Nuovo allestimento per la Sala del Colosso

GALLERIA DELL’ACCADEMIA nuovo allestimento per la Sala del Colosso

E’ stato completato il riallestimento della cosiddetta Sala del Colosso e gli altri interventi previsti all’interno della Galleria dell’Accademia. All’interno della  grandiosa Sala del Colosso (che prende il nome dal gesso di una statua antica, uno dei Dioscuri di Montecavallo, qui conservato ma oggi non più presente nella Galleria), i numerosi dipinti su tavola e su tela del XV e XVI secolo sono stati disposti in una maniera completamente nuova e, soprattutto, ad un’altezza finalmente compatibile con la corretta fruizione da parte del pubblico e con le esigenze della conservazione.
Nell’allestimento precedente dipinti di capitale importanza, quali i profeti Isaia e Giobbe di Fra Bartolomeo, la Trinità di Alesso Baldovinetti e la Pala del Trebbio di Sandro Botticelli, tanto per citarne alcuni, erano sottratti in pratica non soltanto alla fruizione da parte del pubblico, ma anche all’indispensabile controllo conservativo.
Il primo intervento effettuato nella prospettiva della risistemazione complessiva dei dipinti della Sala del Colosso è consistito nel trasferimento dei due profeti di Fra Bartolomeo sopramenzionati sulla parete d’ingresso della Galleria dei Prigioni, ai lati della porta. Le due tavole del frate pittore, di grande bellezza e forte spessore spirituale, testimoniano le sue riflessioni sugli affreschi michelangioleschi della Cappella Sistina e si prestano molto bene, a nostro modo di vedere, per introdurre il visitatore in quell’autentico santuario della scultura del Buonarroti che consiste per l’appunto nella Galleria dei Prigioni, attraverso la quale si giunge alla Tribuna del David, vera apoteosi del mito imperituro dell’artista.
I visitatori che fanno il loro ingresso nel salone trovano ora sulla parete a sinistra una parata di pale d’altare che riassume emblematicamente gli sviluppi della pittura fiorentina quattrocentesca. Dalla pala di Andrea di Giusto firmata e datata 1437 per la chiesa di Santa Margherita a Cortona – esempio aggraziato e pure aggiornato della tendenza tardogotica che si protende con piena naturalezza in epoca affatto rinascimentale -, a quella di Domenico Ghirlandaio con Santo Stefano fra i santi Giacomo Maggiore e Pietro, databile al 1493, lontano preludio, solenne e monumentale,della maniera moderna.
Tuttavia, l’attenzione del visitatore interessato anche alle grandi tavole conservate nella Galleria sarà attratta quasi subito, e inevitabilmente, dalla parete opposta. Al centro di essa predomina ora la ricomposizione parziale della grandiosa pala dipinta nel 1500 da Pietro Perugino per l’altare maggiore della chiesa dell’abbazia benedettina di Vallombrosa (inv. 1890 n. 8366), raffigurante l’Assunzione della Vergine fra angeli e Dio Padre, con quattro santi  (inv. 1890 n. 8366). Gli splendidi ritratti di Don Biagio Milanesi  (inv. 1890 n. 8375) e del monaco Baldassarre  (inv. 1890 n. 8376) sono posti ora ai piedi della tavola, nella posizione ipotetica alla base dei pilastri della ricca cornice tabernacolo sommariamente descritta dal Vasari e andata perduta. Il ricongiungimento di questi autentici capisaldi della ritrattistica italiana del Cinquecento all’elemento principale del complesso d’origine è stato attuato tramite lo scambio con la Galleria degli Uffizi, cui sono state ‘restituite’ le icone russe appartenute ai Lorena, che nel 1780-1782 erano state esposte nel ‘Gabinetto dei quadri antichi’, sistemate in precedenza alla Galleria dell’Accademia in maniera poco confacente lungo le scale di accesso al primo piano.
Altri interventi e sistemazioni
La scultura in bronzo dipinto donata da Georg Baselitz nel 2004, intitolata Pace – Piece, che è parsa in contrasto troppo stridente – e comunque assai difficile per essere compreso dal vasto pubblico della Galleria – con i sereni gessi neoclassici del Bartolini in mezzo ai quali si trovava, è esposta adesso nella sala che introduce al Dipartimento della collezione degli strumenti musicali. Accanto ad essa è stato possibile esporre finalmente le due fotografie donate al museo nel 2010 da un altro protagonista di primo piano dell’arte contemporanea, Robert Mapplethorpe, raffiguranti due nudi maschili visti di spalle, intitolate rispettivamente Derrick Cross e Von Hackendahl. Si tratta quindi di un primo ambiente dedicato precipuamente all’arte contemporanea, entrata ormai stabilmente tra i campi d’interesse culturale di fondo della Galleria, grazie soprattutto alle mostre e agli eventi promossi in questo settore da Franca Falletti. Un altro ambiente del museo che a nostro avviso è stato riqualificato e arricchito dall’arte contemporanea è la zona dedicata al bookshop e al merchandising, dove sono state esposte altre due grandi fotografie donate, rispettivamente, nel 2004 da Thomas Struth (Audience 1), e da Candida Hofer nel  2009 (Accademia, Tribuna del David, veduta dal braccio sinistro).
La scala di accesso al primo piano della Galleria è stata completamente ristrutturata e dotata di un nuovo impianto d’illuminazione, mentre le luci di emergenza sono state incassate nelle pareti. La fattiva collaborazione con l’attuale concessionario privato (Opera Laboratori Fiorentini – Civita Group) dei musei statali fiorentini ha consentito di realizzare, in aggiunta al riallestimento del Sala del Colosso, anche altri interventi di minore portata che tuttavia contribuiscono alla migliore fruizione del museo. Il nuovo controllo biglietti all’accesso interno della Galleria si presenta completamente rinnovato e improntato a una maggiore dignità e funzionalità, anche sul piano della comunicazione, con un apparato di pannelli modulari per gli avvisi. Per quest’ultimi è disponibile anche lo schermo digitale posto sopra la cassa. Non meno importante può dirsi la messa in opera di un’adeguata ombrelliera, che in un museo non dotato di guardaroba per motivi di spazio è comunque indispensabile.

San Salvatore al Monte

Dietro il piazzale Michelangelo sorge la chiesa che Michelangelo chiamava la bella villanella.Non è certa la data di inizio dei lavori del primitivo edificio francescano sorto sul posto di una villa con giardino e cappella, forse dedicata ai Santi Cosma e Damiano, donate ai frati nel 1417 da Luca di Jacopo del Toso (o della Tosa). Nel 1442 tuttavia, con l’edificazione della sagrestia, i lavori di questo primo complesso, frutto di interventi ad opera di maestranze appartenenti all’ordine francescano, sembrano terminati. Resti di questo primo insediamento sono forse rintracciabili nella sala capitolare dell’attiguo convento quattrocentesco. Per volontà del ricco mercante Castello Quaratesi, rappresentato dopo la sua morte dall’Arte di Calimala che patrocinò l’opera (come ricorda lo stemma con l’Aquila sul frontone), presto si intraprese un rifacimento dell’edificio, ultimato dopo una lunga elaborazione alla fine degli anni novanta, ma consacrato nel 1504, eretto nel luogo dell’acropoli del Mons Florentinus. Il ruolo di edificatore sostenuto dal Quaratesi fu celebrato nel 1509, l’anno successivo alla sua morte, con la sistemazione all’interno della chiesa della lunetta in terracotta dipinta raffigurante la Sepoltura di Cristo, opera della bottega di Giovanni della Robbia. La nuova chiesa, capolavoro architettonico del Rinascimento fiorentino, fu realizzata da Simone del Pollaiolo, detto il Cronaca, per quanto recentemente nuove ipotesi di studio scorgano in lui solo il responsabile del cantiere, attribuendo invece la responsabilità del progetto a Giuliano da Sangallo, interprete dell’organico disegno laurenziano di una restaurazione in forme classiche dell’intera città.  A partire dall’assedio del 1529, e per tutto il secolo XVI, chiesa e convento subirono gravi danni, solo in parte arginati da restauri, tanto che nel 1665 i frati lasciarono San Salvatore, in stato di avanzata decadenza, ai francescani spagnoli detti Scalzetti, e si trasferirono in Ognissanti, portando con sé molti degli arredi. La semplice decorazione sia dell’interno della chiesa che delle sobrie ed austere pareti esterne è affidata alla bicromia dell’intonaco e della pietra forte che rende più marcati gli elementi architettonici: tale sobrietà era in linea con i dettami francescani di povertà e semplicità. Sull’unica navata, coperta dal tetto a capriate, contrassegnata da alti finestroni e da paraste in doppio ordine, si aprono numerose cappelle che hanno perduto l’originale arredo e le opere d’arte pertinenti ed esibiscono ora oggetti d’arte di diversa provenienza. Anche l’altar maggiore, destinato originariamente a ricevere il saio di San Francesco – cioè l’abito che il santo indossava nel 1224 quando ricevette le stigmate presso La Verna – ha perso il suo prestigioso cimelio, dal 1571 migrato nella chiesa di Ognissanti. Notevole dal punto di vista architettonico, a destra del presbiterio, la Cappella Nerli con volta a botte, che ospita un’interessante tavola cinquecentesca con la Madonna in trono col Bambino, Santi e Angeli di Anonimo del XVI secolo. Fu proprio Tanai di Francesco Nerli, acerrimo nemico del Savonarola, a ‘punire’ la campana di San Marco che aveva suonato per avvertire i seguaci dell’arresto del predicatore (1498), frustandola e deportandola proprio in San Salvatore, la medesima chiesa che accolse anche il Monumento a Marcello di Virgilio Adriani, noto per aver firmato la condanna a morte dello stesso Savonarola, realizzato da Andrea di Pietro Ferrucci (1526). Interessanti tavole quattrocentesche sono nel coro, verosimilmente destinate alla primitiva chiesa (Madonna in trono col Bambino, Santi e la committente di Giovanni dal Ponte; La Vergine con Cristo in Pietà e Santi di Neri di Bicci ) e nel convento (I Santi Cosma e Damiano, Francesco e Antonio, di Rossello di Jacopo Franchi e Il Volto Santo della Scuola di Fra Bartolomeo). Riconosciuti come opera di maestri della cerchia di Baccio da Montelupo e Benedetto da Maiano e di quella di Andrea Ferrucci sono i due grandi Crocifissi lignei, collocati nel Cappellone e sull’altar maggiore (1496 ca.). Attribuite al Perugino sono varie vetrate della chiesa dell’inizio del Cinquecento.