Round Midnight: Cream of the Crop : Il meglio del 2017 (#2: Made in Italy)

Round Midnight: Cream of the Crop : Il meglio del 2017 (#2: Made in Italy)

Questi i dischi che Round Midnight ha scelto tra le uscite dell’anno appena trascorso. Sono quelli che ci sono più piaciuti o che ci sono sembrati più importanti tra le moltissime uscite discografiche del 2017.

Per comodità e per darvi una panoramica più ampia possibile li abbiamo divisi in tre sezioni (Internazionali, Made in Italy, e i Beautiful Ghosts, ovvero live e inediti d’annata e ristampe imperdibili) e per ciascuna di queste vi abbiamo selezionato dieci dischi.

Proseguiamo nella seconda parte con i nostri italiani favoriti. Che a dire il vero sono undici, ma proprio non riuscivamo a decidere quale album sacrificare per fare cifra tonda. E così ci siamo arresi, e undici ne abbiamo lasciati.

Zeno De Rossi: Zenophilia (Auand)

Agile, scattante ed essenziale l’ultimo progetto musicale di Zeno De Rossi, in trio con il sassofono e il clarinetto di Piero Bittolo Bon e il trombone di Filippo Vignato. Dieci composizioni originali e due cover (il tema di Taxi Driver, di Bernard Hermann, e Feet Music di Ornette Coleman). C’è tempo anche per un paio di omaggi a due grandi maestri della batteria, Ed Blackwell e Joey Baron. E proprio da Baron e dal suo Barondown parte probabilmente l’idea originale di questo trio trombone/ sax/ batteria.

 

Alessandro Galati: Wheeler Variations (Somethin’Cool)

Un omaggio a Kenny Wheeler, all’uomo e al suo mondo musicale, arriva da Alessandro Galati, alla testa dell’ensemble riunito per questo progetto. Nel sestetto c’è posto per un collaboratore di vecchia data di Wheeler, il roccioso sax tenore dell’inglese Stan Sulzmann, spalla a spalla con il soprano di Stefano Cantini, il contrabbasso di Ares Tavolazzi, la batteria di Enzo Zirilli e, novità per la musica di Galati, una voce femminile, quella di Simona Severini. Ci sono una serie di composizioni per sestetto, ognuna intitolata con una delle sillabe che compongono il nome di Ken-Ny-Wheel-Er, inframezzati da una serie di improvvisazioni in studio in cui i musicisti si dividono in formazioni e combinazioni estemporanee, duetti trii, quartetti : dodici, come le lettere che compongono il nome del trombettista. I quattro temi principali sono tutti cantati da Simona Severini, e per la prima volta Galati si è cimentato anche nella scrittura dei testi delle canzoni, tutte in inglese. Un omaggio lirico e vibrante in ricordo di un grande maestro.


Tiziana Ghiglioni/Steve Potts/Gianni Lenoci: No Baby (12 Lune)

Un album su cui aleggia la silhouette di Steve Lacy, che osserva benevolo da dietro lo specchio.

Del trio qui riunito, Steve Potts è stato il fido compagno di avventure di Lacy per trent’anni, Tiziana Ghiglioni ci ha inciso insieme due dischi di classe come Somebody Special e SONB e Gianni Lenoci ha collaborato in più occasioni con il maestro del sax soprano e gli ha anche dedicato un album di piano solo qualche anno fa. Ma c’è spazio anche per Mal Waldron, altro musicista che con Lacy ha avuto un rapporto lungo e simbiotico e che viene ricordato con una versione del suo Let us live e con un brano a lui dedicato. Di grande suggestione poi le tre ballad originali, pennate dal pianista e dalla cantante, con Turquoise che manda un saluto a Duke Ellington e Fagan che accarezza Billie Holiday . C’è spazio ancora per la Lonely Woman di Ornette Coleman, un brano con cui la Ghiglioni ha una storica frequentazione fin dal suo disco di esordio, che proprio alla Donna Sola era intitolato.


Simone Graziano: Snailspace (Auand)

Ce l’aveva già in testa da qualche anno Simone Graziano un nuovo trio, provava e ci girava intorno cercando il baricentro giusto. L’incontro con il basso di Francesco Ponticelli era già stato fruttuoso e illuminante, ora lo stimolo finale è arrivato dall’incontro con il batterista americano Tommy Crane, di St.Louis, già allievo di Andrew Cyrille e Billy Hart, scoperto a un concerto del gruppo di Ambrose Akinmusire, un musicista con uno stile personale che può, di volta in volta, essere molto soft ed essenziale o, all’occorrenza, propulsivo, rockeggiante e pirotecnico. E’ nato così Snailspace, un gruppo che vede Graziano al pianoforte, ma anche al Fender Rhodes e al synth e che allarga la tavolozza dei colori musicali di uno dei personaggi più interessanti del nuovo jazz italiano.

 

Gabriele Mitelli O.N.G.: Crash (Parco della Musica)

Talento inquieto e senza compromessi, Gabriele Mitelli lancia un nuovo progetto musicale dall’organico decisamente originale. Al suo fianco due dei chitarristi più dotati del nuovo jazz italiano, Gabrio Baldacci (alla chiarra baritono) ed Enrico Terragnoli, nonchè la sicurezza di una fantasia e una spinta che solo la batteria di Cristiano Calcagnile può darti. A Mitelli in questo progetto i singoli brani vanno stretti così, per evitare cali di tensione nella musica, preferisce riunire l’incisione in tre lunghe suite. Musica magmatica, ribollente, eccitante ed urticante, con echi del Miles elettrico più selvaggio, impennate rockeggianti, e ampi spazi lasciati all’improvvisazione pura. Una musica che cammina ad occhi chiusi sull’orlo dei confini, concedendosi anche qualche piroetta di troppo ma senza mai perdere l’equilibrio. Nel menù anche un pizzico di Sun Ra (Lanquidity) e la cover che non ti aspetti: A Tratti, dei CSI. Ma mi sa che a darci l’inaspettato Mitelli giustamente si diverta, e che di queste sorprese ce ne siano ancora diverse in arrivo in futuro.


Ada Montellanico: Abbey’s Road (Incipit)

Ada Montellanico rende un doveroso omaggio ad Abbey Lincon, e sforna un disco che gioca scherzosamente nel titolo anche con uno dei più famosi dischi dei Beatles. Un disco per Abbey, lei che ha vissuto molte vite, prima e dopo essere stata la compagna di vita, di arte e di lotte di Max Roach nonché la voce affascinante ed insostituibile di We insist! Freedom Now Suite e di Percussion Bitter Sweet, lei che nei suoi dischi ha ospitato Sonny Rollins, Eric Dolphy, Coleman Hawkins, Mal Waldron, Kenny Dorham, Winton Kelly, Paul Chambers, Philly Joe Jones: e mi fermo qui perchè potremmo andare avanti ancora per un bel pezzo. Cantante, ma anche attrice, attivista, autrice, Abbey è stata presenza affascinante ed orgogliosamente indipendente sin dai suoi esordi. Per questo tributo la Montellanico riconferma come braccio destro musicale Giovanni Falzone, autore anche degli arrangiamenti dell’album, allestisce un quintetto con il trombone di Filippo Vignato, il contrabbasso di Matteo Bortone e la batteria di Ermanno Baron, con una scelta di brani che va a pescare dai vari periodi del percorso artistico della Lincon, aggiungendo poi un brano a lei dedicato ad altri brani originali di raccordo. Il gruppo si muove spedito, i due ottoni di Falzone e Vignato dimostrano subito un’ottima intesa, la scelta di fare a meno dell’ancoraggio armonico di un pianoforte si rivela vincente, la ritmica di Bortone e Baron è una sicurezza. Abbey era unica, un omaggio per ricordarla e ribadire la sua importanza nel jazz moderno è cosa buona e giusta.

Roberto Ottaviano QuarkTet: Sideralis (12 Lune)

Torna in studio d’incisione Roberto Ottaviano, ed è sempre un bel sentire. Specie in questa occasione, in cui al pianoforte c’è il brillante Alexander Hawkins, già tre anni fa con Ottaviano nell’omaggio a Steve Lacy di Forgotten Matches, e alla sezione ritmica troviamo due rodati fuoriclasse statunitensi come il bassista Michael Formanek e il batterista Gerry Hemingway. Il concetto dell’album si rifà al cosmo (non per niente il gruppo viene battezzato QuarkTet) e a un immaginario peregrinaggio spaziale, dove si ricorda soprattutto la magia dell’ultimo Coltrane (quello stellare di Sun Ship, Interstellar Space, Stellar Regions, Cosmic Music), un viaggio dove si sfiorano pianeti che gravitano attorno a John Lee Hooker, Duke Ellington o Herbie Nichols, si citano Ayler e Sun Ra, si scrutano comete, si intercettano costellazioni. Bello sentire una musica che vibra ancora senza confini né barriere, nutrendosi del rispetto e della curiosità reciproca di quattro maestri. Bello nutrirsi di rispetto per il passato sfrecciando verso il futuro. Bello anche risentire Ottaviano soffiare anche in un sax baritono, come avviene in Holy Gravity. Che sia uno dei migliori sopranisti in circolazione invece già lo sapevamo da un pezzo.

Francesco Ponticelli: Kon-Tiki (Tuk)

Elastica, la musica di Francesco Ponticelli. Nell’organico che si restringe o si allarga a seconda dei momenti (in questo caso la formazione si è asciugata a quartetto, ma già sono in corso manovre per ampliare e rinnovare nuovamente l’organico), e nell’ispirazione, che cerca e regala stimoli continui e che cambia forma di volta in volta. Con lui, a zonzo sull’avventurosa zattera di Kon-Tiki, troviamo il sax tenore e il clarinetto di Dan Kinzelman, il pianoforte e le tastiere di Enrico Zanisi e la batteria di Enrico Morello, un ottimo equipaggio per una spedizione pronta a tutto per esplorare nuovi orizzonti musicali.

Fabrizio Puglisi Guantanamo: GialloOro (Caligola)

Che Fabrizio Puglisi sia uno dei migliori pianisti in circolazione per l’Europa dovrebbe essere cosa ben nota. Nota anche la sua fame costante di nuove esperienze, l’interesse senza confini per le musiche del mondo e il suo orecchio sempre ben aperto. Nasce così Guantanamo, progetto già da tempo attivo e giunto lentamente alla giusta maturazione, un gruppo che va alla ricerca dei sapori più sanguigni di Cuba, delle radici Yoruba della Santeria, delle connessioni afrocubane nel jazz.

Si va così a cercare le sintonie Lukumì di Un Poco Loco, anomalo capolavoro del tormentato genio di Bud Powell, mentre Turkish Mambo di Lennie Tristano si dilata e trova felici e stimolanti dissonanze nel piano preparato e nel synth di Puglisi. Ci si tuffa poi direttamente nel mare di Cuba, lasciandosi andare con i canti iniziatici di Ogun (ospite la voce di Venus Rodriguez) e poi con una versione irresistibile de La Comparsa, vero classico di uno dei figli prediletti e vera gloria musicale dell’isola, Ernesto Lecuona. Al fianco del pianista un gruppo ben assortito con in bella evidenza il vibrafono di Pasquale Mirra, spinto e stimolato dalle percussioni di Danilo Mineo, William Simone e Gaetano Alfonsi e sorretto dal contrabbasso di Davide Lanzarini. Guantanamo danza e sorprende, ti prende per la mano e ti porta a spasso dove non ti aspetti. Sempre con la protezione benevola di Ogun e di Chano Pozo.

Roots Magic: Last Kind Words (Clean Feed)

Giunto al secondo album, ancora una volta per l’etichetta portoghese Clean Feed, i Roots Magic confermano una formula musicale essenziale ed efficace, con i clarinetti di Alberto Popolla, i sassofoni di Errico De Fabritiis, il basso di Gianfranco Tedeschi e la batteria di Fabrizio Spera. E sanno pescare anche stavolta una scaletta preziosa, che va ad attingere soprattutto dal grande Blues dalle radici più sanguigne (il mito di Charley Patton, ma anche Last Kind Words della misteriosa bluesgirl Geeshie Wiley) e a una serie di scoppiettanti brani di Henry Threadgill, Roscoe Mitchell, Julius Hemphill, Marion Brown e Hamiett Bluiett, tutti autori legati al free e al post-free jazz, ma qui pescati nelle loro intuizioni più blues & groove. Una specie di versante quasi danzereccio e molto saporito dell’avanguardia, e di dimostrazione che certe musiche, prese per il verso giusto, riescono a rivelare sempre nuovi aspetti da esplorare e da gustare. Tutto gira a meraviglia, tutto si gioca nei tempi giusti. Musica che sa di terra e di Mississippi, di strade polverose e di vento in faccia, di canti attorno al fuoco e di bootleg whisky, di mojos e di crossroads diabolici. Musica delle radici, magica non a caso.

Tiziano Tononi & Southbound: Trouble No More: All Men are Brothers (Long Song)

Un mucchio di ragazzi poco più che ventenni innamorati del blues, questo erano gli Allman Brothers Band al momento della nascita. Certo, Duane Allman era già considerato uno dei migliori chitarristi in circolazione e faceva già parte del giro di musicisti che ruotavano attorno ai mitici FAME Studios a Muscle Shoals, dove aveva già ampiamente fatto valere il suo talento. Ma è con la nascita del gruppo che si crea la leggenda di una band straordinaria, una band che si afferma rapidamente grazie alla qualità e genuinità della sua musica e all’intensità dei suoi live esplosivi, con brani che si dilatano e si espandono in lunghe jam strumentali. Una storia, quella degli Allman Brothers, brillante e sfortunata, azzoppata da due morti assurde che nel giro di un anno, in due incidenti motociclistici tragicamente simili, privano il gruppo di Duane e del bassista Barry Oackley. Un gruppo di ragazzi, dicevamo: kids orgogliosi delle proprie radici sudiste ma che volevano un sud diverso da quello razzista e reazionario che ancora da quelle parti resisteva. E loro, che credevano in un mondo migliore, che amavano la black music, che vivevano tutti insieme in una specie di comune, stavano provando a dargli una bella spallata e a scardinarlo. Per rendere omaggio a una band che ha sempre amato molto Tiziano Tononi riunisce i Southbound, un ottetto con i sax di Emanuele Passerini e Piero Bittolo Bon, il violino di Emanuele Parrini, la fisarmonica di Carmelo Massimo Torre, il basso dell’ospite americano Joe Fonda, le percussioni di Pacho e la voce di Marta Raviglia, a cui si aggiungono poi due ospiti di riguardo come Fabio Treves e Daniele Cavallanti. Quattordici brani, in massima parte provenienti dal repertorio degli Allman Brothers, più tre originali, firmati da Tononi, in memoria di Duane (Skydog era il suo soprannome) e di Oackley. Una cavalcata selvaggia dove il southern rock a tinte blues degli ABB e il jazz e le improvvisazioni dei Southbound si sposano felicemente, dimostrando come la fusione tra musiche solo in apparenza così diverse, ma che nascono dalle stesse radici nere, sia non solo possibile ma ottimamente riuscita. Un album già apprezzato anche all’estero, recensito con quattro stelle dalla storica rivista americana Down Beat. E non son cose checapitano spesso.

 

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L’evoluzione musicale e dei diritti a 50 anni dal ’68: tornano le guide all’ascolto di “Aspettando Valdarno Jazz Festival”

L’evoluzione musicale e dei diritti a 50 anni dal ’68: tornano le guide all’ascolto di “Aspettando Valdarno Jazz Festival”

Il ciclo di guide all’ascolto anticipa la 31/ma edizione del Valdarno Jazz Winter Festival che si terrà dal 4 febbraio al 29 marzo 2018 in vari comuni del Valdarno, tra Firenze e Arezzo, con il 20/mo compleanno. Dal 10 al 31 gennaio presso l’Auditorium Le Fornaci a Terranuova Bracciolini. Nel primo appuntamento si parlerà di “Ispirazioni poetiche nella grande trasformazione da acustico a elettrico” con Daniele Malvisi.

Parte mercoledì 10 gennaio, e proseguirà fino al 31 gennaio, “Aspettando Valdarno Jazz”, ciclo di guide all’ascolto con esperti e musicisti, dedicato ai territori del jazz e affini, organizzate da Valdarno Jazz in collaborazione con Biblioteca Le Fornaci. In programma quattro appuntamenti a ingresso libero, tra improvvisazioni live, percorsi nella storia della musica e l’ascolto di capolavori senza tempo.

L’appuntamento anticipa la 31/ma edizione del Valdarno Jazz Winter Festival, la manifestazione diretta da Daniele Malvisi e Gianmarco Scaglia che ospita il meglio del panorama jazzistico nazionale e internazionale, tra prime e produzioni; si svolgerà dal 4 febbraio al 29 marzo nei comuni del Valdarno, tra Arezzo e Firenze, con un’edizione speciale, che coincide con il 20° compleanno, e nuovi comuni coinvolti.

Il cartellone di guide all’ascolto indagherà l’evoluzione musicale e dei diritti a 50 anni esatti dal simbolico 1968. Si aprirà mercoledì 10 gennaio alle ore 21.30 presso la Biblioteca comunale Le Fornaci (piazza Le Fornaci 37) con Il sassofonista Daniele Malvisi che parlerà delle trasformazioni della musica da acustica ad elettrica. “Ci sentiamo in dovere, al di là di tutte le ideologie politiche, di ribadire il valore di alcune importanti conquiste civili e sociali che caratterizzarono quegli anni ormai lontani. – dice Malvisi – La discriminazione sessuale, il razzismo, il diritto allo studio, l’avversità nei confronti dei conflitti armati e della violenza come risposta al disagio sociale, le nuove frontiere dello spazio e la nascita di un sentimento ecologista globale, sono solo alcuni dei punti cruciali che furono messi in luce. Ciò ha generato profondi stravolgimenti anche in ambito musicale. Ancora oggi è indiscutibile constatare l’attualità di queste tematiche, molte di queste caratterizzano il nostro vivere quotidiano”.

Il cartellone proseguirà mercoledì 17 gennaio con il contrabbassista Gianmarco Scaglia che terrà un incontro monografico su Charlie Haden, attraverso l’evoluzione musicale di uno dei più importanti contrabbassisti della storia del jazz. Si indagherà il percorso dello statunitense Haden (Shenandoah, 6 agosto 1937 – Los Angeles, 11 luglio 2014), che lo vide approcciarsi alla musica con il “country” per poi approdare al jazz d’avanguardia con il movimento del free jazz capitanato da Ornette Coleman, fino al romanticismo elegante minimale che caratterizzò le ultime composizioni della sua vita. Un percorso affascinante attraverso il quale “la bellezza e la cultura si pongono come soluzione ideale nei confronti delle brutture del mondo moderno”, diceva Haden.

Il critico musicale e giornalista Stefano Zenni indagherà le trappole del razzismo in musica durante l’incontro del 24 gennaio “Jazz in bianco e nero”, affrontando per la prima volta in campo aperto una materia così delicata, smontando con argomenti brillanti e aggiornati i molti pregiudizi che non solo infestano il discorso degli appassionati, ma trovano ancora ampio spazio nella critica musicale.

A chiudere il programma, il 31 gennaio sarà il batterista Paolo Corsi che ripercorrerà l’evoluzione delle percussioni tra gli anni ‘60 e ‘70 in un viaggio avvincente in quel mare di idee e concezioni ritmiche, che contraddistinguono le categorie musicali odierne. La fusione tra jazz, linguaggi improvvisati, il rock e la black music, che è alla base di tutte le musiche di quegli anni, finì per generare un’incredibile varietà di stili musicali, molti dei quali dettati dalla forza e a veemenza della pulsazione ritmica.

Ingresso libero e INFO

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L’evoluzione musicale e dei diritti a 50 anni dal ’68: tornano le guide all’ascolto di “Aspettando Valdarno Jazz Festival”

Il ciclo di guide all’ascolto anticipa la 31/ma edizione del Valdarno Jazz Winter Festival che si terrà dal 4 febbraio al 29 marzo 2018 in vari comuni del Valdarno, tra Firenze e Arezzo, con il 20/mo compleanno. Dal 10 al 31 gennaio presso l’Auditorium Le Fornaci a Terranuova Bracciolini. Nel primo appuntamento si parlerà di “Ispirazioni poetiche nella grande trasformazione da acustico a elettrico” con Daniele Malvisi.

Parte mercoledì 10 gennaio, e proseguirà fino al 31 gennaio, “Aspettando Valdarno Jazz”, ciclo di guide all’ascolto con esperti e musicisti, dedicato ai territori del jazz e affini, organizzate da Valdarno Jazz in collaborazione con Biblioteca Le Fornaci. In programma quattro appuntamenti a ingresso libero, tra improvvisazioni live, percorsi nella storia della musica e l’ascolto di capolavori senza tempo.

L’appuntamento anticipa la 31/ma edizione del Valdarno Jazz Winter Festival, la manifestazione diretta da Daniele Malvisi e Gianmarco Scaglia che ospita il meglio del panorama jazzistico nazionale e internazionale, tra prime e produzioni; si svolgerà dal 4 febbraio al 29 marzo nei comuni del Valdarno, tra Arezzo e Firenze, con un’edizione speciale, che coincide con il 20° compleanno, e nuovi comuni coinvolti.

Il cartellone di guide all’ascolto indagherà l’evoluzione musicale e dei diritti a 50 anni esatti dal simbolico 1968. Si aprirà mercoledì 10 gennaio alle ore 21.30 presso la Biblioteca comunale Le Fornaci (piazza Le Fornaci 37) con Il sassofonista Daniele Malvisi che parlerà delle trasformazioni della musica da acustica ad elettrica. “Ci sentiamo in dovere, al di là di tutte le ideologie politiche, di ribadire il valore di alcune importanti conquiste civili e sociali che caratterizzarono quegli anni ormai lontani. – dice Malvisi – La discriminazione sessuale, il razzismo, il diritto allo studio, l’avversità nei confronti dei conflitti armati e della violenza come risposta al disagio sociale, le nuove frontiere dello spazio e la nascita di un sentimento ecologista globale, sono solo alcuni dei punti cruciali che furono messi in luce. Ciò ha generato profondi stravolgimenti anche in ambito musicale. Ancora oggi è indiscutibile constatare l’attualità di queste tematiche, molte di queste caratterizzano il nostro vivere quotidiano”.

Il cartellone proseguirà mercoledì 17 gennaio con il contrabbassista Gianmarco Scaglia che terrà un incontro monografico su Charlie Haden, attraverso l’evoluzione musicale di uno dei più importanti contrabbassisti della storia del jazz. Si indagherà il percorso dello statunitense Haden (Shenandoah, 6 agosto 1937 – Los Angeles, 11 luglio 2014), che lo vide approcciarsi alla musica con il “country” per poi approdare al jazz d’avanguardia con il movimento del free jazz capitanato da Ornette Coleman, fino al romanticismo elegante minimale che caratterizzò le ultime composizioni della sua vita. Un percorso affascinante attraverso il quale “la bellezza e la cultura si pongono come soluzione ideale nei confronti delle brutture del mondo moderno”, diceva Haden.

Il critico musicale e giornalista Stefano Zenni indagherà le trappole del razzismo in musica durante l’incontro del 24 gennaio “Jazz in bianco e nero”, affrontando per la prima volta in campo aperto una materia così delicata, smontando con argomenti brillanti e aggiornati i molti pregiudizi che non solo infestano il discorso degli appassionati, ma trovano ancora ampio spazio nella critica musicale.

A chiudere il programma, il 31 gennaio sarà il batterista Paolo Corsi che ripercorrerà l’evoluzione delle percussioni tra gli anni ‘60 e ‘70 in un viaggio avvincente in quel mare di idee e concezioni ritmiche, che contraddistinguono le categorie musicali odierne. La fusione tra jazz, linguaggi improvvisati, il rock e la black music, che è alla base di tutte le musiche di quegli anni, finì per generare un’incredibile varietà di stili musicali, molti dei quali dettati dalla forza e a veemenza della pulsazione ritmica.

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Roy Ayers torna in Italia a dicembre per tre date!

Roy Ayers torna in Italia a dicembre per tre date!

A dicembre Roy Ayers tornerà nel nostro Paese per tre date live. Il grande vibrafonista americano sarà di scena a Roma, Bologna e Milano.

Cantante, vibrafonista, tastierista e compositore tra i pionieri del jazz funk Roy Ayers torna nel nostro paese per tre concerti.

Roy Ayers Jr. è nato a Los Angeles il 10 settembre 1940. La sua affinità con la musica viene naturale, poiché sua madre Ruby Ayers era un insegnante di pianoforte e suo padreRoy Sr., un trombonista. Come spesso accade in una famiglia sospinta dall’amore per la musica, Roy inizia a mostrare la sua attitudine musicale alla tenera età di cinque anni, anni in cui stava già suonando brani di“boogie woogie” al pianoforte. Si diede alla steel guitar all’età di nove anni, interessandosi poi, nell’età adolescenziale anche ad altri strumenti come il flauto, la tromba e la batteria prima di abbracciare il vibrafono come scelta definitiva.

Forse il destino karmico di Roy come vibrafonista era stato deciso dai suoi genitori sin dai primi anni quando lo portarono con loro ad assistere ad un concerto della grande Lionel Hampton’s Big Band. Durante la consueta passeggiata lungo la navata per ringraziare il suo pubblico a fine concerto, “Hamp” venne attratto dall’entusiasmo di un bambino di cinque anni. Così impressionato era “Hamp” dall’esuberanza e contentezza del bambino che si avvicinò e si presentò al giovane Roy Ayers Jr. regalandogli un paio di bacchette per vibrafono. Durante l’adolescenza, Roy, sebbene i suoi genitori richiedessero che il suo lavoro scolastico rimanesse il suo principale obiettivo, riusci comunque a prendere lezioni di piano, oltre a rimanere coinvolto con altri svariati strumenti, conquistandosi anche un posto nel coro della chiesa. All’età di diciassette anni poi, i suoi genitori regalarono al giovane Roy il suo primo vero vibrafono. Il resto, come si dice, è storia.

Le Date in Italia:

05/12/2017 Roma @ MONK club
06/12/2017 Bologna @ Bravo Caffè
07/12/2017 Milano @ Dude Club

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Pinocchio jazz 2017-18, si riparte con la rassegna “alzando la voce”!

Pinocchio jazz 2017-18, si riparte con la rassegna “alzando la voce”!

Una edizione 2017-2018, quella promossa da Ass.ne e Circolo “Vie Nuove”, che vedrà salire sullo storico palco dello spazio fiorentino, da sempre dedicato alla musica jazz e contemporanea, alcune prestigiose firme della scena internazionale, con una particolare attenzione, appunto, alle voci. Quindici appuntamenti live, per un cartellone idealmente dedicato ai giovanissimi, visto che per la prima volta, da quest’anno, l’ingresso degli Under 21 sarà  gratuito

Si riparte sabato 11 novembre con  Special Moon nuovo progetto e disco  del quartetto di Cristina Zavalloni dedicato alla Luna, satellite della Terra o pianeta, regolatrice delle maree, astro femminile per eccellenza, la luna è da sempre ispiratrice di liriche e canzoni. Un repertorio di brani jazz noti come Fly me to the moon, ma anche Tintarella di luna, Au clair de la lune, Blue Moonaccostati a  tesori nascosti come il brano griko salentino Orrio tto fengo, l’evocativa Autumn Noctune, l’aria belliniana Vaga Luna che inargenti, riletti dalla voce stellare di Cristina e dal suo amato ensemble “Special Dish”.

Astri leggeri, da ammirare fugacemente prima di un bel sonno che inizia quando prima ci si preparava per uscire.  Il mio immaginario ha incorporato questi nuovi colori e li ha fusi al lavoro di sempre: la scrittura, la rilettura delle canzoni, il jazz.  Il tutto in puro stile Special Dish il quartetto con cui suono felicemente da anni. La lune est là, le stelle pure, è tutto a posto.”   Cristina Zavalloni

Il programma nel dettaglio QUI

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