inutili, intervista e minilive

Tutte Le Cose Inutili, intervista e minilive

“Non ti preoccupare” (su Black Candy records) è il 2° album di Tutte Le Cose Inutili, duo pratese che seguiamo fin dalla loro partecipazione al Rock Contest del 2014. A Controradio, con Giustina Terenzi, hanno presentato l’album ed eseguito un paio di brani live.

Tutte Le Cose Inutili sono un duo toscano ventisettenne che fa Cantautorato Punk. Lo fa da cinque anni sui palchi di tutta Italia.

Il progetto esordisce nel 2012 con un album dal carattere cantautorale, intimo e lo-fi dal titolo “E forse ne faccio due”, pubblicato in 200 copie messe sottovuoto in macelleria. A Giugno 2013 esce il libro + cd “Preghiere Underground”, edito da HabanerO Edizioni. Dopo molte date in giro per l’Italia, i ragazzi si fermano per registrare il nuovo lavoro che viene alla luce ad Aprile 2014: “Dovremmo Essere Sempre Così”. L’album è anticipato da un Ep di Outtakes, presentato da un mini tour di dieci date in dieci giorni. In tre anni superano i 170 concerti, dal Trentino alla Sicilia. A settembre 2015 fanno parte della compilation #CANZONI DI DOMANI prodotta da Diavoletto Netlabel e dal MEI, per i 20 anni dall’uscita di “Catartica” dei Marlene Kuntz, e vengono selezionati tra le Rivelazioni Live per i direttori artistici dei locali affiliati a KeepOn. A Gennaio 2016 esce il loro secondo libro “Luce E Notte Fonda” in 300 esemplari, ognuno reso unico da una Polaroid diversa in copertina. A Aprile 2016 viene pubblicato il singolo Stelle comete, lettura musicata tratta dal loro libro e, a Settembre, vengono premiati con la Targa MEI Social al Meeting delle etichette indipendenti.

ASCOLTA INTERVISTA E MINI LIVE A CURA DI GIUSTINA TERENZI

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https://tuttelecoseinutili.bandcamp.com

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“Catene” è il nuovo brano di The Zen Circus

“Catene” è il nuovo brano di The Zen Circus

Esce oggi, giovedì 25 gennaio, “Catene”, il nuovo video e singolo firmato The Zen Circus, primo estratto da “Il Fuoco In Una Stanza”, il disco di inediti in uscita il 2 marzo per Woodworm Label/La Tempesta.

“Catene” arriva dopo il successo dell’ultimo disco, “La Terza Guerra Mondiale” e 66 date in tutta Italia in 10 mesi, per oltre 98.000 presenze.

Prendendo come spunto il testo del brano, il video parla in maniera delicata e non convenzionale della morte e dei legami affettivi: l’anziana donna protagonista intraprende un metaforico “viaggio premorte” in compagnia di un insolito Caronte, che la condurrà all’ultimo saluto ai propri cari e verso il suo ultimo show.

La regia del video è di Zavvo Nicolosi.

“Durante l’ultimo anno e mezzo ci sono letteralmente piovute dal cielo delle canzoni che ci piacciono molto, anzi moltissimo. Siamo stati travolti da un’ondata di creatività che non ci aspettavamo, così per mesi le abbiamo provate fra una data e l’altra del tour e da qualche giorno le stiamo registrando in studio. Questo significa una sola cosa: arriverà un disco nuovo ben prima di quanto possiate immaginare”, avevano anticipato. Da aprile la band tornerà sui palchi italiani con il nuovo album.

The Zen Circus “Il fuoco in una stanza Tour”

13 Aprile Bologna Estragon

19 Aprile Milano Alcatraz

20 Aprile Venaria Reale (TO) Teatro della Concordia

21 Aprile Genova Supernova Festival

27 Aprile Firenze Obihall

28 Aprile Mestre (VE) Rivolta

4 Maggio Roma Atlantico

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