Il semestre portoghese al Consiglio Europeo costa più del dovuto

Il semestre portoghese al Consiglio Europeo costa più del dovuto

La Presidenza ha speso 260.591 euro per allestire un centro congressi a Lisbona, nonostante le riunioni si stiano svolgendo online, ha pagato un’azienda vinicola 35.785 euro e ha acquistato 360 magliette e 180 abiti per 39.780 euro.  In aggiunta a queste spese, le polemiche riguardano anche la decisione di stipulare dei contratti di sponsorizzazione con alcune aziende che vanno contro le politiche europee, inclusa una conosciuta per accogliere numerosi politici portoghesi.

La Presidenza portoghese ha detto che si tratta semplicemente di procedure standard per far sì che tutto sia pronto nell’eventualità di un ritorno agli eventi dal vivo prima della fine del semestre portoghese. La Presidenza non ha però motivato la decisione di acquistare alcuni capi d’abbigliamento, un comportamento insolito anche se paragonato alle presidenze in epoche senza la pandemia.

I semestri alla Presidenza sono spesso usati dai Governi come un’occasione per mettersi in mostra. Durante la pandemia questo aspetto è venuto meno, le visite e gli eventi dal vivo sono stati sostituiti da webinar e riunioni online.

Una delle decisioni più contestate riguarda l’allestimento di un centro congressi a Lisbona, una delle città maggiormente colpite dai contagi nell’ultimo periodo. Oltretutto, l’appalto è stato assegnato a un’azienda che con otteneva contratti pubblici dal 2011 e che aveva esperienza comprovata esclusivamente nell’organizzazione di fiere in piccole città.

L’accordo stipulato con Navigator è quello più sospetto. L’azienda è conosciuta per aver ricevuto un prestito da 27 milioni e mezzo di euro dalla Banca di Investimento Europea e soprattutto per accogliere ex-politici portoghesi.

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Slovacchia e Ungheria acquistano Sputnik V, senza passare dall’UE

Slovacchia e Ungheria acquistano Sputnik V, senza passare dall’UE

Il Primo Ministro slovacco ha detto che il vaccino Sputnik V non sarà somministrato immediatamente perché ha ancora bisogno dell’approvazione dell’ente nazionale del farmaco. La Slovacchia non è l’unico paese a procedere in autonomia.

La Slovacchia ha acquistato 2 milioni di dosi del vaccino Sputnik V. Insieme all’Ungheria, è il secondo Stato membro dell’Unione Europea che si rifornisce del vaccino russo, non ancora approvato dall’EMA, l’Agenzia Europea del Farmaco.

Il Primo Ministro slovacco Igor Matovič ha tenuto una conferenza stampa ieri all’aeroporto di Košice, in occasione dell’arrivo del primo lotto di dosi di Sputnik V. Il Primo Ministro ha dichiarato che il vaccino russo consentirà al suo paese di aumentare la velocità di somministrazione del 40%.

Il Ministro della Sanità ha però aggiunto che Sputnik V non sarà somministrato immediatamente perché necessita ancora dell’approvazione da parte dell’ente del farmaco nazionale. Secondo lo Slovak Spectator, la Slovacchia ha ricevuto 200000 dosi, altre 800000 sono previste per marzo e aprile. L’ultimo milione arriverà a maggio e giugno. Ricordiamo che la Slovacchia conta circa 5 milioni e mezzo di abitanti.

Tuttavia, la decisione di ignorare gli accordi della Comunità Europea che prevedevano una strategia condivisa nell’approvvigionamento dei vaccini sta già causando tensioni. La strategia era proprio finalizzata a fare sì che gli Stati membri più piccoli, quindi dotati di minore potere d’acquisto e contrattuale, beneficiassero degli accordi che l’Unione Europea poteva ottenere contrattando con le aziende farmaceutiche come un soggetto unico. Pertanto, anche il Ministro degli Affari Esteri Ivan Korčok ha criticato la decisione del Primo Ministro, facendo inoltre notare che Sputnik V al momento non ha neanche ricevuto l’approvazione.

Negli ultimi tempi la strategia dell’Unione Europea è stata messa in discussione da alcuni Stati membri. I ritardi nella campagna vaccinale rispetto a Paesi come Israele, Regno Unito e Stati Uniti hanno sollevato dubbi sulla validità delle decisioni della Commissione. Anche Austria e Danimarca hanno annunciato, seppure con toni diversi, la necessità di procedere autonomamente all’approvvigionamento dei vaccini per anticipare la fine delle restrizioni dovute alla pandemia.

Interpellata sulla questione dal Financial Times, la Presidente della Commissione Europea Ursula Von Der Leyen ha evitato di commentare, spiegando che né il Governo austriaco né quello danese hanno rilasciato comunicazioni ufficiali. La Presidente ha inoltre rassicurato che i ritardi nelle forniture di vaccini rientreranno nelle prossime settimane e che nei prossimi mesi gli Stati membri avranno tutti i vaccini di cui necessitano.

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L’Unione Europea vuole contrastare la differenza salariale di genere

L’Unione Europea vuole contrastare la differenza salariale di genere

La Commissione Europea vuole ridurre la differenza salariale tra uomini e donne e ha in programma l’introduzione di misure che favoriscano la trasparenza sui redditi.

La Commissione Europea si è data l’obiettivo concreto di ridurre la differenza salariale dovuta alla discriminazione di genere ancora presente in molti settori e in molti paesi dell’Unione Europea. La strategia individuata consiste nell’introduzione di obblighi alla trasparenza che permettano di misurare la differenza di paga tra uomini e donne e diano ai lavoratori dei dati concreti sul livello medio di paga per alcuni ruoli comparabili, indipendentemente dal genere di chi li ricopre.

In occasione del suo insediamento, Ursula Von Der Leyen, Presidente della Commissione Europea e prima donna a ricoprire quel ruolo, aveva annunciato che tra le iniziative che avrebbe realizzato nei suoi primi 100 giorni di mandato ci sarebbero state delle regole molto rigide sulla trasparenza. La Commissione ha in programma di presentare la proposta il 4 marzo, esattamente un anno dopo l’annuncio iniziale.

Da quanto risulta dalla bozza, la legge prevederebbe una serie di obblighi per le aziende. Ogni lavoratore avrebbe diritto a richiedere informazioni sulle ragioni alla base della differenza salariale con altre categorie paragonabili. La legge impedirebbe a chi assume di chiedere l’attuale salario del candidato e obbligherebbe a comunicare il salario atteso in occasione del colloquio.

Nel caso in cui dovesse risultare una differenza salariale maggiore del 5%, il datore di lavoro dovrebbe attivare una procedura insieme ai sindacati per dimostrare i criteri che motivano la differenza nella remunerazione. L’aspetto più criticato della legge da parte delle imprese è che sposterebbe l’onere della prova sul datore di lavoro, con la possibilità di appesantire le procedure di assunzione e di aumentare esponenzialmente il numero di cause per discriminazione sul luogo di lavoro.

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Gli ultimi due ergastolani nazisti condannati in Italia sono morti

Gli ultimi due ergastolani nazisti condannati in Italia sono morti

Gli ultimi due ergastolani nazisti condannati dalla magistratura militare italiana negli anni ’90 sono morti, senza aver fatto un giorno di carcere.

Nella mattina di domenica 28 febbraio, l’ANSA ha comunicato la notizia della morte degli ultimi due ergastolani nazisti condannati in Italia. A riportare la notizia è stato il procuratore generale militare Marco De Paolis che ha confermato la morte del centenario Karl Willhelm Stark e del novantasettenne Alfred Stork. Per nessuno dei due la condanna si era conclusa con lo sconto della pena attraverso la detenzione in carcere o arresto domiciliare.

I due erano accusati rispettivamente di multipli eccidi commessi nel 1944 nell’Appennino tosco-emiliano e di una delle stragi consumate sull’isola di Cefalonia nel settembre 1943 nei confronti dei militari della Divisione Acqui.

Nel 1994, dopo la scoperta dei fascicoli che documentavano centinaia di stragi nazi-fasciste occultate nel 1960, la magistratura militare italiana era arrivata a infliggere 60 ergastoli ai superstiti responsabili dei fatti. DI fatto, nessuna delle condanne è mai stata eseguita. Le richieste di estradizione da parte dell’Italia verso i Paesi d’origine dei condannati non sono mai state accolte, invalidando l’esecuzione formale della pena.

Gli unici ergastolani nazisti chiamati a espiare le condanne inflitte durante quei processi sono stati l’ex-capitano delle SS Erich Priebke, faticosamente condannato all’ergastolo per la strage delle Fosse Ardeatine, e il caporale Seifert, responsabile degli omicidi avvenuti nel campo di transito di Bolzano. Seifert era stato estradato dal Canada ed è morto durante la detenzione a Santa Maria Capua Vetere.

L’ex sergente Stark, inquadrato nella Divisione Corazzata ‘Hermann Goering’ della Wehrmacht, è morto il 14 dicembre scorso. E’ stato condannato all’ergastolo per alcuni degli eccidi compiuti sull’appennino tosco-emiliano nella primavera del ’44, in particolare quelli di Civago e Cervarolo, nel reggiano, due borghi dove il 20 marzo furono trucidate complessivamente circa 30 persone, tra cui il parroco, e quello di Vallucciole, nell’Aretino, dove oltre 100 tra uomini, donne e bambini vennero uccisi per rappresaglia.  Nel 2018 una troupe del Tg1 lo scovò nella sua abitazione in un sobborgo di Monaco: l’anziano, scambiando qualche battuta sull’uscio, disse che non poteva pentirsi di “una cosa mai fatta” e che il processo era stato “una farsa”.

Di Stork, la cui esecuzione penale risultava ancora pendente nel 2020, solo di recente si è saputo che è morto il 28 ottobre 2018. L’ex caporale è stato condannato per l’uccisione di almeno 117 ufficiali italiani sull’isola di Cefalonia, nel settembre 1943. Stork aveva confessato in passato agli inquirenti tedeschi di aver fatto parte di uno dei plotoni di esecuzione attivi alla ‘Casetta rossa’, dove venne trucidato l’intero stato maggiore della divisione Acqui.

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L’Unione Europea discute sul passaporto d’immunità

L’Unione Europea discute sul passaporto d’immunità

Il passaporto d’immunità consentirebbe di tornare a viaggiare ai cittadini europei che non hanno il coronavirus, ma ci sono dei dubbi.

Durante la riunione tra i Governatori dei 27 paesi membri che si è tenuta giovedì 25 febbraio si è discusso del passaporto d’immunità, tra le altre misure di contrasto alla pandemia. Il tema interesserebbe maggiormente i paesi europei colpiti dal crollo del turismo, tra cui l’Italia.

Ursula Von Der Leyen ha ribadito che l’obiettivo dell’Unione Europea è vaccinare almeno il 70% della popolazione adulta entro l’estate. Le complicazioni nella campagna vaccinale hanno però fatto prendere in seria considerazione misure alternative per un ritorno a una situazione di quasi normalità prima dell’estate grazie al passaporto d’immunità.

Il documento certificherebbe l’assenza di coronavirus per chi ha già ricevuto il vaccino oppure ha effettuato un test negativo. Per gestire i dati e aggiornarli in tempi utili, si è pensato alla realizzazione di un database condiviso tra gli stati membri. Google e Apple hanno già fatto delle proposte di strumenti paragonabili all’OMS. Tuttavia, nell’Unione Europea, c’è una forte diffidenza nell’affidare dati sensibili a società private straniere.

Oltre a Italia e Grecia, per ragioni legate all’economia del turismo, anche l’Austria si è mostrata favorevole all’adozione del passaporto d’immunità, comvinta che possa rappresentare una soluzione anche per l’accesso agli spazi comuni come ristoranti, cinema e teatri.

Dove questa idea sembra già in fase di realizzazione è Israele. Un’applicazione simile al passaporto d’immunità certificherà di essere stati vaccinati oppure di essere negativi ai test per consentire l’accesso ai luoghi pubblici. Questa misura però è meno discriminante in Israele, dove più del 50% della popolazione è già stato vaccinato, mentre nell’Unione Europea quei numeri sono ancora lontani.

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