Museo Horne

Veduta esterna del museo

Il palazzo che ospita il Museo Horne s’innalza tra due antiche strade del quartiere di Santa Croce: via de’ Benci e corso de’ Tintori, in prossimità dell’antico ponte alle Grazie. Fin dal Trecento le case poste su questa cantonata, già proprietà dei Fagni, facevano parte del patrimonio della potente famiglia Alberti, che qui eresse un palagetto intorno alla metà del XIV secolo. Nel 1489, per un debito contratto dagli Alberti, il tribunale del Podestà assegnò il palazzo ai fratelli Luigi e Simone Corsi che, tra il 1492 e il 1502, ampliarono e modificarono radicalmente l’edificio fino a quadruplicarne il valore e a farne modello di riferimento per tanti palazzi eretti come residenze del ceto dirigente cittadino nel corso del Cinquecento. Le sue modeste dimensioni sono compensare dalla qualità estremamente elevata dei prospetti, dalle studiate proporzioni dei volumi interni, dall’attenta distribuzione delle funzioni, dalla eccezionale ricchezza degli ornamenti in pietra.

Nel 1911 l’architetto e storico dell’arte inglese Herbert Percy Horne acquista il Palazzo Corsi, con l’intento di dare una adeguata cornice alla propria collezione di dipinti, sculture, disegni e arredi, così da ricreare l’atmosfera e gli ambienti di una dimora rinascimentale.
Alla sua morte, nel 1916, Horne lascia la propria raccolta (che nel frattempo si è sviluppata fino ad accogliere oltre seimila opere) allo Stato italiano, dando vita a una fondazione, destinata “a beneficio degli studi”.

Ancora oggi il Museo Horne si presenta ai visitatori così come lo ha voluto il collezionista inglese: un raffinato scrigno di capolavori di pittura e scultura (da Giotto a Simone Martini, a Masaccio, a Filippino Lippi, a Domenico Beccafumi e al Giambologna) ma anche e soprattutto una casa, arredata con pezzi pregiati dal Duecento al Seicento.

Nel cuore di Firenze, luogo-simbolo della cultura e dell’arte del Rinascimento, il Museo Horne si propone così come uno spazio in cui rivivere il passato e scoprire usi, costumi e arte della città tra Quattro e Cinquecento.

INFORMAZIONI UTILI

MUSEO HORNE, via dei Benci, 6 – 50122 Firenze
Linee ATAF 23, C

Orario di apertura:

dal lunedì al sabato 9-13 (chiuso domenica e festivi)

Cappella Brancacci

 

All’interno della Chiesa del Carmine a Firenze,la Cappella Brancacci con gli affreschi di Masaccio e Masolino è una delle testimonianze più importanti della pittura del Rinascimento. Infatti gli affreschi della Cappella Brancacci sono considerati a livello internazionale un vero e proprio capolavoro di arte pittorica, Giorgio Vasari definì  la cappella  scuola del mondo”, punto di partenza per tutte quelle ricerche sulla luce, la prospettiva, il colore e la plasticità delle figure del rinnovamento artistico. Le opere di Masaccio e Masolino risalgono agli anni 1425-1427 e furono completate intorno al 1482 da Filippino Lippi. Sempre all’interno del complesso museale del Carmine si può visitare la Sala della Colonna dove al suo interno trovato posto numerosi affreschi staccati e sinopie raccolte da vari locali dell’allora convento.

La Chiesa del Carmine ed il relativo Convento del Carmine risalgono al XVII secolo. L’intero complesso fu realizzato da un gruppo di frati carmelitani di origini pisane. L’accesso alla Cappella Brancacci si trova nei pressi del chiostro della Chiesta del Carmine in Piazza del Carmine n. 14.

Santa Maria Del Carmine e Cappella Brancacci

La fondazione della chiesa, dedicata alla Beata Vergine del Carmelo, risale al 1268, ma la sua costruzione si protrasse fino al XV secolo. Poco rimane della struttura antica, non solo per ampie modifiche cinquecentesche, ma anche e soprattutto a causa di un terribile incendio che nel 1771 provocò la perdita di gran parte dell’edificio originario. La chiesa di oggi è in massima parte frutto della ricostruzione settecentesca in forme tardo barocche, affidata a Giuseppe Ruggieri. A quell’epoca risalgono le pitture del soffitto (Ascensione di Cristo) e della cupola (La Trinità e la Vergine in Gloria fra i Santi dell’Antico e Nuovo Testamento) eseguite da Giuseppe Romei e Domenico Stagi. L’incendio non investì l’antica sagrestia, che conserva nella cappella le Storie di Santa Cecilia attribuite a Lippo d’Andrea (1400 circa), la Cappella Brancacci nella testata del transetto destro, e la Cappella Corsini in quello di sinistra. La Cappella Brancacci accoglie il capolavoro della pittura rinascimentale, la decorazione ad affresco con le Storie di San Pietro, realizzate per la massima parte in collaborazione da Masaccio e Masolino fra il 1425 e il 1427. Gli affreschi presentano nel registro superiore: Adamo ed Eva nel Paradiso Terrestre e il Peccato Originale di Masolino e La cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso Terrestre col Tributo ed Il Battesimo dei neofiti di Masaccio, mentre di Masolino sono anche La predicazione di San Pietro con La guarigione dello storpio e la resurrezione di Tabita; in quello inferiore sono di Masaccio le due scene dipinte sulla parete della finestra: San Pietro risana gli infermi con l’ombra e La distribuzione dei beni e la morte di Anania.

I lavori furono lasciati incompiuti da Masolino, partito per l’Ungheria, e da Masaccio, recatosi a Roma, ove morì nel 1428. Fra il 1435 e il 1458, quando il committente Felice Brancacci cadde politicamente in disgrazia, i frati cambiarono il titolo della cappella che venne dedicata alla ‘Madonna del Popolo’, spostandovi dall’altar maggiore l’ancona duecentesca raffigurante la Madonna col Bambino. Fu forse in quell’occasione distrutto parte dell’affresco di Masaccio recante in origine i ritratti dei committenti, in una sorta di damnatio memoriae. Gli affreschi della Brancacci furono portati a termine da Filippino Lippi, che negli anni fra il 1481 e il 1485 lavorò sul registro inferiore della parete sinistra, proseguendo l’affresco con La resurrezione del figlio di Teofilo e il San Pietro in cattedra iniziato da Masaccio, e dipingendo ex novo San Pietro in carcere visitato da San Paolo sull’attiguo pilastro; sulla parete di fronte eseguì la scena della Disputa dei Santi Pietro e Paolo con Simon Mago e la Crocifissione di San Pietro e sul pilastro il San Pietro liberato dal carcere. Fra il 1746 e il 1748 la cappella fu ampiamente rimaneggiata: in quell’occasione Vincenzo Meucci affrescò nella volta la Vergine che dà lo scapolare a San Simone Stock; andò così perduta la decorazione originale con gli Evangelisti di Masolino, e nelle lunette il Naufragio degli Apostoli e la Vocazione degli Apostoli. Dalle fiamme del 1771 si salvò anche la cappella Corsini, uno dei gioielli del barocco a Firenze, nella quale sono venerate le spoglie di Sant’Andrea Corsini (1301-1374), canonizzato nel 1629. Su disegno dell’architetto Pier Francesco Silvani, la cappella impegnò fra il 1675 e il 1683 Luca Giordano per gli affreschi della cupola (Gloria di Sant’Andrea Corsini) e Giovanni Battista Foggini per i rilievi marmorei (Sant’Andrea Corsini e la Battaglia d’Anghiari, la Messa di Sant’Andrea e l’Apoteosi di Sant’Andrea Corsini). Si salvò anche il monumento funebre in marmo di Pier Soderini, opera di Benedetto da Rovezzano (1512-1513), posto all’interno del coro, dietro l’altar maggiore. Accanto alla chiesa si estende il convento, assai ricco di opere d’arte. Nella Sala della Colonna, che dà sul chiostro, sono stati collocati frammenti di affreschi attribuiti a Pietro Nelli (1385 circa), altri provenienti dalla cappella Del Pugliese eseguiti dallo Starnina (1404 circa), e l’affresco staccato con la Conferma della Regola di Filippo Lippi (1432). Nell’antico refettorio è il Cenacolo di Alessandro Allori (1582), mentre il secondo refettorio è affrescato con la Cena in casa di Simone Fariseo di Giovan Battista Vanni (1645 circa) e raccoglie anche affreschi staccati provenienti dalla cappella Nerli raffiguranti Storie della Passione di Cristo attribuiti a Lippo d’Andrea (1402).