Certificazione verde Covid-19: “Mi è arrivato il Green Pass”

Certificazione verde Covid-19: “Mi è arrivato il Green Pass”

Firenze, ieri sera ho ricevuto una e-mail dal Ministero della Salute, che nel soggetto annunciava: “La Certificazione verde Covid-19 è disponibile”.

“È disponibile la Certificazione verde Covid-19 di GI*T – si legge infatti nel testo della mail – Potrai acquisirla utilizzando il codice AUTHCODE XXXXXXXXXXXX al seguente link https://www.dgc.gov.it/spa/public/ oppure con l’App Immuni (https://www.immuni.italia.it/download.html). Inserisci il codice, la data di scadenza e il numero della Tessera Sanitaria dell’intestatario della certificazione. Se non hai la Tessera Sanitaria, perché non iscritto al Servizio Sanitario Nazionale, inserisci il codice AUTHCODE con il tipo e numero del documento che hai comunicato al momento della prestazione sanitaria che ha dato origine alla Certificazione”.

Ma avendo già scaricato la App IO, che mi era servita per il bonus vacanze, la parte della mail che più mi interessa è questa: “La Certificazione è disponibile anche su App IO (https://io.italia.it/): se sei l’intestatario della Certificazione, riceverai la notifica in app da cui visualizzarla direttamente, senza fare alcuna richiesta ne inserire codici o altri dati. Ti basterà aver effettuato l’accesso all’App IO con la tua identità digitale SPID o CIE”.

Apro subito la App IO e rimango deluso perché la Certificazione verde non c’è, ma è ormai passata la mezzanotte e non ho voglia di provare a vedere se non sia arrivata sulle altre due piattaforme elencate nella mail, e quindi spengo il cellulare.

Ma una delle prime cose che faccio stamane è aprire di nuovo IO, e trovo il messaggio: “Ministero della Salute, Certificazione verde Covid-19”, clicco sul pulsante ‘Visualizza’, ed eccolo li il mio Green Pass, la App mi invita a salvarlo nell’album foto del mio cellulare, lo faccio ed ora è a mia disposizione senza dovere più aprire la App. Ora sono pronto, non so bene ancora per cosa, ma sono pronto!

Una cosa è certa, questa pandemia ha accelerato, per parte della popolazione, purtroppo non per tutta, la conoscenza e l’uso dei supporti e dei canali digitali, con la App IO infatti si può entrare in contatto direttamente con il Ministero della Salute, con l’ACI dove si può pagare il bollo e ottenere i certificati di proprietà dei veicoli, ma anche con l’Agenzia delle Entrate, il Ministero del Lavoro, il Ministero dell’Interno dove si può fare richiesta della cittadinanza ed il ministero dell’Economia dove si può attivare il famoso ‘Cashback’. Per tutti coloro che ancora siano restii ad usare le nuove tecnologie un consiglio: non lo siate, la tecnologia è qui per rimanere e nel saperla usare ci sono indubitabilmente dei vantaggi.

Buona Giornata e Buona Fortuna!

Gimmy Tranquillo

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Alpha, Beta, Gamma… OMS rinomina varianti Coronavirus con lettere dell’alfabeto greco

Alpha, Beta, Gamma… OMS rinomina varianti Coronavirus con lettere dell’alfabeto greco

L’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), spera di semplificare il modo in cui il pubblico parla del crescente numero di varianti del coronavirus, assegnando diverse lettere dell’alfabeto greco a ogni nuova mutazione del virus.

Il nuovo sistema studiato da OMS prende i nomi di nuove varianti di SARS-CoV-2, il virus che causa il COVID-19, e le allontana da quella che a volte può confondere la nomenclatura scientifica, e che pone forte enfasi sui paesi dove le varianti sono state scoperte per la prima volta.

Ad esempio, con il nuovo sistema, la variante B.1.1.7, identificata per la prima volta nel Regno Unito, sarà denominata Alpha, la variante B.1.351, avvistata per la prima volta in Sud Africa, si chiamerà Beta, mentre la variante trovata inizialmente in Brasile, nota come P.1, si chiamerà Gamma.

I nuovi nomi non sostituiranno ufficialmente i nomi scientifici già assegnati alle nuove varianti, ma l’OMS spera che apportando questo cambiamento, si potrà evitare di alimentare lo stigma verso le nazioni in cui sorgono nuove varianti.

Il problema è nato dal fatto che i nomi scientifici originalmente adottati erano difficili da pronunciare e ricordare “Di conseguenza, – ha affermato l’OMS in una dichiarazione – le persone ricorrono spesso a chiamare le varianti in base ai luoghi in cui vengono rilevate, fatto che è stigmatizzante e discriminatorio”.

Il pericolo della stigmatizzazione è un problema su cui l’OMS aveva messo in guardia sin dai primi giorni della pandemia, quando alcuni politici, in particolare l’ex presidente Donald Trump, si riferivano abitualmente al virus come “virus cinese” o “virus Wuhan”. Trump aveva affermato di aver usato i termini “per essere precisi” e aveva sostenuto che “non erano affatto razzisti”, anche se aveva continuato ad usarli anche dopo che l’OMS aveva messo in guardia contro un linguaggio che può “perpetuare stereotipi o ipotesi negative”.

L’uso di tale linguaggio si diffuse. In uno studio pubblicato a maggio, i ricercatori dell’Università della California, a San Francisco, hanno collegato direttamente il primo tweet di Trump su un “virus cinese” a un aumento esponenziale del linguaggio anti-asiatico su Twitter.

In India, la sensibilità alla stigmatizzazione ha portato il governo il mese scorso a chiedere alle società di social media di rimuovere qualsiasi riferimento alla “variante India” dalle loro piattaforme. Un funzionario del governo ha spiegato a Reuters che l’avviso era stato emesso per inviare un messaggio “forte e chiaro” per fermare la cattiva comunicazione determinata dalla definizione “variante indiana”.

“Nessun paese dovrebbe essere stigmatizzato per il rilevamento e la segnalazione di varianti” ha scritto su Twitter Maria Van Kerkhove, responsabile tecnico dell’OMS per la risposta al COVID-19.

Il nuovo sistema si applica a due diverse classificazioni di varianti: “varianti di preoccupazione”, considerate le più potenzialmente pericolose, e “varianti di interesse” di secondo livello.

Ci sono 24 lettere dell’alfabeto greco, OMS ne ha già assegnati 10: quattro a varianti di preoccupazione e sei a varianti di interesse.

Gimmy Tranquillo

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Alpha, Beta, Gamma… OMS rinomina varianti Coronavirus con lettere dell’alfabeto greco

Alpha, Beta, Gamma… OMS rinomina varianti Coronavirus con lettere dell’alfabeto greco

L’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), spera di semplificare il modo in cui il pubblico parla del crescente numero di varianti del coronavirus, assegnando diverse lettere dell’alfabeto greco a ogni nuova mutazione del virus.

Il nuovo sistema studiato da OMS prende i nomi di nuove varianti di SARS-CoV-2, il virus che causa il COVID-19, e le allontana da quella che a volte può confondere la nomenclatura scientifica, e che pone forte enfasi sui paesi dove le varianti sono state scoperte per la prima volta.

Ad esempio, con il nuovo sistema, la variante B.1.1.7, identificata per la prima volta nel Regno Unito, sarà denominata Alpha, la variante B.1.351, avvistata per la prima volta in Sud Africa, si chiamerà Beta, mentre la variante trovata inizialmente in Brasile, nota come P.1, si chiamerà Gamma.

I nuovi nomi non sostituiranno ufficialmente i nomi scientifici già assegnati alle nuove varianti, ma l’OMS spera che apportando questo cambiamento, si potrà evitare di alimentare lo stigma verso le nazioni in cui sorgono nuove varianti.

Il problema è nato dal fatto che i nomi scientifici originalmente adottati erano difficili da pronunciare e ricordare “Di conseguenza, – ha affermato l’OMS in una dichiarazione – le persone ricorrono spesso a chiamare le varianti in base ai luoghi in cui vengono rilevate, fatto che è stigmatizzante e discriminatorio”.

Il pericolo della stigmatizzazione è un problema su cui l’OMS aveva messo in guardia sin dai primi giorni della pandemia, quando alcuni politici, in particolare l’ex presidente Donald Trump, si riferivano abitualmente al virus come “virus cinese” o “virus Wuhan”. Trump aveva affermato di aver usato i termini “per essere precisi” e aveva sostenuto che “non erano affatto razzisti”, anche se aveva continuato ad usarli anche dopo che l’OMS aveva messo in guardia contro un linguaggio che può “perpetuare stereotipi o ipotesi negative”.

L’uso di tale linguaggio si diffuse. In uno studio pubblicato a maggio, i ricercatori dell’Università della California, a San Francisco, hanno collegato direttamente il primo tweet di Trump su un “virus cinese” a un aumento esponenziale del linguaggio anti-asiatico su Twitter.

In India, la sensibilità alla stigmatizzazione ha portato il governo il mese scorso a chiedere alle società di social media di rimuovere qualsiasi riferimento alla “variante India” dalle loro piattaforme. Un funzionario del governo ha spiegato a Reuters che l’avviso era stato emesso per inviare un messaggio “forte e chiaro” per fermare la cattiva comunicazione determinata dalla definizione “variante indiana”.

“Nessun paese dovrebbe essere stigmatizzato per il rilevamento e la segnalazione di varianti” ha scritto su Twitter Maria Van Kerkhove, responsabile tecnico dell’OMS per la risposta al COVID-19.

Il nuovo sistema si applica a due diverse classificazioni di varianti: “varianti di preoccupazione”, considerate le più potenzialmente pericolose, e “varianti di interesse” di secondo livello.

Ci sono 24 lettere dell’alfabeto greco, OMS ne ha già assegnati 10: quattro a varianti di preoccupazione e sei a varianti di interesse.

Gimmy Tranquillo

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“Vaccino Covid? Sì ma ai bambini non serve”

“Vaccino Covid? Sì ma ai bambini non serve”

Una riflessione a firma di un gruppo di scienziati, epidemiologi, medici, pediatri, psicologi, biologi, giuristi – tra i quali l’epidemiologa Sara Gandini, lo statistico Maurizio Rainisio, lo psicanalista Emilio Mordini, il pedagogista Daniele Novara, la giurista Gilda Ripamonti, la biologa Ilaria Baglivo ed altri – sul tema del vaccino ai bambini, a seguito dell’approvazione condizionata da parte dell’Ema dell’utilizzo del sieri Pfizer per la fascia d’età 12-15 anni.

“Una catastrofe morale”: la definizione è del Direttore esecutivo dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus. “Nei paesi ricchi – ha detto – si propone ai bambini e agli adolescenti il vaccino, mentre gli operatori sanitari nei paesi poveri non ne hanno”. E ancora: “In una manciata di paesi ricchi che hanno acquistato la maggior parte della fornitura di vaccini, i gruppi a basso rischio vengono ora vaccinati”.

Ghebreyesus esorta gli stati a donare i vaccini non destinati alle categorie a rischio a Covax, un progetto (gestito da OMS e altre organizzazioni) che mira a garantire che i Paesi in via di sviluppo abbiano accesso al vaccino. Finora oltre 53 milioni di dosi di vaccini Covid-19 sono stati spediti in 121 Paesi e territori partecipanti. Al momento, ha spiegato il portavoce OMS, solo lo 0,3% delle forniture globali di vaccini è andato ai Paesi a basso reddito, che ospitano il 9% della popolazione mondiale. In alcune parti del mondo le persone a rischio potrebbero non essere immunizzate fino al 2024, quindi bisogna destinare i vaccini a chi è più in pericolo piuttosto che ai bambini, il cui rischio di ammalarsi è veramente basso, ha sottolineato.

Eppure, il 19 maggio il ministro Speranza ha dichiarato: “Vaccinare i giovani è altamente strategico ed è essenziale per la riapertura in sicurezza del prossimo anno scolastico”. Tuttavia, da vari studi pubblicati in Italia e all’estero e dagli screening effettuati nelle scuole sappiamo che esse sono uno dei luoghi più sicuri. Si stima che sotto i 20 anni la suscettibilità all’infezione sia circa la metà rispetto a chi ha più di 20 anni. La mortalità tra 0 e 20 anni per Covid-19 corrisponde a 0,17 per 100.000 abitanti, pari a un duecentesimo della mortalità totale stimata per tutte le cause in un anno normale. Il numero di vaccini da usare (NNT) per i bambini è di circa 14.000 per evitare un caso severo di malattia Covid-19 e per evitare un decesso si parla di circa 500.000.

L’autorizzazione condizionata concessa da Ema al vaccino anti Covid per gli adolescenti della fascia d’età 12-15 anni significa che i giovani a rischio o coloro i cui tutori ritengano debbano essere vaccinati, potranno esserlo. I pronunciamenti del Ministero e di molti rappresentanti istituzionali vanno invece nella direzione di condizionare la riapertura delle scuole in presenza solo a una massiva vaccinazione di categorie che sono a basso rischio di infezione e contagio e a rischio trascurabile di morbidità, introducendo un chiaro vulnus democratico. Mai prima la medicina ha chiesto tanto: vale la pena ricordare che i trattamenti medici si somministrano per la tutela della salute individuale, senza poter essere imposti per il solo interesse alla salute collettiva, tanto più nel caso dei minori.

Data la bassa incidenza, la bassa gravità della malattia nelle fasce pediatriche e il fatto che le scuole non hanno un ruolo rilevante nella trasmissione del SARS-CoV-2, anche con le nuove varianti, e quindi i limitati benefici che i vaccini potrebbero avere per la collettività, al momento non si vede l’urgenza di vaccinare i giovani, mentre è molto più urgente vaccinare i tanti anziani e fragili che, per diversi motivi a loro non imputabili, non hanno avuto accesso al vaccino o non sono ancora riusciti a prenotarsi sulla piattaforma. Inoltre, seppur questi dati siano preliminari, nei Paesi dove si è raggiunta un’alta copertura vaccinale (UK, Israele) la curva dei contagi è stata abbattuta anche senza la vaccinazione degli under 16.

Al contrario, a fronte di benefici minimi nei giovani, c’è comunque la possibilità seppur remota di eventi avversi conosciuti e comuni, anche se probabilmente in gran parte reversibili. La vigilanza post-marketing delle vaccinazioni è iniziata da poco; le informazioni su eventi rari ma pericolosi si potrebbero presentare nel corso degli anni. L’approvazione per uso emergenziale di FDA è basata su circa 1000 bambini fra i 12-15 anni e quindi le informazioni di sicurezza che se ne possono dedurre non possono escludere eventi avversi rari, con un’incidenza inferiore a 1/500. Ieri l’agenzia regolatoria UE, estendendo l’autorizzazione condizionata al commercio come richiesto dall’azienda farmaceutica Pfizer biontech, ha rilevato che, “visto il numero ridotto di bambini partecipanti allo studio, non è stato possibile valutare effetti collaterali rari”. Nonostante questa incertezza, ha considerato che “i benefici del vaccino Pfizer in bambini di età tra I 12 e I 15 anni superino il rischio, specificamente per i minori che presentano condizioni tali da determinare il rischio di sviluppare un COVID serio”. Non quindi per tutti. Soprattutto quando si parla di obbligo, il bilancio tra rischi e benefici attesi andrebbe stabilito da un’analisi condotta sul lungo periodo, in particolare nei giovani.

Anche solo alla luce di queste incertezze e della peculiarità delle aspettative di vita dell’età pediatrica, il principio del bilanciamento tra valori costituzionali, della salute primariamente come diritto fondamentale individuale (art. 32 co. 1 Cost.) e della valorizzazione del superiore interesse del bambino e dell’adolescente (articoli 3 UNCDC e art. 24 Carta dei diritti UE) impongono di usare una particolare cautela finché non si avrà una conoscenza adeguata delle implicazioni di questa vaccinazione.

Tra i rischi dei vaccini anti-Covid ai giovani includiamo il messaggio simbolico comunicato ai ragazzi: fate attenzione perché chiunque può essere un pericolo. Stiamo insegnando ad avere paura dell’altro da sé, ad avere paura della vicinanza, dell’abbraccio, perché l’incontro potrebbe essere in potenza sempre portatore di malattia. Simbolicamente, un fatto grave.

I vaccini contro la Covid-19 effettuati nelle fasce di età adulta stanno riducendo i casi gravi di malattia e la mortalità nella popolazione. La loro somministrazione dovrebbe continuare a proteggere prima di tutto le fasce a rischio, per le quali la malattia può essere grave e letale, inclusi i soggetti in età pediatrica che sono particolarmente esposti a causa di patologie concomitanti.

Hanno collaborato all’articolo:
Sara Gandini, epidemiologa
Daniele Novara, pedagogista
Maria Luisa Iannuzzo, medico legale
Marco Cosentino, medico farmacologo
Maurizio Rainisio, statistico
Raffaele Mantegazza, pedagogista
Ilaria Baglivo, biologa
Maurizio Matteoli, pediatra
Emilio Mordini, psicanalista
Gilda Ripamonti, giurista
Olga Milanese, avvocato
Elena Dragagna, avvocato
Marilena Falcone, ingegnere
Francesca Capelli, sociologa

Referenze
https://www.politico.eu/article/who-chief-vaccination-of-kids-a-moral-catastrophe-as-health-workers-await-jabs/
https://www.thelancet.com/journals/lanchi/article/PIIS2352-4642(21)00066-3/fulltext
https://www.fda.gov/news-events/press-announcements/coronavirus-covid-19-update-fda-authorizes-pfizer-biontech-covid-19-vaccine-emergency-use
https://www.ema.europa.eu/en/news/first-covid-19-vaccine-approved-children-aged-12-15-eu
https://www.thelancet.com/journals/eclinm/article/PIIS2589-5370(20)30177-2/fulltext

Covid vaccines for children should not get emergency use authorization


https://www.bmj.com/content/373/bmj.n1197

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Strage dei Georgofili: commemorazione a numero chiuso, presenti Ermini e Cafiero De Raho

Strage dei Georgofili: commemorazione a numero chiuso, presenti Ermini e Cafiero De Raho

Strage di Via dei Georgofili. Alle 1.04 di questa notte è avvenuta la deposizione di una corona floreale sul luogo dell’attentato. Alle 8.30 (cimitero La Romola) deposizione corona sulla tomba della famiglia Nencioni. Alle 9.00 l’Accademia dei Georgofili ha organizzato la celebrazione di una Santa Messa in suffragio delle vittime (chiesa di S.Carlo, via dei Calzaiuoli) e alle 10 l’apertura al pubblico della Sede Accademica per la mostra ’27 maggio 1993′, acquerelli di Luciano Guarnieri ed esposizione di immagini fotografiche.

Con una cerimonia silenziosa, alla presenza del vicepresidente del Csm David Ermini e del
procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho, si è tenuta questa notte a Firenze la commemorazione della strage dei Georgofili, che la notte fra il 26 e il 27 maggio 1993 costò la vita a cinque persone e causò danni al patrimonio artistico della Galleria degli Uffizi.
Alle 1:04, orario dello scoppio dell’autobomba, è risuonato il suono delle campane ed è stata deposta una corona floreale nel luogo dell’attentato. La cerimonia, a numero chiuso per l’emergenza coronavirus, è stata preceduta da un breve corteo partito da Palazzo Vecchio. Presenti, tra gli altri, il sindaco di Firenze Dario Nardella, il presidente della Regione Toscana Eugenio Giani, il procuratore capo di Firenze Giuseppe Creazzo e rappresentanti dell’associazione tra i familiari delle vittime della strage.

L’impressione è che stavolta si possa davvero essere vicini ad una svolta sulle verità della strage dei Georgofili del 27 maggio e sulle altre stragi mafiose del 1993 e 1994. Una stagione buia dell’Italia. Una guerra per poi arrivare a patti e fare la pace, cancellando magari il carcere duro del 41 bis.  La speranza di squarciare l’ultimo velo è l’impressione almeno dopo oltre tre ore di ricordi, racconti, appelli ed interventi della lunga commemorazione, in forma di seminario trasmesso in streaming nel pomeriggio di ieri da Sant’Apollonia a Firenze, organizzato dalla Regione. Presenti le istituzioni, i magistrati (fiorentini e nazionali), i familiari delle vittime e gli studenti di un liceo della città.

Ventotto anni fa Firenze si trovò nel mezzo di una guerra e di una trattativa tra mafia e Stato. Fu una strage – quella dove morirono  Angela Fiume e Fabrizio Nencioni, le loro figlie Nadia e Caterina di nove anni e due mesi e lo studente universitario fuori sede di Sarzana Dario Capolicchio – che fu  parte di un più ampio progetto di destabilizzazione della democrazia e di attacchi feroci ai protagonisti della lotta alla criminalità, ricorda Luigi Dainelli, presidente dell’associazione dei familiari delle vittime.

La verità sugli organizzatori ed esecutori di quell’attentato nel cuore di Firenze che provocò la morte di cinque persone, preceduta e seguita da almeno altri sette od otto atti criminali simili in tutta Italia, è scritta nelle tre sentenze definitive (diciotto ergastoli) dei tre processi fiorentini, ricorda l’avvocato Danilo Ammannato, legale di parte civile dell’associazione dei familiari vittime della strage. “La verità storica la conosciamo – dice – ed anche quella giudiziaria è acclarata, al 95 per cento”.   “Manca – aggiunge, invocando l’apertura di un dibattimento naturalmente fondato su precisi e circostanziati fatti giudiziari – quella sui concorrenti esterni, quelli che a Cosa Nostra hanno suggerito, dato indicazioni o chiesto favori. Quello rimane da scoprire.”.

E in quella direzione pare che si stiano muovendo (e negli ultimi mesi si sono accelerate) le indagini. “L’attività della magistratura non si è mai fermata di fronte all’esigenza di fare luce” sottolinea il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho, intervenuto a Firenze. “Passi in avanti – racconta –  si stanno facendo e si faranno. Gli uffici di più procure si stanno muovendo con grande dinamismo per conseguire il risultato della verità: ma che sia una verità reale – mette in chiaro – , corrispondente cioè a quel che è avvenuto veramente, senza infingimenti e senza esporre qualcuno a rischio di fare affermazioni che poi vengono smentite.  Il nostro è un Paese in cui lo stato di diritto pretende che la prova effettivamente corrisponda a quei parametri che il nostro codice e la nostra Costituzione chiedono”.  Magari anche rimuovendo il segreto di Stato sui documenti dei servizi di sicurezza, propone.   “Quei servizi costituiscono un pilastro della nostra democrazia  e sicurezza – aggiunge -, ma laddove i processi fanno emergere  opacità è necessario che vi sia piena chiarezza”.

“La procura di Firenze sta spendendo le migliori energie in queste indagini svolte in coordinamento con altre procure distrettuali e sotto l’egida della procura nazionale” conferma il procuratore capo di Firenze Giuseppe Creazzo, che lancia anche l’allarme sulle capacità corruttiva e di penetrazione nell’economia legale della criminalità organizzata, forte di una grandissimi liquidità ed aiutata in questo dalla crisi economica del dopo Covid.

Il procuratore aggiunto di Firenze Luca Guido Tescaroli, anche lui intervenuto al convegno in Santa Apollonia,  è ancora più chiaro sulle direzione su cui si sono avviate le indagini. “Stiamo lavorando – dice – per verificare se siano dimostrabili, su un piano processuale, convergenze e interessi sulle stragi di personaggi estranei al sodalizio mafioso, perché ci sono elementi che contengono in sé ambiguità e necessitano di spiegazioni: interrogativi su cui cercare una risposta”.  E al riguardo si sofferma pure sui collaboratori di giustizia, un istituto da incentivare perché sono stati “decisivi nelle ricostruzione della verità oggi patrimonio di tutti”,

L’invito a cercare fino in fondo la verità arriva anche dalle istituzioni.  “Dalla verità – sottolinea l’assessore alla legalità della Toscana, Stefano Ciuoffo – non possiamo mai sottrarci. E non può esservi approccio che tende a sottacere il pericolo o negarne l’esistenza, primo favore che si può fare alle mafie. Per questo il fenomeno delle mafie va studiato e monitorato”. Per questo va mantenuta la memoria e non abbassare mai la guardia, ricorda l’assessore alla legalità di Firenze Alessandro Martini. La tradizione legalitaria di una terra come la Toscana e la presenza di forti anticorpi potrebbe portare a sottovalutare il rischio. Di conseguenza anche l’educazione nelle scuole è importante.

“Dobbiamo impegnare tutte le energie positive delle comunità per contrastare le mafie” conclude e riassume il presidente della Toscana Eugenio Giani, che ricorda con commozione quella notte del 27 maggio 1993 che visse in prima persona da assessore al comune di Firenze sul luogo della strage, mentre con il passare dei minuti e delle ore l’ipotesi non di un incidente ma di una bomba e di un attentato pianificato nei più minuti particolari si faceva largo.  Fu un grido di dolore, ricorda il sindaco di Firenze Nardella, che è diventato però una presa di coscienza collettiva e una mobilitazione che continua ancora oggi. Perché o si sta contro la mafia o si è complici della mafia. E perché, come ricordava spesso il giudice Caponnetto che a Firenze ha trascorso i suoi ultimi anni, la mafia alla fine ha più paura della scuola che della giustizia.

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