L’Unione Europea vuole contrastare la differenza salariale di genere

L’Unione Europea vuole contrastare la differenza salariale di genere

La Commissione Europea vuole ridurre la differenza salariale tra uomini e donne e ha in programma l’introduzione di misure che favoriscano la trasparenza sui redditi.

La Commissione Europea si è data l’obiettivo concreto di ridurre la differenza salariale dovuta alla discriminazione di genere ancora presente in molti settori e in molti paesi dell’Unione Europea. La strategia individuata consiste nell’introduzione di obblighi alla trasparenza che permettano di misurare la differenza di paga tra uomini e donne e diano ai lavoratori dei dati concreti sul livello medio di paga per alcuni ruoli comparabili, indipendentemente dal genere di chi li ricopre.

In occasione del suo insediamento, Ursula Von Der Leyen, Presidente della Commissione Europea e prima donna a ricoprire quel ruolo, aveva annunciato che tra le iniziative che avrebbe realizzato nei suoi primi 100 giorni di mandato ci sarebbero state delle regole molto rigide sulla trasparenza. La Commissione ha in programma di presentare la proposta il 4 marzo, esattamente un anno dopo l’annuncio iniziale.

Da quanto risulta dalla bozza, la legge prevederebbe una serie di obblighi per le aziende. Ogni lavoratore avrebbe diritto a richiedere informazioni sulle ragioni alla base della differenza salariale con altre categorie paragonabili. La legge impedirebbe a chi assume di chiedere l’attuale salario del candidato e obbligherebbe a comunicare il salario atteso in occasione del colloquio.

Nel caso in cui dovesse risultare una differenza salariale maggiore del 5%, il datore di lavoro dovrebbe attivare una procedura insieme ai sindacati per dimostrare i criteri che motivano la differenza nella remunerazione. L’aspetto più criticato della legge da parte delle imprese è che sposterebbe l’onere della prova sul datore di lavoro, con la possibilità di appesantire le procedure di assunzione e di aumentare esponenzialmente il numero di cause per discriminazione sul luogo di lavoro.

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Gli ultimi due ergastolani nazisti condannati in Italia sono morti

Gli ultimi due ergastolani nazisti condannati in Italia sono morti

Gli ultimi due ergastolani nazisti condannati dalla magistratura militare italiana negli anni ’90 sono morti, senza aver fatto un giorno di carcere.

Nella mattina di domenica 28 febbraio, l’ANSA ha comunicato la notizia della morte degli ultimi due ergastolani nazisti condannati in Italia. A riportare la notizia è stato il procuratore generale militare Marco De Paolis che ha confermato la morte del centenario Karl Willhelm Stark e del novantasettenne Alfred Stork. Per nessuno dei due la condanna si era conclusa con lo sconto della pena attraverso la detenzione in carcere o arresto domiciliare.

I due erano accusati rispettivamente di multipli eccidi commessi nel 1944 nell’Appennino tosco-emiliano e di una delle stragi consumate sull’isola di Cefalonia nel settembre 1943 nei confronti dei militari della Divisione Acqui.

Nel 1994, dopo la scoperta dei fascicoli che documentavano centinaia di stragi nazi-fasciste occultate nel 1960, la magistratura militare italiana era arrivata a infliggere 60 ergastoli ai superstiti responsabili dei fatti. DI fatto, nessuna delle condanne è mai stata eseguita. Le richieste di estradizione da parte dell’Italia verso i Paesi d’origine dei condannati non sono mai state accolte, invalidando l’esecuzione formale della pena.

Gli unici ergastolani nazisti chiamati a espiare le condanne inflitte durante quei processi sono stati l’ex-capitano delle SS Erich Priebke, faticosamente condannato all’ergastolo per la strage delle Fosse Ardeatine, e il caporale Seifert, responsabile degli omicidi avvenuti nel campo di transito di Bolzano. Seifert era stato estradato dal Canada ed è morto durante la detenzione a Santa Maria Capua Vetere.

L’ex sergente Stark, inquadrato nella Divisione Corazzata ‘Hermann Goering’ della Wehrmacht, è morto il 14 dicembre scorso. E’ stato condannato all’ergastolo per alcuni degli eccidi compiuti sull’appennino tosco-emiliano nella primavera del ’44, in particolare quelli di Civago e Cervarolo, nel reggiano, due borghi dove il 20 marzo furono trucidate complessivamente circa 30 persone, tra cui il parroco, e quello di Vallucciole, nell’Aretino, dove oltre 100 tra uomini, donne e bambini vennero uccisi per rappresaglia.  Nel 2018 una troupe del Tg1 lo scovò nella sua abitazione in un sobborgo di Monaco: l’anziano, scambiando qualche battuta sull’uscio, disse che non poteva pentirsi di “una cosa mai fatta” e che il processo era stato “una farsa”.

Di Stork, la cui esecuzione penale risultava ancora pendente nel 2020, solo di recente si è saputo che è morto il 28 ottobre 2018. L’ex caporale è stato condannato per l’uccisione di almeno 117 ufficiali italiani sull’isola di Cefalonia, nel settembre 1943. Stork aveva confessato in passato agli inquirenti tedeschi di aver fatto parte di uno dei plotoni di esecuzione attivi alla ‘Casetta rossa’, dove venne trucidato l’intero stato maggiore della divisione Acqui.

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L’Unione Europea discute sul passaporto d’immunità

L’Unione Europea discute sul passaporto d’immunità

Il passaporto d’immunità consentirebbe di tornare a viaggiare ai cittadini europei che non hanno il coronavirus, ma ci sono dei dubbi.

Durante la riunione tra i Governatori dei 27 paesi membri che si è tenuta giovedì 25 febbraio si è discusso del passaporto d’immunità, tra le altre misure di contrasto alla pandemia. Il tema interesserebbe maggiormente i paesi europei colpiti dal crollo del turismo, tra cui l’Italia.

Ursula Von Der Leyen ha ribadito che l’obiettivo dell’Unione Europea è vaccinare almeno il 70% della popolazione adulta entro l’estate. Le complicazioni nella campagna vaccinale hanno però fatto prendere in seria considerazione misure alternative per un ritorno a una situazione di quasi normalità prima dell’estate grazie al passaporto d’immunità.

Il documento certificherebbe l’assenza di coronavirus per chi ha già ricevuto il vaccino oppure ha effettuato un test negativo. Per gestire i dati e aggiornarli in tempi utili, si è pensato alla realizzazione di un database condiviso tra gli stati membri. Google e Apple hanno già fatto delle proposte di strumenti paragonabili all’OMS. Tuttavia, nell’Unione Europea, c’è una forte diffidenza nell’affidare dati sensibili a società private straniere.

Oltre a Italia e Grecia, per ragioni legate all’economia del turismo, anche l’Austria si è mostrata favorevole all’adozione del passaporto d’immunità, comvinta che possa rappresentare una soluzione anche per l’accesso agli spazi comuni come ristoranti, cinema e teatri.

Dove questa idea sembra già in fase di realizzazione è Israele. Un’applicazione simile al passaporto d’immunità certificherà di essere stati vaccinati oppure di essere negativi ai test per consentire l’accesso ai luoghi pubblici. Questa misura però è meno discriminante in Israele, dove più del 50% della popolazione è già stato vaccinato, mentre nell’Unione Europea quei numeri sono ancora lontani.

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Facebook e l’Australia hanno una relazione complicata

Facebook e l’Australia hanno una relazione complicata

Dopo giorni in cui i contenuti dei siti di news australiani non erano visibili su Facebook, il Governo e la piattaforma hanno trovato un accordo.

Avevamo già parlato del piano del Governo australiano per imporre a Facebook l’obbligo di pagamento degli articoli dei siti di news ospitati sulla sua piattaforma, secondo il criterio che fossero gli stessi giornali a offrire un servizio a Facebook, e non il contrario. Dopo l’effettiva entrata in vigore delle leggi, Facebook ha deciso di bloccare la visione e la condivisione dei link che riconducevano ai siti di news, di fatto oscurando le testate australiane per alcuni giorni.

Lo stallo è durato pochi giorni. I rapporti di forza propendevano chiaramente verso Facebook e i dati sul traffico dei siti di news australiani in quei giorni hanno portato a conclusioni inequivocabili sulla natura della relazione tra Facebook e i siti di news. I pochi giorni di assenza dal social sono costati un calo del traffico del 30%, interamente riconducibile all’oscuramento da parte del social network. Infatti, per fare un confronto, sono stati usati i dati sul traffico coincidenti agli occasionali shutdown di Facebook in cui le persone che non possono accedere alla piattaforma cercano i link alle notizie tramite browser o direttamente sui siti dei giornali. In questi giorni non è andata così, l’utenza giornaliera su Facebook è rimasta invariata, inficiando esclusivamente il numero di utenti dei siti di news.

La conclusione immediata è una: sono i siti di news ad avere bisogno di Facebook più del contrario. Di questo si sono resi conto abbastanza presto tutte le parti coinvolte. Il Governo australiano, su richiesta dei gestori dei giornali, ha garantito il ripristino della situazione precedente. Successivamente, Facebook ha rilasciato un comunicato in cui ringraziava il Governo australiano per aver trovato un accordo che secondo loro “riconoscesse il valore che Facebook e i siti di news hanno reciprocamente”.

La questione non riguardava soltanto Facebook. Anche Google era stata chiamata a versare dei contributi ai siti di news e ha recentemente stretto un accordo con News Corp, una delle più grandi holding editoriali di proprietà di Rupert Murdoch. L’accordo prevede la condivisione delle notizie dei giornali appartenenti a News Corp nel servizio News Showcase di Google. La partnership è stata accolta positivamente da entrambe le parti con Robert Thompson, Amministratore Delegato di News Corp che ha commentato la vicenda definendola un risultato positivo grazie a cui “i contenuti di qualità sui giornali verranno premiati da una maggiore remunerazione”, omettendo che la remunerazione è rivolta esclusivamente ai giornali gestiti da lui.

Anche il Canada e l’Unione Europea avevano annunciato delle restrizioni all’autonomia di Facebook e delle grandi piattaforme straniere in generale. Dopo i recenti sviluppi, resta da vedere se decideranno di proseguire secondo quanto già proposto o se adegueranno le loro strategie.

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Per la Corte Suprema UK gli autisti di Uber sono lavoratori dipendenti

Per la Corte Suprema UK gli autisti di Uber sono lavoratori dipendenti

La Corte Suprema del Regno Unito riconosce agli autisti di Uber lo status effettivo di lavoratori dipendenti con diritto a salario minimo e ferie pagate.

La Corte Suprema del Regno Unito ha concluso una battaglia legale che durava da un anno decretando che gli autisti di Uber sono lavoratori dell’azienda a tutti gli effetti. Gli autisti devono essere considerati lavoratori dipendenti e non liberi professionisti, avendo così diritto al salario minimo, limiti alle ore di lavoro giornaliere e ferie pagate.

La sentenza si aggiunge a un quadro normativo che in Europa vede la gig economy, quel settore dell’economia caratterizzato da lavoratori occasionali, sempre più regolamentato. Chi affitta su Airbnb è sempre più spesso chiamato a rispettare le norme che regolano il settore alberghiero, i servizi di fattorini continuano a ricevere critiche da parte di lavoratori e sindacati che chiedono maggiori tutele e un azienda come Uber non ha mai potuto iniziare l’attività in Italia per via delle licenze che regolano il settore dei taxi.

Nel Regno Unito la causa è iniziata nel 2016 con la denuncia di due autisti di Uber, Yaseen Aslam e James Farrar, che accusavano l’azienda di controllare a tutti gli effetti il loro lavoro senza riconoscere lo status di lavoratori dipendenti. Il Tribunale del Lavoro di Londra aveva dato ragione ai due autisti e Uber ha fatto ricorso fino a portare il caso davanti alla Corte Suprema.

La Corte ha motivato la sentenza adducendo che Uber impone le tariffe e i termini di contratto, limita la scelta degli autisti nell’accettare o meno le richieste dei clienti e che esercita un netto controllo sul modo in cui i lavoratori prestano i loro servizi. Il Tribunale ha inoltro riconosciuto come tempo effettivo di lavoro quello speso dall’autista sull’app di Uber e quello impiegato nell’attesa dell’accettazione del cliente.

Attraverso un comunicato stampa diffusa via email, Jamie Heywood, il direttore dell’area Nord europea di Uber ha scritto: “Rispettiamo la decisione della Corte Suprema in riferimento al caso di un numero limitato di autisti che hanno usufruito dell’app nel 2016”. Ha poi aggiunto: “L’azienda ha visto nel frattempo cambiamenti significativi guidati in ogni fase dagli autisti di Uber”. Tra questi cambiamenti ha elencato la maggiore autonomia concessa agli autisti nei metodi di fatturazione e l’assicurazione gratuita per malattia o infortunio.

Un Tribunale del Lavoro adesso dovrà decidere l’ammontare della compensazione che spetta ai 25 autisti di Uber coinvolti nel caso. Altre 1000 denunce come questa che erano rimaste in sospeso, dopo la sentenza di venerdì, potranno procedere nella valutazione.

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