Palazzo Strozzi, Galansino: “Con Abramovic verso nuovo record”

Palazzo Strozzi, Galansino: “Con Abramovic verso nuovo record”

“Siamo poco oltre la metà del percorso, e la mostra sta sicuramente battendo ogni record, ci sta rendendo molto soddisfatti, andiamo già verso i 100mila visitatori”.

Lo ha detto Arturo Galansino, direttore della Fondazione Strozzi, oggi durante la presentazione della performance ‘The house with the ocean view’ che inizierà domani a Palazzo Strozzi nell’ambito della mostra ‘Marina Abramović. The cleaner’ (fino al 20 gennaio).

“Quasi tre quarti del pubblico è femminile – ha aggiunto Galansino – una cosa molto positiva e oltre le metà è sotto i 30 anni, il nostro pubblico è sempre più giovane e fa piacere che la nostra offerta culturale vada sempre più in questa direzione”.

Inoltre “è molto forte la presenza degli escursionisti, pari al 40%, cioè italiani che vengono a Firenze per vedere la mostra e il 44% dei nostri visitatori ha visitato Palazzo Strozzi per la prima volta. Quindi Marina è riuscita ad attrarre un pubblico nuovo, più giovane e più in rosa e il gradimento è praticamente del 100%”.

Sono 32, infine, i performer che “lavorano con noi quotidianamente facendo cambiare pelle alla mostra ogni giorno e ogni ora, dall’inizio – ha aggiunto il direttore – abbiamo avuto oltre 1.223 ore di performance e prima della fine della mostra ne avremo altre 1.085.

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Tela in testa all’Abramovic: “credevo regalo invece mi ha aggredita”

Tela in testa all’Abramovic: “credevo regalo invece mi ha aggredita”

La dichiarazione dell’artista serba: “E’ la prima volta che mi succede una cosa del genere. Con la violenza sugli altri non si fa arte. Anche io sono stata una giovane artista non famosa ma non ho mai fatto del male a nessuno. Nel mio lavoro io metto in scena diverse situazioni e metto a rischio la mia vita. Ma questa è una mia decisione e stabilisco io le condizioni”.

Un quadro di carta tirato in testa e che si rompe. Materiale innocuo, ma il gesto fa clamore perché poteva andare peggio. Tanta paura, dunque, per Marina Abramovic a Firenze, che comunque sta bene, non ha riportato nessuna ferita, è rimasta illesa. La grande artista serba da tre giorni ha inaugurato l’antologica ”The cleaner”, e un uomo l’ha attesa nel cortile di Palazzo Strozzi, sede della mostra, in mezzo ai suoi fans, per colpirla. “L’ho dovuto fare per la mia arte”, le uniche parole di spiegazione dell’aggressore alla stessa Abramovic che, pur sotto choc, ci ha voluto parlare subito dopo l’episodio.

L’uomo è un 51enne della Repubblica Ceca, sedicente artista, già autore di gesti clamorosi benché incruenti. La polizia lo conosceva già: l’ultimo precedente l’11 gennaio 2018 quando imbrattò di vernice una statua di Urs Fischer in piazza della Signoria. “Sono io Fischer”, disse quel giorno ai vigili. Stavolta l’ha bloccato la sicurezza di Palazzo Strozzi: non ha fatto resistenza, è rimasto a terra finché gli agenti non lo hanno portato via. Lui era calmo: aveva compiuto la sua missione. Ci sono video dei fans della Abramovic. In uno si vede bene la scena: le si fa incontro e le tira in testa la tela di carta, che si sfonda. Si ode un’esclamazione dell’aggressore mentre dà il colpo. Poi gridolini di stupore e riprovazione.

Una donna dice “E’ impazzito, ma sei pazzo?”, un’altra esclama “Che deficiente…”. I fans continuano a riprendere la scena mentre arriva la polizia. Nel pomeriggio è stato rilasciato. Marina Abramovic non lo denuncia. “Provo compassione”, ha detto l’artista. Che ricostruisce così: “Tra la folla c’era quest’uomo che portava con sé un dipinto raffigurante il mio volto in modo distorto. Si è avvicinato guardandomi negli occhi e gli ho sorriso pensando che fosse un regalo per me. In una frazione di secondo ho visto la sua espressione cambiare e diventare violenta, venendo verso di me molto velocemente e con forza. I pericoli arrivano sempre molto rapidamente, come la morte”. “Tutt’ad un tratto – prosegue – mi ha sbattuto in testa violentemente il quadro, intrappolandomi nella cornice. Tutto è successo molto rapidamente. Poi le guardie lo hanno isolato e fermato. Ero sotto shock”. Ma poi “la prima cosa che ho chiesto è stata: voglio parlarci, voglio sapere perché l’ha fatto. Perché questo odio contro di me? Quindi lo hanno portato da me e gli ho chiesto: ”Perché l’hai fatto? Perché questa violenza?”. Non gli avevo fatto niente. Non l’avevo mai incontrato prima. Lui ha detto: ”L’ho dovuto fare per la mia arte”. Questa è stata la risposta”.

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‘Marina Abramović – The Cleaner’

‘Marina Abramović – The Cleaner’

🔈Firenze, dal 21 settembre 2018 al 20 gennaio 2019 Palazzo Strozzi ospita una grande mostra dedicata a Marina Abramović, una delle personalità più celebri e controverse dell’arte contemporanea, che con le sue opere ha rivoluzionato l’idea di performance mettendo alla prova il proprio corpo, i suoi limiti e le sue potenzialità di espressione.

La mostra propone oltre 100 opere, offrendo una panoramica sui lavori più famosi della carriera di Marina Abramović, dagli anni Settanta agli anni Duemila, attraverso video, fotografie, dipinti, oggetti, installazioni e la riesecuzione dal vivo di sue celebri performance attraverso un gruppo di performer specificatamente formati e selezionati in occasione della mostra.

L’esposizione nasce dalla collaborazione diretta con l’artista, proseguendo così la serie di mostre che stanno portando a Palazzo  Strozzi  i  maggiori  rappresentanti dell’arte contemporanea a livello globale,  come Ai Weiwei (2016), Bill Viola (2017), Carsten Holler (2018).

Inoltre a rafforzare la particolarità di questo evento, il fatto che è  la  prima volta che una  donna sarà  protagonista assoluta di  una  mostra di  Palazzo Strozzi.

Marina Abramović

ha infatti raccolto la sfida di utilizzare  il Palazzo rinascimentale come luogo espositivo  unitario, unendo Piano Nobile, Strozzina  e cortile,  confrontandosi con un contesto  unico e ricco di sollecitazioni.

Il lavoro di Marina Abramovié ci parla di ricerca e desiderio  di sperimentare la trasformazione emotiva e spirituale. Come ricorda  l’artista, il titolo dell’esposizione, The Cleaner, fa riferimento a un particolare  momento  creativo  ed esistenziale, ad una riflessione  dell’artista sulla propria vita: «Come in una casa: tieni solo quello che ti serve e fai pulizia del passato, della memoria, del destino».

Con questa mostra riflette sulla propria lunga carriera  in un luogo speciale come Palazzo  Strozzi, e proprio in Italia, un paese che ha un significato importante  nella biografia  e neli’evoluzione del suo percorso artistico.

La mostra diviene una straordinaria occasione  per scoprire la complessità  dell’arte di Marina Abramović, i cui lavori spaziano da azioni forti, violente e rischiose a scambi di energia gestuali e silenziosi, fino a veri e propri incontri con il pubblico,  che negli ultimi anni è diventato  sempre più protagonista  nelle sue opere.

Gimmy Tranquillo ha intervistato Arturo Galansino direttore generale della Fondazione Palazzo Strozzi ed il sindaco di Firenza Dario Nardella:

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La storia di Marina Abramovic, terza puntata

La storia di Marina Abramovic, terza puntata

Oltre ad essere una performance artist straordinaria, da anni Marina Abramovic è impegnata a preservare e far conoscere al meglio la performance art.

Come racconta lei stessa – e qui traggo ancora le citazioni dalla sua autobiografia Attraversare i muri, uscito per i tipi della Bompiani: “Dopo trent’anni di performance, sentivo che era mio dovere raccontare la storia della performance art in modo sia da rispettare il passato sia da lasciare spazio alla reinterpretazione”.

L’idea geniale qui è quella della reinterpretazione. E’ possibile, è giusto? Si possono rimettere in scena performances storiche o sono queste legate indissolubilmente al corpo di chi le ha inventate e messa in scena la prima volta?

 

Perchè sia possibile reinscenarle Marina Abramovic, che ormai si autodefinisce ” la nonna della performance art”, ha stabilito quattro condizioni: “bisogna chiedere l’autorizzazione all’artista (o agli eredi o alla fondazione che eventualmente gestisce il suo lavoro); corrispondere royalties all’artista; eseguire una nuova interpretazione mettendo in chiaro la fonte; e rendere visibili i video e i materiali della performance originale”.

A questo fine Marina Abramovic ha anche creato il MAI (acronimo per Marina Abramovic Institute) e messo a punto il Metodo Marina Abramovic. Allena artisti che facciano performance e non solo. (Lady Gaga è stata una sua allieva e si è sottoposta a un allenamento rigorosissimo che comporta digiuno, solitudine, meditazione e altro).

Cosa vedremo a Palazzo Strozzi a Firenze? E’ ancora tutto top secret. La mostra si chiama The Cleaner. Cioè colui o colei che pulisce. Le nostre anime, la nostra psiche, le nostre energie?

Ci saranno performances reinterpretate da giovani artisti.  Come Imponderabilia, della quale si è già detto qui. Questa volta non sarà più una sorpresa e potete pensare per tempo da che parte voltarvi attraversando il passaggio tra i due corpi… sarà interessante osservare cosa succede!

Concludo il lungo racconto sul lavoro di Marina Abramovic augurandomi che in mostra sia possibile vedere anche una nutrita selezione delle bellissime immagini fotografiche che hanno accompagnato negli anni il lavoro di questa artista fenomenale.

 

 

Margherita Abbozzo (fine.)

Credits per le immagini:

In copertina: Carrying the skeleton, 2008;  una recente reperformance di Imponderabilia e una di Thomas Lipps, del 1997; immagini del MAI e di artisti in training; Places of Power, Waterfall, 2013; The Kitchen, del 2009; Ritratto con fiori, 2009.

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Marina Abramovic e la sua storia

Marina Abramovic e la sua storia

Vita, opere e miracoli di Marina Abramovic: continua la breve introduzione alla fantastica artista che sarà presto a Palazzo Strozzi con la mostra The Cleaner.

Sin dagli inizi Marina Abramovic ha messo al centro del suo lavoro di performer il corpo, come in una delle sue prime performances che ebbe luogo nel 1974 allo Studio Morra a Napoli. Per Rhytm 0  rimase ferma per sei ore, a completa disposizione del pubblico, che potè letteralmente farle ciò che volle, utilizzando tutto ciò che lei aveva disposto su un tavolo.

Il corpo al centro di tutto, quindi. Insieme alla determinazione di testare i limiti: sono questi gli elementi chiave del lavoro di Marina Abramovic.  Quali limiti? Quelli fisici, mentali e psicologici. I suoi e degli altri, cioè degli spettatori, della società, di tutti noi.

Il suo lavoro si incentra su questa determinazione. Da Rhytm O del 1974 a The Artist is Present, la mega performance durata 736 ore nell’atrio del MOMA, il Museum of Modern Art di New York, nel 2010.

E’ una delle sue performances più famose. Come racconta lei stessa nella sua autobiografia Attraversare i muri, edita da Bompiani, ” Le regole erano semplici; ogni persona poteva sedersi davanti a me per tutto il tempo che voleva, breve o lungo che fosse. Ci saremmo guardati negli occhi. Non era permesso nè toccarmi nè parlarmi”.

Successero cose straordinarie. Rimando alle belle pagine dell’autobiografia per il suo racconto e al film dallo stesso titolo della performance.  Qui basti dire che più di millecinquecento persone si sedettero davanti a lei.

 

Tra Rhytm O e The Artist is Present ci sono quasi quarant’anni di lavoro sempre coerente, poetico e indimenticabile. Qui non è possibile ripercorrerne tutte le tappe. Voglio solo ricordare un lavoro che magari qualcuno dei miei piccoli lettori si ricorda di aver visto alla Biennale di Venezia del 1997.

Si tratta di Balkan Baroque, che fu una performance epica. Per 7 ore al giorno, per 4 giorni, Marina Abramovic rimase in una stanza-sottoscala buia, seduta su una piramide enorme di ossa sanguinolente “fetide e piene di vermi”.

Lei, coperta da un camice bianco, le ripuliva con un bruschino, in un rituale di purificazione di se stessa e per le stragi che avvenivano in quegli anni nei Balcani. Un video alle sue spalle raccontava una storia violenta, alternandosi a  scene dove, “vestita con una sottoveste nera e un fazzoletto rosso  ballavo freneticamente al ritmo di una canzone popolare serba. (…) L’orrore della carne e del sangue, un racconto disturbante, una danza sexy e poi il ritorno ad orrori ancora peggiori. Per quattro giorni, sette ore al giorno. Ogni mattina dovevo tornare ad immergermi in una catasta di ossa verminose. Nel seminterrato il caldo e la puzza erano insopportabili. Ma quello era il mio lavoro. Per me quello era il barocco balcanico”. Vinse il Leone d’oro.

Margherita Abbozzo (2, continua.)

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