Strage Georgofili, Bugli: “Assegnare i beni sequestrati e approvare il Codice antimafia”

FIRENZE - "In Toscana abbiamo 392 beni confiscati alla criminalità mafiosa. Vanno restituiti ad usi collettivi per affermare la presenza reale e credibile dello Stato. Purtroppo neppure nel caso della tenuta di Suvignano nel comune di Monteroni d'Arbia, sequestrata nel 2008, nonostante l'impegno della Regione, del Ministero dell'agricoltura e delle altre istituzioni locali siamo ancora arrivati alla fine del percorso. Chiedo quindi sia fatto tutto il possibile perché questi beni diventino strumenti di riscatto economico e sociale".

Ne è convinto l'assessore regionale alle politiche per la sicurezza dei cittadini e alla cultura della legalità, Vittorio Bugli, che ha aperto con questo appello il Convegno che si è svolto nella Sala Pegaso della Presidenza della Regione in occasione del 24° anniversario della strage di Via dei Georgofi, presente tra gli altri il presidente del Senato Pietro Grasso.

"L'altra questione – ha detto Bugli - riguarda il Codice antimafia che è stato approvato dalla Camera, ma è ancora fermo al Senato. Sarebbe un vero peccato se questa legislatura si chiudesse senza che ci dotassimo di uno strumento in più nella lotta alla criminalità mafiosa". 

L'assessore ha poi parlato della necessità di un impegno collettivo per fare "cose concrete che servano a combattere una mafia che è sempre diversa e usa metodi nuovi, più difficili da scoprire" e anche per "dare una spiegazione alle troppe domande ancora senza risposta, come nel caso del coinvolgimento di personalità dello Stato. Insomma è arrivato il momento di trovare punti fermi alla fine di un percorso fin troppo lungo".

E Vittorio Bugli ha ricordato come la Regione si sia costituita parte civile nei processi, abbia approvato più di dieci anni fa una legge che prevede interventi a favore dei familiari delle vittime della mafia, sostenga il ricordo della strage di via dei Georgofili in accordo con l'associazione dei familiari delle vittime, che sta facendo un lavoro straordinario, e continui ad investire e voglia farlo ancora di più nel proprio Centro di documentazione Cultura della Legalità Democratica.

"Stiamo poi lavorando insieme alle università – ha concluso l'assessore Bugli – alla costituzione di un Osservatorio sulla criminalità organizzata in Toscana, che presto presenteremo".    

Ventiquattro anni dalla strage dei Gergofili, il 26 maggio il presidente del Senato

FIRENZE -  La più piccola, Caterina,  aveva appena cinquanta giorni di vita. Morì assieme alla mamma Angela Fiore e il babbo Fabrizio Nencioni, con la sorella Nadia di 9 anni e il ventiduenne studente di architettura Dario Capolicchio nell'esplosione che nella notte tra il 26 e 27 maggio del 1993 distrusse la storica Torre de' Pulci dove ha sede l'Accademia dei Gergofili di Firenze.

Quella bomba la mise la mafia e venerdì (e poi ancora sabato), ventiquattro anni dopo, la Toscana si fermerà di nuovo a ricordare. Ci sarà anche il presidente del Senato Pietro Grasso. La seconda carica dello Stato parteciperà al convegno del 26 maggio che inizierà alle 16 nella sala Pegaso  di Palazzo Strozzi Sacrati, sede della presidenza della Regione. Con Grasso interverranno l'assessore alla presidenza della Toscana Vittorio Bugli, Giovanna Maggiani Chelli per l'associazione dei familiari delle vittime della strage, il procuratore capo di Pisa Alessandro Crini, quello dei Prato Giuseppe Nicolosi e l'avvocato di parte civile nel processo sulle stragi del 1993 Danilo Ammannato.

Si parte da una frase che Giuseppe Graviano, reggente mafioso e tra gli organizzatori di quella strage, rivolse a Gaspare Spatuzze e Cosimo Lo Nigro: "Ne capite qualcosa di politica voi? No! E' bene che ci portiamo dietro un po' di morti, così di danno una mossa". Parole capaci ancora di far accapponare la pelle.

Il presidente del Senato Grasso si tratterà fino a notte, quando dopo il concerto in piazza    della Signoria la manifestazione si concluderà con la deposizione alle 1.04, l'ora esatta in cui la bomba esplose, sul luogo dell'attentato.  La mattina dopo, alle 8.30, un cuscino di rose sarà deposta sulla tomba della famiglia Nencioni al cimitero della Romola, nel comune di San Casciano in Val di pesa. Ci saranno anche gli alunni della scuola elementare della vicina frazione di Cerbaia, che ricorderanno la strade. Un secondo cuscino di rose sarà deposto, alla stessa ora, nel cimitero di Sarzanello a Sarzana, sulla tomba di Dario Capolicchio. 

 

Ventiquattro anni dalla strage dei Gergofili, il 26 maggio il presidente del Senato

FIRENZE -  La più piccola, Caterina,  aveva appena cinquanta giorni di vita. Morì assieme alla mamma Angela Fiore e il babbo Fabrizio Nencioni, con la sorella Nadia di 9 anni e il ventiduenne studente di architettura Dario Capolicchio nell'esplosione che nella notte tra il 26 e 27 maggio del 1993 distrusse la storica Torre de' Pulci dove ha sede l'Accademia dei Gergofili di Firenze.

Quella bomba la mise la mafia e venerdì (e poi ancora sabato), ventiquattro anni dopo, la Toscana si fermerà di nuovo a ricordare. Ci sarà anche il presidente del Senato Pietro Grasso. La seconda carica dello Stato parteciperà al convegno del 26 maggio che inizierà alle 16 nella sala Pegaso  di Palazzo Strozzi Sacrati, sede della presidenza della Regione. Con Grasso interverranno l'assessore alla presidenza della Toscana Vittorio Bugli, Giovanna Maggiani Chelli per l'associazione dei familiari delle vittime della strage, il procuratore capo di Pisa Alessandro Crini, quello dei Prato Giuseppe Nicolosi e l'avvocato di parte civile nel processo sulle stragi del 1993 Danilo Ammannato.

Si parte da una frase che Giuseppe Graviano, reggente mafioso e tra gli organizzatori di quella strage, rivolse a Gaspare Spatuzze e Cosimo Lo Nigro: "Ne capite qualcosa di politica voi? No! E' bene che ci portiamo dietro un po' di morti, così di danno una mossa". Parole capaci ancora di far accapponare la pelle.

Il presidente del Senato Grasso si tratterà fino a notte, quando dopo il concerto in piazza    della Signoria la manifestazione si concluderà con la deposizione alle 1.04, l'ora esatta in cui la bomba esplose, sul luogo dell'attentato.  La mattina dopo, alle 8.30, un cuscino di rose sarà deposta sulla tomba della famiglia Nencioni al cimitero della Romola, nel comune di San Casciano in Val di pesa. Ci saranno anche gli alunni della scuola elementare della vicina frazione di Cerbaia, che ricorderanno la strade. Un secondo cuscino di rose sarà deposto, alla stessa ora, nel cimitero di Sarzanello a Sarzana, sulla tomba di Dario Capolicchio. 

 

La famiglia Martini nel “grande meccanismo della Storia” al Salone del libro di Torino

TORINO – I toscani più attenti ai temi della memoria – in particolare i ragazzi e le ragazze del Treno verso Auschwitz - hanno imparato negli ultimi anni a conoscere Marcello Martini, partigiano pratese deportato nel lager di Mauthausen a soli 14 anni (qui la sua storia http://webrt.it/2p0t). Al Salone del libro di Torino la Regione Toscana ha presentato il volume "Una famiglia in lotta. I Martini tra fine Ottocento, Grande Guerra, Resistenza e Deportazione" di Laura Antonelli e Andrea Giaconi per le Edizioni dell'Assemblea del Consiglio regionale della Toscana. Il libro, finanziato dalla Giunta regionale, è scaricabile in formato pdf all'indirizzo https://goo.gl/7A7hdB.

La storia della famiglia di Marcello - intervenuto alla presentazione, oggi vive in Piemonte – è stata nell'ultimo secolo coinvolta a più riprese in quello che può essere definito il "grande meccanismo della Storia" e ne è diventata un piccolo ma importante ingranaggio. Partendo dalla documentazione originale di Marcello Martini, donata al Museo della Deportazione e della Resistenza di Prato diretto da Camilla Brunelli, il libro coglie il contributo di estremo valore che i componenti delle due famiglie dettero al primo associazionismo democratico, all'antifascismo, alla Resistenza. Contributo per il quale dovettero anche subire il carcere e la deportazione. Ne derivano i ritratti d'indubbia altezza morale del notaio Camillo Dami e del tipografo Martino Martini (antifascisti e massoni), del figlio Mario a capo della Resistenza pratese, di sua moglie Milena e dei suoi figli Anna, Marcello e Piero.

Monica Barni, vicepresidente e assessore regionale alla cultura, ha introdotto questa storia come "una storia di una famiglia toscana che diventa storia nazionale ed internazionale, perché di tale ampiezza furono le vicende della Resistenza nel nostro Paese. Questo volume restituisce quindi voce ai testimoni di un'epoca e ribadisce l'impegno costante che la Toscana mantiene rispetto al tema del 'fare Memoria'. Questa responsabilità che è da sempre fortemente ancorata alla ricerca scientifica, permette di eliminare ogni elemento di retorica e di non limitarsi a ricordare, ma di muovere verso l'impegno concreto."

Per Eugenio Giani, presidente del Consiglio regionale che edita il libro, "La famiglia Martini diventa oggi il simbolo del riscatto sociale di fronte alla dittatura. Sono donne e uomini che hanno scelto di rischiare la propria vita per la libertà, ma soprattutto per affermare il profondo senso di giustizia che ha attraversato tre generazioni differenti, unite dall'idea che fosse necessario resistere anche quando la via scelta era la più impervia, quella dell'antifascismo e della lotta per la libertà".

Il volume è promosso dalla Fondazione Museo e Centro di Documentazione della Deportazione e Resistenza di Prato.

La “pedagogia del riconoscimento” contro i pregiudizi razziali al Salone del libro di Torino

TORINO – Quale soluzione può esserci per contrastare l'antisemitismo provato da un giovane ragazzo arabo nei confronti dei suoi coetanei ebrei, e più in generale un'insofferenza verso le tematiche legate alla deportazione, allo sterminio e alla Shoah? E' la domanda che si è posta Elke Gryglewski, dottore di ricerca in scienze politiche e vicedirettrice del Memoriale e centro di formazione "Villa della Conferenza di Wannsee" di Berlino, il luogo dove i nazisti pianificarono la "soluzione finale" nel gennaio del 1942.

La professoressa Gryglewski è stata invitata al Salone del libro di Torino dalla Regione Toscana e dal Museo della deportazione e resistenza di Prato, proprio per illustrare i risultati della sua ricerca intitolata "Approcci di giovani berlinesi di origine arabo-palestinese e turca al tema del nazismo e dell'Olocausto".

"Solo chi sente riconosciuta la propria sofferenza è in grado di provare empatia verso la sofferenza altrui" - risponde Elke Gryglewski interrogata da Camilla Brunelli direttrice del museo pratese. "I nostri ospiti hanno una lingua, una cultura, una storia diversa da quella tedesca. Tale realtà deve essere 'riconosciuta' e non solo 'percepita' all'interno di una società multiculturale come la nostra. In questo modo sarà più semplice confrontarsi e discutere della cosiddetta 'Cultura della memoria tedesca'. Per la ricercatrice berlinese chi viene trattato democraticamente e senza pregiudizio potrà quindi avere un approccio più razionale e meno emotivo sui fatti oggetto della discussione.

"Durante la ricerca è emerso come le posizioni antisemite, le più radicali, possono essere così smussate fino ad azzerarsi rapidamente", ha continuato. "Cosa che non avviene, ad esempio, con gli estremisti di destra o con chi affronta il tema dell'Olocausto ideologicamente".

Per Gryglewski è quindi necessario lavorare su una "pedagogia del riconoscimento", su "processi formativi" che talvolta permettono ai giovani arabi di "identificarsi proprio con quegli ebrei eredi delle vittime della Shoah, di empatizzare con le loro vicende storiche e famigliari, capire meglio il presente".

Camilla Brunelli ha citato infine la sperimentazione che il Museo della deportazione e della resistenza sta compiendo con alcune scuole del pratese e del fiorentino. Da qualche mese è stato tradotto in cinese - grazie alla Giunta regionale - il catalogo del Museo, un volume illustrato ricco di storie, documenti, mappe, oggetti che raccontano la più grande tragedia del Novecento. "Il fatto che i bambini e i ragazzi cinesi vedano 'riconosciuta' la propria lingua come veicolo di una storia a loro lontana li entusiasma e permette loro di confrontarsi prima e meglio con i temi e i luoghi della memoria, paradossalmente sempre più difficili da far conoscere nell'epoca di internet a causa del sempre più dilagante 'hate speech' (incitamento al discorso d'odio) sui social."


"L'incontro restituisce al pubblico del Salone di Torino il lavoro pluriennale condotto sui temi della memoria della deportazione dalla Regione Toscana, con particolare attenzione alle giovani generazioni. Accanto all'iniziativa del Treno della memoria (https://goo.gl/tEXQWY) – che ha portato negli anni migliaia di studenti toscani e centinaia di insegnanti a visitare i campi di sterminio di Auschwitz e Birchenau – la Toscana è un luogo di sperimentazione e dibattito critico in relazione alle forme con cui la costruzione di una coscienza critica su questi temi possa essere alimentata nel mondo contemporaneo. E' in questo contesto che si colloca la traduzione in cinese del catalogo del Museo della Deportazione di Prato (partner consolidato con cui da anni lavoriamo su questi temi) che rappresenta la prima esperienza italiana che prova a mediare questi contenuti con le giovani generazioni multiculturali".