Mafia, testimone toscano: “Ho incontrato Messina Denaro”

Mafia, testimone toscano: “Ho incontrato Messina Denaro”

Il testimone ha dichiarato in esclusiva all’Espresso: “Ho incontrato Matteo Messina Denaro. L’ho conosciuto al porto di Palermo, poi avevamo un altro appuntamento in Toscana, dove è protetto da uomini della ‘Ndrangheta”.

E’ quanto avrebbe rivelato a L’Espresso un toscano di 45 anni: un soggetto – scrive il settimanale che ha diffuso un’anticipazione del racconto che sarà pubblicato nel numero in edicola da domenica – con qualche disavventura giudiziaria e vecchie amicizie con siciliani legati a Cosa nostra e calabresi appartenenti a clan della ‘ndrangheta. Amicizie gli hanno permesso di entrare in contatto con gli uomini più vicini al ricercato numero uno”.

Il testimone, dice ancora L’Espresso, “rivela incontri avuti con Messina Denaro e i nomi delle persone che lo hanno assistito. Apre, inoltre, scenari criminali nuovi in cui si muove il mafioso accusato di omicidi e stragi. Si scopre così che il latitante ha ottenuto coperture anche da esponenti della ‘ndrangheta, i posti in cui ha alloggiato, e il territorio che ha frequentato. Si apprende delle sempre più precarie condizioni di salute del boss e la clinica in cui è stato curato.

E si scopre che uno dei nipoti del latitante è un magistrato in servizio in una procura del Nord Italia”. Le rivelazioni del testimone, sostiene il settimanale, “sono al vaglio dei magistrati della Procura distrettuale antimafia di Firenze, che ha già riscontrato gran parte delle affermazioni, in alcuni casi pure con fotografie che documentano incontri segreti con l’entourage di Messina Denaro, delegando indagini alla Guardia di Finanza”.

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Inchiesta “Vello d’oro”: partì nel 2014 con denuncia usura

Inchiesta “Vello d’oro”: partì nel 2014 con denuncia usura

Nel 2014 un imprenditore dell’empolese denunciò ai carabinieri di aver ricevuto minacce per essere intimato a pagare un prestito a tassi d’usura: ricevette 30.000 euro ed avrebbe dovuto restituirne 35.000 iol giorno dopo.

L’inchiesta ‘Vello d’oro’, che stamani ha portato all’arresto di 14 persone tra Toscana e Calabria per riciclaggio di ‘denaro sporco’ della ‘ndrangheta, è partita dalla denuncia di un imprenditore conciario ai carabinieri di Empoli nel 2014. L’uomo dichiarava di aver subito minacce per non aver pagato un prestito che gli era stato concesso a tassi di usura: si trattava di 30.000 euro di cui rendere 35.000 euro il giorno dopo, con un incremento del 17%.

Le indagini, coordinate dal magistrato Ettore Squillace Greco della Dda di Firenze, hanno ricostruito che il denaro arrivò in Toscana dalla Calabria e che fu consegnato contestualmente all’emissione di fatture false, per un acquisto inesistente di pellami. La fattura finta era la ‘pezza d’appoggio’ che lo stesso imprenditore della zona di Empoli avrebbe dovuto pagare, per giustificare l’aumento di denaro maggiorato, a Cosma Damiano Stellitano, un calabrese da una ventina di anni domiciliato a Vinci (Firenze) oggi finito in carcere nell’inchiesta ‘Vello d’oro’.

L’imprenditore toscano non rese i soldi e annullò il bonifico a favore di una società riconducibile a Stellitano. Ma tempo dopo, un amico dell’imprenditore toscano, colui che lo aveva messo in contatto con Stellitano, fu sequestrato da una ‘batteria’ di calabresi che lo costrinsero a salire in auto e a condurli nei luoghi in cui avrebbero potuto rintracciare il debitore. Prima di rilasciarlo, dopo un’intera giornata, lo minacciarono anche di portarlo in Calabria e di non rilasciarlo fino a che la cifra non fosse stata pagata. Poi, in base a quanto emerso, nei mesi successivi, quattro persone aggredirono l’imprenditore toscano a Fucecchio (Firenze), picchiandolo e intimandogli di restituite il denaro che doveva.

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Mafia cinese: Confindustria Toscana Nord, ostacola economia

Mafia cinese: Confindustria Toscana Nord, ostacola economia

Confindustria Toscana Nord commenta l’operazione ‘China Truck’ di polizia e Dda scattata ieri: “quanto è emerso dalle indagini getta una luce estremamente inquietante sul ‘”sommerso’ cinese a Prato”.

“La posizione di Confindustria Toscana Nord rispetto alla forte presenza cinese a Prato è sempre stata chiara: nessun pregiudizio, massima apertura e disponibilità al dialogo, apprezzamento per il grande attivismo imprenditoriale della comunità e auspicio di una crescente integrazione sociale ed economica; nello stesso tempo, però, decisa stigmatizzazione dei fenomeni di illegalità riscontrabili con preoccupante frequenza nelle imprese a conduzione cinese e nei contesti in cui gli immigrati dalla Cina sono massicciamente presenti”.

Così Confindustria Toscana Nord commenta l’operazione ‘China Truck’ di polizia e Dda scattata ieri con l’esecuzione di 33 ordinanze di custodia cautelare per associazione a delinquere di stampo mafioso. “L’impegno dell’associazione per l’etica e la legalità non ha connotazioni etniche – si legge nella nota -: tuttavia siamo sempre stati consapevoli, e non abbiamo esitato a dichiararlo, che ci sia uno specifico problema legato alla comunità cinese”.

“L’operazione condotta dalla Direzione distrettuale antimafia di Firenze e dalla Questura di Prato, alle quali va il nostro plauso, ha evidenziato fenomeni di delinquenza di straordinaria gravità, forse non inaspettati ma comunque mai apparsi con questa evidenza. Pur senza generalizzare, quanto è emerso dalle indagini getta una luce estremamente inquietante sul ‘”sommerso’ cinese a Prato e rende evidente quanto l’illegalità diffusa sia un terreno in grado di generare fenomeni molto pericolosi. L’auspicio è che si continui con indagini e controlli, che nel tempo potranno portare Prato fuori da quell’immagine di illegalità che oggi la danneggia fortemente”.

L’associazione conclude osservando che “la presenza sul territorio di organizzazioni criminali sarebbe un gravissimo problema in ogni caso, indipendentemente dall’origine delle persone coinvolte; con una comunità cinese che a Prato si conta nell’ordine delle decine di migliaia, la situazione è ancora più grave perché si intreccia con l’obiettivo dell’integrazione e rischia di comprometterlo” ed “è giusto l’appello del procuratore della Repubblica Nicolosi, che ha invitato la comunità cinese a rompere il muro dell’omertà. Collaborare con la giustizia sarebbe un segnale forte e inequivocabile di presa di distanza da fenomeni patologici che hanno fra i loro effetti anche quello di ostacolare l’integrazione, alimentando pregiudizi e sospetti”.

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