Svastica Empoli, Bugli: “Chi l’ha disegnata vuole che certe cose tornino ad accadere”

FIRENZE - Ferma condanna da parte della giunta regionale alla svastica disegnata con vernice nera che è apparsa oggi a Empoli, su un monumento dedicato al lavoro e alla  memoria dei deportati della città nei campi di concentramento  e sterminio nazisti. Il monumento, una ciminiera, sorge dove un tempo operava una storica vetreria e dove l'8  marzo 1944 cinquantacinque persone furono rastrellate per essere deportate nei campi in Germania.  

"Quando realizzammo quel monumento al lavoro  - ricorda l'assessore alla presidenza Vittorio Bugli, che di Empoli è stato anche sindaco - decidemmo di ricordare con una lapide i deportati, cittadini che in molti casi erano lavoratori della vetreria Taddei. La città volle farlo non solo per non dimenticare quanto era accaduto ma anche per ribadire con forza che non dovesse più accadere.  Il messaggio di quella svastica disegnata è chiaro: chi l'ha dipinta vuole invece che quelle cose tornino a succedere e la risposta delle istituzioni e della società non può dunque che essere forte".

L'assessore Bugli era oggi a Roma per impegni istituzionali. Non ha potuto dunque partecipare alla manifestazione prontamente promossa dal sindaco di Empoli. "Ma è come se fossi lì – sottolinea -, con tutta la mia convinzione".    

Svastica Empoli, Rossi: “Atto vile e preoccupante. Tenere viva cultura antifascista”

FIRENZE - "Lo sfregio al monumento dedicato ai deportati nella ex Vetreria Taddei è un gesto vile, che desta preoccupazione". Così il presidente della Regione Enrico Rossi manifesta lo sdegno per la svastica disegnata, a Empoli, sul monumento dedicato alla memoria dei deportati nei lager nazisti. 

"Un vergognoso atto - prosegue il presidente - che purtroppo segue quelli che, in altre parti d'Italia, hanno colpito in questi giorni i simboli della lotta alle mafie e ci mette di fronte ad un ignobile attacco ai valori fondativi della nostra vita repubblicana e della nostra coscienza civile. E' quantomai necessario impegnarsi per tenere viva la cultura diffusa dell'antifascismo e fare di tutto perchè siano individuati i responsabili di questo grave affronto alla memoria di chi ha lottato per la liberazione del nostro paese dalla dittatura".

1917-1927, Donne in marcia contro la guerra

In occasione del centenario della marcia delle donne per la pace avvenuta in Val di Bisenzio e Prato nel luglio 1917, la Fondazione CDSE (Centro di documentazione storico etnografico) ha curato un calendario di eventi in collaborazione con Regione Toscana, Comune di Prato, Provincia di Prato, Comune di Vaiano, Comune di Cantagallo, Comune di Vernio e Archivio di Stato di Prato, che vedrà lo svolgersi di manifestazioni, convegni, laboratori, mostre, camminate e concerti in tutto il territorio pratese. Partiti il 30 giugno, si concluderanno il  9 luglio 2017.  Il programma

 

Quando le donne a Prato protestavano contro la guerra. Cento anni dopo la marcia del 1917

FIRENZE - Cento anni dopo, Prato ricorda con due mostre e dieci eventi  in tre giorni l'Italia che protestava contro la guerra: un'iniziativa per tramandare la memoria di chi allora invocava la pace.  E' il luglio 1917:  i luoghi sono quella Valbisenzio, in Toscana, valle che dalle prime propaggini degli Appennini si distende lungo il corso del Bisenzio, attorno fabbriche e stabilimenti che sfruttano la forza dell'acqua. La Grande guerra ancora infuria. Il fronte è lontano, sulle Alpi, ma il conflitto bellico sta sfibrando l'intero paese. La società civile è esasperata  e con gli uomini in trincea sono le donne soprattutto (insieme a volte ad anziani e bambini) a scendere in piazza per invocare la pace. Accade il 1 maggio 1917 nel Chianti: a Lamole quaranta contadine protestano brandendo una bandiera rossa davanti al municipio di Greve. Accade un po' in tutta Italia, dove tra l'ottobre 1916 e l'aprile 1917, dopo la chiamata alle armi dei ragazzi del ‘99, si  contano più di cinquecento manifestazioni: a Bologna, in Lombardia, a Torino.

Succede il 2 luglio 1917 anche nel pratese, quando centinaia di donne impiegate nelle fabbriche tessili si mettono in marcia per dire no alla guerra.  Percorrono tutta la valle del Bisenzio fino a Prato, dove arrivano il 5 luglio. Il corteo via via si ingrossa, si uniscono chilometro dopo chilometro altre operaie e contadine, giovani per lo più, e alla fine conterà mille e cinquecento persone, quasi seicento solo da Vaiano.  A guidarle Teresa Meroni, sindacalista e paladina dei diritti delle donne; una ‘rivoluzionaria di professione", come viene definita nei verbali della polizia, giunta nel 1915 da Milano insieme al compagno Battista Tettamanti (subito richiamato al fronte), con il compito di guidare la Lega laniera della Val di Bisenzio.     

Il loro esempio infiammerà altre fabbriche, altre donne, portando la protesta sino alle porte di Pistoia, dalle contrade di cenciaioli come Iolo, Galciana, San Giusto, Vergaio, Tavola fino ai comuni medicei. A Carmignano infatti duecento donne inneggianti alla rivoluzione si radunano davanti al municipio per chiedere la fine della guerra.
La protesta e gli scioperi si concludono il 9 luglio, con le cariche a Prato sulle manifestanti, cinquantasei arresti e i processi.  Teresa Meroni verrà spedita al confino in Garfagnana, ma  dai verbali degli interrogati, raccolti e pubblicati, emergono tanti altri volti e tante altre storie: quella di Umiltà Ciardi, condannata a cinque giorni di carcere e 60 lire di multa, oppure di Natalina Quercioli, diciannovenne arrestata assieme alla madre, che sarebbe poi diventata la levatrice di tutto il paese.  Donne che capiscono quali erano i problemi della società di allora. E che lottano per per superarli, scendendo in piazza o prendendo a morsi i cavalleggeri che le assaltano.

(hanno collaborato Caterina Fanfani e Moira Pierozzi)