IX Edizione Empoli Jazz Winter & Spring 2018 con Enrico Rava New 4et

IX Edizione Empoli Jazz Winter & Spring 2018 con Enrico Rava New 4et

Sabato 10 febbraio Enrico Rava New 4et nello splendido e storico Teatro del Popolo di Castel Fiorentino in collaborazione con Fondazione Teatro del Popolo, Giallomare e Music Pool. Biglietti posti numerati € 18/15. Il concerto è parte del circuito regionale Network Sonoro.

Enrico Rava New 4et: con Enrico Rava: Tromba,  Francesco Diodati: Chitarra, Gabriele Evangelista: Contrabbasso, Enrico Morello: Batteria

Il New 4et di Enrico Rava ha vinto il referendum Top Jazz 2015 di Musica Jazz come formazione dell’anno. Un riconoscimento prestigioso per una formazione giovane guidata da un eterno giovane del jazz.

Io i musicisti non li scelgo per lo strumento che suonano: li scelgo per la loro testa”. Non ha dubbi Enrico Rava quando parla del suo New Quartet e delle affinità elettive che hanno portato il trombettista a mettere insieme questa formazione insieme a Gabriele Evangelista al contrabbasso, Francesco Diodati alla chitarra ed Enrico Morello alla batteria. Fondamentale è stato Siena Jazz e i suoi seminari, dove quattro anni fa il trombettista ha avuto modo di conoscere e apprezzare le qualità di Francesco Diodati ed Enrico Morello. Con Gabriele Evangelista, invece, la collaborazione artistica inizia già nel 2010, quando il contrabbassista entra a far parte del quintetto “Tribe” di Rava, formazione con la quale ha effettuato numerosi concerti in Italia e all’estero. Dopo aver apprezzato le doti di Francesco Diodati – chitarrista dal linguaggio personale e dall’originale approccio alla melodia – e di Enrico Morello – batterista dal drumming raffinato e con una spiccata sensibilità nella scelta delle dinamiche – Enrico Rava decide, nel 2014, di dare vita al suo New Quartet intuendo le potenzialità che questo incontro avrebbe generato.

“La verità è che loro tre insieme funzionano molto bene – afferma Rava – e alla base di tutto c’è non solo una profonda fiducia, ma anche la capacità di ascoltarsi reciprocamente. Due elementi che sono alla base del funzionamento di un gruppo”.

ENRICO RAVA è sicuramente il jazzista italiano più conosciuto ed apprezzato a livello internazionale. La sua schiettezza umana ed artistica lo pone al di fuori di ogni schema e ne fa un musicista rigoroso ma incurante delle convenzioni. La sua poetica immediatamente riconoscibile, la sua sonorità lirica e struggente sempre sorretta da una stupefacente freschezza d’ispirazione, risaltano fortemente in tutte le sue avventure musicali.

INFO

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20 anni di Valdarno Jazz, ecco l’edizione “Winter”, dal 4 febbraio

20 anni di Valdarno Jazz, ecco l’edizione “Winter”, dal 4 febbraio

Tra i protagonisti Roberto Gatto, Alex Sipiagin, Francesco Cusa, Apocalypse Trio e Mirko Pedrotti Quintet. Dal 4 febbraio al 29 marzo la 31/ma edizione del festival nei comuni di Loro Ciuffenna, Terranuova Bracciolini e per la prima volta Figline e Incisa Valdarno

Sarà il viaggio musicale ispirato ai grandi movimenti studenteschi del 1968, interpretato dal Valdarno Jazz Collective, a inaugurare domenica 4 febbraio il Valdarno Jazz Festival – Winter Edition. Sei i concerti della trentunesima edizione (tra i protagonisti Alex Sipiagin, Francesco Cusa, Apocalypse Trio e Mirko Pedrotti Quintet) e dodici gli appuntamenti in totale tra masterclass e guide all’ascolto, per un programma che celebra i 20 anni del Valdarno Jazz.

Il festival, diretto dai musicisti Daniele Malvisi e Gianmarco Scaglia, in collaborazione con Music Pool e Valdarno Culture, si terrà nel Valdarno, tra Firenze e Arezzo, nei comuni di Loro Ciuffenna, Terranuova Bracciolini e, per la prima volta, Figline e Incisa Valdarno. Quale evento collaterale, sabato 3 febbraio, la masterclass del grande batterista Roberto Gatto aperta a tutti gli strumenti.

Il Valdarno Jazz proporrà anche per questa edizione un viaggio a tutto tondo nei poliedrici territori del jazz: si inizierà domenica 4 febbraio all’Auditorium Le Fornaci di Terranuova Bracciolini con “1968: Something to Remember” del Valdarno Jazz Collettive – VJC, nuova produzione del festival. In programma un repertorio ispirato alle composizioni dell’epoca sessantottina che intende ribadire il valore dei principi di un’etica sociale e civile. Oltre a Daniele Malvisi al sax tenore e Gianmarco Scaglia al contrabbasso, suoneranno alcuni tra i più importanti musicisti della scena jazzistica contemporanea internazionale, tra cui il pianista Riccardo Fassi, il batterista Roberto Gatto e il trombettista americano Alex Sipiagin, prima tromba della Mingus Jazz Orchestra. In scaletta, capolavori di Miles Davis, Wayne Shorter, Ornette Coleman. Nell’ambito dei festeggiamenti, alle ore 17.00 nel foyer de Le Fornaci, sarà presentato “Jazzy Souls”, libro di Carlo Braschi, fotografo ufficiale di Valdarno Jazz, edito da Settore8, che ripercorre per immagini in circa 150 pagine la storia del festival, in cui si sono alternati oltre 1400 musicisti per circa 300 progetti.

Il Festival proseguirà il 16 febbraio con “Rhythm Permutations” con Francesco Cusa & The Assassins, ovvero Valeria Sturba, voce, theremin e violino, Giovanni Benvenuti al sax tenore, Ferdinando Romano al contrabbasso. Una nuova formula di quartetto, che si apre a influenze a sonorità più vicine al funk e al jazz, in un gioco continuo di tensione e rilassamento, con uno sguardo alla tradizione e l’altro alla contemporaneità (ore 21.30 Auditorium Le Fornaci, Terranuova Bracciolini).

Il 25 febbraio spazio all’esplorazione di nuovi mondi “visio-musicali” attraverso l’unione di strumenti acustici ed elettronici con il progetto di new electro-jazz dei pugliesi Apocalypse Trio, formato da Vincenzo Deluci, tromba, Camillo Pace al contrabbasso e Giuseppe Mariani alla batteria. L’appuntamento rientra nel progetto “Jazz…no limits!”, trasversale nelle varie edizioni del festival, che usa la musica jazz come linguaggio per raccontare situazioni legate a forme di disagio fisico, sociale, razziale. In questo caso, sul palco ci sarà Deluci, trombettista paraplegico a causa di un incidente stradale, fautore di una personale poetica musicale, esempio di esperienza artistica densa e potente. Il gruppo propone una musica che riesce a rompere col passato pur affondando le proprie radici nel rock elettrico, jazz, musica contemporanea, antica, in una inedita fusione, con un’architettura sonora basata su ritmi spezzati, interventi schizoidi di tromba, di elementi elettronici e contrabbasso, che vanno a comporre un mosaico sonoro (ore 17.30, Auditorium Comunale via Pratomagno, 6 a Loro Ciuffenna).

Domenica 11 marzo il Collettivo Valdarno Musiche proporrà “The Wall”, una nuova produzione originale, ideata dal giornalista Alceste Ayroldi, un percorso musicale e narrativo che, a partire dalla simbolica destrutturazione delle musiche dell’album dei Pink Floyd (come un muro che si sgretola), racconterà la storia di un migrante che affronta il suo perenne isolamento, così come Pink in the Wall. Ad interpretare i brani in maniera originale, oltre che Ayroldi quale voce narrante, saranno Alberto Aldinucci, Danni De Ritis, Francesaco Dondi ai sassofoni, Sandra Gambassi e Giuditta Palmieri alle voci, Andrea Simola, rap vocal, Alberto Gabbrielli, Marco Vacca, Salvo Pagliarello alle chitarre, basso, basso elettrico, Davide Bartolucci e Angelo Micoli alle batterie Marcello Zappia alle percussioni, Madoka Funatsu alla fisarmonica, Enrico Signore ai live elctronics, Zeno Lodolini alle tastiere. Il concerto è un’immedesimazione delle giornate di chi vive questa separazione, un viaggio nell’isolamento di chi, oggi più di allora, subisce le scelte scellerate di un potere politico ed economico in continuo mutamento (ore 17.30 Auditorium Le Fornaci a Terranuova Bracciolini).

Il 31/o Valdarno Jazz presenterà il 16 marzo “My favorite songs” del Valdarno Jazz Collective, progetto che si ispira al combo trio, composto da Daniele Malvisi, Gianmarco Scaglia e Paolo Corsi. In scaletta, oltre ai brani originali firmati da Daniele Malvisi e Gianmarco Scaglia, alcune rielaborazioni di temi famosi del repertorio jazzistico. Ogni brano sarà un trampolino di lancio per l’improvvisazione, per un dialogo di interplay, di assoluto vigore ritmico (21.30 Ridotto del Teatro Garibaldi a Figline).

Giovedì 29 a chiudere il festival ci sarà il Mirko Pedrotti Quintet, progetto nato nel 2013 per volontà del vibrafonista trentino Pedrotti, accompagnato da Lorenzo Sighel al sax alto, Luca Olzer, fender rhodes, sintetizzatore, Michele Bazzanella al basso elettrico e Matteo Giordani alla batteria. Tante sono le matrici e le contaminazioni che influenzano la produzione del gruppo: musica jazz, minimal, rock, progressive, classica, elementi che convivono insieme e creano un linguaggio contemporaneo e caratteristico. Il groove accattivante, la poliritmia e la ricercatezza degli impasti timbrici sono i connotati principali di questa formazione che già agli esordi ha ottenuto importanti riconoscimenti (ore 21.30 ridotto del Teatro Garibaldi a Figline Valdarno).

Informazioni: www.valdarnojazzfestival.wordpress.com e www.eventimusicpool.it Prevendite: Circuito Regionale Box Office www.boxol.it  / telefono: 055 210804 www.ticketone.it

 

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Metjazz 2018 Lingue oltre i confini

Metjazz 2018 Lingue oltre i confini

Dal 26 gennaio al 19 febbraio si terrà la rassegna Metjazz 2018, organizzata dal Teatro Metastasio di Prato con la direzione artistica di Stefano Zenni. Un programma quest’anno che si presenta più ampio: da un lato la rassegna, forte delle collaborazioni pratesi con il Museo del Tessuto, la Camerata Strumentale e la Scuola di Musica Verdi conserva la sua struttura classica  dall’altro diventa il fulcro di una sorta di festival jazz che, grazie a una  sintonia d’intenti con il Musicus Concentus e il Pinocchio Jazz di Firenze, presenta quattro concerti anche nel capoluogo toscano.

Due le caratteristiche peculiari delle proposte di Metjazz 2018: la prima è che tutti gli appuntamenti ruotano intorno al tema delle lingue e dei linguaggi del jazz, spaziando dall’inglese al francese, dallo yoruba allo spagnolo, dall’italiano al dialetto friulano; la seconda è che la rassegna intende esplorare i confini porosi tra i linguaggi musicali, ammettendo l’incontro tra jazz e musica classica e spingendosi attraverso i confini del rock elettrico e acustico, l’avanguardia, la world music, l’elettronica, fino ad approdare in altri modi espressivi, come la letteratura e la fotografia.

Quattro i grandi eventi pratesi tra Metastasio, Fabbricone e Teatro Politeama Pratese:

–       Il primo concerto, coprodotto da Metjazz e Musicus Concentus, esplora le Frontiere del jazz contemporaneo e, affidato a uno dei nuovi astri della tromba jazz e al suo quintetto, JONATHAN FINLAYSON & SICILIAN DEFENSE (assieme a Finlayson, la chitarra di Miles Okazaki, il pianoforte di Andy Milne, il contrabbasso di John Hébert, la batteria e le percussioni di Craig Weinrib) propone un repertorio ispirato a Steve Coleman e al gioco degli scacchi (la “difesa siciliana” è una mossa degli scacchi inventata nel XVI secolo), fatto di una musica melodica e astratta al tempo stesso, in bilico tra ispirazioni ritmiche africane, contrappunto contemporaneo e un senso della forma rigoroso e limpido (Lunedì 29 gennaio ore 21.00 – Teatro Metastasio).

–       Il secondo concerto indaga La nuova lingua del jazz italiano proponendo due diverse formazioni: la prima, SIMONE GRAZIANO SNAILSPACE è un trio classico che affianca il pianista Simone Graziano con il basso di Francesco Ponticelli e la batteria di Enrico Morello, ma con un ripensamento sostanziale dei ruoli e un gusto per la cantabilità più calda; la seconda vede il sassofonista Dan Kinzelman espandere il suo consueto trio Hobby Horse nel sestetto GHOST HORSE (con il trombone e le percussioni di Filippo Vignato, l’euphonium, la tuba e le percussioni di Glauco Benedetti, la chitarra baritono di Gabrio Baldacci, il contrabbasso di Joe Rehmer e la batteria di Stefano Tamborrino), per lavorare su elementi minimali che poi si espandono in strutture policrome di grande respiro (Lunedì 5 febbraio ore 21.00 – Teatro Fabbricone).

–       Il terzo concerto, Blues on Bach. John Lewis e il Modern jazz Quartet, coprodotto da Metjazz e Camerata Strumentale “Città di Prato”, è una PRIMA ASSOLUTA che si sviluppa da un progetto del compositore Michele Corcella con lo scopo di esaltare la ricchezza della musica di John Lewis (il primo a tentare di conciliare il jazz con la musica classica europea) e che coinvolge uno dei più grandi pianisti del nostro jazz, Enrico Pieranunzi, cui si affiancano il contrabbasso di Luca Bulgarelli e la batteria di Mauro Beggio (Giovedì 15 febbraio ore 21.00 – Teatro Politeama Pratese).

–       Il quarto appuntamento è quello con la violinista cubana YILIAN CAÑIZARES e il suo quintetto “INVÓCACION” (con la Cañizares sul palco anche il pianoforte di Daniel Stawinski, il contrabbasso di David Brito, la batteria di Frank Durand, le percussioni di Inor Sotolongo) che, in Una festa cubana, fa della mescolanza di lingue (canta in spagnolo, yoruba e francese) e stili, un jazz di ispirazione cubana in chiave contemporanea (Lunedì 19 febbraio ore 21.00 – Teatro Metastasio).

Ci saranno poi altri quattro appuntamenti racchiusi tra gli eventi di Metjazz OFF:

–       Per il concerto di apertura, due grandi sassofonisti, il primo sax della Scala e uno dei migliori jazzisti italiani, Mario Marzi e Achille Succi affrontano la grande sfida di far incontrare Bach e il jazz nel concerto Bach in Black, coprodotto da Metjazz 2018 con Museo del Tessuto (Venerdì 26 gennaio ore 21.00, Museo del Tessuto).

–       In un appuntamento realizzato da Metjazz 2018 con la Scuola di musica Verdi, accompagnato da due magnifici musicisti livornesi, Andrea e Nino Pellegrini, lo scrittore Alessandro Agostinelli leggerà pagine del suo romanzo Benedetti da Parker, dando voce alla storia di Dean Benedetti, il livornese fanatico di Charlie Parker che dopo la guerra registrò dal vivo decine di assoli del sassofonista (Domenica 28 gennaio ore 11.00, Scuola di musica Verdi).

–       Con una conferenza esplicativa realizzata in collaborazione con Scuola di musica Verdi, Stefano Zenni analizza L’incontro tra Bach e il jazz e trova nelle fughe jazz scritte da John Lewis in Concorde (1955) l’occasione per indagare i punti di contatto tra jazz e tradizione classica europea (Domenica 4 febbraio ore 11.00, Scuola di musica Verdi)

–       Per introdurre il grande concerto del 15 febbraio con una preziosa guida all’ascolto, Michele Corcella, affiancato da Stefano Zenni, spiega il suo lavoro di studio e arrangiamento della musica di John Lewis ripensata per Enrico Pieranunzi e orchestra da camera, con ascolti, confronti e riflessioni su come adattare una musica già di per sé sfaccettata e ricca di influenze (Giovedì 15 febbraio ore 19.00, Ridotto del Politeama Pratese)

Ci sono poi gli Incroci Jazz, una sorta di festival federativo tra Prato e Firenze frutto della collaborazione con Musicus Concentus e Pinocchio Jazz, con mostre, concerti, conferenze in sala, club, teatri (prezzi ridotti per gli abbonati di Metjazz per i concerti a Firenze). Tra gli appuntamenti fiorentini si segnala:

Sabato 27 gennaio ore 22.00, Pinocchio Jazz, Firenze

Alberto Capelli Toroya

La chitarra oltre i confini del jazz elettrico

 Venerdì 2 febbraio ore 21.15, Musicus Concentus, Sala Vanni, Firenze

Elsa Martin/Stefano Battaglia – Sfueâi

Voce e pianoforte, in lingua friulana

 Sabato 3 febbraio ore 22.00, Pinocchio Jazz, Firenze

Di Vi Kappa

Il rock duro diventa (jazz) acustico

Venerdì 16 febbraio ore 21.15, Musicus Concentus, Sala Vanni, Firenze

Fire!

Il supergruppo eccitante e distorto del jazz contemporaneo, dalla Svezia

A corredare la rassegna, dal 26 gennaio al 23 febbraio nel foyer del Metastasio sarà allestita la mostra fotografica NOTE IN CHIAROSCURO di Marco Benvenuti, con fotografie che trasmettono la profonda passione e il legame intimo tra il musicista e il suo strumento, che cercano di amalgamare gesti ed espressioni con luci ed ombre, che esplicitano la completa fusione tra note e luce, che suonano imprigionando i magici istanti di un concerto jazz.

Il festival è organizzato dal Teatro Metastasio di Prato in collaborazione con Network Sonoro, Musicus Concentus, Camerata Strumentale “Città di Prato”, Scuola Comunale di Musica Giuseppe Verdi, Museo del Tessuto, e Pinocchio Jazz Club di Firenze.

PREZZI ABBONAMENTO 4 CONCERTI

intero > € 60,00 (on-line € 57,00)

convenzioni – soci coop – over 65 – abbonati Met/8 e Fab/8 > € 45,00 (on-line € 43,00)

gruppi – under 25 > € 36,00 (on-line € 34,00)

PREZZI BIGLIETTI METASTASIO E FABBRICONE

intero > € 20,00 (on-line € 19,00)

convenzioni – soci coop – over 65 – abbonati Met/8 e Fab/8 > € 15,00 (on-line € 14,00)

gruppi – under 25 > € 12,00 (on-line € 11,00)

PREZZI BIGLIETTI POLITEAMA PRATESE

da € 5,00 a € 25,00 presso la biglietteria del Teatro Politeama a partire dal 16 dicembre

PREZZI BIGLIETTI CONCERTI METJAZZ OFF

Bach in Black

€ 7,00 posto unico – € 5,00 gruppi / under 25

Benedetti da Parker

€ 5,00 posto unico – € 4,00 gruppi / under 25

CONFERENZA del 4 febbraio presso la scuola di Musica Verdi, ingresso libero

CONFERENZA del 15 febbraio presso il Ridotto del Politeama, ingresso libero

 

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“Jazz in bianco e nero”: continuano le guide all’ascolto di “Aspettando Valdarno Jazz Winter 2018”

“Jazz in bianco e nero”: continuano le guide all’ascolto di “Aspettando Valdarno Jazz Winter 2018”

“Jazz in bianco e nero” terzo appuntamento delle guide all’ascolto in compagnia del critico musicale e giornalista Stefano Zenni che indagherà sulle trappole del razzismo in musica. Mercoledì 24 gennaio ore 21.30 presso la Biblioteca Le Fornaci di Terranuova Bracciolini (Ar) ingresso gratuito.

Esiste una “musica nera”? E quale sarebbe la sua differenza rispetto a quella “bianca”? Sarà questa la tematica al centro del terzo appuntamento con le Guide all’ascolto di “Aspettando Valdarno Jazz Winter 2018”, il ciclo di incontri a ingresso gratuito con critici e musicisti tra improvvisazioni live, percorsi nella storia della musica e l’ascolto di capolavori senza tempo che torna domani, mercoledì 24 gennaio alle 21.30, presso la biblioteca comunale Le Fornaci di Terranova Bracciolini (Ar).

Durante l’incontro “Jazz in bianco e nero”, il critico musicale e giornalista Stefano Zenni indagherà sulle trappole del razzismo in musica affrontando per la prima volta in campo aperto una materia così delicata, smontando con argomenti brillanti e aggiornati i molti pregiudizi che non solo infestano il discorso degli appassionati, ma trovano ancora ampio spazio nella critica musicale. “Sappiamo riconoscere un cantante africano americano al solo ascolto? Siamo abituati a pensare che la musica possa avere un carattere razziale, etnico o un ‘colore’, e se vediamo un musicista nero statunitense immaginiamo che sappia ‘swingare’ con più naturalezza di un bianco, o che intonerà le blue notes con sottigliezze inaccessibili a un europeo e le caricherà di un feeling, di un soul inimitabile. Ma tutto questo ha un fondamento scientifico, storico o culturale?”.

Facendo riferimento a concetti in apparenza lontani dalla musica, dal colorism al passing, introducendo stimolanti riflessioni sui rapporti fra le culture africano americana, ebraica e italiana, anche attraverso un inedito approccio multidisciplinare che si muove con agilità fra i più diversi campi delle scienze storiche, biologiche e sociali, Zenni dimostrerà come la musica sappia essere un esempio mirabile di collaborazione fra individui e comunità: uno scambio ininterrotto di idee e di risorse che trascende ogni barriera culturale o tentazione classificatoria. A chiudere il programma, il 31 gennaio sarà il batterista Paolo Corsi che ripercorrerà l’evoluzione delle percussioni tra gli anni ‘60 e ‘70 in un viaggio avvincente in quel mare di idee e concezioni ritmiche, che contraddistinguono le categorie musicali odierne. La fusione tra jazz, linguaggi improvvisati, il rock e la black music, che è alla base di tutte le musiche di quegli anni, finì per generare un’incredibile varietà di stili musicali, molti dei quali dettati dalla forza e a veemenza della pulsazione ritmica.

Ingresso libero, per ulteriori informazioni https://valdarnojazzfestival.wordpress.com/

 

Le guide all’ascolto di “Aspettando Valdarno Jazz Winter 2018”, anticipano la 31/ma edizione del Valdarno Jazz Festival, che si svolgerà dal 4 febbraio a marzo nei comuni del Valdarno, organizzate in collaborazione con Regione Toscana, Valdarno Culture, Music Pool, Biblioteca Le Fornaci e i comuni del territorio.

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Round Midnight: Cream of the Crop : Il meglio del 2017 (#2: Made in Italy)

Round Midnight: Cream of the Crop : Il meglio del 2017 (#2: Made in Italy)

Questi i dischi che Round Midnight ha scelto tra le uscite dell’anno appena trascorso. Sono quelli che ci sono più piaciuti o che ci sono sembrati più importanti tra le moltissime uscite discografiche del 2017.

Per comodità e per darvi una panoramica più ampia possibile li abbiamo divisi in tre sezioni (Internazionali, Made in Italy, e i Beautiful Ghosts, ovvero live e inediti d’annata e ristampe imperdibili) e per ciascuna di queste vi abbiamo selezionato dieci dischi.

Proseguiamo nella seconda parte con i nostri italiani favoriti. Che a dire il vero sono undici, ma proprio non riuscivamo a decidere quale album sacrificare per fare cifra tonda. E così ci siamo arresi, e undici ne abbiamo lasciati.

Zeno De Rossi: Zenophilia (Auand)

Agile, scattante ed essenziale l’ultimo progetto musicale di Zeno De Rossi, in trio con il sassofono e il clarinetto di Piero Bittolo Bon e il trombone di Filippo Vignato. Dieci composizioni originali e due cover (il tema di Taxi Driver, di Bernard Hermann, e Feet Music di Ornette Coleman). C’è tempo anche per un paio di omaggi a due grandi maestri della batteria, Ed Blackwell e Joey Baron. E proprio da Baron e dal suo Barondown parte probabilmente l’idea originale di questo trio trombone/ sax/ batteria.

 

Alessandro Galati: Wheeler Variations (Somethin’Cool)

Un omaggio a Kenny Wheeler, all’uomo e al suo mondo musicale, arriva da Alessandro Galati, alla testa dell’ensemble riunito per questo progetto. Nel sestetto c’è posto per un collaboratore di vecchia data di Wheeler, il roccioso sax tenore dell’inglese Stan Sulzmann, spalla a spalla con il soprano di Stefano Cantini, il contrabbasso di Ares Tavolazzi, la batteria di Enzo Zirilli e, novità per la musica di Galati, una voce femminile, quella di Simona Severini. Ci sono una serie di composizioni per sestetto, ognuna intitolata con una delle sillabe che compongono il nome di Ken-Ny-Wheel-Er, inframezzati da una serie di improvvisazioni in studio in cui i musicisti si dividono in formazioni e combinazioni estemporanee, duetti trii, quartetti : dodici, come le lettere che compongono il nome del trombettista. I quattro temi principali sono tutti cantati da Simona Severini, e per la prima volta Galati si è cimentato anche nella scrittura dei testi delle canzoni, tutte in inglese. Un omaggio lirico e vibrante in ricordo di un grande maestro.


Tiziana Ghiglioni/Steve Potts/Gianni Lenoci: No Baby (12 Lune)

Un album su cui aleggia la silhouette di Steve Lacy, che osserva benevolo da dietro lo specchio.

Del trio qui riunito, Steve Potts è stato il fido compagno di avventure di Lacy per trent’anni, Tiziana Ghiglioni ci ha inciso insieme due dischi di classe come Somebody Special e SONB e Gianni Lenoci ha collaborato in più occasioni con il maestro del sax soprano e gli ha anche dedicato un album di piano solo qualche anno fa. Ma c’è spazio anche per Mal Waldron, altro musicista che con Lacy ha avuto un rapporto lungo e simbiotico e che viene ricordato con una versione del suo Let us live e con un brano a lui dedicato. Di grande suggestione poi le tre ballad originali, pennate dal pianista e dalla cantante, con Turquoise che manda un saluto a Duke Ellington e Fagan che accarezza Billie Holiday . C’è spazio ancora per la Lonely Woman di Ornette Coleman, un brano con cui la Ghiglioni ha una storica frequentazione fin dal suo disco di esordio, che proprio alla Donna Sola era intitolato.


Simone Graziano: Snailspace (Auand)

Ce l’aveva già in testa da qualche anno Simone Graziano un nuovo trio, provava e ci girava intorno cercando il baricentro giusto. L’incontro con il basso di Francesco Ponticelli era già stato fruttuoso e illuminante, ora lo stimolo finale è arrivato dall’incontro con il batterista americano Tommy Crane, di St.Louis, già allievo di Andrew Cyrille e Billy Hart, scoperto a un concerto del gruppo di Ambrose Akinmusire, un musicista con uno stile personale che può, di volta in volta, essere molto soft ed essenziale o, all’occorrenza, propulsivo, rockeggiante e pirotecnico. E’ nato così Snailspace, un gruppo che vede Graziano al pianoforte, ma anche al Fender Rhodes e al synth e che allarga la tavolozza dei colori musicali di uno dei personaggi più interessanti del nuovo jazz italiano.

 

Gabriele Mitelli O.N.G.: Crash (Parco della Musica)

Talento inquieto e senza compromessi, Gabriele Mitelli lancia un nuovo progetto musicale dall’organico decisamente originale. Al suo fianco due dei chitarristi più dotati del nuovo jazz italiano, Gabrio Baldacci (alla chiarra baritono) ed Enrico Terragnoli, nonchè la sicurezza di una fantasia e una spinta che solo la batteria di Cristiano Calcagnile può darti. A Mitelli in questo progetto i singoli brani vanno stretti così, per evitare cali di tensione nella musica, preferisce riunire l’incisione in tre lunghe suite. Musica magmatica, ribollente, eccitante ed urticante, con echi del Miles elettrico più selvaggio, impennate rockeggianti, e ampi spazi lasciati all’improvvisazione pura. Una musica che cammina ad occhi chiusi sull’orlo dei confini, concedendosi anche qualche piroetta di troppo ma senza mai perdere l’equilibrio. Nel menù anche un pizzico di Sun Ra (Lanquidity) e la cover che non ti aspetti: A Tratti, dei CSI. Ma mi sa che a darci l’inaspettato Mitelli giustamente si diverta, e che di queste sorprese ce ne siano ancora diverse in arrivo in futuro.


Ada Montellanico: Abbey’s Road (Incipit)

Ada Montellanico rende un doveroso omaggio ad Abbey Lincon, e sforna un disco che gioca scherzosamente nel titolo anche con uno dei più famosi dischi dei Beatles. Un disco per Abbey, lei che ha vissuto molte vite, prima e dopo essere stata la compagna di vita, di arte e di lotte di Max Roach nonché la voce affascinante ed insostituibile di We insist! Freedom Now Suite e di Percussion Bitter Sweet, lei che nei suoi dischi ha ospitato Sonny Rollins, Eric Dolphy, Coleman Hawkins, Mal Waldron, Kenny Dorham, Winton Kelly, Paul Chambers, Philly Joe Jones: e mi fermo qui perchè potremmo andare avanti ancora per un bel pezzo. Cantante, ma anche attrice, attivista, autrice, Abbey è stata presenza affascinante ed orgogliosamente indipendente sin dai suoi esordi. Per questo tributo la Montellanico riconferma come braccio destro musicale Giovanni Falzone, autore anche degli arrangiamenti dell’album, allestisce un quintetto con il trombone di Filippo Vignato, il contrabbasso di Matteo Bortone e la batteria di Ermanno Baron, con una scelta di brani che va a pescare dai vari periodi del percorso artistico della Lincon, aggiungendo poi un brano a lei dedicato ad altri brani originali di raccordo. Il gruppo si muove spedito, i due ottoni di Falzone e Vignato dimostrano subito un’ottima intesa, la scelta di fare a meno dell’ancoraggio armonico di un pianoforte si rivela vincente, la ritmica di Bortone e Baron è una sicurezza. Abbey era unica, un omaggio per ricordarla e ribadire la sua importanza nel jazz moderno è cosa buona e giusta.

Roberto Ottaviano QuarkTet: Sideralis (12 Lune)

Torna in studio d’incisione Roberto Ottaviano, ed è sempre un bel sentire. Specie in questa occasione, in cui al pianoforte c’è il brillante Alexander Hawkins, già tre anni fa con Ottaviano nell’omaggio a Steve Lacy di Forgotten Matches, e alla sezione ritmica troviamo due rodati fuoriclasse statunitensi come il bassista Michael Formanek e il batterista Gerry Hemingway. Il concetto dell’album si rifà al cosmo (non per niente il gruppo viene battezzato QuarkTet) e a un immaginario peregrinaggio spaziale, dove si ricorda soprattutto la magia dell’ultimo Coltrane (quello stellare di Sun Ship, Interstellar Space, Stellar Regions, Cosmic Music), un viaggio dove si sfiorano pianeti che gravitano attorno a John Lee Hooker, Duke Ellington o Herbie Nichols, si citano Ayler e Sun Ra, si scrutano comete, si intercettano costellazioni. Bello sentire una musica che vibra ancora senza confini né barriere, nutrendosi del rispetto e della curiosità reciproca di quattro maestri. Bello nutrirsi di rispetto per il passato sfrecciando verso il futuro. Bello anche risentire Ottaviano soffiare anche in un sax baritono, come avviene in Holy Gravity. Che sia uno dei migliori sopranisti in circolazione invece già lo sapevamo da un pezzo.

Francesco Ponticelli: Kon-Tiki (Tuk)

Elastica, la musica di Francesco Ponticelli. Nell’organico che si restringe o si allarga a seconda dei momenti (in questo caso la formazione si è asciugata a quartetto, ma già sono in corso manovre per ampliare e rinnovare nuovamente l’organico), e nell’ispirazione, che cerca e regala stimoli continui e che cambia forma di volta in volta. Con lui, a zonzo sull’avventurosa zattera di Kon-Tiki, troviamo il sax tenore e il clarinetto di Dan Kinzelman, il pianoforte e le tastiere di Enrico Zanisi e la batteria di Enrico Morello, un ottimo equipaggio per una spedizione pronta a tutto per esplorare nuovi orizzonti musicali.

Fabrizio Puglisi Guantanamo: GialloOro (Caligola)

Che Fabrizio Puglisi sia uno dei migliori pianisti in circolazione per l’Europa dovrebbe essere cosa ben nota. Nota anche la sua fame costante di nuove esperienze, l’interesse senza confini per le musiche del mondo e il suo orecchio sempre ben aperto. Nasce così Guantanamo, progetto già da tempo attivo e giunto lentamente alla giusta maturazione, un gruppo che va alla ricerca dei sapori più sanguigni di Cuba, delle radici Yoruba della Santeria, delle connessioni afrocubane nel jazz.

Si va così a cercare le sintonie Lukumì di Un Poco Loco, anomalo capolavoro del tormentato genio di Bud Powell, mentre Turkish Mambo di Lennie Tristano si dilata e trova felici e stimolanti dissonanze nel piano preparato e nel synth di Puglisi. Ci si tuffa poi direttamente nel mare di Cuba, lasciandosi andare con i canti iniziatici di Ogun (ospite la voce di Venus Rodriguez) e poi con una versione irresistibile de La Comparsa, vero classico di uno dei figli prediletti e vera gloria musicale dell’isola, Ernesto Lecuona. Al fianco del pianista un gruppo ben assortito con in bella evidenza il vibrafono di Pasquale Mirra, spinto e stimolato dalle percussioni di Danilo Mineo, William Simone e Gaetano Alfonsi e sorretto dal contrabbasso di Davide Lanzarini. Guantanamo danza e sorprende, ti prende per la mano e ti porta a spasso dove non ti aspetti. Sempre con la protezione benevola di Ogun e di Chano Pozo.

Roots Magic: Last Kind Words (Clean Feed)

Giunto al secondo album, ancora una volta per l’etichetta portoghese Clean Feed, i Roots Magic confermano una formula musicale essenziale ed efficace, con i clarinetti di Alberto Popolla, i sassofoni di Errico De Fabritiis, il basso di Gianfranco Tedeschi e la batteria di Fabrizio Spera. E sanno pescare anche stavolta una scaletta preziosa, che va ad attingere soprattutto dal grande Blues dalle radici più sanguigne (il mito di Charley Patton, ma anche Last Kind Words della misteriosa bluesgirl Geeshie Wiley) e a una serie di scoppiettanti brani di Henry Threadgill, Roscoe Mitchell, Julius Hemphill, Marion Brown e Hamiett Bluiett, tutti autori legati al free e al post-free jazz, ma qui pescati nelle loro intuizioni più blues & groove. Una specie di versante quasi danzereccio e molto saporito dell’avanguardia, e di dimostrazione che certe musiche, prese per il verso giusto, riescono a rivelare sempre nuovi aspetti da esplorare e da gustare. Tutto gira a meraviglia, tutto si gioca nei tempi giusti. Musica che sa di terra e di Mississippi, di strade polverose e di vento in faccia, di canti attorno al fuoco e di bootleg whisky, di mojos e di crossroads diabolici. Musica delle radici, magica non a caso.

Tiziano Tononi & Southbound: Trouble No More: All Men are Brothers (Long Song)

Un mucchio di ragazzi poco più che ventenni innamorati del blues, questo erano gli Allman Brothers Band al momento della nascita. Certo, Duane Allman era già considerato uno dei migliori chitarristi in circolazione e faceva già parte del giro di musicisti che ruotavano attorno ai mitici FAME Studios a Muscle Shoals, dove aveva già ampiamente fatto valere il suo talento. Ma è con la nascita del gruppo che si crea la leggenda di una band straordinaria, una band che si afferma rapidamente grazie alla qualità e genuinità della sua musica e all’intensità dei suoi live esplosivi, con brani che si dilatano e si espandono in lunghe jam strumentali. Una storia, quella degli Allman Brothers, brillante e sfortunata, azzoppata da due morti assurde che nel giro di un anno, in due incidenti motociclistici tragicamente simili, privano il gruppo di Duane e del bassista Barry Oackley. Un gruppo di ragazzi, dicevamo: kids orgogliosi delle proprie radici sudiste ma che volevano un sud diverso da quello razzista e reazionario che ancora da quelle parti resisteva. E loro, che credevano in un mondo migliore, che amavano la black music, che vivevano tutti insieme in una specie di comune, stavano provando a dargli una bella spallata e a scardinarlo. Per rendere omaggio a una band che ha sempre amato molto Tiziano Tononi riunisce i Southbound, un ottetto con i sax di Emanuele Passerini e Piero Bittolo Bon, il violino di Emanuele Parrini, la fisarmonica di Carmelo Massimo Torre, il basso dell’ospite americano Joe Fonda, le percussioni di Pacho e la voce di Marta Raviglia, a cui si aggiungono poi due ospiti di riguardo come Fabio Treves e Daniele Cavallanti. Quattordici brani, in massima parte provenienti dal repertorio degli Allman Brothers, più tre originali, firmati da Tononi, in memoria di Duane (Skydog era il suo soprannome) e di Oackley. Una cavalcata selvaggia dove il southern rock a tinte blues degli ABB e il jazz e le improvvisazioni dei Southbound si sposano felicemente, dimostrando come la fusione tra musiche solo in apparenza così diverse, ma che nascono dalle stesse radici nere, sia non solo possibile ma ottimamente riuscita. Un album già apprezzato anche all’estero, recensito con quattro stelle dalla storica rivista americana Down Beat. E non son cose checapitano spesso.

 

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