Il Governo tedesco spinge l’Unione Europea ad acquistare Sputnik V

Il Governo tedesco spinge l’Unione Europea ad acquistare Sputnik V

Il Governo Tedesco insiste che la Commissione Europea dovrebbe procedere ad acquistare dosi di vaccino Sputnik V per gli Stati Membri prima ancora che sia approvato dall’EMA.

La Germania spinge affinchè l’Unione Europea acquisti dosi del vaccino russo Sputnik V. L’EMA, l’Ente del Farmaco Europeo, si sta già occupando della procedura di controllo per l’approvazione del vaccino. EMA ha annunciato di aver ricevuto i primi dati forniti dalla Russia in merito agli esiti delle vaccinazioni con Sputnik V e che li sta analizzando.

EMA non ha ancora comunicato la data in cui dovrebbero finire i controlli e quindi ottenere l’eventuale autorizzazione all’acquisto, distribuzione e somministrazione sul territorio europeo. La Germania suggerisce di procedere all’acquisto di Sputnik V in modo indipendente dall’approvazione di EMA.

Alcuni Paesi europei come l’Ungheria e la Slovacchia hanno già acquistato dosi di Sputnik V dalla Russia senza attendere l’approvazione di EMA provocando alcuni attriti con la Commissione Europea.

Tuttavia le trattative dell’Unione Europea con il Governo russo per l’accesso alle forniture di vaccino non sono ancora iniziate. Perchè la Commissione Europea agisca sono necessarie le richieste da parte di quattro paesi membri del Consiglio Europeo.

Fino ad oggi la procedura adottata dall’Unione Europea per l’acquisto di dosi prevedeva l’approvazione definitiva da parte di EMA. Successivamente si procedeva all’acquisto, come un soggetto unico, e poi alla distribuzione ai singoli Stati Membri secondo un criterio proporzionale.

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Il modello di vaccinazione europeo è fallimentare, secondo Krugman

Il modello di vaccinazione europeo è fallimentare, secondo Krugman

L’economista Paul Krugman ha pubblicato una riflessione sulla diversa propensione al rischio tra i legislatori europei e quelli statunitensi e le sue conseguenze nella gestione della vaccinazione.

In un editoriale pubblicato oggi sul New York Times, Paul Krugman, economista e premio Nobel per l’economia, offre un’analisi comparativa sul modello legislativo europeo e quello statunitense in merito alla gestione dell’acquisto e distribuzione dei vaccini.

La principale differenza tra la legislazione nei Paesi europei e negli Stati Uniti è che in Europa si usa un approccio cautelare: non si procede finché non si è raggiunto un accettabile grado di garanzia che i benefici superino i danni. Negli Stati Uniti, semplificando, si agisce liberamente fino a che non viene dimostrato che i danni superano i benefici. Questo grado di propensione al rischio garantisce agli Stati Uniti minori controlli e maggiore rapidità di esecuzione – esponendoli anche a rischi enormi – e all’Unione Europea maggiore sicurezza ma una limitatissima velocità di azione e soprattutto di reazione.

Non è un caso che Krugman abbia vinto il Nobel. Infatti, prima di esporre le criticità del sistema europeo, nel suo editoriale ne elogia i meriti e i punti di forza rispetto agli Stati Uniti nella capacità di offrire copertura sanitaria a tutta la popolazione a un costo inferiore e nella maggiore aspettativa di vita dei cittadini europei.

Tuttavia, la legislazione europea nella gestione dei vaccini ha rappresentato un ostacolo al raggiungimento dell’obiettivo primario: il ritorno alla normalità. In proporzione, gli Stati Uniti e il Regno Unito hanno somministrato tre volte tanto le dosi di Germania e Francia.

La cattiva gestione dell’approvvigionamento di vaccini e i conseguenti ritardi nelle somministrazioni significano migliaia di morti evitabili. Questo modello gestionale, secondo Krugman, è frutto della natura intrinseca nelle istituzioni e nella burocrazia europee. Sempre secondo Krugman, questa è la stessa ragione che ha comportato per l’Unione Europea delle conseguenze sproporzionate alla crisi economica di dieci anni fa, con l’adozione di una politica macroeconomica di austerity.

Nella stipulazione dei contratti con le cause farmaceutiche, l’Unione Europea ha dato la priorità all’ottenimento di un accordo economico favorevole però compromettendo la velocità di accesso alle dosi di vaccino. L’Unione Europea si è contraddistinta dal Regno Unito e dagli Stati Uniti anche nell’estremo controllo che ha esercitato attraverso l’EMA per assicurarsi che i vaccini sui quali ha investito fossero sicuri.

Tutto questo ha esposto l’Unione Europea ad altri rischi che si sono rivelati peggiori. L’intensificarsi dei contagi mentre la fascia più esposta non era ancora stata vaccinata ha portato a numerosi decessi giornalieri in tutti gli Stati Membri e alle conseguenti restrizioni e lockdown che hanno comportato ulteriori danni alle economie nazionali.

Krugman contrappone il modello europeo a quello statunitense, dove l’approccio rilassato nei confronti delle aziende e dei loro profitti ha portato ad accordi economicamente favorevoli per le case farmaceutiche in favore di una rapida fornitura di vaccini che permettesse agli Stati Uniti di tornare al più presto alla normalità, con i conseguenti benefici per l’economia nazionale.

I ritardi dell’Unione Europea sono dovuti anche all’encomiabile desiderio di offrire una risposta comunitaria alla crisi sanitaria. Per non lasciare indietro i Paesi Membri economicamente più svantaggiati, l’Unione europea ha stipulato gli accordi presentandosi alle aziende farmaceutiche come un unico ente dotato di enorme potere contrattuale. Tuttavia, il grosso limite dell’Unione Europea rimane quello di non avere un governo centrale, ma un governo costituito da 27 governi differenti, ognuno con le la propria autorità.

Quest’ultimo problema si è palesato anche recentemente, nella decisione autonoma da parte dei governi e degli enti del farmaco nazionali di interrompere la somministrazione del vaccino AstraZeneca, nonostante fosse stato approvato da EMA.

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Il Giappone potrebbe approvare i matrimoni omosessuali

Il Giappone potrebbe approvare i matrimoni omosessuali

Una sentenza ha dichiarato che il mancato riconoscimento dei matrimoni omosessuali è incostituzionale. Adesso sta al Parlamento perché diventi legge.

Lo scorso mercoledì una corte giapponese ha dichiarato che il mancato riconoscimento di un matrimonio omosessuale da parte dello Stato era incostituzionale. La sentenza potrebbe rappresentare il punto di svolta nel riconoscimento dei matrimoni omosessuali nel Paese.

La sentenza è avvenuta nella provincia settentrionale di Sapporo in seguito alla denuncia di tre coppie omosessuali contro il Governo giapponese. Il mancato riconoscimento dei matrimoni omosessuali li aveva esclusi dall’accesso ad alcuni benefici per le coppie sposate e per questa ragione hanno chiesto danni che ammontavano a circa 9.000 dollari a persona.

Le coppie sostenevano che il mancato riconoscimento rappresentasse una discriminazione di genere e una violazione dei diritti costituzionali di uguaglianza. La corte ha dato loro ragione adducendo che l’esclusione dai benefici rappresentava un “trattamento discriminatorio senza una base razionale”. Tuttavia, la corte non ha riconosciuto loro i danni economici.

La sentenza non è sufficiente a cambiare il quadro normativo giapponese. I matrimoni omosessuali necessitano di una legge promulgata dal Parlamento perché siano effettivamente riconosciuti. La sentenza è però considerata epocale dagli attivisti locali, che sperano che il tema entri finalmente nel dibattito politico.

L’opinione pubblica rimane divisa sulla questione. In un sondaggio del 2019, circa l’80% del campione con meno di 60 anni ha detto di supportare i matrimoni omosessuali. Le aziende hanno iniziato a realizzare campagne di marketing indirizzate alle coppie omosessuali e hanno introdotto tutele per i lavoratori gay. A livello individuale la pressione al conformismo è ancora molto forte e molti gay evitano di dichiararsi pubblicamente per paura di subire discriminazioni.

La denuncia che ha portato alla sentenza era stata presentata nel febbraio 2019 e faceva parte di una mobilitazione nazionale per mettere pressione al Governo nel riconoscimento dei matrimoni omosessuali. Altre 10 coppie hanno successivamente presentato simili denunce e le sentenze sono attese per la fine del 2021.

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Tesla fa lobbying col Governo UK per favorire le auto elettriche

Tesla fa lobbying col Governo UK per favorire le auto elettriche

Tesla ha fatto attività di lobbying col Governo Britannico per imporre carichi fiscali a chi produce auto a benzina e diesel.

Tesla ha fatto lobbying col governo britannico per far aumentare le tasse sulle auto alimentate a diesel e benzina e aumentare i finanziamenti per le auto elettriche, oltre a proporre l’eliminazione delle auto ibride.

Un’inchiesta del Guardian ha determinato che l’azienda di Elon Musk ha fatto lobbying per proporre dazi che disincentivassero la produzione e l’acquisto di veicoli alimentati a diesel e benzina e favorire prestiti e detrazioni, come la detrazione dell’IVA, per le auto alimentate a batteria.

In una proposta al governo britannico inoltrata lo scorso luglio, Tesla aveva scritto: “supportare la diffusione dei veicoli a emissione zero attraverso meccanismi che aggiungano al prezzo delle auto alimentate da carburanti fossili un costo proporzionato al danno ambientale che causano è totalmente ragionevole e logico”. Tesla ha aggiunto: “il risultato – di tasse per i veicoli inquinanti e di benefici per veicoli elettrici – sarebbe di totale pareggio per il Governo britannico”.

La posizione di Tesla sulle tasse ai veicoli a benzina ha posto l’azienda in conflitto con i protagonisti del settore dell’automobile. I suoi rivali hanno fatto a loro volta lobbying per impedire al Governo di bandire tutti i veicoli a diesel, incluse le auto ibride, entro il 2030.

Una ricerca di InfluenceMap, un’agenzia che monitora l’attività di lobbying, ha riportato che le aziende che si oppongono alle misure più esigenti di conversione ecologica hanno effettuato più incontri con il Governo britannico rispetto a quelle che promuovono un cambiamento immediato. Tra il 2017 e il 2020, gli incontri del governo con le aziende più inquinanti sono stati 209 mentre quelli con le aziende più virtuose dal punto di vista ambientale sono stati 153.

Tesla ha inoltre proposto che i produttori di auto dovrebbero essere obbligati a vendere un numeri minimo di veicoli a emissioni zero. Contattati dal Guardian in merito ai temi della loro proposta, i dirigenti di Tesla non hanno risposto.

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In Spagna si sperimenta la settimana lavorativa di 4 giorni

In Spagna si sperimenta la settimana lavorativa di 4 giorni

Il Governo spagnolo ha approvato la proposta del partito di sinistra Mas Paìs di ridurre a la settimana lavorativa a 4 giorni.

La Spagna potrebbe presto diventare uno dei primi paesi al mondo a sperimentare una nuova forma di settimana lavorativa. L’annuncio di approvazione del Governo alla proposta del partito di sinistra Mas Paìs di ridurre la settimana lavorativa a 4 giorni potrebbe segnare un cambiamento epocale nell’organizzazione del lavoro e nella gestione del personale.

Iñigo Errejón di Más País ha annunciato su Twitter che si tratta di una proposta epocale. L’idea è dibattuta da molti anni. I sostenitori sono convinti che sia una soluzione all’aumento della produttività, comporti un miglioramento della salute mentale dei lavoratori e contribuisca a ridurre lo spreco energetico. La proposta è diventata ulteriormente rilevante in seguito ai dibattiti sul bilanciamento tra lavoro e tempo libero indotti dallo smart-working.

Errejón ha aggiunto che la “Spagna è uno dei paesi in cui si lavorano più ore al giorno in Europa ma allos tesso tempo non è tra i paesi più produttivi”. La conclusione alla quale è giunto è che la produttività non sia direttamente proporzionale alle ore lavorate.

Il Governo deve ancora pubblicare le linee guida dell’iniziativa ma Mas Paìs ha proposto di coprire i costi per le aziende che riducono la settimana lavorativa del 100% nel primo anno, 50% nel secondo e 33% nel terzo per incentivarle ad adottare la nuova misura.

Secondo le stime del partito, a queste condizioni parteciperebbero circa 200 imprese e sarebbero coivolti dai 3000 ai 6000 lavoratori. La speranza di Mas País è quella di replicare l’esperienza dell’azienda spagnola Software Delsol, che lo scorso anno ha implementato la settimana lavorativa da 4 giorni con un conseguente calo dell’assenteismo, aumento della produttività e soddisfazione dei lavoratori.

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